Obsolescenza programmata

Telefono anni ’70.

 
Chiunque abbia avuto a che fare con elettrodomestici per più di qualche decennio, ha potuto constatare che “era meglio una volta”. 

 Le lavatrici (al plurale) della mia nonna, comprato con gran fanfare nei primi anni cinquanta, sono durati almeno trent’anni. Dismessi non certo perché non funzionavano più, ma perché la vita cambia e i nonni un giorno non c’erano più. Un piccolo frigorifero di sostegno ci ha fatto servizio dal 1979 al maggio di quest’anno. Il telefono di casa di quando ero piccola, un modello classico conosciuto da tutti noi così fortunati da crescere negli anni ’70, funzionava ancora perfettamente quando miglioramenti tecnologici della rete telefonica svedese a metà ’80 l’hanno reso modernariato. E così via.

Tutti prodotti di una industria che non aveva ancora scoperto il concetto dell’obsolescenza programmata e cioè il fatto che un prodotto può essere creato, “disegnato” perché un giorno più o meno predefinito si rompa.

Per gigantesco errore a un certo punto in casa a Milano si trovava una lavatrice Samsung con pannello da controllo degno di un F-35. La scheda madre si è rotta un mese dopo che la Samsung aveva deciso di dismetterne la produzione. Ovviamente un caso, ma forse anche no. Un veloce giro di google ha trovato più di un forumpost indignato che parlava di quella scheda madre. La mia nuova lavatrice è la più meccanica che si trovava sul mercato norditaliano, l’unica vera meccanica viene (veniva?) venduta, secondo la commessa, solo in Calabria. Potevo farla venire a Milano pagando 200 euro il trasporto. Visto che avrebbe raddoppiato il costo della lavatrice ho deciso di no. Probabilmente anche eventuali parti di ricambio a questo punto si trovano tutti in Calabria.

 Poi, la falce. La vecchia aveva 100 anni. Dopo che è stata mandata in pensione ne abbiamo già fatto fuori altre due, in due anni.

Un caso di elettronica, un caso di acciaio.

Penso che tutti noi siamo al corrente del fenomeno da tempo. Forse però chi è nato dalla fine degli anni ottante in poi lo crede normale, che la roba non duri. Per noialtri è fonte di giustissima frustrazione.

Conviviamo ormai con questo disastro. I prodotti si rompono e ci dicono che viviamo ormai in una società di terziario puro e che costa meno buttare e comprare nuovo. E per ogni generazione che riescono ad abituarci le cose possono rompersi ancora più in fretta senza che smettiamo di comprarli.

Il mio primo telefonino, la famosa banana della Nokia, credo un 3110, e comprato nel 1997, si è rotto solo nel 2003 perché una piccola persona a me vicina gli ha fatto il bagnetto. Anche se ultimamente il trend del “cambio telefono” si è interrotto, fino a poco tempo fa appena usciva il nuovo iPhone era obbligatorio mettere il vecchio nel cassetto.

Il mio bellissimo frullatore KitchenAid, e chi di voi conosce KitchenAid sa quanto si vanta della qualità, aveva delle parti in plastica che si sono rotti dopo solo qualche anno. Devo dire che il successore, un robot decisamente bruttino di marca Kenwood, ormai lavora da 10 anni.

Ma più informatizzano i prodotti più è facile manipolarli. Ci sono cartucce programmate a non farsi usare dopo una data di scadenza, anche se ancora piene. La vecchia stampante HP era un disastro da questo punto di vista. E non funzionavano ancora abbastanza bene le cartucce bassa moda, tipo ecostore. Quando ho dovuto sostituirla ho scelto una Epson, che ormai ha retto ben 6 anni, sopravvivendo anche un pc, e ormai accetta le cartucce non di marca, che sono pure ricaricabili. Ovviamente non aggiornerò mai il firmware.

Invece quando si tratta di prodotti che teoricamente non si rompono mai, tipo posate in acciaio inox, o servizi da tavola, le case produttrici cercano di imporci modelli e colori perfettamente piazzabili in un anno specifico, in modo da rendere la proprietaria troppo consapevole che l’amica, sposata due anni dopo, possiede robetta più moderna di lei.

