O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

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Due miti sulla benzina

Pubblicato da oronero su 17 maggio 2011

Dedicato alle mie due Barbare

Primo mito: Negli Stati Uniti il prezzo della benzina segue il prezzo del greggio, da noi no.

In tutta Europa ci sono consumatori indignati per il fatto che il prezzo della benzina sale quando sale il greggio, ma poi non scendo quando scende il greggio. Questo sarebbe a differenza degli Stati Uniti, dove il consumatore si può aspettare un immediato effetto sul portafoglio quando il greggio crolla, come per esempio è successo settimana scorsa.

In effetti, dai dati disponibili sugli Stati Uniti anche a occhio nudo si vede che tra il prezzo della benzina e il prezzo del WTI, cioè il greggio “leggero” e poco acido che serve come benchmark negli Stati Uniti, ci sia una bella correlazione. Occasionalmente si presentano picchi del prezzo benzina, come per esempio quello causato dal uragano Katrina nel 2005, ma vengono corretti velocemente:

Weekly U.S. All Grades All Formulations Retail Gasoline Prices  (Dollars per Gallon)
Weekly Cushing, OK WTI Spot Price FOB  (Dollars per Barrel)

 Di positivo per i consumatori americani è che quando il WTI sale, la benzina sale più lentamente, e così è stato anche dopo la crisi. Poi però quando il WTI scende, la benzina segue, ma purtroppo a un ritmo più lento:

Il fatto che la benzina sale più lentamente, del 141% dopo la crisi, rispetto ai 221% del WTI, dipende per esempio dall’uso diversificato di greggi più economici, perché meno leggeri e più acidi. Non è solo il WTI a essere trasformato in benzina. Negli Stati Uniti l’investimento di costruire raffinerie in grado di trattare questi idrocarburi di qualità più bassa è già stato fatto anni fa, e risulta in un minore uso del WTI in favore a greggi che costano meno, senza che questo comporti un aumento del costo della produzione, e quindi a un maggiore prezzo alla pompa.

Durante la crisi del 2008 la benzina è scesa meno del WTI, e dopo la crisi è salita un poco più velocemente di quanto potevamo aspettarci. In fondo un prezzo alla pompa di 4 dollari dovrebbe corrispondere a un WTI di ca 140$.

Quindi oltre al motivo dell’uso di vari tipi di greggi, sul prezzo del WTI pesa anche il fatto che Cushing, dove il WTI viene commercializzato, è un collo di bottiglia, dove arriva troppo greggio rispetto alla capacità di raffinazione e distribuzione sul paese.

Poi bisogna considerare l’elasticità. I prezzi della benzina, anche in Italia, sono meno elastici in giù che in sù. Tutti i distributori, che hanno comprato prodotti raffinati ad un prezzo alto, li devono rivendere ai consumatori a dei prezzi che gli permettono di ricavare un margine, anche se nel frattempo il prezzo del greggio è crollato. Quando i prodotti in magazzino sono finiti, se i prezzi dei vari greggi sono rimasti bassi, si può sperare che i distributori si riforniscano di prodotti raffinati a un prezzo più basso, per poter rivendercelo a un prezzo più basso di prima.

Se invece succede, come in questi tempi di grandissima volatilità dei prezzi, che il greggio, dopo un breve crollo, stia di nuovo salendo, quel momentaneo sollievo non si rispecchierà nel prezzo al distributore, perché anche se questo per un brevissimo periodo spende meno per il prodotto raffinato, deve proteggersi contro gli ormai imprevedibili salti.

Un ulteriore motivo per il prezzo alto della benzina negli Stati Uniti è senz’altro l’etanolo, che ormai rappresenta il 10% della “benzina” americana. Il tempo iperpiovoso minaccia seriamente le raccolte del mais, che fa aumentare il prezzo dell’etanolo. Sono cinque anni che la semina del mais non avviene così tardi nell’anno.

Vediamo il caso Italia. Il grafico non è molto diverso da quello americano. Il prezzo della benzina e il prezzo del Brent, il crudo Nordatlantico che serve da benchmark in Europa, si seguono anche loro come padrone e cagnolino, con una correlazione vicino a 1. Per il Brent uso l’euro invece del dollaro, perché le nostre raffinerie, anche se il greggio alla fine viene pagato in dollari, devono prima comprare i dollari, con i quali poi compra il greggio.

Nota: per evidenziare l’andamento parallelo ho tagliato l’ordinata del prezzo della benzina, in modo che inizi a 1 invece che a 0.

