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aggiornato PF

Uscita da ENI con 8.6% su slow stoch overbought.

Se non faccio in tempo a scrivere altro, Buon Weekend!

Il petrolio rompe il triangolo, cambio trend?

Il petrolio ha effettivamente deciso di muoversi e come ho detto settimana scorsa si è deciso di rompere il triangolo, qua Brent:

Brent 6 ottobre 15Il petrolio ha aperto  49,40 ca e poi è sceso a testare il MA50, ma in questo momento è sopra i 50 dollari, che è la resistenza che ha dovuto rompere anche in gennaio quando ha tentato la prima ripresa.

In ogni caso ENI sembra molto contenta e la mia posizione ha fatto 6%. Non è ancora sovracomprato e il movimento nel petrolio è abbastanza forte da indicare un possibile cambio trend, che vale la pena seguire:

ENI 6 ottobre 15

Il Brent fa un salto; TA ENI

Forse il petrolio ha deciso di muoversi finalmente.

Oggi il Brent sta tentando di rompere il triangolo che vale da un mese ca:

oil breaks triangleENI reagisce, e anche se la mia analisi tecnica su ENI non funziona MAI ho preso una piccola posizione perché c’è una classica uscita da un fondo doppio da non ignorare. Vediamo:

ENI 1 ottobre 15

Siamo in un trend al ribasso da parecchi mesi, e il fondo doppio è perfetto. È avvenuto su un supporto storico di 13 €, il rimbalzo martedi è avvenuto un pochino più in alto rispetto al primo fondo del 25 agosto, e il tetto è un classico esitante oscillante mentre ci pensava su se scendere di nuovo o no, e stava pure dentro i 10-20% ammessi dal fondo.

Abbiamo la prima resistenza intorno a 15€, ha aperto con gap che dovrebbe segnalare un cambio di sentimento. Tutto questo movimento è praticamente uguale a quello avvenuto tra dicembre e gennaio, con la differenza che questa volta il MA200 ha cambiato inclinazione e ora punta insù.

Analisi tecnica, ENI potrebbe scendere a 12€

Venerdì ENI ha raccontato al mondo di non credere in una rapida ripresa del prezzo del petrolio, abbassando il dividendo da 1.12 € per azione a 0.80€ per azione.

L’azione prima di venerdi aveva ballato intorno a 16.30 € per un mese intero, dando un dividend yield di ca 6,85% a un eventuale compratore a questo livello. Un paio di volte alla fine di febbraio ha annusato la resistenza fibonacci del 50% senza riuscire a rompere.

Con l’annuncio di venerdi lo stock ha fatto una lunga candela rossa, che sarebbe forse stata più lunga ancora se ENI non fosse stato sospeso in borsa.

ENI crolla il 13 marzoLo stock era momentaneamente oversold e forse sono stati trader a riportarlo al un livello di 15.60 € ca dopo aver toccato i 15.15 €.

Per riportare il dividend yield al livello abituale ENI dovrebbe però scendere a 12 € visto che 0.80/12 fa 6.67%.

Interessante vedere cosa farà Renzi senza quei ca 350 milioni di euro che adesso gli vanno a mancare.

ENI e Brent 23 febbraio ’15

Curiosa la situazione ENI e Brent.

Ho cerchiato in arancione 3 istanze in cui ENI ha fatto una mossa decisa su o giù, con il Brent che inizialmente non la segue facendo contromossa, solo per rendersi conto dopo qualche settimana di essersi mosso in modo sbagliato:

ENI e Brent 23 febbraio

Nella quarta istanza cerchiata l’ENI ha fatto la sua mossa di salita, mentre il Brent sta ancora tentando la correzione. Se le cose vadano come al solito, la correzione è da correggere perché il Brent possa raggiungere l’ENI.

ENI e il prezzo del Brent del dicembre 2020

Il prezzo del petrolio è crollato e ha probabilmente trovato il fondo, anche se ci saranno ancora 6 mesi – 1 anno di oscillazioni nel basso-medio prima che almeno parte degli effetti collaterali finanziari del crollo si saranno esauriti.

Nel frattempo è interessante guardare ENI da un altro punto di vista, e cioè come forecaster del Brent a lungo termine.

Fatto sta che il contratto per greggio Brent con delivery in dicembre 2020 lagga ENI a volte anche con parecchi giorni.

I grafico daily:

La scala è logaritmica sul prezzo Brent 2020 in nero, in questo momento a 66.74 dollari, mentre ENI (in giallo) oggi si trova intorno a 15.06.

Ma la cosa interessante non è il contratto CLZ0 in se, perché chiaramente il Brent in dicembre 2020 non costerà 66.65 dollari, come non costerà neanche 500 dollari.

