Archive | maggio 2014

A cosa servono le europee? Osservamondo Food Edition.

La domanda del giorno è: A cosa servono le europee?
Foto di gruppo

 Praticamente tutti vanno alle urne pensando di votare un programma politico, perché è così che i politici si fanno il marketing. Invece non esiste la politica di programma nel parlamento europeo. Si tratta solo ed esclusivamente di dire si o no alle idiozie della non-democraticamente eletta commissione UE, e idem le idiozie del Consiglio dell’Unione Europea, da non confondere con il Consiglio Europeo e neanche con il Consiglio d’Europa, che non c’entra niente.

Votare un sacco di leghisti o tea-partisti anti-euro può farti sentire empowered, ma non ci sarà mai nessuna politica anti-euro nel parlamento europeo. Anche perché entro pochi mesi gli eletti si saranno talmente abituati allo status di neonobiltà europea che faranno esattamente lo stesso gioco di tutti e cioè di tenere in piedi la baracca il più a lungo possibile. Ma questa è una parentesi.
Il vero motivo per cui non si fa politica è che il programma viene dettato come già detto dalla commissione o dal consiglio, dopo che queste persone non-elette sono state per mesi esposti a lobbisti professionisti che alla fine riescono a convincere suddetti organi a fare un programma che tratta l’argomento del lobbista.
Questo sistema è esattamente il motivo per cui in questo momento c’è un fortissimo movimento anti-UE in tutta Europa. L’enorme dis-empowerment della nostra partecipazione alla politica. Non abbiamo nessuna possibilità di influenzare la politica che sta formando il nostro quotidiano. I politici europei stanno “dalla nostra parte” solo se andiamo in piazza e protestiamo, come per esempio sta succedendo con gli OGM.
Quindi l’unica questione da farsi prima di votare è “il mio candidato voterebbo pro o contro #ladomandachemistaacuore?”
Le cose belle e necessarie come la liberalizzazione e interconnessione dei mercati elettrici e gas erano perfettamente fattibili anche senza quella enorme organizzazione ombrello di corruzione e assenteismo.
E in onore della mia cara Europa ho io, svedese-tedesca, trapiantata in Italia, deciso di preparare un piatto clou della cuisine francaise, usando un ingrediente ungherese: le foie gras. Il piatto sarà pronto martedi, quando avremo anche dei risultati abbastanza sicuri sull’esito delle elezioni.
Passo 1: ci si procura un foie gras entier. Io lo metto in freezer per qualche giorno prima perché diventi più facile da trattare. Quelli che compro io arrivano sottovuoto, e pesano ca 600 grammi.
Poi lo tiro fuori dal freezer, e dopo poco tempo è possibile separarlo in pezzi per tirare via le venature e pellicine. Lo metto in acqua freddissima salata con un po’ di aceto per un paio di ore.
Mai stata fotografa.
Passo 2: dopo la bagna di aceto avvolgo i pezzi stretti in domopak con sale, pepe e un bicchiere di sandeman, sarebbe meglio port ma non ne avevo. Il tutto va in frigo per 12 ore ca.
Tolto la plastica e rimessa nella bacinella il fegato si presenta così.
Il migliore foie gras entier crudo di classe A non viene prodotto in Francia, ma in Ungheria. È il tipo più grasso e con meno venature che poi risulta più estetico con meno sangue. Se lo ordini in un ristorante di lusso a Parigi, il foie gras non è sud-ouest, ma ungherese.

 Passo 3: Schiaccio bene tutto il fegato nella terrina. Lo lascio a temperatura ambiente per 2 ore.

 Passo 4: Nel frattempo ho acceso il forno a 160 centigradi, e messo dentro una teglia grande di ceramica perché si scaldi. Vanno portati a bollitura alcuni litri d’acqua per la bagnomaria. Quando le due ore di attesa sono finite, si poggia la terrina con coperchio nella teglia, e si versa intorno l’acqua bollente.

