Archive | gennaio 2013

Solare in Italia, passato il fondo. Salita su guadagni futuri?

Il vicino di blog questionedienergia ha bloggato ieri sulla brusca frenata degli investimenti nel settore solare nel 2012. La tesi è che per gli investitori si tratta di finanza pura, roba da ricchi insomma.

E sembra proprio così. Negli ultimi tre anni i piccoli investitori che compravano azioni long nel settore solare in Italia non hanno guadagnato un fico secco. Aziende come Aion Renewables che esistevano già prima della crisi non si sono mai ripresi:

-94% dal picco nel 2007.

Altre, come Alerion, nel 2009 hanno tentato la ripresa, per poi tornare stagnanti:

-55% dal picco nel 2007.

L’azienda svedese Etrion, quotata a Stoccolma e Canada ma operante in Italia con 60MW ha dovuto bloccare progetti per altre 200 MW quando è uscito il Quinto Conto che non dava abbastanza spazio ai nuovi investimenti:

-65% dal picco in gennaio 2011.

Nella stessa situazione si trova KR Energy, Terni e Kinexia, mentre Enel Green Power e Falck Renewables, che sono state introdotte dopo la crisi, reggono meglio.

Sino ad oggi, chi guadagnava erano i produttori del hardware, e i costruttori. L’impianto finito veniva poi dato in mano a una utility, che quella spesa enorme la poteva ammortizzare a 20 anni volendo. Ma gli azionisti non ci credevano, e lentamente durante gli ultimi 3-5 anni si sono ripresi i soldi.

Ultimamente, sia a 6-7 mesi, che a due settimane, qualcosa è cambiato. Warren Buffett ha benedetto l’intero settore, comprando per 2,5 miliardi di dollari una licenza per la costruzione di un parco solare, tra i più grandi nel mondo. L’effetto installato sarà di 580 MW. È la terza volta in un anno che Buffett lancia soldi verso il settore.

Si può presumere che il vecchietto abbia analizzato il mercato americano vedendo un cambiamento di fondamentali. Forse Buffett crede in peak oil e ha capito che l’indipendenza energetica statunitense è più che altro un miraggio. In ogni caso è curioso che proprio mentre l’intero paese si concentra sugli idrocarburi, l’investitore americano più ricco vada controvento.

Che gli Stati Uniti abbiano ampio spazio per espandere il settore diventa chiaro leggendo uno studio commissionato dal dipartimento di energia statunitense.

Watt residenziali installate pro capite in Germania nel 2011 era 9 volte più che negli Stati Uniti:

Watt pro capite totali installati (dati BP 2011):
USA : 15
Germania:  306
Italia: 209. (2012 267 watt! Dati GSE)

Per il 2011, Germania aveva installato 20 volte più energia solare, e l’Italia 14 volte più solare pro capite che gli Stati Uniti. Si direbbe che i due paesi europei dovrebbero trovarsi in una fase di assestamento, mentre gli US sono ancora in partenza per quanto riguarda costruzione e installazione.

Buffett non si muoverebbe mai senza una garanzia in tasca di guadagnarci. La sua filosofia è sempre stata quella di non investire in cose che non capiva, come l’information technology. Preferiva la coca-cola. Se ora ha deciso che capisce il solare, significa che qualcuno gli ha detto “guarda Warren, questo è il prezzo pro kWh prodotta che guadagnerai direttamente dal mercato. Questi altri soldi sono il sovraprezzo che ti dà il governo. Costruisci pure. E quandi avrai costruito, per 20 anni guadagni senza muovere un dito”.

Ed è li che noi in Italia ci troviamo ora. Per questo il quinto conto energia ha ridotto i fondi, introducendo anche ridicoli ostacoli burocratici per la realizzazione di impianti solo un pochino più grandi di quelli residenziali.

La crescita esponenziale si è già incricchiata e rallenterà ulteriormente nel 2013. Ma crescita rallentata è pur sempre crescita.

Il settore lamenta che perderà migliaia di posti lavori. E allora? Tecnici solari come bidelli al comune di Milano, con diritto assoluto al lavoro anche se non c’è?

C’è ancora tanto spazio per i pannelli, ma certamente non possiamo tappezzare tutto il paese. I lavori nel solare ora devono riguardare altre cose.

