BIS: la crescita è più grande in periodi di deflazione, inflazione NON crea crescita

b0a11-bubblesandmaniasContinuando la ricerca del santo graal, ovvero i fatti, da non confondere con le stime indovinate dagli analisti, sulla domanda globale di petrolio, ho letto un articolo un po’ confuso nel FT sul pericolo del crollo dell’inflazione in Asia. Il Financial Times come anche The Economist è solidamente centralbankiana, e sostiene interventi centralbankiani come mezzo di controllo dell’inflazione nell’illusione che l’inflazione crea crescita. Ora la Bank of International Settlements ha deciso di dire la sua, e lo fa con un paper uscito in marzo citato dall’articolo. Il paper è abbastanza lungo ma il succo della mela è che non esiste nessun link tra deflazione e debolezza economica. Meglio, eiste un link, ma solo includendo la depressione tremenda degli anni interbellici dal 1929 al 1938. Escludendo quegli anni, la crescita economica è correlata positivamente a periodi di deflazione. Quindi un preve periodo di estrema depressione economica, risultato da una bolla finanziaria di quasi un secolo fa, sta decidendo sulle nostre vite. L’ennesimo anedotto dell’economia usato come scienza.

A preliminary assessment of the link between deflations and growth does not suggest a negative relationship.

È perché dovrebbe? È intuitivo che prezzi più bassi, sia che si tratta di petrolio che di pomodori, dia una spinta all’economia, finché si tratta di deflazione creata da un surplus di merce.

Indeed, in the postwar era, in which transitory deflations dominate, the growth rate has actually been higher during deflation years, at 3.2% versus 2.7%.

L’istinto degli economisti è considerare la deflazione fatto negativo, proprio perché quell’unico evento della grande depressione ha creato una traccia profondissima nella memoria comune. Quell’istinto è radicato nella visione che la deflazione segnala un deficit della domanda, che allo stesso tempo spinge in basso i prezzi, i redditi e la produzione. Ma la deflazione può anche derivare da un aumento dell’offerta, e infatti quasi sempre durante gli ultimi 150 è stato così.

Examples include improvements in productivity, greater competition in the goods market, or cheaper and more abundant inputs, such as labour or intermediate goods like oil. Supply-driven deflations depress prices while raising incomes and output.

Quindi la deflazione aumenta l’output. Arricchisce chi lavora e non ha debiti, aumentando i redditi reali. Ovviamente stiamo parlando della deflazione dei prezzi di merce e servizi, “roba”. Quella che le banche centrali usano come scusa per diminuire i tassi e continuare a stampare soldi. La deflazione dei prezzi di merce e servizi è empiricamente difficile da valutare visto che storicamente spesso coincide con la deflazione degli asset finanziari. Quella invece è pericolosissima per la gente che lavora e risparmia perché erode i patrimoni delle banche e di chi possiede le banche, e che quindi devono intervenire regolarmente per fermare la deflazione. Gli interventi centralbankiani creano le bolle, che quando scoppiano risultano in costi tremendi per l’intera società. E da lì è facile e veloce attribuire i costi alla società derivanti dalla deflazione degli asset finanziari alla benefica deflazione della “roba”. Con le parole miti della BIS (Nota: l’immobiliare conta come asset finanziario e non come “roba”.):

Taken at face value, the output slowdown in the wake of both equity and property price peaks is sizeable.

Tradotto: le banche centrali creano bolle che poi scoppiano e fanno fatica mostruosa a tornare alla media di lungo termine. Gli anni di deflazione finanziaria con interessi bassissimi e facile acesso a credito “per dare spinta” indebita soprattutto che non dovrebbe indebitarsi. Famiglie giovani, imprenditori speranzosi. Quando poi le bolle scoppiano, e lo fanno sempre, questi si ritrovano spesso sulla strada. E in più non esiste nessun motivo per cui le banche centrali debbano aumentare il nostro indebitamento se il motivo è evitare la deflazione della “roba”, come amano sostenere. La BIS trova che l’aumento dell’indebitamente tende a rallentare la crescita anziché aumentarla.

Overall, these results suggest that high debt or a period of excessive debt growth has so far not increased in a visible way the costs of goods and services price deflations. Instead, it seems to have added to the strains that property price deflations in particular impose on balance sheets. …other work has found that property price collapses tend to follow protracted surges in those prices alongside credit… this evidence is consistent with the view that such financial booms and busts – or financial cycles – deserve close attention

La BIS lo dice chiaramente: le banche centrali creano bolle finanziarie che poi scoppiano danneggiando tremendamente l’attività economica.

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6 responses to “BIS: la crescita è più grande in periodi di deflazione, inflazione NON crea crescita”

  1. Walter says :

    La scola austriaca di economia lo dice da parecchio.
    Consiglio di leggere “Inflazione malattia primaria”. Molto istruttivo su inflazione, globalizzazione, debito pubblico e privato, malavita organizzata etc. etc. etc.
    Walter

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  2. PP says :

    Forse c’è una confusione quando si parla di inflazione e deflazione, perchè di inflazione e deflazione non ce ne è una sola, ma almeno due: quella dei PREZZI e quella dei SALARI.
    Ovviamente, se c’è una deflazione dei prezzi ma non una deflazione dei salari, il potere di acquisto aumenta e il fatturato perso sui margini si recupera sui volumi (perchè esiste un mercato di consumatori che ha soldi da spendere per merci che costano meno).
    Se c’è una deflazione dei salari ma non una deflazione dei prezzi siamo all’opposto: le aziende guadagno sui margini ma non sui volumi ( e quindi tendono a restringere la attività e l’occupazione perchè il mercato dei consumatori si restringe, avendo meno soldi da spendere per merci che costano di più).
    Il problema sta proprio qui: la globalizzazione è tendenzialmente una forza che spinge verso la deflazione dei salari.
    Il consumo di risorse è tendenzialmente una forza che spinge verso la inflazione dei prezzi delle materie prime.
    Questo potrebbe portare ad una profonda instabilità.

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  3. Anonimo says :

    In questi argomenti sono di una totale ignoranza per cui provo a chiedere: 1)la scuola di Vienna sta agli antipodi di Keynes? 2)non da ragione alla posizione di “austerità espansiva” praticata dalle istituzioni europee e tanto criticata come effetto peggiorativo della crisi in Europa? (o almeno in certa Europa?). Grazie e saluti.

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    • Robo says :

      Mi scuso. Ho dimenticato di qualificarmi nell’intervento precedente.

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    • Anna Ryden says :

      In realtà Keynes e Hayek erano grandi amici, e Keynes ne condivideva molte delle opinioni. Oggi invece Keynes è considerato satana, proprio perché la parte del libertarianismo che ammoniva contro un governo forte praticamente ha avuto ragione per quanto riguarda i mercati (e purtroppo anche per quanto riguarda il controllo del singolo). Si creano quelle bolle spaventose e sempre più grandi che abbiamo potuto osservare negli ultimi 20 anni.
      Non so se dà ragione o no alla politica europea, ma l’austerità intesa come un taglio drastico alle spese pubbliche è a questo punto totalmente inevitabile. Non avremmo mai dovuto arrivare a questi livelli di spesa.

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