La desertificazione avanza, verso destra

ruminante

Ad Alonissos non sanno cos’è, ma lo fanno

Sono sempre di più gli agricoltori che usano forme di holistic grazing, prima sviluppato e descritto da Allan Savory.

È stato intensamente criticato, visto che le sue teorie sono l’esatto contrario delle teorie ecologiche convenzionali, che ci vorrebbero con meno animali e una riduzione dell’estensione della desertificazione basata sulla nostra assenza in quegli ecosistemi.

Il che non funziona, è evidente. Mentre questo metodo olistico pare di si, soprattutto in Australia sta prendendo piede visto l’emergenza siccità-economia basata sul pascolo.

Ho recentemente assistito a un convegno organizzato da Rotary a Milano sui “Scenari per il 2050” / Club di Roma, dove tra tante piattitudini ho sentito il vp di confagricoltura Veggia pronunciarsi sui danni al territorio siciliano causato dalla riduzione del pascolo. Quindi anche in Italia il problema è noto, è forse anche la soluzione. Da li a convincere la gente che l’hamburger non deve costare 0.99€ ma qualche multiplo di 0.99€, la strada è lunga e probabilmente circolare, intorno ai tavoli politici.

Qualche giorno fa il CNR ha pubblicato uno studio che metterrebbe a rischio desertificazione il 20% del territorio italiano,

…il 41% del quale nel Sud, oltre la metà del territorio in Sicilia, Puglia, Molise e Basilicata.

Il che ovviamente mette un bastone nella mia ruota per l’emigrazione di 500mila veneti in quelle zone, quando il mare avanza.

Ho letto una intervista al coordinatore del evento CNR all’expo, ed è evidente che non hanno la più pallida idea invece come contrastare lo sviluppo.

Cosa si può fare per fermare la desertificazione?

E’ il grande interrogativo di questi anni. La risposta non è semplice. Inutile pensare a singoli interventi: si parla per lo più di approccio sistemico, della salvaguardia di interi ecosistemi. Bisogna riportare in equilibrio ecologico i territori.

Io credo fermamente che la crescita della coscienza dei consumatori sia l’unica speranza, mettendo cibo in tavola che non riduce la nostra probabilità di sopravvivenza.

Grande tragicommedia comunque nel vedere l’articolo ne il liberoquotidiano sulla desertificazione. Dei loro articoli di solito due su tre parlano di come bombardare i barconi degli immigrati, o come la Merkel abbia interessi economici diretti nel traffico. Che fra 50 anni l’attuale Völkerwanderung riguardi anche gli italiani, e per carità non solo il sud ma anche la nobile Padania, di questo non c’è traccia.

Vorrei proprio vedere quanto dovrà spendere la Lombardia per tenere fuori i veneti dal proprio territorio.

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9 responses to “La desertificazione avanza, verso destra”

  1. Robo says :

    Lessi una volta un’articolo su “Le Scienze” nel quale i 2 autori affermavano che, pur nell’ambito di una generale critica agli allevamenti intensivi bovini per l’effetto di spesa energetica (rapporto di conversione mangime scadente + spreco terreni produttivi per uso foraggero) e impatto ecologico generale, l’uso dei terreni marginali per pascoli estensivi rientrava nel miglior sfruttamento fosse possibile attuare dal punto di vista dei flussi energetici. Chiaramente ciò vorrebbe dire molta meno disponibilità di carne a basso costo. Anche in una prospettiva di non uso dei concimi chimici, per questioni di deplezione risorse fossili, si passa a sovescio e letame quindi é difficile prevedere una qualche chiusura del ciclo produttivo che non preveda una allevamento animale (qualcuno deve fare la cacca, in loco) però scordiamoci le attuali rese nelle main crops. Dico ciò da non-mangiatore di carne. Sulla questione desertificazione ho idee invece un po’ confuse perché lessi che ad esempio nei colli greci, già in epoca storica, il pascolo caprino portò una distruzione dei cespugli e aumento dell’erosione. Quindi mi permetto qualche domanda sull’erosione: 1) non é che magari il pascolo é utile in certi casi e nocivo in altri? 2)oppure il pascolo è sempre nocivo, rispetto ad un climax instaurato ma se poi cessa arrivano cose peggiori (desertificazione)? 3)Ci sono confonti ben fatti (lo so, la sparo alta) tra i due approcci (rimboschimento contro holistic grazing)? 4) non é che l’holistic grazing risulti più efficace (se lo é) perché risponde anche ad un’esigenza produttiva del territorio ed invoglia i locali alla cura del territorio stesso per il profitto che ne deriva? Grazie e saluti.