Passo 5: Dopo 40 minuti tiro fuori la terrina e la apro. Il fegato è coperto di una grande quantità di grasso liquido.

Passo 6: Verso il grasso in una bacinella cercando di non scomporre i pezzi di fegato. Quando il grasso è solido si può togliere la parte chiara con un cucchiao e riscaldarlo in un pentolino per farlo tornare liquido. La robetta in fondo la si lascia, sempre per un motivo estetico. Questo passo non è necessario, andrebbe bene lasciare il grasso nella terrina senza pulirlo.
Passo 7: Il grasso pulito va riversato sul fegato. Quando il tutto è abbastanza freddo la terrina con coperchio viene posta in frigorifero. Se lo si prepara domenica mattina, per martedi sera è pronto. Meglio ancora mercoledi, ma in casa mia non dura mai così tanto.

Forse martedì faccio in tempo a fare una foto del risultato del (fegato d’)oca grassa cotta e servita per completare il post.



Giacimento californiano -96% di risorse sviluppabili

Sul sito di EIA non trovo nessun link alla notiziona del giorno, ma il resto della rete non fa altro che parlarne. Pare che EIA sia uscita con una dichiarazione dove rivede in basso le stime di “recoverable resources” dal giacimento shale oil californiano Monterey, dai 15 miliardi di barili stimati del 2011, e diventati 13,7 nel 2012, a nientemeno di 600 milioni. Una diminuzione del 96%. 24 miliardi iniziali che oggi sono ca 10 miliardi.

Visto che non si parla mai di Monterey, ma di Marcellus o Bakken, non è generalmente conosciuto che Monterey è, o meglio era, responsabile del 64% delle risorse totali di 24 miliardi di barili. C’era un motivo per cui non si parlava di Monterey a voce alta: la geologia così complicata che in realtà già si sapeva.

Allora, bisogna specificare che il petrolio non è sparito, sta ancora li sottoterra. Solo che Occidental e chi altro stava provando in questi tre anni a tirarlo su non ci è riuscito neanche con la tecnologia più taglia-angoli che non si può. È semplicemente ancora troppo difficile. Non troppo costoso, ma troppo difficile. Non esiste ancora la tecnologia.

Ad oggi nessuno sa quando la tecnologia sarà così avanzata da permettere di ri-aggiungere quei 13 miliardi alle risorse sviluppabili.

In ogni caso il miracolo dello shale gas continua indisturbato. Il prezzo al Henry Hub è ancora sotto il break-even di molti dei pozzi, ma tirano su talmente tanto gas umidissimo che lo possono vendere come…petrolio.

Peggioramento dell’EROEI USA del 30% in 5 anni

Vi segnalo l’ottimo primer sul fracking scritto dal comitato scientifico ASPO Italia, “Fracking – la lusinga dei derrick”, segnalatomi in un commento dal lettore Gianni. Estremamente leggibile e chiaro, linguaggio che non arriverò mai a dominare.

Il testo parla di come noi europei cerchiamo di afferrare anche i frutti che crescono davvero troppo in alto sull’albero, ovvero il pesante lobbismo in atto per convincere autorità e regolamentatori che l’attività del fracking sia perfettamente possibile anche in Europa.

Ovviamente non in Italia, dove a quanto pare ci sarebbe giusto qualche macchiolina di shale su qualche appennino oltre le sette colline.

Uno dei temi trattati è quello spinoso dell’EROEI, ovvero Energy returned on energy invested, espresso come il ritorno energetico sull’energia investita. E_out / E_in. In altre parole quante unità di energia spendi per quantità di energia guadagnata.

Se per produrre 100 barili usi 1 barile quello che rimane per la società per produrre pane e iPad sono i 99 barili rimasti dopo che quel singolo barile ha fatto una capriola indietro nel ciclo. Illustrato così nel pdf di ASPO:

 

Un concetto molto controverso per l’impossibilità di calcolarlo correttamente.

