Archive | dicembre 2012

Auguri per il nuovo anno

Per chi non lo conosce ancora, eccovi Pepe, il presidente eletto del Uruguay.

José Mujica, detto Pepe, è nato nel 1935 da padre di origine basco e madre di origine piemontese. Si è sposato nel 2005 con la compagna da 40 anni, Lucia Topolansky, che insieme a lui si batteva per la democrazia in Uruguay nel MPP. Questo partito come tantissimi altri del centro e della sinistra sono poi stati raccolti sotto l’ombrello del Frente Amplio, che con il golpe del 1973 è stato dichiarato illegale.

Mujica, già fuggito dalla prigione politica nel 1971 è stato ripreso dalla polizia e ha poi passato 14 anni in prigione, di cui due nel fondo di un pozzo. È agricoltore, vegetariano e dona il 90% del suo stipendio a beneficenza.

La sua politica è molto pragmatica. In giugno il suo governo ha proposto di legalizzare e regolare la vendita di marijuana. Il business vale 750 milioni di dollari annui solo in Uruguay (nota mia: sono 230 dollari pro capite). Togliendo questi ai cartelli non solo le casse dello stato si rinforzeranno, ma si avrà finalmente un controllo del abuso, minore criminalità, e maggiore possibilità di prevenzione e cura. Così come oggi avviene con l’alcool. L’argomento di Mujica è che visto che nessun paese è riuscito a vietarlo, e visto che la criminalità in aumento esponenziale è il vero dramma del Sud America, perché non provare finalmente l’altra strada. Qualcuno deve essere il primo.

Insomma, una verdadeira ventata di aria fresca. Buon per loro.

Commercio Extra-UE27, chi vince e chi perde.

Per capire se la sperimentazione euro davvero funziona, nel senso che l’UE ha cominciato ad agire come un paese solo con una moneta unica per quanto riguarda il commercio con l’estero, basta scaricare come al solito un po’ di dati dalla base dati più adatta, qua eurostat. Per “estero” intendo l’extra-UE27, adattandomi al pensiero UE che la non-adozione dell’euro sia solo un problema di linea temporale.

Se prendiamo il commercio extra-UE27, sottraendo, a livello di singolo paese, le importazioni dalle esportazioni, abbiamo subito un chiarissimo vincitore, e già sapevamo di chi si tratta, e cioè la Germania:

Il netto della Germania dal 2000 al 2011 è cresciuto di un notevole +700%. Gli altri paesi che viaggiano sopra lo 0 hanno visto aumenti molto più modesti, se non addirittura diminuzioni. Direi che un primato così deve sostenere la tesi che l’euro è servito soprattutto a indebolire il D-Mark.

Il netto dell’Irlanda è al secondo posto. Il paese dal 2000 ha aumento il surplus di 154%. Terzo e quarto sono della Svezia (+50%) e della Danimarca (+190%), che comunque non hanno ancora adottato l’euro.

La Francia è considerata da tutti un paese core, ma non lo è. Sta perdendo terreno, in 11 anni il surplus con l’estero è sceso di 90%. E insieme alla Finlandia è l’unico paese surplus a disegnare un trend al ribasso. La Finlandia con un -70%.

Da notare che comunque tutti quanti i vincitori, tranne l’Estonia (+1000%) sono partiti che già avevano un surplus con il resto del globo.

La partenza positiva per i “surplus” si rispecchia nella partenza negativa per i paesi con deficit di commercio con l’extra-UE27.

Chi nel 2000 aveva un deficit di commercio se l’è tenuto stretto. I Paesi Bassi sono proprio messi male. Un -120% in 11 anni. Regno Unito se l’è cavato meglio con i suoi -25%, anche se in numeri fa impressione. Deficit di 70 miliardi di euro. La Spagna è riuscito a peggiorare di un -100%.

La Grecia si trova più o meno allo stesso livello di prima con un -22%, Portogallo pure con +13%.

L’Ungheria invece con un trend positivo ha fatto 50%. E non si tratta di un paese euro. Avrebbero dovuto aderire nel 2007, nel 2008 e nel 2010. Ora si parla del 2013, oppure il 2014, e forse anche del 2020. Non sembrano di avere tanta fretta di migliorare ulteriormente le esportazioni della Germania.

