Archive | marzo 2014

WTO a Cina: le vostre riserve sono nostre

Yttrium, prima identificato a Ytterby, Svezia

Per poter sfruttare la Cina in maniera più semplice, come mercato per tutto quello che ancora pochi anni fa veniva prodotto solo negli Stati Uniti, e come produttore di materie prime importantissime come le terre rare, gli Stati Uniti ai tempi avevano fatto notevole pressione sulla nascente potenza mondiale di aprirsi al mondo più velocemente possibile.

Aprirsi significava non certo introdurre democrazia e rispettare diritti umani, ma semplicemente di abbassare gli ostacoli al commercio che rendeva troppo cara la roba di cui gli US avevano bisogno, e che allo stesso tempo non permetteva all’industria cinese di comprare macchinari americani.

La vicenda è riuscita, e nel dicembre del 2001 la Cina è entrata nel WTO.
Evento ben più importante degli altri eventi del 2001.

Perché questo ha dato inizio allo spostamento del centro economico, per ora solo economico, dagli USA alla Cina.

Wallerstein colloca l’inizio del “sistema mondo”, ovvero un centro di potere economico (ma anche politico-militare) con l’accumulo di capitale da parte dell’Inghilterra nel XVI secolo, ma il professore svedese in ecologia umana Alf Hornborg ha approfondito la questione. Nel suo “The Power of the Machine” (Myten om maskinen) descrive convincente – dopo Tainter, ma prima di Diamond – come già antichissime civiltà esportavano prodotti finiti verso le periferie facendogli pagare sovrapprezzi rispetto alle materie importate da loro per poterli produrre. Sovrapprezzo ovviamente anche contando il lavoro svolto nel “centro”. Il disequilibrio si può mantenere tramite supremazia militare e presunta supremazia culturale e religiosa.

Lo spostamento di potere economico ha reso possibile alla Cina di fare retromarcia su alcuni obblighi a loro imposti. Come per esempio quello di sostenere l’industria americana, svendendo le ricchezze del sottosuolo cinese. Quattro anni fa la Cina si vedeva già abbastanza forte per sfidare gli US, tagliando le esportazioni delle terre rare, le rare earth.

Ovviamente anche l’UE ne è dipendente, e infatti era stato stilato un documento, anche quello 4 anni fa, sulla criticità di almeno 14 minerali.

Avevo scritto in giugno 2010:

La UE è molto preoccupata del fatto che tante economie emergenti stanno sviluppando strategie per lo sviluppo industriale tramite commercio, tassazione e investimenti mirati a preservare risorse e materie prime per uso nazionale (Cina, Brasile, Kazakhistan, India e tanti altri).

Da un punto di vista OCSE queste economie emergenti intesi come nostre periferie non hanno nessuno diritto di metterci i bastoni nelle ruote rallentando la produzione o vendendo a una industria nazionale che non dovrebbe neanche esistere, in un mondo ideale.

E infatti la WTO ha recentemente giudicato che la Cina non ha nessun diritto di restringere le esportazioni delle “nostre” terre rare, come da articolo  ne IlSol24Ore di Bellomo.

O come dice The Economist:

China’s economy has evolved faster than anyone hoped.

“Hoped” qua ovviamente si legge “feared”.

E per proteggere quella crescita ci sarà un parallello aumento delle spese militari, e prima o poi uno spostamento completo del centro WTHD.

La fine dell’altissima volatilità nel caffè?

In novembre 2012 avevo descritto l’anatomia di una bolla, prendendo come esempio il caffè.

Avevo tracciato una lunga linea arancione come supporto, e poi mi sono inventata una linea blu come tetto di un canale di crescita.  Poi ho inserito dei rettangoli per spiegare quelli che secondo me erano i quattro fasi della bolla, applicati alla nostra droga mattutina preferita.

La fase di sgonfiamento l’avevo fatta finire proprio li sulla linea arancione.

