Archive | novembre 2012

FTSEMIB 29 novembre 2012

Certo che il FTSEMIB ci ha regalato un po’ di suspense oggi.

Tra notizie fantastiche* che la Grecia è salva e notizie altrettanto fantastiche che a Washington si stanno mettendo d’accordo per salvare il paese dal cadere giù la rupe fiscale (il termine è merito di google translate) abbiamo visto oggi un bel +1,65%.

L’indice si è fermato a 15.870.

Nei giorni precedenti (il 23, 26 e 27 novembre) era andato a toccare per tre volte la nuova resistenza disegnata da me in arancione, senza riuscire a sfondare. Dopodiché ieri 28 ha raccolto forza per aprire oggi esattamente sulla la linea arancione.

A parte una breve visita sotto la resistenza per il resto del giorno hanno dominato i compratori.

Per andare poi a chiudere esattamente sulla storica resistenza in atto dal 2007, disegnata da me in rosa. In una giornata, l’indice confinata tra le due resistenze. Non è riuscito a chiudere sopra l’ultimo picco del 7 novembre di 15.901.

*Etimologia per “fantastico”

Islanda, un modo per risolvere una crisi di debito

Reykjavik

Gli economisti che pesano vogliono salvare la Grecia a tutti i costi.

Perché tutti i costi in questo caso è comunque meno del costo di un default.

Questo in un contesto non-islandese, dove non c’è il consenso popolare di far fallire le banche e auitare i singoli individui a rischio di bancarotta personale di attraversare la crisi. Nessun paese è fallito così spettacolarmente come l’Islanda, dove la borsa è sceso del 90% e le banche grandi hanno potuto fallire.

Quello che rende diversa la Islanda è la taglia del paese e comunque anche il relativo isolamento dell’economia. Gli investitori forestieri erano per di più mezzo milione di privati inglesi e olandesi, e i privati sono sempre sacrificabili.

Nel caso Grecia gli investitori forestieri sono interi stati, ovvero le più grandi banche di questi stati, e non possono fallire perché porterebbe anche al fallimento degli stati stessi. E invece di una decina di carriere bancarie al vento, qua se ne parla di migliaia.

In Islanda l’opzione too-big-to-fail semplicemente non poteva essere applicata. I debiti delle tre banche maggiori si era gonfiato a nove volte l’economia del paese, ca 50 miliardi di euro o 160.000 euro pro capite. Il leverage delle banche era troppo alto, e non riuscivano più a finanziare il debito lungo con quello breve. Le altre banche europee hanno cominciato a creargli problemi e l’ultima goccia è stata quando i depositori tutti insieme, come giusto avviene in una bolla, se ne sono accorti e hanno cominciato a ritirare dai conti.

La base della bolla era il facile accesso a credito avvenuto dopo la deregolazione del settore bancario nel 2000. Le famiglie islandesi si sono indebitati a un livello pari a 200% del reddito, alimentando una inflazione che ha cominciato a galoppare all’inizio del 2008. 14% rispetto al target di 2,5%.

In altre parole, una economia dove per consumare al livello del vicino di casa, ci si faceva ipotecare la casa o il peschereccio. Nota aneddotale: A Stoccolma era comunemente conosciuto che l’Islanda aveva i parrucchieri migliori di Europa, perché andavano tutti a New York a studiare. Erano anche i più costosi.

Alla fine del 2003 la banca centrale ha cominciato ad alzare i tassi per contenere l’inflazione, ma così ha attirato investitori stranieri abituati ai 4% massimo dell’UE per esempio. In gennaio 2008 erano arrivati a 14% e un anno dopo a 15%. In questo modo la base monetaria M3 è cresciuta quasi il 60% in 12 mesi, rispetto al PIL islandese dello stesso periodo di 5%.

Effettivamente una bolla economica, alimentata da una parte del facile accesso a credito con seguente inflazione altissima che ha costretto a tassi alti, e dall’altra parte una espansione della base monetaria proprio per riuscire a pagare questi tassi. La Krona era la valuta più sovrastimata del pianeta.