La cosa interessante è che il movimento ENI precede un movimento simile del derivato. Cioè ENI scende, il giorno dopo il greggio riprende il movimento di ENI del giorno prima. Più o meno. In ottobre c’è stata una discesa di ENI ripresa dal Brent solo una settimana dopo.

A metà dicembre invece il Brent e ENI scendevano velocemente inseime e non si vedono lag tra i movimenti.

Il contratto con delivery 2020 non è ancora molto liquido e ci possono essere buchi di alcuni giorni dove il contratto non viene scambiato, anche se la linea non si interrompe. Per vederlo bisogna cambiare in per esempio candlestick ma diventa confusionale il grafico. Più si avvicina al termine e più liquido diventa il contratto.

In questo momento hanno preso strade leggermente diverse. Il 2020 dal 7 gennaio è sceso, mentre ENI tenta la risalita. Sarà interessante vedere se il derivato si corregge da solo, com’è successo quasi esattamente un anno fa.

TA ENI, aggiornamento sul buyback

Ci siamo quasi a quei 12 €/azione ENI possibili secondo l’analisi tecnica di febbraio scorso.

L’azione ha chiuso oggi a 13.28 e non ci sono più supporti validi fino a 11.90-12 €.

ENI analisi tecnica

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Shale gas, Europa, e gioco con i numeri

L’Europa dipende dal gas per la sua vita quotidiana quanto dipende dal petrolio.

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La Libia in immagini

PAN AM flight 103 (Lockerbie), 259 morti:

Il motivo per cui la Gran Bretagna non parteciperà a un iniziativa militare contro la Libia. Un po’ contra-intuitivo forse. Il motivo è questo:

Perché nel frattempo la Gran Bretagna ha rilasciato il colpevole dell’atto terroristico, in cambio di licenze di esplorazione in Libia.

Rafale:

Il motivo per cui la Francia non parteciperà a un iniziativa militare contro il genocidio in atto.

La Francia ha venduto 14 Dassault Rafale alla Libia, che ha (aveva) disperatamente bisogno di rinnovare l’aeronautica. Prezzo: più di 3 miliardi di dollari.

Sukhoi Su-35:

Il motivo per cui la Russia non parteciperà all’iniziativa militare secondo me più che dovuta, ora che lo psicopata ammazza la propria gente per poter rimanere dittatore supremo.

Un altro motivo dei russi di stare alla larga da una condanna è la:

che, insieme alla

hanno ottenuto delle licenze importanti per l’esplorazione del petrolio in Libia. Ieri giù 5,12% sulla borsa milanese:

L’ENI non è l’unico motivo per cui L’Italia non parteciperà alla guerra contro il terrore in Libia:

7,5% proprietà del LIA, il sovereign wealth fund libico descritto brevemente nell’articolo lungo sulla Libia. Non sarà un anno vincente per il Juventus.

Ammetto di essermi sbagliata. È perfettamente possibile sapere in cosa investa il LIA:

2,59% proprietà del LIA. La banca milanese è la più grande banca in Italia.

Giù 5,75% sulla borsa milanese ieri:

Sembra proprio uguale all’ENI.

Oltre al LIA, anche la Libya Central Bank ne possiede 4,05%, e la Libyan Foreign Bank 0,56%. Quindi la Libia possiede 7% della banca più importante italiana.

È la Libia un pezzo dell’Italia, o l’Italia un pezzo della Libia?

Senza la Libia?

Su Al-Jazeera ci sono decine di video con testimonianze sulla rivolta della Libia contro Gheddafi. Tripoli sarebbe ancora tranquilla mentre invece le città di Benghazi e al-Baida, dove c’è molto meno supporto per Gheddafi, forse sono già nelle mani dei manifestanti. Non si riesce a sapere con esattezza perché Internet è stato spento, giornalisti stranieri sono vietati, giornalisti libici non possono andare a Benghazi, e anche la rete di telefonia mobile è stata spenta in una parte del paese. I numeri ufficiali dicono 200 morti.

Mi sembra che fino a giovedi 17 nessuna stampa accennava alla Libia, ma forse doveva essere il primo paese che ci veniva in mente dopo la rivolta in Egitto. The Economist nel suo Arab League Index of Unrest ha messo Libia al secondo posto dopo il Yemen.

Per creare il grafico hanno dato pesi diversi a vari fattori: 35% per la popolazione sotto i 25, 15% per gli anni del attuale governo, 15% per la corruzione, 10% per il PIL/capite, 5% la censura, e poi ancora una volta, 5% per il numero assoluto di persone sotto i 25.

Il paese conta come ricco con uno dei PIL pro capite più alti in Africa, con già 6 anni di timide reforme alle spalle, con programmi di sicurezza sociale e per l’educazione, e quindi nessuno se n’è preoccpato più di tanto in questi giorni. Ai libici non doveva mancare il pane, è questo il punto.