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  2. Pinnettu says :

    Beh i territori non più adibiti a pascolo e abbandonati possono sempre essere oggetto di piani di riforestazione. Quale miglior antidoto alla desertificazione?

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  3. Anna Ryden says :

    Gli alberi appunto, rendono dopo 70 anni, mentre gli animali al pascolo praticamente rendono da subito. Si potrebbe anche fare come in Svezia e farli pascolare in aree mezzo bosco/mezzo prato.
    Il problema del holistic grazing è che l’agricoltre deve studiare il metodo che non è semplice, poi tenere traccia di tutti i movimenti e spostare il greggio secondo il metodo. Abbastanza complicato

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    • Pinnettu says :

      70 però è un filino tanto. Ho visto boschi devastati dal fuoco nuovamente rigogliosi dopo 30 anni e senza il supporto dell’uomo.

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      • Anna Ryden says :

        Già…in Sardegna? In Svezia o nelle zone alipne no. E poi dipende dall’albero, robetta da biomassa è velocissima anche nel nord, ma una quercia ha comunque bisogno del suo tempo.

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      • Pinnettu says :

        Si in Sardegna. Però aspetta. Un bosco di roverelle e lecci (che comunque non sono alberi a crescita veloce) in 30 anni è già sufficientemente rigoglioso da costituire una valida barriera alla desertificazione.
        Intendevo questo.
        Poi certo per avere alberi dalle dimensioni ragguardevoli ci vuole sicuramente più di 30 anni, ma poco importa penso.

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  4. fausto says :

    Ho potuto toccare con mano il disastro scozzese – un esempio di surpascolo cretino da manuale, gestito in maniera delinquenziale. E’ la cosa che mi ha impressionato di più, delle tante che ho visto girovagando. Onestamente è capitata anche sulle colline emiliane ridotte oggi a sterili calanchi.

    Non esiste alcuna “pallottola d’argento” quando si parla di difesa del suolo. Bisogna sapersi adattare alla situazione. Gli inglesi per dire, stanno cominciando a proporre soluzioni interessanti con il pascolo turnato.

    In ogni caso, è abbastanza fisiologico che gli allevatori nomadi devastino il proprio ambiente almeno finché possono coltivare l’illusione di poter fuggire altrove; basterebbe dissipare questo equivoco per risolvere una buona metà del problema.

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  5. quesalid1 says :

    Tradizionalmente nel paese dei miei (Comune al confine tra Abruzzo e Lazio) la cosa funzionava cosi:

    1) Il territorio era diviso in quattro quarti
    2) Un quarto era riservato ai bovini, uno agli ovini, uno agli equini ed uno era riservato alle piantagioni agricole
    3) Era possibile coltivare (ed era fatto) nei quarti riservati al pascolo, ma c’era il cosidetto diritto di “uso civico di pascolo”, il che implicava che, dopo la raccolta, i campi recintati dovevano venire aperti per permettere il pascolo del bestiame.

    Il territorio è un territorio marginale montano. Oggi il Comune conta 300 abitanti su 17 kmq di superficie. All’epoca d’oro (nell’anno 1921) gli abitanti sono arrivati ad essere oltre 1200 e risale a quell’epoca il sovrasfruttamento agricolo e da allevameto che ha portato al taglio indiscriminato dei boschi e all’erosione di alcuni versanti.
    Nel dopoguerra, a partire dagli anni ’60 la migrazione verso Roma ha fortemente ridotto la popolazione e le attività sul territorio, che è tornato a riempirsi di boschi.
    Oggi sono rimasti essenzialmente 5 allevatori attivi che praticano il pascolo allo stato brado, e il territorio non sembra assolutamente risentirne (la superficie boscata continua ad aumentare costantemente)

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    • Pinnettu says :

      Si. Sono testimone di uguali dinamiche di spopolamento e indubbiamente la minor esigenza di pascoli (associata ad opere di rimboschimento) sta aumentando la superficie boscata.

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