Per quanto riguarda il fracking si cono studi che indicherebbero un EROEI di meno di 1, ovvero hai praticamente usato più energia per estrarlo di quanto ti rimane poi in mano. L’energia come merce rara se quello che estrai è più facilmente utilizzabile dell’energia che usi per estrarlo. Per altri un EROEI così basso è il risultato di una montatura Wall Street sul shale gas, e quando il pubblico avrà capito che il livello dei debiti è diventato insostenibile, la House of Cards crollerà.

La cosa divertente è il metodo che il testo ASPO usa per spiegare il concetto EROEI a una persona che non sa neanche fare le divisioni: una metafora con gli esseri umani. La società ideale sarebbe quella dove solo 1 persona su 100 estrae energia mentre gli altri scrivono poesie. La fine della nostra civiltà invece è praticamente il villaggio neolitico dove 100 persone lavorano ogni giorno per estrarre energia per nutrire se stessi.

Quello che non è largamente conosciuto è che praticamente l’unico settore industriale (esplorazione, estrazione, produzione di piattaforme), di servizi (dispacciamento, trading, wholesale), e governativo (autorità, regolamentatori, organizzazioni ombrello internazionali) in crescita, è quello energetico.

Chiaramente ci sarà sempre bisogno di infermieri, insegnanti e panificatori, ma non più di oggi. Forse per gli infermieri nel settore geriatrico ci sarà un secolo o due di crescita ma è un caso di nicchia. 

Quindi siamo sulla buona strada verso il villaggio neolitico, ma se investiamo intelligentemente ci fermiamo un po’ prima di arrivarci.

Per dimostrare la mia tesi non faccio data mining questa volta, un solo paese con statistiche funzionanti sono la salvezza: USA con numeri EIA. Come si vede nel grafico sotto, una parte della classe media si sta salvando, cioè quelli che lavorano nel settore energia:

Persone che lavorani nell’estrazione dal 2007 ad oggi: +40%. Nei servizi: +55%. Nel drilling:+8%. In tutto 162 mila lavori in più solo nel settore privato. Non ho dubbi che lato governo ci sia un aumento equivalente.

Tutto il resto del settore industriale privato: +1%.

Come sappiamo già, tutto questo meraviglioso aumento di posti di lavoro non è grazie a un aumento equivalente della produzione di idrocarburi:

Petrolio: : +29%
Gas:+24%

Se diciamo che le persone corrispondono a unità di energia, li posso inserire nel calcolo dell’EROEI:
Nel 2007 347mila persone estraevano 803 Mtonnellate di idrocarburi, per un rapporto di 2.31.
Nel 2012 569mila persone estraevano 1014 Mtonnellate, per un rapporto di 1.78.

Rapporto su rapporto, un peggioramente EROEI del 30%.

Infografico Primavera Araba sul grano

L’ultima volta che El Niño ci ha visitato il prezzo del grano è praticamente raddopiato nel giro di pochi mesi. Persone insoddisfatte ma con la pancia piena brontolano al bar, con la pancia vuota vanno in piazza e chiedono cambiamenti.

Il tutto è iniziato molto tragicamente con un giovane uomo tunisino che si è dato fuoco in protesta contro la disoccupazione. Velocissimamente la stessa cosa è poi successo in più di altri 10 paesi, con proteste minori in altre 5-6.

Ho aggiunto al grafico del milling wheat contratto continuo le maggiori rivoluzioni o guerre della primavera araba dal dicembre del 2010 a febbraio del 2011:

Si tratta di milioni di persone che vivono in una regione che nel 2010 aveva già sofferto 5 anni di siccità. La situazione era particolarmente grave in Siria, che è ancora in mezzo a una sanguinosa guerra civile senza fine. Territorio che fino all’arrivo dell’era fossile poteva ospitare al massimo 2 milioni di persone, e che oggi, alla fine dell’era fossile siriana, ospita più di 20 milioni. È una ferocissima guerra per proprietà della terra, che non può nutrire tutta la sua popolazione.