Il grafico di 1 anno 4 mesi fa:

Kaffebubblan

Ovviamente avevo sbagliato. Il bello dell’essere blogger.

La fase di sgonfiamento è infatti andata avanti ancora un anno intero, fino a novembre 2013. Il prezzo è rimbalzato ancora una volta sulla linea, poi invece ha cercato due volte di ritornarci sopra senza riuscirci, e alla fine si è rassegnato agli anni di sovraproduzione del fagiolino.

Arabica contratto continuo

Come al solito succede i prezzi schiacciati ha messo moltissimi coltivatori in difficoltà. Si è cominciato a dire che molti saranno costretti ad abbandonare e quindi si è diffusa la paura di futuri problemi di produzione.

Inoltre la qualità del caffè sta peggiorando per i cambiamenti climatici, il che aumenta anche i costi di produzione.

La paura nel business delle commodities è un fortissimo driver e in pochissimo tempo la fase di sgonfiamento si è trasformata in una fase di gonfiamento esplosivo.

A far salire i prezzi di 80% in pochi mesi è stata soprattutto la lunghissima siccità in Minais Gerais (Arabica). In alcune aree si parlava in febbraio di 45% di fagioli cattivi. In più sono state deludenti le esportazioni di Robusta dal Vietnam.

E poi a metà marzo ha cominciato a piovere in Minais, e tutto torna normale. Resta solo da vedere dove sta questa normalità, se dopo qualche rimbalzo si ferma sulla mia linea arancione o no.

La fine della volatilità del prezzo come dal titolo dovrebbe valere dalla fine di aprile in poi, almeno fino alla prossima “inaspettata” siccità l’anno prossimo. I magazzini sono ancora colmi di caffè.

Ed è guerra

Ora la Crimea non è più parte dell’Ucraina, ma della Russia.

Questo significa che le truppe e le caserme ucraine in Crimea non si trovano più in Ucraina, ma in Russia. Chiaramente è spiacevole per i russi trovarsi truppe ucraine tra i piedi, e hanno quindi tutto il diritto di difendersi. </sarc off>

E infatti, come il Corriere cita Kiev: È conflitto miliare. Cioè guerra. Almeno un soldato ucraino è già morto. C’è stato un attacco armato in una base della Marina militare a Sinferopoli, capitale della penisola.

Con questo abbiamo di nuovo una guerra tra due stati europei – non guerra civile, o almeno uno stato che vorrebbe essere europeo e uno che lo vorrebbe evitare a tutti i costi.

Putin che si era sempre dichiarato non interessato alla Crimea, perché non era russa, ora è più che interessato, proprio perché russa, e deve difendere i suoi connazionali dalle truppe nemiche su suolo russo.

Vladimir “Brokeback Mountain” Putin

Un po’ un peccato che non sia mai stato interessato a difendere i russi che vivono più vicino a casa.
Se sono gay, prigione.
Se protestano contro la corruzione, prigione.
Se cantano, prigione.

Attendiamo a vedere a quali altri territori Putin non è interessato.

Però è più difficile per Putin “non interessarsi” di altri territori: non ci sono molte grosse isole con una popolazione di russi etnici del 90% o giù di li.

Il dubbio è che in realtà si tratti della solita tattica statunitense per pagarsi i debiti: andiamo a prenderci gli eventuali idrocarburi sottosuolo, in questo caso sottomare.

Le notevole riserve di gas in Siberia non dureranno per sempre. E con Crimea sotto controllo, e le acque di nuovo russe, sarà Gazprom a decidere quando andare a esplorare il mar nero che pare talmente promettente che i major quali Exxon, Shell e ENI, si erano avvicinati al governo a Kiev. Tutto annullato. Sarà Gazprom ad aprire eventualmente il rubinetto.

Oro, siamo di nuovo cautamente bullish

Per vari motivi ultimamente il nostro vecchietto preferito, l’oro, è tornato in auge.