Ora è tempo di guadagnare dalla produzione di elettricità, migliorando finalmente i bilanci delle utilities, che comunque ci hanno investito e creduto. Come settore secondario ci saranno le ditte nella manutenzione, le startup ingegneristiche con per esempio innovativi sistemi per il controllo remoto, e ovviamente anche le ditte che lavorano con smaltimento e riciclo.

E infatti, sembra che l’annuncio sul quinto conto energia percepito come negativo dalla blogosfera e dagli ambientalisti, in realtà sia stato un segnale per il settore che i giorni di magra sono acqua passata. Non tutti hanno cominciato a vedere salire l’azione già da giugno in poi, ma il trend c’è.

Etrion:

Etrion in giugno è salito parecchio per poi ricadere.  Ora effetto Buffett con +30% dal 31 dicembre 2012.

Terni:

Toccato il fondo a luglio. +15% dall’inizio dicembre, con spinta Buffett dal 31/12.

SunPower, americana, ma operante in Italia, anche come partner di Etrion:

Fondo in luglio, e +100% dalla metà di novembre.

Kinexia:

Fondo in giugno con lenta stabile salita. Effetto Buffett anche qua con 22% dal 31 dicembre. Dal fondo in giugno +55%.

KR Energy:

Ignorato dal settore per tutto l’autunno, ma spinta Buffett dalla fine di dicembre con
+85%.

Falck Renewables:

Falck è in salita sin dalla quotazione, con assestamento da aprile fino a giugno 2012. Poi di nuovo salita fino al 31 dicembre. Spinta ca
+16 in questi giorni.

Enel Green Power:

Anche EGPW ha cominciato a muoversi in giugno, su 45%, ma l’effetto Buffet dalla fine di dicembre sono +17%.

Potrebbe non essere più roba da ricchi, per chi fa i compiti in casa e becca l’azienda sana.

Petrolio, prezzo raddoppiato non ha aumentato la produzione

Su the Oil Drum c’è l’ennesimo articolo che cerca di conciliare dati EIA con dati JODI, dove l’autore a un certo punto, piuttosto frustrato, si chiede se ha davvero senso tracciare tutti questi grafici, visto che tutti i dati a nostra disposizione sono incompleti, volutamente o per metodologie diverse.

Sembra quasi che JODI volesse fare un dispetto al Canada, mettendo tutta la loro produzione di syncrude, ca 940mila barili al giorno, in un’oscura categoria “other”. Mentre EIA la mette direttamente in C+C.

Comunque sia, il lavoro di conciliazione sembra funzionare bene, partendo dal fatto che le democrazie trasparenti, tipo USA e Norvegia, distribuiscono numeri affidabili. Questi numeri poi vengono usati per stimare la produzione effettiva, dove EIA praticamente sempre presenta produzione più alta che JODI.

L’unico caso veramente curioso è l’Iran, dove i dati EIA danno produzione in caduta per merito delle sanzioni contro il paese, mentre i dati JODI come comunicati dalle autorità iraniane, dicono che la produzione nazionale è stabile e in salita.

Dove va a finire il petrolio extra? La discrepanza è di 700mila barili al giorno.

Ma il grafico che colpisce veramente è presentato da un commentatore, sull’aumento di produzione durante il primo e secondo raddoppiamente del prezzo. Un immagine dice più di mille parole:

Il primo raddoppiamento, da 25 a 55 dollari (2002 – 2005) ha aggiunto 6,5 milioni di barili al giorno.

Extrapolando, il secondo raddoppiamento, da 55 a 110 dollari (2005 – 2011) avrebbe dovuto portare il greggio a quasi 89 mln di barili.

La produzione effettiva a fine periodo però era di 74 mln (75 mln nel 2012).

Forse non era fisicamente possibile produrne di più, o forse il prezzo non era abbastanza alto.

O forse l’obiettivo dei produttori e proprio un plateau, con prezzi del greggio lentissimamente in salita, permettendo ai produttori di pagare la ricerca delle compagnie di servizio come Schlumberger e Halliburton per migliorare le tecnologie di estrazione. Correre sempre più veloce per rimanere fermi.

Questo viene reso possibile perché la produzione di tight oil convenzionale da Bakken, e shale oil canadese è proporzionale al numero di rigs. Per il vero greggio convenzionale texano o saudita dell’era accelerata non c’è questa correlazione. Quindi raddoppiando il numero di rigs si potrebbe forse raddopiare la produzione di questi greggi difficili, ma si avrebbe anche un crollo del prezzo, annullando l’investimento.

