Gli USA ci guadagnano e noi ci perdiamo dal petrolio basso

Le notizie su quanto fa male il prezzo del petrolio al business shale statunitense e al business heavy canadese cominciano a stufare, per quanto è indubbiamente vero tra le prime bancarotte.

In mezzo a questa superabbondanza di petrolio bisogna ricordarlo un po’ a tutti e anche a me stessa che peak oil è una certezza geologica. Il petrolio non è una risorsa infinita. Continuiamo a vivere su una sfera molto ben esplorata, e continuiamo a non-trovare altri Ghawar.

Anche dopo 4 anni con una media mobile del Brent a 105$ dollari e quindi con tutte le possibilità esplorative che le aziende petrolifere potrebbero mai sognare non abbiamo trovato altro petrolio economico.

Quindi, la mia posizione deve essere che in fondo l’Arabia Saudita stia facendo un gran favorone agli Stati Uniti, nel non tagliare la produzione.

Il guadagno degli Stati Uniti è doppio: un PIL più forte tramite costi d’importazione più bassi, costi trasporti interni più bassi, e tutto il resto del guadagno che una società petro-dipendente si può aspettare dai prezzi bassi  – ma soprattutto guadagnano dal fatto che il loro petrolio rimane sotto terra, per ora. Non avrebbero comunque mai raggiunto l’indipendenza energetica, anche se molti americani ne sono convinti.

Con la bolla shale il paese ha rischiato di finire le ultime risorse petrolifere troppo presto. 

A scoppiare la bolla potrebbero metterci anche dieci anni a riprendere pienamente l’attività di trivellamento. Questo ammesso che il crollo del prezzo questa volta veramente dipende da un forte rallentamento dei consumi, e che eventuali recessioni nella parte sviluppata del mondo rallenti ulteriormente i consumi delle economie emergenti.

Per molti anni mancheranno nuovi investitori nel settore, finché non sarà veramente chiaro che un’aumento della produzione del convenzionale sarà impossibile.

L’Arabia Saudita comunque non ha mai quest’anno aumentato la produzione, nel senso di portarlo a un livello diverso dai 9.5-10 mln di barili al giorno. Hanno solo rifiutato di tagliare.

Eccetto il misterioso taglio durante l’inverno 2012-13, forse dovuto all’aumento forte proprio durante l’autunno 2012 della produzione statunitense, i sauditi dal 2011 ad oggi sono rimasti sempre nell’intervallo decis:

Dati: JODI; la linea rossa è il MA 12 mesi; la zona azzura è il 2014

Il fatto positivo di tutto questo intrigare per buttare fuori gli americani dal mercato è che il nostro vecchio peak oil non sarà un peak oil geologico, con un picco alto e discesa ripida, rapida e dolorosa, ma un peak oil geopolitico (scusate il francese) con picco più basso e discesa più lenta.

Nel senso che su scala globale succede quello che non può succedere a scala di pozzo dove si guarda solo il cash flow.

Il fatto negativo dal punto di vista della picchista è che i paesi come l’Italia non ci guadagnano. Solo a breve termine, con la benzina qualche centesimo meno caro. Ovviamente qualsiasi abbassamento del prezzo sarà un motivo in più per aumentare le accise.

Ma soprattutto, in Italia come ovunque in Europa, rallenteranno per forza gli investimenti nel rinnovabile, e rischiamo di arrivare ancora più in ritardo con le alternative quando ce ne sarà bisogno. Rimaniamo veramente tanto indietro, e rimaniamo veramente tanto dipendenti.

7 responses to “Gli USA ci guadagnano e noi ci perdiamo dal petrolio basso”

  1. Pinnettu says :

    Rimango dell'idea che davanti abbiamo ancora diversi anni di crescita della produzione.
    Produzione che cresce senza sosta. L'ultimo aggiornamento dei dati mensili pubblicato dall'EIA, segna per il mese di settembre un aumento su agosto che ha quasi dell'incredibile: + 1 milione di b/g. Sia sugli all liquids che sul solo crude+condensate.

    Il picco è certamente un fatto geologico dal quale non si scappa. Penso che ad essere sbagliata fosse la stima sulla URR, che evidentemente non stava sui 2400 miliardi di barili, come si pensava, ma un bel po più su.

    Quanto? Non lo so. Ma se fossero per esempio 4000 come alcuni studi sostenevano? Il picco nel caso traslerebbe di una ventina di anni.

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  2. uomo in cammino says :

    Pinn, non contano i barili di all liquids, ma il contenuto netto di energia
    leggi qua
    http://ugobardi.blogspot.it/2014/12/il-tramonto-del-petrolio-edizione-2014.html

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  3. Pinnettu says :

    Ma è evidente che l'EROEI è in continuo calo e che oggi questo valore sia più basso di quanto non lo fosse 5 anni fa o 10 anni fa.

    Resta comunque il fatto che alle porte del 2015 abbiamo la produzione del greggio (non solo gli all liquids ma anche il crude+condensate) che continua a macinare record su record. Cresce al punto che l'attuale abbondanza di offerta ha fatto scendere i prezzi di oltre il 40%, nonostante la domanda stia anch'essa stabilendo un record dopo l'altro.

    La benzina che sarà un importante segnale di situazione post picco è facilmente reperibile a 1,60 €/l…
    …insomma siamo in una situazione che è l'esatto contrario del post picco.

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  4. fardiconto says :

    Per l'Italia viviamo nel post picco (liquidi) da almeno un decennio. E si vede bene, tra l'altro. Raffinerie che svaniscono, auto numerosissime ma ferme, aziende che si estinguono, distributori che chiudono. Non c'è molto da spiegare, basta guardare senza pregiudizi.

    Sicuramente ha ragione Anna nel notare che c'è un danno collaterale grave nei fatti di questi mesi: una nuova illusione di abbondanza che spingerà ad ulteriori passi falsi in tema di rinnovabili. La situazione contingente rende più facile la guerriglia al FV. Non ne avevamo proprio bisogno.

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  5. Pinnettu says :

    Si Fausto, ma il post picco dell'Italia (e di altri paesi dell'area OCSE) è la conseguenza della disastrosa situazione dell'economia italiana.
    Il picco in questo caso è conseguenza…..non causa della crisi economica. La continua crescita della domanda mondiale sta la a dimostrarlo.

    Il fatto che il picco sia una certezza matematica (di difficile collocazione temporale però), non deve certo farci perdere l'obiettività.

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  6. fardiconto says :

    La questione è di sincronia. Quando tante nazioni vanno incontro ad un limite, non lo raggiungono tutte assieme. Qualcuno si schianta prima, qualcuno dopo. I senegalesi ed i vietnamiti per dire si sono trovati nei guai prima di noi.

    Non ci sono ovviamente certezze per il futuro immediato, ma può anche darsi che il crack italiano sia parte di qualcosa di più esteso – nel tempo e nello spazio. Consideriamo il pericolo.

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  7. Paolo says :

    Pinnettu, non so dove prendi i dati che snoccioli, ma sul blog di Bardi è scritto chiaramente che la domanda petrolifera delle economie emergenti, e della Cina in particolare, è diminuita, ragion per cui, oltre al mancato taglio saudita, il prezzo del barile è crollato. Come si può allora dire che la domanda globale sia in crescita?

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