Ma il dato assolutamente peggiore di tutti è dell’Italia. Da un deficit con “l’estero” di praticamente 0, l’Italia è andato a -20 miliardi dal 2000 al 2011, in altre parole -3000%.

Complessivamente l’UE27 fino al 2011 incluso era in deficit.

Il peggioramento è di soli 11%, da 142 miliardi a 158 miliardi. Con l’euro più debole nel 2012 rispetto al 2011 per quanto riguarda praticamente tutte le altre valute, per esempio dollaro, yen, yuan, corona svedese, marco svizzero, e rublo, dovremmo per forza vedere un miglioramento per il 2012. Anche se da -160 miliardi fino a un surplus ci vuole un telescopio Hubble.

Ma resta il fatto che l’euro NON ha reso più forte l’Europa. Ha reso più forte Germania, Austria, e alcuni piccolissimi giocatori come Malta e Estonia. Tutti gli altri vincitori europei non hanno mai adottato l’euro.

Video 60 minuti con Kyle Bass

Per chi si è stufato del giornalismo di Report, dove Mincato viene fuori eroe nazionale e Scaroni un ragionevole simpaticone, ecco un video di un’ora con Kyle Bass. Ovviamente in inglese. Vale la pena imparare bene l’inglese per così tanti motivi, uno essendo quello di avere accesso a opinioni e visioni che non troverebbero mai spazio nei media nazionali.

Video non embedded, cliccate il link nel testo

 “Europe as it stands today, hasn’t gone through the crisis yet”. Parlando della crisi finanziaria del 2008. Un po’ di sano allarmismo per migliorare il giovedi mattina. Buon ascolto.

Bilancia commerciale, mancano 100 miliardi

Mario Draghi è molto contento. La bilancia commerciale dell’Italia è migliorato di 21% dal 2009 ad oggi. E sono previsti ulteriori miglioramenti per il 2013.

La verità però è che l’Italia presenta una bilancia commerciale pessima e il trend è al ribasso. Dal 2000 al 2012 mancano quasi 100 miliardi di euro cumulativi. Tutto punti PIL che si spostano all’estero.

La più grande colpa della bilancia negativa è del più grande mercato dell’Italia, la Germania.

Perché la Germania non è solo il più grande mercato per l’esportazione, ma soprattutto è il paese dal quale l’Italia importa di più in assoluto. E facendo una semplice somma del disavanzo della bilancia siamo per il 2011 a -137.000.000.000. -137 miliardi di euro.

Cioè un anno dopo l’entrata di Italia nell’Euro l’equilibrio commerciale con la Germania che in qualche modo durava dal 1971 si è interrotto.

Praticamente da subito c’è stato un divario che non si è più chiuso. Questo potrebbe dipendere da una produzione industriale tedesca tanto più importante di quella italiana. Oppure potrebbe essere il risultato di un euro che in 12 anni non è riuscito a diventare una sola valuta, in combinazione con tassi d’interesse tedeschi sbagliati.

Quindi il paese che sta drenando l’Italia tramite gli interessi sulle spese primarie negli ultimi dieci anni è anche riuscito a esportare merci verso l’Italia per 137 miliardi in più rispetto al valore dell’export italiano verso la Germania.

Il partner migliore dell’Italia in Europa invece è la Francia:

La Francia importa dal 1993 più di quanto esporta l’Italia. Purtroppo quei 85 miliardi cumulativi non mitigano tanto la situazione.

Una bilancia commerciale negativa non è niente di nuovo per l’Italia. Secondo i dati Istat è dall’immediato dopoguerra che i numeri non sono blu, tranne per il decennio 1993 – 2003.

Qua dal 1971:

Ma quel simpatico successo decennale non è bastato per migliorare a lungo termine l’economia del paese.

Come si vede sopra, il netto cumulativo delle esportazioni meno le importazioni è quasi a un negativo di 100 miliardi di euro. Tre anni dopo l’entrata dell’Italia nell’Euro la bilancia è diventata di nuovo negativa, e sono bastati altri due anni per portare il cumulativo in zona rossa.

Guardando questi numeri non si vede assolutamente nessun vantaggio per l’Italia di far parte dell’Euro. In più Italia è uno dei maggiori contribuenti alla UE. Tiene in piedi la burocrazia con un bel disavanzo di ca 6 miliardi di euro all’anno.