Oro tedesco e difesa francese

Francamente dubitavo della veridicità della notizia Handelsblatt arrivata tramite ZH ieri. E cioè che la Germania veramente a partire da quest’anno intende rimpatriare l’oro tenuto a New York e a Parigi.

Ma oggi la Buba conferma.

Il nuovo piano di stoccaggio dell’oro presente è futuro:

Fra 8 anni il 50% dell’oro si troverà su suolo tedesco. L’altra metà rimarrà nei due paesi che ospitano le maggiori piazze per il commercio dell’oro. Sperando che il ritmo accettabile del ritiro non danneggi troppo le due economie più importanti per la finanza mondiale.

Il totale ritiro dalla Francia viene spiegato dal fatto che anche la Francia usa l’Euro come valuta, e che quindi la Germania non ha più bisogno di Parigi come centro finanziaro dove scambiare oro contro valute di riserva, in caso di bisogno.

ZH ironizza sul fatto che ci hanno messo solo 10 anni a scoprire che usano la stessa valuta, ma ovviamente il motivo per il ritiro è un altro. L’assenza di una vera capacità militare che potrebbe difendere l’oro. Se lo tieni a Parigi, perché non scegliere Stoccolma. Una settimana di difesa, al massimo.

Possiamo illustrarlo con il disastro in Mali, dove i francesi sbagliando completamente i calcoli stanno cercando di evitare un ulteriore vittoria per la primavera araba, ovvero che un altro paese ancora cede al nazionalfondamentalismo islamico.

Oppure lo possiamo illustrare con il seguente youtube, la minaccia dall’alta tecnologia francese:

Insomma, gli unici che vincono sono gli azionisti.

Germania sorpresa dalla realtà, in recessione

Il partner commerciale più importante dell’Euritalia è l’Eurodeutschland. Come ho scritto il 19 dicembre l’Italia esportava per quasi 50 miliardi verso la Germania nel 2011.

Ma è un decennio che la Germania esporta verso l’Italia per ca 10 miliardi netto all’anno, arrivando fine 2011 a un netto cumulativo di 137 miliardi di euro.

Ora, la Germania è semiufficialmente in recessione. Nel 2011 il BruttoInlandsProdukt BIP era di 3%, nel 2012 di miseri 0,7%, e si sussurra che l’ultimo trimestre ha registrato un -0,5%. Contrazione piena.

Ovviamente il primo trimestre del 2013 non vedrà cifre sopra lo zero, a meno che la Germania non applichi metodi cinesi ai calcoli PIL. Il motore dell’Europa è in recessione.

Cosa farà una recessione tedesca al PIL italiano?  Gli investimenti tedeschi in macchinari industriali sono scesi di ben 4,4%. Esattamente la categoria più importante dell’export italiano verso la Germania. Seguono prodotti chimici, e sempre industria è.

 Per rimettere in piedi questo motore europeo ci vuole praticamente una cosa sola, e cioè un euro debole. Perché senza esportazioni verso l’estero, e per estero in questo caso intendo il mondo non-europeo, non si può continuare con una valuta forte, mentre americani e cinesi e giapponesi svalutano.

Ma sappiamo che l’unico scopo della BCE è quello di tenere sotto controllo l’inflazione, non di fornire mercati assetati di credito di moneta nuova.

Per fortuna sappiamo anche che nel secondo trimestre del 2013 la recessione globale sarà finita, perché il governo tedesco calcola con un PIL di +0,5% per l’anno. Raggiungibile solo se la recessione si limita al Q1.

Osservatorio 14 gennaio 2012. China edition.

Notizie in rete negli ultimi giorni.

