Pokemon come metafora

Non so voi, ma ogni volta che vedo una foto dei giocatori di Pokemon o vedo almeno il 5/6 di uomini nella foto, se non di più. Tipo questa:

pokemonGo.jpg

E poi mi viene questa associazione che stanno andando a caccia.

Letteralmente milioni di giovani uomini, incluso mio figlio che è un uomo molto giovane ancora, che hanno un bisogno proprio fisiologico di muoversi attraverso il territorio cercando la bistecca al sangue da portare a casa. Nel mio specifico caso dopo la caccia, che mi ha già costato 20 euro in roaming, mi viene spiegato dettagliatamente il tipo, il peso, il nome, e altre cose essenziali del pokemon che ora non mi ricordo. Ovviamente mi esprimo sempre con il giusto grado di entusiasmo.

Comunque, il povero pokemon come metafora. Peccato per loro che nessuna femmina della nostra specie si metterebbe mai con un tipo solo perchè ha catturato tutti i pokemon.

Il primo uomo che ha catturato tutti quanti (credo un avvocato newyorkese), alla domanda “ora cosa farai?”, questo ha risposto, “aiuterò mia fidanzata a catturarli tutti”.

Ma dai, grazie.

Rimane il fatto che il nostro DNA è e rimarrà uguale a quello represso artificialmente dall’arrivo dell’agricoltura 10.000 anni fa.

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4 responses to “Pokemon come metafora”

  1. giulio says :

    Vero. Il DNA che ci portiamo dietro da decine di migliaia d’anni ci fa comportare ancora da bestie. Non c’emolta differenza tra cacciare pokemoni o "fiutare" l'andamento azionario per garantirci una preda al rialzo; sentiamo il bisogno di lasciare il nostro "marchio" su ogni banalita con tutti i “mi piace” spruzzati ad ogni angolo della rete e tale istinto ci spinge perfino ad appropriarci di ogni angolo del globo rimanendo insoddisfatti anche quando i nostri geni si spingono in orbita e adirittura ai limiti del sistema solare… garantito per esperienza.

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  2. quesalid1 says :

    C’era stato, un tempo, un visitatore assassino che faceva sparire i corpi degli uomini in fondo ad una caverna e li sbranava. In quella stessa caverna dove erano stati divorati i loro predecessori, gli uomini divorarono altre bestie più piccole e accesero il fuoco. C’ era un continuità di uccisioni in quella oscurità. Ma ora sentivano di poter diventare un altro essere, distaccato da tutti quelli che uccidevano o da cui venivano uccisi. Uccidere senza toccare: di questo nessun altro era capace. Questo era il segreto. Dopo essere fuggiti per millenni, si appostarono in agguato, immobili. Nella storia di nessun animale è avvenuto uno scarto nel modo di vita così brusco come in quella dell’uomo: da primate raccoglitore di frutti e radici, perseguitato da predatori, ad animale onnivoro, quindi anche carnivoro, un bipede che caccia in gruppo quadrupedi spesso più grandi di lui. L’uomo si distacca dall’animale acquisendo i suoi poteri. Avviene un doppio movimento incrociato: per operare il distacco – mentre si opera il distacco – è indispensabile una assimilazione. L’uomo diventa un predatore per potersi distinguere da ogni predatore e da ogni altro animale. Per distaccarsi dall’animalità, l’uomo deve diventare un certo animale. E precisamente quell’animale da cui per lungo tempo era stato ucciso. Questo doppio movimento permane, incancellabile. Gli animali osservarono gli uomini a lungo, perplessi. Si accorgevano che qualcosa stava cambiando. Gli uomini non erano più un animale tra i tanti che i grandi predatori assalivano e divoravano, nella savana e nelle caverne. Ora anche gli uomini assalivano e divoravano. Ma non lo facevano a mani nude. Si servivano sempre di qualche strano oggetto. Pietre, aste, picche. E alla fine usarono qualcosa di ancora più strano: colpivano da lontano, con punte di ossidiana che penetravano nella pelle. Erano l’unico animale che colpiva da lontano. Quando gli uomini avanzavano, nella boscaglia o nella foresta, si avvertiva un odore speciale, qualcosa di sgradevole e allarmante. Erano i cacciatori. La caccia è il luogo dove si compie lo sdoppiamento primordiale, la divaricazione da cui tutte le altre discendono. La preda diventa cacciatore nel momento in cui uno sguardo si posa su un essere distinto da sé. In quello sguardo sorge il cacciatore, che fino a quel momento era stato un animale in mezzo agli altri. Era l’animale. Ora, diventando lo sguardo che osserva l’animale, era tenuto anche ad ucciderlo. Il distacco dall’animale fu l’evento fra gli eventi della storia. Ogni altro evento rimanda a quello. Non sussiste un racconto di ciò che accadde. Ma innumerevoli racconti che si sono tramandati presuppongono quel racconto che non si è trasmesso fino a noi e forse non è stato mai raccontato. Prima ancora che un rito, era ciò che precede ogni rito e a cui ogni rito allude. L’uomo era stato a lungo un primate fra tanti e, come tale, era vissuto a lungo nel terrore di alcuni predatori, per i quali sapeva di essere uno dei cibi prediletti. Come poi sia avvenuto che l’uomo sia diventato – nelle parole di William James – “la più terribile fra tutte le bestie da preda e di fatto l’unica che preda sistematicamente la propria specie” è una storia senza precedenti nelle vicende della terra. Il passaggio alla predazione un salto di specie etogrammatico. Immensamente azzardato, dirompente. Mutava i rapporti di Homo con tutte le specie che lo circondavano. Non si sarebbe mai esaurita l’elaborazione di quel passaggio. (Robero Calasso – Il Cacciatore Celeste – Adelphi 2016)

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  3. Dsk says :

    Tuo figlio ha il tuo DNA anche se sei femmina…

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