Islanda, un modo per risolvere una crisi di debito

Reykjavik

Gli economisti che pesano vogliono salvare la Grecia a tutti i costi.

Perché tutti i costi in questo caso è comunque meno del costo di un default.

Questo in un contesto non-islandese, dove non c’è il consenso popolare di far fallire le banche e auitare i singoli individui a rischio di bancarotta personale di attraversare la crisi. Nessun paese è fallito così spettacolarmente come l’Islanda, dove la borsa è sceso del 90% e le banche grandi hanno potuto fallire.

Quello che rende diversa la Islanda è la taglia del paese e comunque anche il relativo isolamento dell’economia. Gli investitori forestieri erano per di più mezzo milione di privati inglesi e olandesi, e i privati sono sempre sacrificabili.

Nel caso Grecia gli investitori forestieri sono interi stati, ovvero le più grandi banche di questi stati, e non possono fallire perché porterebbe anche al fallimento degli stati stessi. E invece di una decina di carriere bancarie al vento, qua se ne parla di migliaia.

In Islanda l’opzione too-big-to-fail semplicemente non poteva essere applicata. I debiti delle tre banche maggiori si era gonfiato a nove volte l’economia del paese, ca 50 miliardi di euro o 160.000 euro pro capite. Il leverage delle banche era troppo alto, e non riuscivano più a finanziare il debito lungo con quello breve. Le altre banche europee hanno cominciato a creargli problemi e l’ultima goccia è stata quando i depositori tutti insieme, come giusto avviene in una bolla, se ne sono accorti e hanno cominciato a ritirare dai conti.

La base della bolla era il facile accesso a credito avvenuto dopo la deregolazione del settore bancario nel 2000. Le famiglie islandesi si sono indebitati a un livello pari a 200% del reddito, alimentando una inflazione che ha cominciato a galoppare all’inizio del 2008. 14% rispetto al target di 2,5%.

In altre parole, una economia dove per consumare al livello del vicino di casa, ci si faceva ipotecare la casa o il peschereccio. Nota aneddotale: A Stoccolma era comunemente conosciuto che l’Islanda aveva i parrucchieri migliori di Europa, perché andavano tutti a New York a studiare. Erano anche i più costosi.

Alla fine del 2003 la banca centrale ha cominciato ad alzare i tassi per contenere l’inflazione, ma così ha attirato investitori stranieri abituati ai 4% massimo dell’UE per esempio. In gennaio 2008 erano arrivati a 14% e un anno dopo a 15%. In questo modo la base monetaria M3 è cresciuta quasi il 60% in 12 mesi, rispetto al PIL islandese dello stesso periodo di 5%.

Effettivamente una bolla economica, alimentata da una parte del facile accesso a credito con seguente inflazione altissima che ha costretto a tassi alti, e dall’altra parte una espansione della base monetaria proprio per riuscire a pagare questi tassi. La Krona era la valuta più sovrastimata del pianeta.

Oggi il paese ha il 130% di debito sul PIL, e un deficit di 6%. L’inflazione è alta e la banca centrale quest’anno ha già alzato i tassi 5 volte, ora è ai 6%, per contenere l’inflazione che aveva ripreso a correre questa primavera. Non se la cavano benissimo, ma se la cavano.

La scelta della ristrutturazione del debito implica semplicemente che uno stato dichiara che i debiti non verranno più ripagati. I creditori non possono fare molti, anche se poi i processi giuridici vanno avanti per decenni.

Dopo la ristrutturazione è difficile e doloroso rimettere il paese in piedi e può essere molto difficile farsi prestare nuovamente soldi sul mercato interbancario. Ma senza interessi da pagare sul debito dovrebbe essere possibile per la maggioranza dei paesi di tenere un budget in equilibrio. Piú facile ancora se il paese è ricco di partenza e lo stato può farsi prestare soldi dalla propria popolazione.

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