Oro, siamo di nuovo cautamente bullish

Per vari motivi ultimamente il nostro vecchietto preferito, l’oro, è tornato in auge.

Quando la discesa è iniziata in settembre 2011 abbiamo visto prima un double bottom  – dicembre 2011 e maggio 2012, seguito dalla finta ripresa tipica dell’anatomia di una bolla. La vera discesa doveva ancora iniziare:

Oro in dollari dal 2009 ad oggi

Da ottobre 2012 fino a luglio 2013 l’oro in dollari ha perso il 34%.

Ora però vediamo che si è formato un double bottom praticamente uguale a quello del 2012:

I due double bottom dell’oro

Anche questa volta dopo il doppio fondo abbiamo avuto un golden cross, e cioè che la media mobile a 50 giorni incrocia la media mobile a 200 giorni arrivando dal basso, e con entrambe le medie mobili in salita. In 3 mesi l’oro è salito 16% e si trova in questo momento ai livelli visti sei mesi fa.

C’è la tentazione di dire che il trend al ribasso si è interrotto ma forse avremmo bisogno di vederlo prima rompere il livello di agosto di 1400 dollari al troy ounce.

Lato fondamentali è sempre complicato capire cosa succede, perché non c’è molta trasparenza e i dati non sembrano verificabili neanche da chi ci lavora da decenni.

Sappiamo magari cosa succede, ma non le entità. Le economie emergenti continuano ad accumulare oro, sia da parte delle banche centrali che da parte dei privati. Cina non aggiorna la cifra sulle riserve dal 2009 ma è probabile che abbiano raddoppiato da 1,054 tonnellate a 2,710 tonnellate. In India negli ultimi anni sono state introdotte tassazioni pesanti e le solite complicatezze burocratiche (importatori costretti ad ri-esportare il 20%…) sulle importazioni per evitare l’indebolimento del rupee. Il risultato è che l’oro in India viene tradato a un premio di 200$.

Che il prezzo sulla borsa è manipolato pare certo. Due volte al giorno rappresentanti di cinque banche si telefonano per 15 minuti a un’ora, per fissare il prezzo sul mercato per le prossime ore. Il processo va avanti da quasi 100 anni, senza nessun tipo di audit esterno o regolamentazione. Di prezzo mercato libero quindi neanche traccia.

Pochi mesi fa la Bafin, il regolatore bancario tedesco, ha aperto un inchiesta sulla Deutsche Bank, anche irrompendo negli uffici della banca, per cercare alcuni documenti. Praticamente lo stesso giorno la DB si è ritirata dal suo ruolo nel gruppo dei cinque, anche se non ci è dato sapere perché. La scusa ufficiale è che non vogliono avere a che fare con le commodities.

Forse ci sono anche forti squilibri domanda-offerta, coperto dal fatto che chi decide il prezzo sono alcune banche occidentali con forte interesse a tenere i prezzi bassi per quanto ci riescano. Se Sprott ha ragione la domanda nel 2013 era più del doppio dell’offerta. In questa luce un caduta del prezzo di 34% risulta inspiegabile.

Nel frattempo continua l’impatrio dell’oro tedesco. Il patto era che le 674 tonnellate avrebbero impiegato 8 anni a ritornare la casa, 84 tonnellato all’anno. Il bilancio per il 2013 è di soli 37 tonnellate, di cui solo 5 dagli Stati Uniti, il resto dalla Francia. Ma come spiega Die Welt, ha tutto una spiegazione perfettamente ragionevole.

I lingotti detenuti in America non avrebbero la forma giusta per London Good Delivery e devono prima essere fusi e trasformati, tutto sotto rigoroso controllo da funzionari tedeschi. Al costo di impiegare 60 anni per il rimpatrio. E lasciando comunque 1200 tonnellate negli Stati Uniti.

Per il 2014 gli Stati Uniti hanno però promesso di ridargli da 30 a 50 tonnellate. Se ci riescono tutto bene, se no bisogna accettare che i 1500 tonnellate di oro tedesco non si trovano più fisicamente nei cavaeu statunitensi ma da qualche parte in Cina. A quel punto si spera che qualcuno indaghi sulle forse 1000 tonnellate di oro italiano detenute all’estero. 

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