Quando la discesa è iniziata in settembre 2011 abbiamo visto prima un double bottom  – dicembre 2011 e maggio 2012, seguito dalla finta ripresa tipica dell’anatomia di una bolla. La vera discesa doveva ancora iniziare:

Oro in dollari dal 2009 ad oggi

Da ottobre 2012 fino a luglio 2013 l’oro in dollari ha perso il 34%.

Ora però vediamo che si è formato un double bottom praticamente uguale a quello del 2012:

I due double bottom dell’oro

Anche questa volta dopo il doppio fondo abbiamo avuto un golden cross, e cioè che la media mobile a 50 giorni incrocia la media mobile a 200 giorni arrivando dal basso, e con entrambe le medie mobili in salita. In 3 mesi l’oro è salito 16% e si trova in questo momento ai livelli visti sei mesi fa.

C’è la tentazione di dire che il trend al ribasso si è interrotto ma forse avremmo bisogno di vederlo prima rompere il livello di agosto di 1400 dollari al troy ounce.

Lato fondamentali è sempre complicato capire cosa succede, perché non c’è molta trasparenza e i dati non sembrano verificabili neanche da chi ci lavora da decenni.

Sappiamo magari cosa succede, ma non le entità. Le economie emergenti continuano ad accumulare oro, sia da parte delle banche centrali che da parte dei privati. Cina non aggiorna la cifra sulle riserve dal 2009 ma è probabile che abbiano raddoppiato da 1,054 tonnellate a 2,710 tonnellate. In India negli ultimi anni sono state introdotte tassazioni pesanti e le solite complicatezze burocratiche (importatori costretti ad ri-esportare il 20%…) sulle importazioni per evitare l’indebolimento del rupee. Il risultato è che l’oro in India viene tradato a un premio di 200$.

Che il prezzo sulla borsa è manipolato pare certo. Due volte al giorno rappresentanti di cinque banche si telefonano per 15 minuti a un’ora, per fissare il prezzo sul mercato per le prossime ore. Il processo va avanti da quasi 100 anni, senza nessun tipo di audit esterno o regolamentazione. Di prezzo mercato libero quindi neanche traccia.

Pochi mesi fa la Bafin, il regolatore bancario tedesco, ha aperto un inchiesta sulla Deutsche Bank, anche irrompendo negli uffici della banca, per cercare alcuni documenti. Praticamente lo stesso giorno la DB si è ritirata dal suo ruolo nel gruppo dei cinque, anche se non ci è dato sapere perché. La scusa ufficiale è che non vogliono avere a che fare con le commodities.

Forse ci sono anche forti squilibri domanda-offerta, coperto dal fatto che chi decide il prezzo sono alcune banche occidentali con forte interesse a tenere i prezzi bassi per quanto ci riescano. Se Sprott ha ragione la domanda nel 2013 era più del doppio dell’offerta. In questa luce un caduta del prezzo di 34% risulta inspiegabile.

Nel frattempo continua l’impatrio dell’oro tedesco. Il patto era che le 674 tonnellate avrebbero impiegato 8 anni a ritornare la casa, 84 tonnellato all’anno. Il bilancio per il 2013 è di soli 37 tonnellate, di cui solo 5 dagli Stati Uniti, il resto dalla Francia. Ma come spiega Die Welt, ha tutto una spiegazione perfettamente ragionevole.

I lingotti detenuti in America non avrebbero la forma giusta per London Good Delivery e devono prima essere fusi e trasformati, tutto sotto rigoroso controllo da funzionari tedeschi. Al costo di impiegare 60 anni per il rimpatrio. E lasciando comunque 1200 tonnellate negli Stati Uniti.

Per il 2014 gli Stati Uniti hanno però promesso di ridargli da 30 a 50 tonnellate. Se ci riescono tutto bene, se no bisogna accettare che i 1500 tonnellate di oro tedesco non si trovano più fisicamente nei cavaeu statunitensi ma da qualche parte in Cina. A quel punto si spera che qualcuno indaghi sulle forse 1000 tonnellate di oro italiano detenute all’estero.