Prezzi della benzina e Brent in € gentilmente offerto da www.prezzibenzina.it. Da prezzibenzina potete anche divertirvi con il grafico interattivo sullo storico Brent – WTI – Benzina che va indietro fino al 2001.

 Guardando i cambiamenti percentuali, direi che dovremmo smettere subito di lamentarci. La nostra benzina è talmente robusta che certamente nessuna industria italiana potrebbe lamentarsi dell’impossibilità di pianificare la produzione per via dei costi imprevedibili:

Sia in salita, che in discesa, il prezzo è straordinariamente inelastico. Su un aumento totale del Brent del 172% sul periodo gennaio 2005 – maggio 2011, la benzina italiana è salita solo di 41%. Questo rispetto alla benzina statunitense, che ha visto salire la benzina del 120% su solo 140% di aumento del WTI.

 

Secondo mito: Lo stato ci guadagna proprio tanto, quando la benzina rincara.

Rispetto a un anno fa, la benzina la paghiamo 0,15 euro in più al litro, ovvero un aumento del 10%. Notevole. Ma dove vanno questi soldi in più? Purtroppo non nelle tasche dello stato italiano. Che diamo più soldi al fisco in forma di IVA è perfettamente naturale, lo paghiamo su praticamente tutto quello che compriamo. Chi pensa che in totale lo stato stia guadagnando si sbaglia però, perché la gente non rinuncia facilmente alla benzina, ma al nuovo cellulare si.

Secondo l’Unione Petrolifera il prezzo della benzina è composto in questo modo:

Il margine lordo è di 11%,  secondo me abbastanza poco. Sicuramente esistono segmenti di mercato con margini fino a 300%. Prendi una borsa Prada, prodotta in Cina a 150€. Vendila a 600€ (=300% di margine lordo) più 20% di IVA, quindi 660€.

Ma forse in media si tratta di margini di 100% per l’Italia. Compri una merce a 50€, e la vendi a 120 (100% di margine lordo + 20% di IVA). Con una pressione fiscale sui 50% lo stato si mette in tasca i 20€ di IVA + 25€ di tasse, in totale 45€.

Ora vi presento il signor L. A. Mentone, che ha appena firmato una protesta contro il caro-benzina dal suo distributore, dando la colpa allo stato italiano per il rincaro della benzina. Il nostro signor Mentone, dopo mutuo e risparmi etc può spendere 1000 euro ogni mese, e cioè 200€ in benzina, ca 131 litri al prezzo di 1,523€, e poi 800 in altri prodotti.

Lo stato si prende 418 euro di quei 1000 che il signor L.A. Mentone spende.

Solo che un certo giorno, una crisi mediorientale fa aumentare il prezzo della benzina a 1,8 euro al litro. Il signor L.A. Mentone non ci pensa neanche a ridurre il numero di km che guida ogni mese, quindi continua a comprare 131 litri di benzina, che però gli vanno a costare 235,8€. Gli rimangono 764,2€ per comprare altre cose, sempre a 20% di IVA.

Come si vede, dalla benzina lo stato avrà in effetti qualcosa in più. 126€ rispetto ai 118€ di prima, una differenza di 8 euro.

Ma in totale lo stato avrà ben 6 euro in meno. E non solo, tutta la catena dal commerciante fino al produttore finale perde quei 36 euro di differenza, ovvero il 4,5% degli introiti.

Se moltiplichiamo i numeri per diciamo 20 milioni di automobilisti ci vengono:

6€ x 20 milioni = 120 milioni in meno nelle tasche dello stato ogni mese, cioè 1,4 miliardi di euro in meno.

Poi i mancati 36€ che non alimentano più l’economia italiana: 36*20 milioni = 720 milioni *12 mesi = 8,6 miliardi di euro mancanti nel commercio.

Quindi, quando la benzina aumenta, lo stato ci perde. Solo per rimanere fermi e non perdere posti di lavoro l’economia dovrebbe espandere di 4,5%. Semplificando molto, chiaro, ma l’idea rende. Ovviamente succede l’esatto contrario quando la benzina aumenta, i posti di lavoro si perdono con ulteriori costi allo stato.

Gli unici che guadagnano qualcosa sui prezzi in salita sono gli esportatori di petrolio, e chi ha investito nei produttori, o nei futures sulle borse delle materie prime. Sempre una possibilità per chi sente il bisogno di proteggersi dai prezzi in salita.

Pubblicato in: Carburante, Economia, Petrolio | Contrassegnato da tag: , , , | 7 Comments »

 
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