In Egitto vi è stato una seconda rivoluzione che però non cambia il fatto che almeno il 17% della popolazione ormai è costretta a una dieta vegetariana. Il 30% dei bambini sotto i 5 anni è malnutrito, nel paese dove la carne costa almeno 5 volte la paga giornaliera media.

Un nuovo El Niño, molto più forte di quello del 2010, con molta probabilità farà raddoppiare i prezzi alimentari ancora una volta. L’effetto sulle popolazioni nella regione MENA sarà devastante.

Non avremo gas americano e non avremo neanche SouthStream

Gail Tverberg dice in un articolo che il problema della Russia è che l’Ucraina non paga il gas. La Russia ha qualche problemino in più di quello, ma è certamente vero che se compri una cosa, la devi pagare.

E tutta l’Europa lì a parlare di sicurezza energetica e puntare il dito. Vorrei vedere cosa farebbe la Francia se Inghilterra non gli paga più il grano, dicendo che è loro diritto pagarlo 40% in meno e cioè molto sotto il costo di produzione.

Si da il caso che il prezzo del gas in Europa è molto più alto che negli Stati Uniti. Il motivo principale sono i contratti a lunghissimo termine con Gazprom che hanno permesso a loro di costruire e mantenere una infrastruttura molto complessa e vasta. Sono 30 anni o giù di li che ininterrottamente forniscono Europa con la parte del leone di gas naturale. Ma il fatto che non vorrebbero darlo più a chi non paga ha tirato fuori il discorso della sicurezza energetica e si parla soprattutto di esportazione di LNG dagli Stati Uniti.

Per vedere come potrà iniziare o finire la questione esportazione, si usa preferibilmente il report BP, completato con dati EIA e IEA, quando disponibili. Oltre al vecchio BP 2012 (di solito esce in giugno), ho trovato dati consumo statunitensi (+2% rispetto al 2012) e produzione (+1%) qua.

In effetti l’aumento di produzione gas dal 2005 è stato impressionante.

Ma come si vede, gli USA sono solo quasi autosufficienti.

L’autosufficienza c’è comunque, ma solo a livello nordamericano. È infatti gas canadese che per ora assicura l’abbondanza:

La differenza tra consumo e produzione canadese viene esportata negli Stati Uniti, che ne consuma quello che gli manca. Il resto viene rivenduto al Messico.

Visto che poche cose si possono prevedere, e tra quelli non c’è certamente il futuro, pochi anni fa gli States si prepararono a una massiccia importazione di gas naturale, costruendo alcuni grandissimi impianti di rigassificazione. In questo momento gli impianti, mai presi in produzione, vengono convertiti in impianti di liquefazione al costo di miliardi di dollari. Tutto in attesa dell’esportazione che verrà.

La IEA nel WEO2013 prevede nel suo New Policies Scenario che la domanda statunitense aumenti di 47% sul periodo 1990 – 2035, e cioè da 438 Mtoe annui a 646. Il grando aumento è già alle spalle, ma sono da aggiungere altri 13% dal livello del 2011:

Stima WEO per la domanda gas statunitense

Questo nonostante la produzione nazionale non regga un’evento così banale come un inverno di quelli che erano normali solo 15-20 anni fa.

I stoccaggi di gas naturale negli Stati Uniti sono al 50% del minimo della media degli ultimi 5 anni.

Il problema della produzione a tenere il passo con la domanda questo inverno/primavera ha quadruplicato la volatilità giornaliera al Henry Hub.