E come si sa, una baracca deve crollare prima che sparisca la burocrazia, siamo quindi di fronte a un costo che può solo aumentare. I burocrati a Bruxelles non permetterranno mai un ridimensionamento naturale al loro organismo.

Sarebbe meglio non far parte dell’euro, e forse neanche della UE, e creare una Unione Mediterranea, Spagna, Francia, Italia, Portogallo, Croazia, Slovenia e Grecia. Agricoltura con le stesse premesse, grandissima moda, grandissimo turismo, grandissimi vini, stesse problematiche energetiche, e poi una linea di confine ininterrotta verso sud e verso nord.

PIL irrelevante di fronte al riscaldamento globale

Il rinascimento idrocarburo nordamericano potrebbe avere effetti positivi sui PIL praticamente a livello globale. Il consumatore più grande del mondo che non solo aumenta la produzione ma anche diminuisce il consumo è certamente una notizia positiva per tutti coloro che sono convinti che la crisi finanziaria è stata scatenata da prezzi per energia e materie prime in generale in forte aumento quando l’offerta non reggeva la domanda.

Fast forward otto anni e l’industria estrattiva è riuscita ad aumentare la produzione. Qua da noi nelle economie mature c’è poi pure recessione e domanda per tutto in picchiata.

Bene. Due fattori che faranno pressione sui prezzi. La ripresa è dietro l’angolo.

E invece quello che succederà ai nostri PIL globali è che i disastri naturali in aumento toglieranno molti più punti PIL di quanto ne possono aggiungere prezzi bassi degli idrocarburi. Siamo arrivati al capolinea per quanto riguarda le emissioni di CO2.

Guardiamo una mappa del quinto report di IPCC che disegna diversi scenari futuri per il riscaldamento globale.

Quello sulla sinistra è lo scenario migliore. Il Representative Concentration Pathway 2.6 ci ragala aumenti modesti se DA OGGI implementiamo limiti severissimi sull’uso di idrocarburi. Questi aumenti modesti comunque continueranno a peggiorare ancora la situazione siccità, allagamenti, tempeste e uragani, ma l’umanità fa in tempo ad adattare agricoltura, popolazione e insediamenti.

E quello sulla destra è il mondo vero e quello che verrà, senza unicorni. Lo scenario dove non cambiamo la traiettoria per l’aumento ppm di CO2 nell atmosfera, superando i 900 nel 2100.

L’aumento previsto di 4 centigradi in media sarà assolutamente devastante per la nostra cultura. Possiamo anche smettere di usare il PIL come misura perché non avrà nessuna rilevanza.

Extended reach drilling la soluzione europea

Sono stata troppo frettolosa nel post sui 12.000 metri raggiunti da Exxon a Sakhalin.

Si tratta di un extended reach well, dove la profondità viene definita come l’estensione totale del pozzo, anche se la maggior parte del pozzo è in orizzontale. Mi sono fatta ingannare del grafico. Un immagine dice più di 1000 parole. Mi piaceva troppo.

Una decina di anni fa il rapporto tra la profondità verticale e la profondità totale si fermava a ca 2:1. Cioè con 1000 metri di profondità si arrivava a farne altre 2000 in orizzontale.

Altri sviluppi e altre necessità hanno in pochi anni portato il rapporto a 4:1. E ora siamo evidentemente sopra i 6:1 visto che la profondità totale supera i 12.000 e la profondità verticale però è di 1.800.

Ci sono poi aziende come la Reelwell che vogliono spingere ancora i limiti con un progetto per trivellare a 20 km di distanza.

Questo apre a degli scenari affascinanti. Per esempio si potrebbe tranquillamente trivellare sotto la Tour d’Eiffel da qualsiasi parco parigino entro quella distanza. O perché no, da qualsiasi banlieue, che sono sempre stati sacrificabili. E anche lo stop al fracking, così nella scia di peak oil, sarà ultimamente sacrificabile.

Come dice il politico locale Isabelle Vasseur in questo articolo bloomberg,

 “France could have phenomenal energy reserves so we must not close the door forever,” she said. “The way the permits were given out was unacceptable. The public wasn’t properly informed. Now, there is a need for less hysteria on the issue.”