  • L’inquinamento a Beijing ha raggiunto livelli talmente alti che la popolazione è pregata di rimanere in casa e gli ospedali ricevono 7000 bambini con problemi respiratori al giorno. La vista nella città è inferiore a 100 metri, e tanti voli sono stati cancellati per l’impossibilità di atterraggio. Il paese che maggiormente beneficia dal nostro cap and trade sul carbone avrà spese mediche stellari per contrastare le malattie respiratorie e cardiache causati dai PM2.5. I punti PIL che gli regaliamo li perdono in salute. La differenza è cha la salute può sempre essere esternalizzata.
  • Numeri. Ormai non è solo la blogosfera che dice che il motore economico del pianeta sta falsificando le statistiche sulla crescita economica (e certamente anche sulle emissioni di anidride carbonica), ora anche Goldman Sachs e UBS suggeriscono che le statistiche sono un pochino inattendibili. I numeri comunicati semplicemente non corrispondono ai movimenti di merci nei porti.
  • La popolazione cinese sta rapidamente invecchiando, e ora sono 185 milioni i cittadini sopra i 60 anni, l’età di pensione. Le spese per le pensioni sono intorno a 200 miliardi di dollari (2011), e riguardano per ora solo la metà degli pensionati. Gli altri appartengono a categorie non ancora coperti, ma il governo è in procinto di estendere il sistema pensionistico a tutto il paese. Il sistemta pensionistico pare che sia un ibrido tra i nostri sistemi occidentali dove i giovani lavoratori pagano per i già pensionati, e conti individuali dove il lavoratore era costretto a mettere via anche la metà del guadagno. Questi ultimi sono stati razziati dai governi locali in difficoltà per i pagamenti dei pensionati. Per contrastare la piramide demografica, che sempre più assomiglia a un vaso cinese occidentale, si discute di aumentare l’età pensionabile, e di abbandonare la policy del figlio unico. Si va rapidamente verso una situazione dove il lavoro di una persona deve sostenere due genitori e quattro nonni.
  • L’acqua. Oltre all’inquinamento dell’aria, una popolazione sempre più anziana, e un’economia che probabilmente sta rallentando più di quanto possiamo sapere, la Cina ha dei seri problemi di acqua. Con il 7% delle riserve mondiali di acqua e il 20 % della popolazione mondiale già si parte svantaggiati. Molti dei fiumi più importanti dell’Asia hanno origine in Cina, e i paesi che dipendono dall’acqua cinese sono India, Pakistan, Bangladesh, Myanmar, Laos, Vietnam, Thailand e Cambodia. Ma l’inquinamento acquatico cinese, dove il 19% dei fiumi e 35% dei laghi son talmente sporchi che l’acqua non può essere usata neanche dall’industria, rischia di creare conflitti in tutta l’Asia. In più la scarsità ha reso necessario mettere in piedi un progetto di 60 miliardi di dollari per deviare risorse acquatico dal sud cinese al nord. Al nord ci sono tutte le industrie estrattive, ma anche la minore quantità di acqua. Vedremo sempre più PIL cinese dirottata in difesa, quando i vicini di casa cominceranno a protestare contro il furto di acqua?

Dallo SEN alla perdita di controllo del territorio

È partita la corsa al petrolio e gas italiano. Il SEN lo prevede, ed è come dire che il ministero di sviluppo lo prevede, e con questo alcune grandi aziende italiane che si intrecciano volentieri con la politica. Come ovunque nel mondo, del resto.

Quando queste grandi aziende intrecciate con la politica hanno bisogno di spingere il loro punto di vista, cosa fanno? Comprano spazio mediatico. Cioè pagano i giornali per scrivere articoli che i lettori credono siano obiettivi, perché continuiamo a credere nell’obiettività dei giornalisti.

Ma la stampa sta vivendo un momento di grosse difficoltà economiche. Sopravvivere ancora un decennio mentre noi, ultimi lettori delle versioni albero morto ancora compriamo il giornale, significa scendere a patti con interessi altrui. Cosa sempre fatta, ma l’equilibrio si sta spostando un po’ troppo da parte dell’acquirente.

L’articolo su La Stampa non è firmato. In questo modo non possiamo sapere chi è lo scrittore che fa il lavoro per l’ENI di sminuire “il voto popolare” che “appena vede un geologo…” “…fioriscono i comitati del no”.

Questo mentre i buoni, quelli che vogliono portare avanti l’Italia con rigoroso rispetto per le leggi ambientali e con i più stringenti criteri internazionali di standard per la sicurezza, creando migliaia di lavori, ma senza cedimenti si schierano con decisione contro quei cretini del voto popolare.

Il presidente di Nomisma è incredulo. Tutto bloccato. Nonostante lo preveda la Strategia Energetica Nazionale!

Tabarelli sa chi sta dalla sua parte, e così non esita di chiamare la Basilicata “incostituzionale”, perché non vogliono la semplice ricerca sui giacimenti. Come se la ricerca non portasse all’estrazione.

Di incostituzionale qua c’è solo Tabarelli, che vuola un controllo totale del ministero sul territorio.

