L’uomo, l’acqua e l’assicurazione

Copenhagen_-_the_little_mermaid_statue_-_2013La teoria della scimmia acquatica l’ho incontrata per la prima (e ultima) volta nel libro “The descent of woman” di Elaine Morgan. Avevo 14 anni, mi stavo annoiando mortalmente al mare, e nella libreria tipica della seconda casa piena di vecchi gialli e john le carré, ho trovato questo intruso enormemente divertente. Era chiaro anche per una persona di 14 anni che si trattava solo di teoria e che molte cose che scriveva erano semplicemente sbagliate. Ma divertenti.

E nessun’altro ha mai trovato spiegazione per quel buco nella nostra storia lungo milioni di anni, e perché vogliamo tutti vivere accanto all’acqua.

In breve, la teoria centrale della Morgan è che lungo il nostro contorto viaggio evoluzionistico abbiamo passato qualche milioncino di anni dentro l’acqua. Dopo che eravamo già primati. Questo spiegherebbe perché abbiamo le narici che puntano ingiù e cioè adatti a una vita in acqua, la pelle liscia senza peli che ci impedirebbero la nuotata veloce, e i capelli ancora folti e spesso lunghi sulla testa: perché i bébé possano aggrapparsi con facilità. Abbiamo anche più grasso subcutaneo rispetto alle scimmie e poi siamo bipedi e come i mammiferi acquatici siamo dotati del riflesso di immersione.

Il problema centrale della teoria è che non è mai stato trovato neanche l’ombra di una prova.

Che noi homo sapiens abbiamo una relazione speciale con l’acqua non c’è dubbio. Basta osservare qualsiasi bimbo piccolo nelle vicinanze di una pozzanghera, o spaventosamente, lanciarsi in piscina (per poi essere salvati dalla bisnonna 90enne che si lancia dietro). Anche se ci vogliono anni prima che l’amore per l’acqua si estende anche al connubio doccia+sapone. In ogni caso il suono dell’acqua di un fiume o delle onde, i riflessi della luce sull’acqua, trovarsi su una barchetta che ondeggia, sono tutte cose molto rilassanti per un essere umano.

L’acqua ci ha sempre dato quel conforto, ma da un punto di vista dell’ecologia umana ci sono anche altri motivi per abitare vicino all’acqua, e cioè il commercio via fiume e mare, la pesca, l’uso dell’acqua per l’irrigazione artificiale, la facilità di proteggere l’entroterra avendo a disposizione una marina da impiegare contro i barbari, quando ancora arrivavano tramite dragonboat e non con la ryan air.

Quasi tutte le capitali del mondo sono vicine all’acqua, come Stoccolma-Baltico, Roma-Tirreno, Parigi-la Senna, Londra-Tamigi,Tokyo-Pacifico, e quando non lo sono è perché la capitale è stata spostata per motivi politici come Brasilia spostata da Rio de Janeiro – Pacifico, Ankara spostata da Istanbul-Marmara, o Mosca spostata da San PIetroburgo-Baltico.

Italia poi è particolarmente dotata di città importanti marini per commercio e difesa, da Genova a nord-ovest a Livorno, Roma, Napoli, Reggio, Bari, Venezia e Trieste a nord-est. E tutti gli altri in mezzo.

Ma il fatto che le proprietà più richieste e costose sono quelle al mare non dipende dalla vicinanza al commercio, ma dal nostro cervello (pre-)paleolitico. Perché ci rende calmi, un po’ come anche le foreste ci rendono più sani. Il ministero giapponese per l’agricoltura ha addirittura coniato il termine shinrin-yoku = bagno forestale, per incoraggiare la gente a visitare zone alberate il piú spesso possibile.

I cambiamenti climatici prevedono che molte zone di riviera/costiera comincino a sparire fra 50-100 anni, e già ora molte sono stressate da distruttive inondazioni e allagamenti, come Venezia e New York. La Liguria sembra particolarmente impattata, avendo anche la croce dell’aumento delle piogge che scava il terreno causando frane.