Gli Stati Uniti non possono rischiare di rimanere senza gas nei stoccaggi e quindi per tutta la stagione estiva deve soddisfare la domanda interna e anche riempire gli stoccaggi. Il prezzo a questo punto dovrebbe stabilirsi permanentemente sopra i $4 /MMbtu che è il breakeven dello shale gas. In febbraio è andato ben oltre i 6$.

Gli Stati Uniti potranno forse cominciare a esportare nel 2016, ma saranno sempre quantità irrisorie. Contrapposta la produzione alla domanda, la differenza è così piccola che entrambi i numeri potrebbero facilmente cadere vittima di qualche naturale margine di errore, ed essere invertiti.

Nel 2020 la differenza è di 25 Mtoe, o 30 miliardi di metri cubi. Neanche la metà del consumo annuo italiano del 2012.

Aggiungiamo eventuali 50 miliardi di metri cubi canadesi e America del Nord potrà effettivamente esportare 80 bcm.

La Russia nel 2012 ha prodotto ca 600 miliardi di metri cubi e consumato ca 400. La differenza sono 200 miliardi di metri cubi, di cui 130 sono andati via pipeline in Europa. Più i 30 all’Ucraina e sono 160 miliardi di metri cubi che noi europei compriamo dalla Russia. Un record storico. Quei 80 bcm nordamericano sono il 50%, e affidabilità o no del fornitore principale, sarebbe comunque bene diversificare. Peccato che abbiamo inventato il mercato libero.

Perché diciamo che gli Stati Uniti riuscissero a esportare.

Tanto per cominciare il prezzo riservato a noi europei non saranno quei 4$ di prima. Bisogna aggiungere il trasporto all’impianto di gassificazione (0.2$), la liquifazione (ca 1.5$),  e trasporto (0.6$) e rigassificazione (1.5$) e siamo a 7.8$/ MMbtu e quindi ca 6€. Convertendo in Mwh siamo a ca 20€/MWh per il LNG statunitense.

Oggi domenica il prezzo al PSV è di 18€/Mwh, cioè meno del prezzo che dovremmo pagare agli americani, anche se normalmente è di ca 25€. Gli italiani per motivi infrastrutturali pagano uno dei prezzi più alti in europa, ma il differenziale con il LNG americano non è sufficiente per portare il gas qua, visto che farà anche abbassare lo spread ulteriormente.

Non vi è ombra del dubbio che gli americani esporteranno in Asia, dove oggi pagano dai 14$ ai 17$/MMbtu, dandogli un margine di 50-100%.

Ah, è così abbiamo anche risolto il problema SouthStream. Non verrà mai costruita, perché nel frattempo abbiamo accettato di pagare il gas ucraino noi, eliminando il problema dell’inaffidabilità dell’Ucraina.

Il vero interesse della Russia in Ucraina

In un contesto di global weirding il comportamento della Russia è perfettamente logico. La riannessione della Ucraina alla parte centrale dell’ex-Unione Sovietica è assolutamente necessaria da un punto di vista di sopravvivenza dello stato centrale.

Non si tratta di assicurare vie ex-Ucraina per il gas da vendere alla UE. Tanto Nordstream viene usata al 20% della sua capacità, e in realtà Ucraina non è che si era comportata tanto male con il gas. Tranne per il piccolo fatto che non lo pagava alla Russia.

Quello che sta succedendo ora è invece da leggere nella chiave calorica nel suo più basico senso italico. Grano. Ecco l’Ucraina dell’Est:

Ucraina = grano

Vi ricordate sicuramente gli accaduti del 2010. La Russia bruciava, un caldo torrido che ha colto il paese completamente impreparato. Non faceva così caldo dal 1920. Una siccità cinquecentenale che però è ritornata dopo meno di un secolo. Il risultato sulle raccolte è stato disastroso e Putin ha dovuto bloccare le esportazioni di grano per cibare il popolo russo.