«Io mi auguro che nel prossimo Parlamento qualcuno si prenda la responsabilità di fare una legge che dica che una volta rilasciata dal ministero la Valutazione di impatto ambientale, che in Italia è severissima, poi gli enti locali non possano sollevare altri ostacoli, e se lo fanno che vengano penalizzati».

TA, Brent in canale discesa e WTI in salita

I sauditi non sono molto contenti del canale in discesa in cui il Brent si trova da aprile 2012.

Il mio canale.

Intorno al 20 dicembre la MM200 è addirittura scesa sotto i 110 dollari, dopo aver passato gli ultimi 16 mesi sopra.

In dicembre hanno allora deciso di tagliare la produzione, giù 400mila b/d rispetto ai 9,49 milioni di b/d di novembre. Il motivo sarebbe la sovraofferta, che rischia di abbassargli gli introiti. Abbastanza rapidamente il Brent è poi salito per toccare il tetto del canale, il quale pone resistenza dal 31 dicembre.

Se guardiamo la curva forward del Brent sembra ovvio che il mondo intero già credeva in prezzi più bassi. La curva si presenta così da mesi:

Cosa succede qua? Il backwardation perfetto sembrerebbe indicare che l’offerta in questo momento è un po’ stretta, ma sappiamo che non è così. Può darsi che il prezzo contenga una componente di rischio anche notevole, sempre per la questione Iran-Israele. Visto che però agli Stati Uniti non interessa minimamente entrare in guerra in quella zona per il momento, neanche tanto lentamente andiamo a perdere quei 10 e rotti dollari di sovraprezzo rischio.

In più durante l’estate torna a funzionare Motiva con il suo output di 600 mila barili al giorno da petrolio di bassissima qualità, il che dovrebbe togliere ulteriori dollari al Brent, quando gli US possono raffinare più roba nazionale, rinunciando al greggio dolce d’importazione.

La curva finisce nel 2019 con un prezzo addirittura sotto il 90 dollari. Un prezzo però impossibile per gli Stati Uniti, che allora non avranno più produzione da shale con margini di guadagno.

È curioso che il WTI fino ad agosto 2013 indica un prezzo in salita:

Può darsi che problemi con raffinerie statunitensi di greggi pesanti spingono il WTI a salire fino ad agosto, riducendo lo stoccaggio di questo greggio. Oppure avevano già previsto il taglio saudita, che darà più spazio al greggio nazionale.

Tecnicamente c’è spazio per salire:

Movendosi anche parecchio lateralmente fino a giugno-agosto può salire fino a quei 95 dollari indicati dalla curva forward, e rappresentato dal tetto del triangolo, che verso fine estate infatti si trova al livello di 96-96 dollari.

L’altro oro nero continua galleggiando

Tutto il mondo e il suo gatto beve caffè. E il campionato appartiene decisamente alla Scandinavia. Sui primi sei posti ben cinque sono nostri. Il motivo si direbbe ovvio. L’inverno è lungo.

In forma grafica:

Scandinavia. Olanda. E la Svizzera. Curioso.

Se tiriamo dentro il clima rigido dei paesi grandissimi consumatori dovrebbe stupirci che sia la Polonia che la Russia sono più che moderati consumatori. Probabilmente dipende dal prezzo alto, è pur sempre una bevanda abbastanza costosa. A differenza della vodka, che invece di stimolarti a occuparti di cose più divertenti della neve, te la fai dimenticare.

Comunque sia, il mondo ne consuma sempre di piú, anche se pro capite non è cambiato molto. Dal 1991 ad oggi il la produzione, e quindi il consumo, è salito di 40%. Nello stesso periodo la popolazione mondiale è salita di 30%.

Produzione di caffè e consumo pro capite

Dati storici per produzione di caffè sono di http://www.ico.org.

C’è un picco del consumo pro capite intorno al picco della bolla IT. Indubbiamente tutti gli informatici dovevano restare svegli in qualche modo.

Secondo ICO una borsa pesa 60 kg. Se la raccolta del 2011/12 ha prodotto 131.000.000 borse sono 7,8 mln di tonnellate di caffè, poco meno dei 8 mln di tonnellate prodotte dalla raccolta 2010/11, e parecchio più dei 7,3 mln raccolti nel 2009/10.

E quindi perché il prezzo del caffè ha fatto quella corsa a partire dal 2010 e per buona parte del 2011, per poi crollare fino alla linea di resistenza storica?