Quest’anno quelle piogge hanno raggiunto anche il nord della Ligura, al confine con la Lombardia e con il Piemonte, colpendo duramente anche Serravalle, Gavi e Novi. Case crollano, abitanti vengono sfollati, macchine vanno disperse e centinaia di persone restano senza acqua e luce per giorni in attesa che i soccorsi possano iniziare. E i treni sono fermi, se non addirittura deragliano.

A parte le possibili tragedie umane, perché a volte ci si rimette anche la pelle, il risultato degli eventi aquatici estremi sarà un lento indebolimento del mercato immobiliare non solo riviero, ma in tutte le zone a rischio frane e inondazioni.L’estate scorso il Washington post descriveva la lotta di un lobbista immobiliare per costringere le autorità a non esprimersi sull’alzamento del mare, in modo da non distruggere il mercato immobiliare californiano.

In zona collinare, a poco più di un’ora da Milano ho scattato questa foto dalla strada in mezzo a una proprietà di15 ettari in vendita:

frana campagnaAlle seconde piogge quest’autunno il terreno, diciamo a sud della stradina che taglia la proprietà in due, non ha più retto. La frana sembra causata da una ruspa, ma è solo opera dell’acqua.

Nessuno comprerà più questo terreno, perché secondo preventivi fatti ad altri in quella zona, la messa in sicurezza di un terreno molto più piccolo di questo costa come minimo 100mila euro. Ovvero, per comprarla devi avere 1 mln per metterla in sicurezza, piu un altro mezzo milione per buttare giù la casa che si trova a bordo strada e potrebbe crollare alle prossime piogge, per ricostruirla in un angolo meno pericoloso.

Come al solito i primi ad agire è l’unica categoria umana ad essersi liberata dal cervello paleolitico, gli attuari. In Florida tra il 2001 e il 2006 le polizze per proteggere la casa sono aumentate del 77%, e non credo che l’aumento si sia arrestato nel frattempo. Non ho trovato dati simili per l’Italia, ma è probabile che gli assicuratori ti mettono un bel premio rischio se la tua casa si trova in zona rischio frana o alluvione. Negli Stati Uniti è addirittura diventato impossibile in molte zone di stipulare un’assicurazione sulla casa.

Secondo il libro verde dell’UE sulle assicurazioni contro le calamità naturali Tra il 1980 e il 2011 l’Europa ha subito danni per 445 miliardi di euro per inondazioni e alluvioni, mareggiate e terremoti. Questi danni non erano adeguatamente assicurati e ora l’UE vorrebbe creare un mercato per le assicurazioni contro le calamità. In particolare, l’assicurazione sarebbe obbligatoria. Si tratta quindi di una nuova tassa. Se qualcosa funziona, mettici una tassa. E il mercato immobiliare vicino all’acqua ha sempre funzionato.

Quello che non funziona da tanto tempo è il mercato già esistente delle assicurazioni per le calamità. Se oggi sono pochissime persone che assicurano la casa contro inondazioni è perché le case assicuratrici mettono dei premi rischi immensi, quasi volessero scoraggiare la gente dall’assicurarsi. Senza dirlo a voce alta, come fanno negli Stati Uniti. Se diventasse obbligatorio assicurare la gente, dovrebbere istituire un assicuratore statale, perché probabilmente nessun privato si prenderebbe il rischio.

Come dice Lloyd’s, che come al solito ci crede:

Il consenso della comunità scientifica riguardo al cambiamento del clima globale, e al fatto che la velocità di
questo cambiamento aumenterà, continua a rafforzarsi. Tuttavia, come evidenziato da vari autori in questo
rapporto, è estremamente difficile determinare l’impatto attuale sui livelli di rischio.

Insomma, sempre meno assicurazioni accetterranno proprietà nelle zone di rischio, che cominceranno a subire un lento crollo dei prezzi immobiliari. Because it’s actually different this time. Per chi vuole investire per il lontano futuro, non resta che studiare geologia, topologia, e l’effetto dei cambiamenti climatici, applicarci dei modelli matematici, e capire se comprare casa veramente solo a nord dell’Appennino e a sud delle Alpi, ma comunque lontano dal Seveso.

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