A livello mondiale i prezzi hanno fatto un +50% tra maggio e agosto 2010. Nel grafico sotto il contratto continuo sull’Euronext, borsa europea di commodities. Il contratto è legato al mercato fisico francese che ha un solo delivery point a Rouen, e tende quindi comunque a una volatilità alta. Quest’anno dovrebbero aggiungere altri due silos. Ne avremo bisogno.

In ogni caso, anche dopo quella siccità disastrosa, il prezzo si è stabilito a un livello più alto. Ora costa più o meno come nel agosto 2010.

Si può discutere cosa ha causato la siccità. Non sono in pochi a puntare il dito su El Niño, anche se gli effetti così lontano dai trade winds dovrebbero essere non grandissimi.. Possibile comunque che il bimbo accaldi anche la Russia. Peggiorato dal fatto che poi in Russia non piove, mentre in Scandinavia e in Finlandia si annega uscendo dalla porta.

In ogni caso El Niño del 2010 era particolarmente debole e i grossi disastri del 1997/8 non si sono ripetuti. Ora vado a riprendermi il grafico sulle temperature, dove si vede quali sono gli anni El Niño:

Allora, debole o no, la temperatura era 0.6 centigradi sopra una media calcolata sugli anni 1950-80. Il trend delle temperature è crescente, e l’ultimo Christkind risale appunto al 2010. Ora Internet è piena di articoli che spiegano che il 2014 sarà un anno El Niño. Qua uno tecnico. Questa volta sarà massiccio.

the more heat in the Pacific, the bigger the El Niño and right now, 150 metres below the surface, a ball of warm water is crossing that ocean and it’s huge.

Sotto la superficie del non particolarmente Pacifico sta viaggiando una gigantesca palla di calore.

Siamo al 75% di probabilità che avremo questo tremendo El Niño. L’effetto sulle raccolte in Australia e in India è potenzialmente enorme. Gli Stati Uniti avrà tutta la pioggia che dovrebbe cadere nel sud-est asiatico, con aggiunta di uragani e tempeste un po’ ovunque.

E la Russia si prepara, usando la solita raffinata diplomazia per assicurarsi la presenza del suo granaio preferito.

Si salva la Contea?

Chissà cosa succede a quel 5% di terreno che l’Ucraina voleva affittare ai cinesi. Il deal ci sarà o no?

Too fat to fight, Italian Edition

Riprendo un altro post del 2012, Too fat to fight. Parla degli Stati Uniti e di come sta diventando impossibile trovare reclute normodotate, e sopratutto normopesi. Il problema è che quei 25% di ragazzi americani normonormo rimasti devono fare tutto: studiare, lavorare, fare figli normonormo, pagare le tasse, e a quanto pare anche mandare i figli normonormo a difendere il paese.

Un problema che evidentemente condividono con la Cina, dove i ragazzoni sono talmente cicci che non entrano più nei carri armati. Loro almeno non hanno autodistrutto il sistema scolastico. Saranno ciccioni, ma la matematica senza alcun dubbio, la studiano parecchio.

Comunque anche Italia ha un posto da primato per quanto riguarda l’obesità. Quindi è solo questione di tempo prima che anche qua l’esercito debba abbassare i criteri per le reclute. O meglio era questione di tempo. Ne il Venerdi di LaRepubblica/L’Espresso SpA leggo che l’esercito abbassa la pretese. Ci sarebbe da togliere il limite sulla statura, 165 cm per gli uomini, e 161 per le donne.

Così potrebbero entrare nell’esercito più sardi per esempio, che ora pare si sentano parecchio discriminati. Siciliani e calabresi non sono altrettanto benvenuti nell’esercito o forse hanno espresso meno rancore per la discriminazione, nonostante siano bassi uguali agli sardi:

Da Wikipedia.
I sardi in realtà non sono bassi per niente, avendo una statura media poco inferiore agli 173 cm. 8 più del limite dell’esercito.

Per ora è una inziativa della politica, perché l’esercito si sta opponendo. Ma non avranno scelta, perché qua c’è da risolvere un problema vero, che non è quello falso della discriminazione per altezza dei sardi.