Quotazione Arabica su ICE

 Ormai è un mesetto che la quotazione si aggira intorno a 1,5 dollari a libbra. Il picco è stato inizio maggio 2011 con più di 3 dollari.

La spiegazione potrebbe essere un occulto abbassamento della qualità che tu bevi a casa: Secondo Reuters i torrefattori nell’ultimo anno hanno cominciato a sostituire una parte crescente della pregiata Arabica con il più economico, ma anche più robusto, Robusta. Se avviene abbastanza lentamente i consumatori gradualmente si abituano al gusto più amaro.

Dovrebbero anche però abituarsi a una quantità di caffeina molto più alta, visto che Robusta ne contiene il doppio rispetto all’Arabica. Se gli italiani sono stati più nervosi e insonni nel 2012 che nel 2011, ora abbiamo trovato il colpevole. Non la crisi, ma il caffè.

Nel frattempo però la pressione sull’Arabica si è allentata e i prezzi sono tornati normali. Questo mentre invece la Robusta per quasi tutto il 2012 costava più dell’Arabica:

Arabica ICE vs Robusta Liffe

Sopra, Arabica in marrone e Robusta in verde. Robusta attualmente costa $c50 più di Arabica.

Le forze del mercato libero hanno funzionato alla grande quando alla fine del 2011 Robusta è diventato molto più economico dell’Arabica, e i torrefattori per non perdere margine hanno deciso per l’opzione “sostituzione”, spaventati dal fatto che anche noi consumatori stavamo decidendo per l’opzione “sostituzione”.

 Ma è improbabile che i torrefattori che hanno già abituato i consumatori a un altro gusto tornino indietro, anche se è sparito il vantaggio economico. Alla fine, quando i coltivatori si saranno adattati alle nuove richieste per Robusta, scegliendo anche loro l’opzione “sostituzione”, i torrefattori complessivamente avranno costi più bassi.

E consumatori ancora più assuefatti di caffeina non ne potranno comunque rinunciare, e continueranno a comprare le nuove miscele, anche se meno buone di una volta. I produttori potranno alzare i prezzi tranquillamente senza perdere quote di mercato.

Ex-analista CIA spiega peak oil

Oggi vi presento Thomas Whipple, ex-analista CIA che parla dei vari picchi, e soprattutto peak oil e produzione di petrolio,  a un workshop in Washington.

In particolare parla della recente cretinata della prossissima indipendenza energetica statunitense. Ecco il video per chi capisce l’americano:

Whipple inizia spiegando al pubblico esattamente che cosa è il greggio, e forse non è una cattiva idea ripetere qua la sua definizione:

Convenzionale – 75 milioni b/d

  • pozzi terrestri e anche in superficie
  • pozzi nel mare
  • tight oil – pozzi fraccati

Heavy oil – 2 milioni b/d

  • sabbie bituminose (tar sands) Canada e Oronoco in Venezuela
  • Enormi riserve, estremamente costosi da estrarre e da trattare
  • Pessimo EROI e consumo di acqua

Natural Gas Liquids – 8 milioni b/d

  • separato dal gas naturale estratto

 Biocarburanti – 2 milioni b/d

  • Etanolo da canna da zucchero e altro
  • Biodiesel

 In totale quasi 90 milioni al giorno, di cui però solo il primo punto corrisponde veramente a greggio come lo conosciamo, cioè una sostanza liquida a temperatura ambiente. Questo tipo di greggio ha piccato nel 2005 – 2006 secondo la IEA. La IEA però ha una lunga e rispettabile storia di previsioni sbagliate alle spalle, e si sono dimenticate di calcolare con gli enormi investimenti fatte nel rendere vecchie tecnologie utilizzabili, facendoci trivellare sempre più in basso e lontano e al freddo.

Secondo dati EIA un nuovo picco del convenzionale è stato raggiunto in marzo 2012:

Il prossimo punto che fa Whipple sono i costi, dove parla del EROEI sempre peggiore. Siamo partiti un secolo fa che ci voleva l’equivalente di 1 barile di petrolio per estrarne 100, mentre oggi 1 barile equivalente ne estrae 5, quando si tratta di sabbie o heavy. La media oggi è di 15 barili estratti su un investimento di 1 boe (barrel of oil equivalent). L’etanolo ha un investimento energetico di ca 1 boe per ogni boe prodotto.

L’aumento di energia necessaria all’estrazione porta con se costi sempre più alti, sia per il barile stesso, sia per il prodotto finale.

