Banca in cooperativa, il futuro?

Il lettore Fabio ha scritto una mail chiedendomi di parlare della banca svedese JAK, fondata nel 1965 su idee danesi degli anni ’30, ma con permesso regolare di banca dal 1997.

JAK sta per Jordbruk, Arbete, Kapital, tradotto in italiano Agricoltura, Lavoro, Capitale. La base dell’economia classica.

Come tutte le imprese che non vogliono sparire anche le banche operano con la necessità di guadagnare soldi. Preferibilmente sempre più soldi. Per le banche ci sono praticamente tre modi per guadagnare, e cioè commissioni, trading e gli interessi netti.

Dal sito italiano della banca JAK

In questi tempi di lento sdebitamento è facile constatare che le banche praticamente non hanno upside, né sul trading (“soffrire della volatilità dei mercati”), né sugli interessi netti visto che sempre più privati e imprese falliscono e smettono di pagare gli interessi sui prestiti. Quindi rimane solo l’espansione, aprire sempre più filiali per attrarre sempre più clienti, e importantissimo, fare in modo che questi clienti usino il più possibile i servizi bancari a pagamento.

C’è anche da dire che le banche, finché la gente paga gli interessi, guadagnano meglio in periodi di bassi interessi perché così è molto più facile convincere giovani coppie di indebitarsi per il resto della vita. Ma in una recessione sempre più persone smettono di pagare gli interessi, e le banche rischiano la bancarotta quando i prestiti falliscono.

La sicurezza per il prestito è spesso l’oggetto stesso che è stato comprato, ma quando si sgonfia una bolla immobiliare, le banche finiscono con pesanti cancellazioni degli asset, come per esempio è successo a Unicredit circa un anno fa. La banca ha dovuto svalutare immobili per miliardi di euro. Avevano fatto l’equivalente di annotare in bilancio un monolocale a Rho come attico in Piazza Navona. Ma come dice Buffett, basta aspettare, e il prezzo vero di un asset viene fuori.

In questo contesto JAK è una sperimentazione ideologica. Si tratta di una banca che dice di non guadagnare niente dagli interessi, e che cerca di promuovere la conoscenza degli effetti negativi degli interessi sulla società. Chi prende un prestito non deve pagare interessi a chi gli fa il prestito. La ricchezza deve avvenire tramite lavoro attivo e non tramite interessi passivi.

In altre parole, JAK non fa uso della riserva frazionaria. Prestano quanto hanno in banca, e per te significa che devi risparmiare quanto ti hanno prestato. E cioè, o hai già prima messo via 100.000 o devi ammortizzare doppiamente.

Nel primo caso se per dieci anni di fila metti via 10.000, l’undicesimo anno puoi farti prestare 100.000. Al netto sono stati prestati 0 euro.

Oppure, nel secondo caso, ti fai prestare 100.000 per comprare una casa, e la casa è la sicurezza per il prestito. Ammortizzi a 20 anni, quindi 5.000 all’anno. Ma visto l’obbligo di risparmiare la stessa cifra che ti hanno prestato ci devi mettere altri 5.000. La parte “risparmio” funziona pressocché uguale a tutte le normobanche. I tuoi interessi sono 0, e invece ti vengono regalati “punti risparmio” che in futuro ti facilitano a farti prestare più soldi. E soprattutto di accedere a prestiti anche in tempi di minore liquidità.

Ma come già detto, la banca non fa beneficienza e deve sopravvivere. Il costo amministrativo per un prestito è di 3%, se metti la casa come sicurezza. 4,5% se non metti niente sul tavolo. Quindi altre 3.000. In tutto il primo anno si paga 13.000.

In una banca frazionale il primo anno avresti pagato i 5.000 più i 3% quindi 8.000. Oppure solo i 3.000 di interessi se alla banca non interessa l’ammortamento per schiavizzarti a vita e lasciare i tuoi eredi senza niente.

Ovviamente è tutto un po’ambiguo. Che cosa differenzia il costo amministrativo del 3% a un tasso d’interesse di 3%? Solo il nome. E la possibiltà per diversamente religiosi di farsi prestare soldi senza infrangere regole bancarie islamiche. Un salame di cinghiale non è certo un salame di maiale.

Ma nel frattempo il mondo attorno a loro continua con le sue pratiche bancarie inflazionistiche. Se ogni somma data in deposito a una banca tradizionale permette di far circolare quella somma un multiplo di volte nell’economia del paese, aumentando un po’ ovunque domanda per servizi e merci e aumentando i loro prezzi, e anche aumentando la velocità con la quale i soldi girano, un’investimento a 0 interessi nella banca JAK in un paio di decenni rischia di svalutarsi tremendamente.