Il pubblico non era informato in questo caso significa che i legislatori non ci capiscono un tubo e così hanno chiuso la porta all’esplorazione, per ora. Lo sviluppo è stato troppo veloce e non c’è una legislazione che protegge interessi nazionali, da sempre una specialità francese. Appena la realtà politica si sarà aggiornata, si procederà.

E in Italia abbiamo per esempio l’ENI che opera alcuni giacimenti di gas direttamente sul confine a mare con la Croazia:

Niente che vieta l’esplorazione del lato croato tramite dei pozzi ERD senza che questi se ne rendano conto.

Quella di sopra ovviamente non è una proposta seria, anche se conflitti su idrocarburi che si estondono sotto il mare è già la realtà, come il South China Sea, creduto di contenere vaste risorse, ma circondato da più paesi. Cina e Filippine hanno visto l’inizio di un conflitto in primavera quando la Cina apertamente ha dichiarato che la zona appartiene solo a loro. Filippine, Vietnam e Malesia avranno da difendersi.
 
Ma per l’Italia, e per altri paesi europei densissimamente popolati, questa tecnologia significa che si potrà, e si farà, trivellare un po’ ovunque usando un decimo della superficie rispetto a pochi anni fa, mentre sotteraneamente si arriva a coprire zone in modo più completo.

Disastri naturali ci dicono dove investire

Da ZH oggi.

La compagnia assicuratrice tedesca MunichRe ha pubblicato la sua mappa semestrale dei disastri naturali nel mondo per il periodo gennaio – giugno 2012. Alcuni tipi di disastri naturali stanno crescendo sia in numero che in gravità, questo riguarda soprattutto periodi di siccità, uragani, e alluvioni. Ovviamente tutto questo grava sui bilanci degli assicuratori, che devono spostare il costo sui clienti. Clienti, i cui perdite non possono comunque essere ripagati da nessuna assicurazione.

E quando si tratta di aziende, non è detto che riaprire nella stessa zona sia una buona idea.

Rimangono poche zone sulla terra dove gli assicuratori per ora hanno meno motivo per aumentare le rette. Guardiamo la mappa:

Vediamo subito che gli Stati Uniti è poco indicato come futura meta d’emigrazione. Nonostante le previsioni rosee sul futuro statunitense che grazie al rinascimento idrocarburico terrà la sua posizione militare e economica ancora per un secolo.

Per quanto riguarda il Brasile sono sorpresa. Forse MunichRe non ha attività nel paese? Rio ogni anno soffre di tempeste violenti che risulta in frane con anche centinaia di morti. Il nord del Brasile quest’anno ha visto alluvioni che spazzavano via intere cittadine.

Italia, il paese del centro, nel ultimo decennio ha ripreso a soffrire di terremoti, ricordandoci che il territorio è sismico per davvero e mettendo una pietra tombale sul discorso nucleare.

Tutta la zona del anello di fuoco, cioè i paesi intorno al pacifico, sono messi sempre peggio.

La Cina anche senza terremoti e alluvioni è ambientalmente distrutta.

L’Australia. Territorio vastissimo fatto per di più da deserto. Negli ultimi anni sui titoloni per alluvioni e siccità delle zone agricole alternati.

Cosa rimane globalmente?

La Russia. Alaska e Groenlandia. E la Scandinavia. Il Baltikum. Più a sud, Germania, Svizzera e Polonia. Il potere economico sta comprando tenute agricole sulle isole britanniche.

Ovviamente anche i paesi più colpiti hanno larghe zone tranquille dove la ricchezza del paese si andrà a concentrare.  Il settore immobiliare in Emilia, Veneto, e Liguria vedrà una contrazione molto più pronunciata rispetto alla zona centrale della pianura padana, meglio conosciuta come provincia di Milano.

FTSEMIB 13 dicembre 2012

Oggi il FTSEMIB continua a tentare il rialzo.

Dopo il tentativo della settimana scorsa, quando un giorno, il 4 dicembre, è riuscito a chiudere sopra i 16.000 dandomi torto sulla previsione che in questa economia non saremmo più andati sopra, l’indice si è di nuovo tuffato dentro il mio canale al ribasso (in arancione).

