Il gap di empatia

Senza dubbio anche i vostri facebook sono stati ampiamente adornati da bandiere francesi in questi giorni, anche se moltissimi sono stati tolti in fretta quando è partita la discussione sul bias di facebook nel dare la possibilità nel caso Parigi, ma non nel caso di Beirut poche ore prima, o nel casi del massacro nella scuola nigeriana qualche mese fa.

Io non avevo messo la bandiera, perché ho subito trovato ingiusto il livello dei attenzione posto all’attentato francese, rispetto agli altri.

Ma poi esaminandomi meglio in realtà mi trovo più ipocrita di quanto ho accusato le “bandiere francesi” a esserlo loro. La verità è sono sempre più colpita dai bombardamenti in zone di guerra di quanto sono dall’attacco terroristico vicino a noi. In questo caso era anche un paese fratello, con radici linguistiche e culturali vicini a noi, a essere colpiti, ma non ha cambiato nulla nel mio livello di empatia.

Nel frattempo ho anche letto moltissimi articoli a proposito, per esempio questo di The Atlantic, che elenca tutti i motivi per cui le persone nell’occidente, moltissimi miei amici per esempio, si sentono più vicini a Parigi che a Beirut. E intellettualmente lo capisco.

Ma io sono cresciuta con una mamma che ha vissuto la guerra in prima linea, che spessissimo ha raccontato degli incessanti bombardamenti notturni, mesi e mesi di svegliarsi notte fonda per scendere in cantina (erano fortunati ad averne una) e sperare che succedesse niente. Finché un giorno la situazione è diventata insostenibile e tutte le famiglie con bambini sono stati evacuati in zone non strategiche. Ho anche visto l’effetto delle sirene d’allarme testate regolarmente sopra la città dove poi si è trasferita da grande e dove sono nata e cresciuta io, fino ai primi anni ’90. Direi che con certezza posso dire che il suono delle sirene non si scorda mai.

E essendo cresciuta con queste storie, alcune molto pesanti, sento molto più facilmente il dolore di chi vive quella guerra oggi. È chiaro che i miei amici italiani sono cresciuti con il terrorismo in casa e sentono immediatamente quello che devono sentire i francesi in questo momento. Spero di non doverlo imparare anch’io.

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5 responses to “Il gap di empatia”

  1. giulio says :

    interessante quanto poca notizia ha fatto il bombardamento Americano di un ospedale di Medici Senza Frontiere che ha ammazzato almeno 30 persone…http://www.msf.org/topics/kunduz-hospital-airstrike

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    • Anna Ryden says :

      Al contrario se ne è parlato intensamente sulle prime pagine, per parecchi giorni. MSF ha chiesto una commissione internazionale indipendente per investigare l’accaduto, oltre alla commissione NATO, il ministero per la difesa americano, e un gruppo afghano-americano, di cui nessuno ovviamente può essere neutro rispetto ai fatti. Gli Stati Uniti devono comunque partecipare alle indagini.

      È molto preoccupante l’accaduto, visto che le versioni dei fatti continuano a cambiare. Per me la cosa più probabile è la prima versione uscita, quella “di pancia”. Ovvero le forze americane “on the ground” a essere difesi contro i talebani con gli airstrike non sono in realtà americane ma afghane. Da quando l’occidente ha ritirato le truppe terrestri (i cosiddetti boots on the ground) abbiamo perso il contatto con i locali e il controllo aereo avanzato può benissimo essere afghano per quanto ne sappiamo. Ergo una catena di comando sulla carta americana, il realtà afghana.

      Dagli Stati Uniti come da tutte le democrazie occidentali dobbiamo poter chiedere uno standard di correttezza e trasparenza molto più alti rispetto ai nazionalfascisti russi, che bombardano la popolazione civile siriana senza discriminazione. E senza mai essere messa davanti a una commissione internazionale. (Anche Chechnya viene in mente)

      La possibile verità, come ipotizzato sopra, non verrà fuori, visto che ci costringerebbe a tornare in Afghanistan con boots on the ground. La presenza dell’occidente in Afghanistan era un investimento realmente funzionante ed economico per proteggere la popolazione locale contro i talebani. Qua in occidente la presenza sul posto (“aiutarli a casa loro” ) viene deriso come razzista/leghista.

      La stragrande maggioranza di rifugiati dal medioriente in Europa sono afghani disperati per la situazione in casa loro, non siriani.