I pugliesi sono storicamente il bacino di reclutamento più entusiasta del militare. Un altissima disoccupazione giovanile probabilmente rende la carriera militare alettante, e una volta che ci lavorano padri e zii, ci vai anche tu volentieri.

Come si vede, la Puglia è messa malissimo con quasi 50% di giovani disoccupati.

Situazione che condivide con Calabria, Basilicata, Sicilia e anche la Sardegna.

Per non parlare della Campania, Molise, Lazio, Liguria…e tutto il resto tranne il Trentino.

Sono quindi milioni di giovani uomini e donne disoccupate, che sicuramente basterebbero per riempire gli eserciti anche di qualche altro paese.

Se non fossero anche sovrappeso oltre a essere disoccupati. I pugliesi sono tra i più obesi dell’Italia (e quindi del mondo, pensa te). Ho trovato numeri solo per il 2007 ma la situazione non è sicuramente migliorata con la crisi economica. È anzi probabile che sono ingrassati ancora. Rinunci a carne e verdura per pasta e pane, perché non sei in grado di scontare ad oggi la migliore salute che avrai a 50 anni.

Graficamente per regione (dati qua):

I sardi sono disoccupati come nelle regioni del sud, ma sono in forma quasi come nelle regioni mangiacarne del nord.

Perfetti per costituire la futura difesa italiana.

La scomparsa della volatilità, caso gas

Da quandl ho tirato giù i prezzi del gas inglese, chiamato NBP (da National Balancing Point), per il periodo che va dal 1997 al 2014. Ho scelto il NBP perché è l’unico punto di scambio virtuale veramente liquido in Europa, ma anche perché ovviamente tutti gli altri hub non pubblicano i dati. Te li devi pagare se li vuoi. O riempire formulari burocratici perché chissà cosa pensi di fare con quei dati.

Comunque, l’esercizio serve per riflettere un attimo sulla volatilità dei prezzi. Si da il caso che più o meno quello che vale per il NBP può valere anche per gas olandese e tedesco, visto che si tratta di mercati abbastanza liquidi. Mentre il PSV è un pochino più indietro come mercato.

Ecco il prezzo del gas inglese in pence/therm contro i ritorni giornalieri, prezzi front month per evitare tutti quei spiacevoli spikes dei prezzi che rendono difficile l’analisi:

La volatilità giornaliera era molto alta fino ad agosto 2008, anche se una qualche diminuzione inaspettata si aveva già dal ottobre 2007 fino a maggio 2008.

Ma poi è avvenuto il crollo dei mercati con conseguente domanda industriale sempre più debole. In questi anni ci sono stati anche alcuni inverni veramente miti, riducendo ulteriore la domanda. Se poi buttiamo dentro anche la questione stoccaggi, sempre più stabile ed ampia a livello europeo, è chiaro che non c’è nessun motivo per avere una volatilità alta.

Un sacco di gas, fornitori superaffidabili (soprattutto Gazprom), domanda debole. Fai una fatica a muovere i prezzi.

Questa morte della volatilità si vede ancora meglio se annualizzo la deviazione standard, ho usata una rolling a 14 giorni:

Come sfondo in blu il numero di contratti scambiati. Ad occhio sembra quasi ci sia una correlazione negativa tra contratti scambiati e la volatilità annualizzata. Nel senso che più volte la mia molecola di gas cambia mano, più facile le è scoprire il suo vero valore senza saltare su e giù. In altre parole, la liquidità come nemico del player piccolo. La liberalizzazione che lascia solo i vecchi oligopolisti in piazza.

Ma vediamo anche una possibile fonte di un pericoloso compiacimento. Zoomando:

Che fai se per tre anni di fila ti abitui che il prezzo ogni giorni sale o scende di pochissimo? E che anzi ogni giorni sale o scendo di meno rispetto al giorno precedente? Risposta: Il tacchino di Taleb.