Il 10 dicembre ha sbattuto la testa contro la resistenza (arancione), per poi il giorno dopo andare a sedersi sopra, chiudendo in linea con il rintracciamento fibonacci 38,20%, lo stesso livello della MM50, entrambi resistenze importanti.

Ieri ha aperto intorno a quel livello,  chiudendo sopra il fib di 61,80%.

E in questo momento l’indice si appoggia ai 15.814, livello di resistenza/supporto ormai dall’inizio di settembre. Ora per proseguire, magari dopo una microconsolidazione, deve prima chiudere sopra i 15,958 e poi chiudere sopra l’ultimo picco di 16.221 del 5 dicembre.

Prezzo del Petrolio, Brent e WTI

Se geopoliticamente si rimane stabili, senza che qualcuno prenda il nucleare iraniano come scusa per boots on the ground, e senza controminacce di chiusure Hormuz, l’anno che viene dovrebbe vedere prezzi del petrolio in discesa.

Come si vede dal grafico è da settembre 2011 che la media mobile annuale (linea nera) non si sposta dalla regione 110 – 114 dollari al barile.

Una parte della stabilità è merito dell’Arabia Saudita, che continua ad aggiustare l’estrazione. Il loro record di 10,1 mln di barili risale a giugno, che coincide con i prezzi più bassi visti quest’anno. Per novembre i dati parlano di 9,5 mln al giorno. Complessivamente in novembre l’output OPEC è al minimo annuale, di 30,78 mln di barili al giorno.

Ma il Brent è comunque in un canale di discesa, e a meno che i sauditi non strozzano ancora molto la produzione potremmo fra un po’ trovarci sotto i 110 come media annuale.

(e scrivere un post del genere su prezzi petrolio in discesa il giorno in cui tutto il mondo si aspetta con fiato sospeso un QE4 infinito è anche un gioco d’azzardo. vedremo se si avvera.)

Il rallentamento dell’Europa con tanti paesi in recessione tecnica, e altri come Svezia e Germania che seguiranno a ruota quando si rendono conto che l’economia è fatta di esportazione e non di servizi, farò ulteriore pressione in giù sul prezzo.

Merito e colpa (dipende dal punto di vista) è anche la riduzione delle importazioni da parte degli Stati Uniti. Un decennio di prezzi relativamente alti, alti e altissimi ha creato delle belle opportunità per sviluppare tecnologie dormienti, e anche metterli in pratica. Il risultato è che sia gli US che il Canada sono in mezzo a un’aumento di produzione che non si arresterà per parecchi anni ancora.

WTI:


 Il WTI sta ancora oscillando tra resistenza e supporto in un grande triangolo con inizio nel giugno 2010. È probabile che romperà in giù, visto che la domanda americana, anche se prevista un pochino più robusta per il 2013, è sempre debole.

Il nord america è un mercato molto maturo, con una piramide demografico a vaso cinese, dove la maggioranza dei consumatori hanno già finito la fase di consumo più intensa. Le generazioni a venire hanno sia meno lavoro, che meno stipendi. E una fetta sempre più grande andrà a supportare la generazione dei baby boomers nella loro pensione invece di comprare SUV nuovi.

Per la previsione dei prezzi in discesa c’è anche un indicatore tecnico. Lo stoccaggio. Una parte degli investimenti proprio degli ultimi due/tre anni è andata a aumentare la quantità di petrolio immagazzinabile, per ridurre il danno che il collo di bottiglia Cushing sta recando al WTI.

E quindi man mano che aumentava la produzione, aumentava però anche la capacità di immagazzinarlo, senza la necessità di svenderlo a un prezzo eccessivamente basso.

Da EIA:

E da EIA e ycharts.com (dati per ottobre e novembre):

L’aumento della capacità di stoccaggio ha permesso a cushing di tenere 50 mln di barili nei magazzini secondo il grafico sopra. Solo che la produzione americana sta aumentando velocemente e potrebbe non esserci più abbastanza spazio nei magazzini. Il risultato è un mercato con una sovrafornitura ancora più grande di oggi, e ovviamente il prezzo dovrà risentire.