I costi:

  • Pozzi terrestri 20 dollari
  • Pozzi marini profondi 50-60 dollari
  • Pozzi fraccati 80-90 dollari
  • Heavy oil 90+ dollari

 Va da se che i benchmark non possono scendere sotto i 100 dollari se canadesi e venezoleni vogliono guadagnarci qualcosa.

 E cosa ci puoi fare con questi diversi tipi di petrolio?

  • Convenzionale = praticamente tutto
  • Heavy oil e sabbie = dopo trattamenti molto costosi, praticamente tutto
  • NGL = non tantissimo. Molecole corti, quasi tutto butano, propano.
  • Biocarburani = sostituto per benzina e alcuni diesel

Dopodiché Whipple attacca anche le varie definizioni di risorse e riserve, e come i mila miliardi di risorse non contano un fico secco, perché quello che conta sono i flussi. I flussi, cioè la velocità di estrazione, dipendono da fattori geologici e tecnologici, fattori economici, e geopolitica. Secondo lui, appena raggiungiamo e superiamo per davvero il picco di estrazione, avremo greggio al costo di 200 dollari.

Oggi le dinamiche per l’estrazione sono a nostro favore. Le varie recessioni area OCSE e i rallentamenti dei BRIC dovrebbero fare pressione sui prezzi, tenuti alti forse solo dai soliti timori Iran-Hormuz, e voci su massicci accumuli strategici da parte della Cina. Appena Motiva, dio di tutte le raffinerie, torna online nell’estate 2013 (texas), dovremmo vedere ulteriori ribassi.

Ma il trendo macro più importante per quanto riguarda il greggio non è l’eventuale picco dell’estrazione e neanche l’eventuale picco della domanda. È la velocità di esaurimento. Ora siamo a un consumo totale di 31 miliardi di barili all’anno. Al giorno sono 89 mln di tutti i liquidi, e 75 mln di greggio convenzionale. La velocità di esaurimento però viaggia a 4 mln all’anno, più di 4%. Questi 4 mln non solo devono essere sostituiti, ma sostituti in accumulo, se davvero la domanda continua crescendo di quasi 1 mln di b/d all’anno:

Secondo il grafico EIA nel 2030 produrremo 105 mln di barili al giorno. Di cui 60 milioni da progetti che ancora non esistono. E anche con i nostri 100 dollari al barile si piazza una piattaforma da estrazione in mare solo se sotto hai almeno 1 miliardo di barili. A che prezzo possiamo chiedergli di piazzare una piattaforma se sotto ci sono solo 200 milioni? 

Ultimo punto di Whipple sono le esportazioni. Le previsioni migliori secondo gli Export Land Model danno ancora 20 anni di esportazioni. Chi lo produce, se lo terrà in casa. Chiedetelo pure agli americani se pensate che loro difenderanno il mercato libero. Negli Stati Uniti è quasi un secolo che l’esportazione di greggio è talmente complicato da renderlo praticamente impossibile. Queste sì che sono leggi minerali, da paragonare al trattato di Lisbona, che di fatto dice che nessun paese europeo ha diritto ai propri minerali, se qualcun’altro ne ha bisogno.

Può essere utile ricordarsi che negli ultimi decenni abbiamo trovato 1 solo barile per ogni 3 che facciamo fuori. Molto del petrolio che consumiamo oggi è stato trovato negli anni ’60 e ’70. Negli prossimi 25 anni ci servono altri 5 Arabia Saudita, ma per ora ne abbiamo trovato solo uno.

Il mercato ci cambia la composizione cellulare

Per la gioia dei neoliberali arriva dall’India un esempio del perfetto funzionamento del mercato. I piccoli agricoltori indiani stanno cambiano un fertilizzante costoso per un altro, meno caro. In questo modo riescono a mantenere la raccolta a un livello alto, pagando meno.

Di solito la melodia neoliberal è che quando una risorsa aumenta di prezzo, viene liberato capitale da investire in nuove tecnologie per la produzione. In alternativa, la domanda si abbassa quando il mercato trova un sostituto.

L’articolo originale è del WSJ, ma qualche riga in più si può leggere qua.

 “On his patch of land in eastern India, Mr. Kumar Rai is switching from potash to cheaper crop nutrients, like urea, for his rice, wheat and vegetable crops. “Urea suits me fine now,” he says.”

Continua a leggere…