Per la popolazione libica il punto invece è che tutta quella ricchezza del petrolio non lo ha mai raggiunto. Un perfetto esempio di “La storia si ripete”. Nel 1969 il Re Idris è stato rimosso da Gheddafi proprio perché accumulava tutta la ricchezza petrolifera in chissà quale conto svizzero di sua scelta, mentre il paese è rimasto nel medio evo. 41 anni di Gheddafi non hanno cambiato molto, i ceti più bassi non hanno visto aumentare il tenore di vita, hanno solo cercato di aumentare il loro tenore di vita, perdendo lungo la strada il vecchio modo di vivere da nomadi e le loro tradizioni.

Secondo il CIA factbook la disoccupazione è del 30% ormai, che facilmente si traduce in 40% di disoccupazione giovanile, quindi migliaia di giovani uomini molto arrabbiati. Uomini che fino a 60 anni fa sarebbero vissuti nel deserto come nomadi. Solo 2% della popolazione è rimasta nomade.

L’età mediana è di 24 anni, quindi metà della popolazione è sotto i 24 anni, e la popolazione cresce a più di 2 % all’anno. Nel 2010 erano 6.700.000.

La piramide demografica è quella critica, dove le fasce di età di uomini giovani superano di tanto le fasce più anziane, dove conto anche i padri di famiglia che sono probabilmente molto meno propensi a farsi sparare in piazza.

Gheddafi quando ha preso il potere ha seguito parola per parola il manuale del dittatore, nazionalizzando il petrolio, tanti altri interessi commerciali, messo sotto i media, creato la brutalissima polizia segreta.

Ora il paese è nelle mani di quella polizia segreta, che da 5-6 giorni continua a sparare ai manifestanti nella città di Benghazi, proprio dove Berlusconi nel agosto 2008 ha firmato l’accordo con Gheddafi di pagare 5 miliardi di euro per compensare per l’occupazione militare finita 60 anni fa. Ci sono notizie che la polizia ha rilasciato persone dalla prigione, pagandoli per lottare contro i manifestanti.

Sembra che i manifestanti erano riusciti a prendere il controllo della città di Benghazi, ma che la polizia gheddafiana ha promesso di colpire con “durezza e violenza” contro ogni tentativo di surrezione. È arrivata una notizia che i manifestanti abbiano impiccato due poliziotti. I primi morti erano 15, ma la polizia ha aperto fuoco anche contro le persone che erano andate ai funerali.

Gheddafi nei giorni precedenti aveva pronunciato dolore per la sorte di Ben Ali, dicendo che Ali avrebbe comunque lasciato il governo nel 2014: “La Tunisia ora vive nella paura”. Ora penso che sia Gheddafi che vive nella paura.

E forse anche le autorità italiane. Perché la relazione italiana con la Libia può solo essere descritta come “strategica”. Nessun altro paese fornisce così tanto petrolio all’Italia, e la Libia è responsabile del 2% delle esportazioni mondiali. L’Italia si prende una parte notevole di questo petrolio, importando il 25% del fabbisogno petrolifero dalla Libia. Italia nel 2009 ha consumato 1.580.000 barili al giorno, di cui 22% arrivavano dalla Libia, quindi ca 347.600 barili al giorno. La Libia nel 2009 produceva 1789 Kb al giorno, esportando 19% della produzione in Italia. Per il 2010 mancano ancora i dati EIA per gli ultimi tre mesi di produzione, ma l’Unione Petrolifera da la quota libica di petrolio a 25%.

Ca 73 milioni di tonnellate consumate nel 2010, equivalenti a 1.466.000 barili al giorno, di cui 366.500 barili libici al giorno. Un aumento di 5,6% rispetto al 2009. Mentre l’Italia negli ultimi 10 anni non ha mai consumato così poco come nel 2010, il paese è riuscito a rendersi ancora più dipendente dalla “Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya”.

Al secondo posto per esportazioni in Italia, il politicamente instabile Iran, e poi la Russia:

Insomma, una serie di paesi poco democratici, e molto instabili, sono responsabili per il BAU – Business As Usual italiano. Se l’esportazione libica viene interrotta, non ci saranno tanti fornitori alternativi. Ognuno sta già producendo al massimo della capacità, le proprie popolazioni crescono e richiedono sempre più energia, e tranne qualche eccezione le curve dell’esportazione puntano in giù.

Per quanto riguarda la produzione libica, sembra che regga ancora. Dopo che le sanzioni contro il paese sono state tolte completamente nel 2006 il settore energetico ha visto un afflusso di investimenti destinati ad aumentare la produzione a 3 milioni di barili al giorno nel 2012. Non credo che ce la faranno a raddoppiare la produzione, perché si intravede già tra il 2006 e il 2008 un rallentamento della crescita della produzione, nonostante i prezzi del petrolio furono in forte aumento.