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  2. Pinnettu says :

    Non è così strano attribuire un diversa scala di “importanza” ai fatti di Parigi rispetto a situazioni analoghe che colpiscono un paese come il Libano o la Nigeria, o tanti altri paesi.

    Nel caso di Parigi, subentra una questione di vicinanza culturale e la percezione di un nemico comune. Questo fa la differenza.
    E non si può neppure non tener conto che esiste una qualche forma di assuefazione rispetto a fenomeni di violenza in paesi in qualche modo lontani culturalmente.
    Insomma Beirut non è Parigi. La prima città richiama decenni di violenza, bombe, attentati e guerre. La seconda è una città che puoi raggiungere con poche decine di euro e fa venire in mente la parola vacanze.

    Quanto ai bombardamenti in zone di guerra, se il riferimento è a “bombe occidentali”, con le quali si può essere d’accordo o meno, mi pare comunque doveroso precisare che la popolazione inerme non è MAI l’obiettivo di queste bombe. Nel caso del terrorismo invece vale l’esatto contrario, si cerca meticolosamente l’eliminazione delle persone inermi.
    E anche questo fa una differenza enorme.

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    • fausto says :

      “…mi pare comunque doveroso precisare che la popolazione inerme non è MAI l’obiettivo di queste bombe…”

      Strano. Il generale William Tecumseh Sherman ed i suoi illustri colleghi la pensavano in maniera diametralmente opposta già 150 anni fa. E sono stati proprio loro a forgiare le abitudini militari in voga nel mondo contemporaneo – specialmente dalla parte degli occidentali.

      La dottrina militare dominante oggi è questa qui:

      https://en.wikipedia.org/wiki/Total_war

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    • Pinnettu says :

      150 anni fa, appunto.

      Personaggi come Von Clausewitz, Sherman ed altri, e forse per certi aspetti pure il generale italiano Giulio Douhet (uno dei massimi teorizzatori del bombardamento strategico) con la guerra moderna dei nostri giorni hanno poco a che fare.

      Il concetto di guerra totale a cui fai riferimento è morto in Vietnam, se non addirittura subito dopo la fine della WWII. La guerra moderna occidentale, intendendo come moderno gli ultimi 30-40 anni, non prevede MAI che i civili siano un obbiettivo intenzionale. Lo dimostra peraltro la pratica molto diffusa fra le forze “nemiche” di occultare e disperdere forze combattenti in luoghi residenziali a stretto contato con la popolazione civile, in virtù della consapevolezza che vi è da parte occidentale una forte ritrosia a colpire i civili.

      La guerra del golfo del 90/91 è stata forse il primo esempio di come sia radicalmente mutata la condotta delle operazioni da parte delle forze occidentali, con l’introduzione del munizionamento guidato di precisione.

      E’ pressoché sparita la dottrina del bombardamento a tappeto ormai limitata a sporadici episodi contro grosse formazioni meccanizzate/corazzate in campo aperto.

      L’artiglieria è sempre più rivolta al tiro di massima precisione introducendo anch’essa munizionamento guidato e sottocalibrato.

      Nelle forze aeree sono sempre più diffusi ordigni di piccole dimensioni che vista la precisione sull’obbiettivo sono sufficienti per neutralizzarlo, eliminando i danni collaterali, totalmente inutili ai fini della guerra.

      E così via.

      La guerra moderna, si vince disarticolando dall’alto i centri di comando/controllo/comunicazione, annientando l’aviazione ancora prima che possa alzarsi in volo e colpendo sistematicamente la catena logistica.
      Non si vince certo bombardando le città come si faceva 70 anni fa.

      Per assurdo perfino le dottrine sulla guerra nucleare prevedono che prima di arrivare agli attacchi “counter value” (contro le città in sostanza) si debba passare prima per gli attacchi “counter force” (contro l’arsenale nucleare nemico).

      Non meno importante il fatto che i governi occidentali hanno comunque un’opinione pubblica a cui rendere conto, in termini morali, economici ed elettoralistici e non essendo sempre facile far digerire ai cittadini guerre di dubbia ragionevolezza, non è il caso di aggiungere intenzionali massacri di civili con indiscriminati bombardamenti stile Dresda.

      No, per quanto il termine possa far orrore, i morti civili per le forze occidentali sono un “danno collaterale” e MAI un obbiettivo intenzionale.
      Diversamente dal terrorismo che non potendo combattere sul piano militare, colpisce i civili in maniera calcolata e intenzionale.

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