Perché il giorno in cui avviene il cambio di tendenza non riesci a coglierlo, e poi non lo cogli per parecchio tempo, pensando che i tre anni appena passati debbano essere la norma. E non lo sono.

Zerohedge conferma i miei dati sull’oro; l’outing del BCI

Un anno e mezzo fa ho dato un valore alla parte della riserva aurea custodita in Italia, intrapolando dati forniti da nessun altro che Alberto Angela in combinazione con dati Bankitalia e una comuna calcolatrice.

Il risultato dei miei calcoli era che neanche il 60% dell’oro italiano si trova in Italia, il resto all’estero. Il 60% dei 2.712,6 tonnellate (o Megagrammi con terminologia SI) sono 1.518,7 tonnellate.

Quindi 1.200 tonnellate di oro italiano si troverebbe in chissà quale caveau straniero.

La mia opinione su questo fatto lo cito dal vecchio post, perché con i recenti sviluppi tra Germania/USA questa opinione si è solo rafforzata:

Perché l’oro lo possiede chi lo tiene fisicamente. Oro è moneta, altrimenti la Banca d’Italia e tutte le altre banche nazionali non si sarebbero mai preoccupate tanto. Se poi le mie monete si trovano nel portafoglio di un’altra persona, che non me le fa guardare, figuriamoci toccare, quelle monete sono mie solo se la mia bomba atomica è più grande della sua.

Ma fino ad oggi non ho avuto nessuna conferma che l’Italia sfortunatamente ha perso 1.200 tonnellate di oro.

Secondo ZH è proprio la Banca d’Italia a regalarci questi dati, pubblicando un pdf, con l’ingresso ironico “Perché la Banca d’Italia detiene le riserve ufficiali del Paese?”

La Banca d’Italia ci dice che la riserva aurea contiene 2.452 tonnellate, non i 2.712 del World Gold Council del 2011. Quindi 260 tonnellate sono già state vendute.

Questi 2452 tonnellate, o 78,8 milioni di troy ounce, alla fine del 213 valevano 69 miliardi di euro. Oggi, calcolando con un cambio di 1.38 e quindi un prezzo in euro al troy ounce di 942 euro, abbiamo un valore di 74 miliardi di euro.

Ma più importante è che la BI dice dove sta l’oro:

Sono custodite per circa la metà della loro consistenza presso le “sacristie” della Banca d’Italia in Roma. Il resto delle riserve è depositato all’estero: la parte più consistente è custodita a New York presso la Federal Reserve. Altri contingenti di dimensioni più contenute si trovano a Berna, presso la Banca Nazionale Svizzera, e a Londra presso la Banca d’Inghilterra.

Quindi 1200 tonnellate in Italia e 1200 fuori. E così viene confermato quello che ho scritto nel novembre 2012.  Se poi per “parte più consistente” prendiamo 1000 tonnellate, significa che l’Italia ha regalato 32 milioni di troy ounce, o 30 miliardi di euro agli Stati Uniti.

Perché proprio ora viene pubblicato un minuscolo pdf di 3 pagine che ci svela quanto siamo dipendenti dagi Stati Uniti? Ricordiamoci che non esistono i cosiddetti complotti, ma comunque le agende si. Indubbiamente la BCI ha un agenda nel pubblicarla ora.

E la troviamo nella frase:

…la Banca Centrale Tedesca ad esempio, detiene a Francoforte il 31 percento del proprio oro; si prefigge di reimportare con gradualità quantitativi tali da arrivare nel 2020 a detenere in Germania la metà della riserva aurea, lasciando all’estero la metà rimanente.

L’Italia il migliore della classe, avendo solo lasciato la metà dell’oro agli Stati Uniti già in precedenza. E se la Germania si ferma alla metà, non è certo il caso che l’Italia vada oltre.