La Libia non è immune all’export land model: Sembra che le due curve si seguono perfettamente, ma difatti la produzione dal 1981 è cresciuta di 52%, l’esportazione solo di 43%.

Per l’esportazione libica non esistono dati credibili, quindi ho preso la produzione meno il consumo come approssimazione. Questo gap tra produzione e esportazione potrebbe allargarsi ancora, se la popolazione e di conseguenza l’economia cresce più velocemente della produzione. A un certo punto la produzione di petrolio diminuisce, senza che lo faccia anche il consumo. Le esportazioni crollano, e con questo anche gli introiti dello stato.

Sono convinta che il consumo interno verrà spinto in su non solo dalla nuova industria chimica o metallurgica, o dal semplice aumento della popolazione. I prezzi degli alimentari nel mondo sono aumentati così tanto in un solo anno, che anche un paese relativamente ricco coma la Libia, che importa il 75% degli alimentari, deve pensare come produrre più cibo localmente. Per la Libia il grande problema è l’acqua, e sicuramente ci sono programmi di desalinizzazione sull’agenda. Perfettamente realizzabili, estremamente urgenti, ma con enormi consumi di energia.

Se guardiamo le riserve, la Libia continua ad aumentarle. Impossibile sapere se i numeri sono giusti o no. Con i dati forniti da loro il Reserve Life Index della Libia sarebbe più di 60, al ritmo di estrazione di oggi.

RLI crescente addirittura, nonostante il paese dovrebbe essere abbastanza maturo per quanto riguarda giacimenti trovati. C’è la tipica sconnessione opechiana tra produzione e riserve, la produzione è cresciuta ca 50% dal 81 (0% se conto dal 80), mentre le riserve sono cresciute quasi 100%.

L’ENI è presente in Libia dal 1959, e ha contratti per rimanerci fino al 2042 (petrolio) e 2047 (gas). L’azienda ha investito miliardi nei giacimenti libici, quindi l’Italia è addirittura riuscita ad aumentare l’importazione dalla Libia. Leggendo sul sito Libia dell’ENI imparo che il futuro sarà più complicato:

Area A, dal 1984: “Per i prossimi anni è stata pianificata un’intensa attività di esplorazione per valorizzare il potenziale residuo dell’area.”

Area B, da 1972: “È in corso un’intensa attività di perforazione di pozzi di infilling per il recupero del potenziale minerario residuo del giacimento.”

Area C, dal 1988: “Sono in corso studi per lo sviluppo delle riserve residue del giacimento attraverso attività di perforazione nell’area occidentale del reservoir.”

Area D, recente: In pieno sviluppo. Tra l’altro esporteranno 18 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.

Area E: Il famoso Elefante, che verrà sviluppato insieme alla Gazprom. Ma “Sono in corso le attività di mantenimento del plateau produttivo che prevedono l’applicazione di tecniche di recupero assistito (water injection).”

Area F: In sviluppo. “Il programma prevede anche la fase successiva a quella di natural depletion con l’applicazione delle tecniche di recupero assistito (Water Alternative Gas Injection) per mantenere la capacità produttiva.”

Tutto sommato sembra che i giacimenti di partecipazione ENI sono ancora produttivi, ma con rare eccezioni nella seconda fase, dove bisogna usare tecnologie aggiuntive e molto costose per continuare a estrarre.

Per ora Scaroni è convinto che la situazione libica è sotto controllo e che ENI non avrà bisogno di interrompere le operazioni. Si vede che si fidano che la polizia di Gheddafi riesca a tenere tutto sotto controllo.

Il benessere petrolifero della Liba viene investito nel Libya Investment Authority (LIA), il sovereign wealth fund fondato a Tripoli nel 2006 con 40 miliardi, ora di 70 miliardi di dollar, che dovrebbe aumentare il peso della Libia nel mondo, ma soprattutto in Africa, tramite il Libyan African Investment Portfolio. Il SWF pubblica una specie di index, chiamato il Linaburg-Maduell Transparency Index, che per la Libia sarebbe 2. Il massimo è 10 Un “2” significa che in realtà fuori dalla Libia non si sa niente sugli investimenti del fondo. Per quanto ne so potrebbero anche comprare bond italiani e farsi pagare le importazioni dall’Italia con gli interessi pagati dall’Italia.

Ricordiamoci che il petrolio in Tunisia non viene prodotto, in Egitto viene prodotto solo abbastanza per il consumo nazionale, e anche se ci passa nel canale può prendere altre strade. La Libia invece è un fattore chiave per l’Italia. Un paese che ha 100 anni di storia in comune con il vecchio stivale, dove ancora oggi vive una grande comunità italiana, che riceve il 20% dell’esportazione italiana, vendendo all’Italia 20% del petrolio prodotto. La stampa italiana dovrebbe occuparsene molto oltre ai commenti sul numero di morti.