Nello scenario inflazionistico un privato può fare la scelta della banca JAK solo per ideologia. Perché ci perde. A meno che non l’abbia fatto per conoscenza di scarso autocontrollo, sapendo che al JAK sarà costretto al prestito con doppio ammortamento.

Ovviamente in uno scenario deflazionistico i privati con soldi da JAK vincono. Perché quando la quantità di moneta in circolazione diminuisce, viene premiato chi risparmia e non chi ha debiti.

Per quanto riguarda l’ennesimo cerottone che non risolve niente lato bancario, Basilea III, direi che JAK è più che a posto. Una banca con un requisito di capitale del 100% non può fallire, a meno che non tutti i risparmiatori ritirino insieme le somme depositate. Ma una classica corsa alla banca avviene proprio perché i risparmiatori non si fidano più che i soldi ci siano fisicamente e JAK da quel punto di vista non ha nessuna mucca sul ghiaccio.

JAK non ha neanche problemi di liquidità. Non facendo il gioco del arbitraggio obbligazioni a breve termine/obbligazioni a lungo termine non rischia di rimanere senza soldi per pagare le maturità brevi con le quali finanzia quelle lunghe.

E per quanto riguarda il problema più grande del settore bancario oggi, JAK trova una soluzione anche li. Basilea III dovrebbe rendere le banche più resilienti ai prestiti andati male, ma allo stesso tempo non fa niente per correggere il grande problema di base, e cioè che le banche ancora guadagno solo prestando a entità considerate senza rischio.

Se la leva nel caso non-rischio tipo obbligazioni nazionali viene calcolato come 100€/ 1% di risk weight /8% di requisito di capitale secondo Basilea II = 125.000€, quindi una leva di 1250;
 e nel caso del rischio percepito di uno start-up in bisogno di un nuovo camioncino viene calcolato come 100€/100% di risk weight/8% = 1250, una leva di 12,5, che succede? Succede che le banche se ne fregano del camioncino per riempirsi di quella carta straccia una volta considerata senza rischio. L’esatto contrario di quello che dovrebbe fare una banca d’affari.

Il nuovo regolamento Basilea III dovrebbe mettere un cap alla leva a 33,3€ per ogni euro di capitale. Ma non basta per dirottare i soldi a chi fa crescere l’economia, le migliaia di medie e piccole imprese fuori dalle grandi città. E quindi JAK ha reintrodotto un sistema di prestiti locali che ha funzionato per un secolo, ma che con l’oligopolo delle banche è sparito. Una specie di crowdfunding, anche se lo chiamano “prestito a supporto”. Semplicemente acconsenti che i tuoi soldi vengono prestati a progetti locali.

È evidente come una banca del genere abbia forti radici nel liberalismo vero, con limiti al potere, sostegno dell’autogestione e rispetto per la proprietà. Rispetto alle normobanche vede l’individuo nel suo ecosistema locale e infatti ha legami con i movimenti ambientali.

Resta a vedere se la resistenza al azzardo morale sia già diventata abbastanza grande per portare via i clienti dai vecchi sistemi. Per ora è una specie di autopunizione metterci i soldi e vederli svalutare. Per farlo funzionare ci dovremmo andare tutti quanti insieme.

One response to “Banca in cooperativa, il futuro?”

  1. Fabio says :

    Ciao Anna,
    la domanda sulla banca Jak te l'ho fatta dopo aver assistito ad una sua presentazione, nella quale c'era un'interessante istogramma basato su studi fatti sui risparmiatori tedeschi. In ascissa c'erano le 10 diverse fasce di reddito in cui si può suddividere la popolazione. Dai più poveri ai ricchissimi. In ordinata c'erano due barre per ogni fascia di reddito: una indicante la quantità media di denaro pagato nell'arco della vita come interesse per il debito; l'altra indicante la quantità media di denaro ricevuto per interesse sui propri depositi. Ora, mentre tale rapporto nel grafico era assolutamente sfavorevole (più interessi pagati che ricevuti) per le prime otto fascie di reddito, solo nella nona fascia di reddito il denaro pagato in interessi equilibrava quello percepito per interessi, e solo i ricchissimi della decima e ultima fascia avevano un notevolissimo guadagno netto da interessi. Ora è chiaro che le cifre di uno studio statistico possono essere manipolate a piacimento, però la slide concludeva con un convincente “provate a fare il calcolo voi stessi”. Non so voi, ma nel mio caso la mia storia economica personale avvalora la tesi. E credo giusto immaginare l'interesse sul debito come una pompa che aspira denaro da i tanti che meno ne hanno verso i pochi che ne hanno tanto (VI ÄR 99). Quindi credo che sarebbe solo una apparente autopunizione mettere i soldi in una banca come la JAK, il vero castigo che ci auto-infliggiamo e continuare ad alimentare con i nostri risparmi le banche a riserva frazionaria. Il discorso cambia naturalmente se l'inflazione comincia a galoppare.

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