E poi materiali da costruzione. Non credo nessuno si faccia illusioni sul fatto che i grattacieli del progetto di prestigio Bosco in Città possano durare cinquecento anni, come i palazzi del centro storico. Che a dire il vero, staranno in piedi molti anni dopo che il BiC sarà già stato dismesso per pericolosità.

Lenzuola. Quelle ereditati, che le nonne hanno portato in dote sposandosi negli anni ’30 e ’40, quelle sono ancora perfette. Le mie, sia lino di Bellora che cotone di IKEA, non importa, hanno già i buchi. I jeans che una volta erano pantaloni da lavoro ora sono moda, e lì devo dire che ho aiutato anch’io il concetto OP. Rifiutandomi di portare pantaloni così scomodi finché il denim non fosse diventata di produzione high-tech giapponese, morbidissimo e comodissimo. E rompebole in poco tempo. Ma belli. Una concessione alla vita in città.

Per quanto riguarda la vita in campagna, niente concessioni. Presento qua le mie scarpe preferite. Stivali di gomma, marca Tretorn:

Stivali di gomma Tretorn

Hanno 45 anni questi stivali, li ho ereditati. La gomma è naturale, niente PVC. Purtroppo cominciano a essere un pochino asciutte al tatto.

Una volta esistevano due case produttrici di stivali di gomma molto importante nei paesi nordici, Tretorn e Nokia. Nokia ha scelto un’altra strada.

La suola interna è di legno, morbido e isolante. In autunno basta mettere una suola di feltro sopra e si sta al caldo.

Oggi gli stivali Tretorn non hanno più la suola interna di legno, ma la gomma è sempre naturale.

Chi compra oggi vestiti da lavoro sa che non sono quelli di una volta. Cuciture singole invece di doppie, suole incollate invece di cucite, tessuti meno spessi.

Obsolescenza programmata fa parte di questo mantra della crescita ininterrotta e obbligatoria che comincia a stufarci non poco. Visto che non possiamo avere crescita eterna in un mondo finito, perché noiosamente per ora abbiamo solo una palla da chiamare terra, arriverà prima o poi un cambio di programma. Alcuni, come i calabresi, evidentemente non hanno mai cambiato programma.

8 responses to “Obsolescenza programmata”

  1. Paolo says :

    Il consumismo è agli sgoccioli, questione di tempo e poi l'economia dell'usa e getta sarà solo un bruttissimo ricordo riportato solo sui libri di storia.
    Comunque in quest'era dell'obsolescenza programmata devo dire che i miei forno, lavatrice e televisore che ho dal 2000, fanno un figurone 🙂

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  2. andreaX says :

    Io ho tenuto un PC per 10 anni, alla fine dopo che per la terza volta si è rotta la scheda madre ho decsio di farmene uno nuovo, volendo però avrei anche potuto ripararlo.. .
    E' un discorso veramente complesso quello dell'obsolescenza dei prodotti tecnologici: se per assurdo un prodotto durasse in eterno comprato una volta non lo comprerebbe più nessuno ed alla fine l'azienda che lo ha prodotto andrebbe fallita. Un minimo di ricambio tecnologico serve proprio per far girare l'economia, però avere a disposizione prodotti che dopo i due anni di garanzia si rompono è veramente esagerato. Colpa di chi?, forse delle aziende che hanno spostato le linee di produzione in cina od in altri paesi a basso costo?. Colpa delle aziende comunque perchè comunque puntano più sul prezzo basso che sulla qualità?, colpa sempre loro perchè tanto pensano che è inutile proporre un prodotto duraturo dal moneto che poi comunque uscirà un prodotto ancora più innovativo?.
    Boh…

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  3. fardiconto says :

    Fantastici gli stivali in gomma naturale

    Io tendenzialmente faccio risuolare le mie scarpe in cuoio, per dire. Durano in media 6 o 7 anni da nuove, poi le scarto e le uso in campagna o nel pollaio. Adesso a casa ne ho un paio che ho comprato vent'anni fa. Mica si muore a tenersi la roba buona ben stretta!