Storicamente non siamo certo neanche vicini a battere un record per quanto riguarda la produzione statunitense di greggio vero:

Produzione di petrolio negli Stati Uniti

 Ma se guardiamo l’estrema destra, si vede che il lungo fondo durato dal 2005 al 2008, quandi i prezzi erano schizzati alle stelle, hanno fatto in modo che la produzione statunitense di greggio abbia raggiunto i 6,5 mln di barili al giorno in settembre, con previsioni di superare i 7 milioni giornalieri nel 2013.

L’energia costa. Ormai siamo a 12 km di profondità.

Cercando dati per il grafico del giorno, ovvero il costo di trivellare un pozzo di petrolio, che sarebbe stato facilissimo se non fosse stata l’ennesima serie dati che la EIA ha deciso di discontinuare (ultimi dati del 2007), ho trovato un grafico bellissimo:

Exxon, la più grande compagnia petrolifera del mondo, in un consorzio con altre compagnie, ha durante l’estate scorso completato il progetto di trivellare il pozzo più profondo del mondo.

Il pozzo Z-44 si trova sull’isola Sakhalin nel far east della Russia, ed è profondo 12.376 metri. 53 volte il grattacielo più alto d’Italia, la torre Hines – Cesar Pelli, nuova sede di Unicredit.

Costi del progetto: da 10  a 12 miliardi di dollari. Diciamo subito 12. Petrolio estraibile: 2,3 miliardi di barili. Gas estraibile: 480 miliardi di m3 (quasi 7 volte il consumo annuale italiano).

Ma a quanto pare il petrolio non si trova proprio li sull’isola dove hanno trivellato. I tre giacimenti Chayvo, Odoptu, e Arkutun-Dagi del progetto Sakhalin-1 sono offshore.

Raggiunta la profondità di 12 mila metri, la punta del trapano (scusate la traduzione di “drill bit”) cambia direzione e va in orizzontale. Proprio come nel fracking. Ma oltre a diventare orizzontale, è anche multiplo. Diversamente del fracking che è una tecnologia già antica, risalendo a più di 50 anni fa, il multi-well pad drilling è una tecnologia nuova che si sta sviluppando da quando ci sono i pozzi orizzontali. Così si riesce a diminuire i costi di milioni di dollari, visto che il numero di pozzi potrà essere drasticamente diminuito.

Il nuovo nero dell’offshore è l’onshore:

Il petrolio andrà a fornire mercati asiatici, soprattutto la Cina, che se anche ormai non più economia emergente ma invece matura in quanto i storici tassi di crescita sembrano molto rallentati, sta ancora aumentando la domanda di petrolio.

Per potenziare l’esportazione verrà costruita una pipeline di 220 km fino a terra ferma russa al terminal De-Kastri – reginetta dell’anno 2009 con l’improbabile premio “Oil terminal of the year award”.

Il gas invece per ora si ferma nella regione di Khabarovsk Krai, sulla costa orientale più vicina a Sakhalin. E li rimane, se il consorzio non decide di costruire un’altra pipeline verso la Cina. Ma non possono prendere questa iniziativa finché le leggi russe vietano l’esportazione del gas senza il permesso di Gazprom.

Ovviamente ci sono discussioni sul prezzo. Nessuna sorpresa li. Gazprom non si mette d’accordo con Exxon. Se ho capito bene e i 480 miliardi di m3 dovrebbero valere 170 miliardi di dollari, abbiamo un prezzo al mille m3 di 354 dollari, o 10$ /mille cf. Il prezzo al quale Gazprom esporta petrolio in Europa è di ca 400 – 450$.

Ma internamente in Russia il gas naturale viene venduto a 90$, il che metterebbe il cartellino prezzo dei giacimenti a 43,2 miliardi di dollari + la parte del petrolio. Dei bei sconti pre-natalizi.

Senza conoscere i livelli di royalties della zona, il cost oil, e le tasse indovino comunque un guadagno al barile per le compagnie del consorzio di 10 dollari. Può essere anche 12 o così poco come 4. Tanto le licenze dovrebbero essere invendibili ai più visto il livello tecnologico.

Quindi abbiamo 10 x 2,3 miliardi = 23 miliardi. Più i 43 miliardi del gas e siamo a 66 miliardi. Un rapporto guadagno/investimento (senza scontare) di 66/12 = 5,5.