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  4. Exodus says :

    Ciao,

    mi trovo un po' in disaccordo, il motivo è questo:

    i prodotti di cui parli, indistruttibili, venivano realizzati con un dispendio energetico e un imbatto ambientale spaventosi per singola unità. se oggi la stessa produzione venisse applicata, moltiplicando per il numero elevatissimo di persone che possono e vogliono avere una lavatrice o altro elettrodomestico, il pianeta così com'è collasserebbe. Poi ci sono molte altre cose da dire a favore o sfavore della tesi che prima le cose si sapevano fare e oggi no, ma questo è vivere nel passato ed è sempre un errore, anche quando si ha ragione si ha torto.

    Io ho gettato due reti ortopediche di metallo che mi ha lasciato il precedente proprietario di casa. E mobili che pesavano centinaia di chili, e fatti a mano! Ma che me ne faccio? Ora, con lo stesso quantitativo di metallo oggi se realizzano trenta letti. Una struttura in metallo e il resto in doghe è molto più salutare (tutto quel ferro sotto la schiena causa campi elettromagnetici), ma anche più “ecologica.

    Poi il concetto di “obsolescenza programmata” non ha molto senso oggi, probabilmente non è programmata, è che viviamo su di un treno sociale in corsa che rende tutto obsoleto in pochieesimo tempo, basta pensare ai floppy disk, ma anche ai cd. Il digitale ha rivoluzionato tutto, l'obsolescenza (“vecchia tecnologica”) è inevitabile.

    Diverso il caso della “senescenza programmata”, cose costruite per rompersi dopo tot utilizzi, ma è un problema industriale diverso.

    Anche perché nessuno si tiene i mobili quarant'anni, e li tramanda di padre in figlio, si getta tutto e si rinnova. E a ragione in quanto nascono nuove “comodità” che permettono un risparmio di spazio e di fatica umana, specialmente femminile. Altrimenti nessuna donna riuscirebbe a svolgere una funzione sociale, la gestione di una casa sarebbe di per sé totalizzante.

    Solo per dire che quando sei su di un treno in corsa, e non sei il macchinista, o stai sul treno o scendi giù, ma non puoi essere tu a determinare la velocità a cui deve andare. E se quel treno è destinato allo schianto, occorre ricordarsi che storicamente, prima o poi, lo schianto arriva sempre.

    Ciao e buona giornata.

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  5. Anna Ryden says :

    Trovo inspiegabile l'esistenza sulla terra di tanta gente che farà fuori da soli l'intera sua discendenza, comprando volontariamente robetta che non dura nel tempo, francamente sperperando soldi. Un classico “keep up with the joneses”? Il lato più tragico forse sono gli investimenti in “mattone” costruito con materiali che si sbriciolano solo a guardarli. Milano è piena di facciate ammuffite.

    È che ci sono tanti treni diversi, il mio mi pare decisamente più lento del tuo.

    /la lavatrice

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  6. Pinnettu says :

    Mi pare quantomeno azzardato (giusto sarebbe dire folle) sostenere che un qualsivoglia manufatto costruito per durare 5 anni anzichè 10 o addiritura 15 sia meno impattante perchè il primo richiede meno risorse per essere realizzato.

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  7. Fabio says :

    Anna, ma che fine hai fatto?
    Vabbè, volevo suggerirti un video sull'obsolescenza programmata, se già non lo hai visto:

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  8. luigiza says :

    E poi materiali da costruzione. Non credo nessuno si faccia illusioni sul fatto che i grattacieli del progetto di prestigio Bosco in Città possano durare cinquecento anni,..

    Informati meglio, non sono durati neppure 5 (cinque) mesi. Infatti son già sotto restauro.
    Per la cronaca e per non lo sapesse: il costo di manutenzione annuale ed obbligatorio per il titolare di un appartamento sito in quel bosco in città é pari ad Euro 16.000,00 (sedicimila. All'anno!!)
    Un affarone averlo comprato ed una stronzata averlo costruito.

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