Oggi il paese ha il 130% di debito sul PIL, e un deficit di 6%. L’inflazione è alta e la banca centrale quest’anno ha già alzato i tassi 5 volte, ora è ai 6%, per contenere l’inflazione che aveva ripreso a correre questa primavera. Non se la cavano benissimo, ma se la cavano.

La scelta della ristrutturazione del debito implica semplicemente che uno stato dichiara che i debiti non verranno più ripagati. I creditori non possono fare molti, anche se poi i processi giuridici vanno avanti per decenni.

Dopo la ristrutturazione è difficile e doloroso rimettere il paese in piedi e può essere molto difficile farsi prestare nuovamente soldi sul mercato interbancario. Ma senza interessi da pagare sul debito dovrebbe essere possibile per la maggioranza dei paesi di tenere un budget in equilibrio. Piú facile ancora se il paese è ricco di partenza e lo stato può farsi prestare soldi dalla propria popolazione.

Capolinea per il debito pubblico italiano

A guardare il grafico del debito pubblico italiano sembra quasi un’altra bolla.

 Una massiccia quantità di titoli di stato, che se da un giorno all’altro non più ritenute sicure vengono piazzate tutti insieme sul mercato senza trovare compratori, come è successo in Russia nel 1998, quando il rendimento delle obbligazioni è schizzato sopra i 200%.

A parte i 200.000 mln (dati in euro al 2011) toccati durante la grande depressione e poi durante la guerra, il debito è rimasto sotto quella soglia fino al 1969.

Già qualche anno prima, tra il ’65 e il ’66 il debito ha sostituito la crescita lenta con una più sostenuta. La crescita esponenziale del debito ha continuato fino al 1994, quando ha rallentato per rimanere su un plateau per quasi un decennio. Tra il ’03 e il ’04 però ha ripreso la rapida salita e ora siamo praticamente a 2.000 miliardi di debito.

Questo debito nel 2012 dovrebbe costare 86 miliardi di euro in interessi, di cui ca il 44% va all’estero. Il resto è detenuto da banche italiane e da residenti nel paese.

E lo sappiamo tutti che il debito pubblico ha superato i 120% toccherà i 130% sul PIL. Per il PIL 2012 conto sui -2,4% indovinati dall’Istat:

Patate piccole però in confronto con il debito giapponese, sui 200% sul PIL.

Meno chiaro è se tutto questo debito effettivamente serve a far andare il paese. In altre parole, se aumentiamo il debito, poi davvero aumenta anche il PIL e quanto aumenta?

Ho preso quindi la serie storica per il debito pubblico di Bankitalia e la serie storica del PIL e ho calcolato quanto cresce il PIL per ogni euro in piu di debito.

Risultato:

In tre anni siamo andati da un rendimento marginale debolmente crescente, a uno piuttosto decrescente. Come si dice, attraversare il Rubicon.

Ultima parola: sembra che la svolta decisiva sia arrivata con l’euro nel 2000.

SEN significa più regole e norme

Ieri sono stata ad una interessantissima tavola rotonda, workshop, seminario, club per l’ammirazione reciproca, ovvero “Verso un Nuovo Modello di Mercato Elettrico” organizzato da eLeMeNS .

Anche questa volta non sono riuscita a scroccare neanche un bicchiere di prosecco, perché costretta a tornare a casa a cucinare prima che finisse.

E anche qua si è finito per parlare molto moltissimo del SEN.

Che a quanto pare non piace proprio a nessuno. Finisce che un decennio di liberalizzazioni vengano buttate all’aria visto che il governo sembra intenzionato a introdurre più regolamentazione e cioè meno libertà e più oneri (o chiamateli tasse) burocratiche di mai prima.

La domanda è anche se il SEN è del tutto entro confini legali. Gli accordi per andare avanti con i piani verso il 20-20-20 erano già a posto, Italia sta comunque riducendo di molto il consumo di energia, un piano industriale che spenda ancora una volta 30 miliardi di euro, questa volta per l’efficienza energetica, ce lo possiamo solo sognare.

Come diceva Chicco Testa presidente di Assoelettrica (visto che non sono follower su Twitter di Stagnaro non ho la più pallida idea di cosa diceva lui, ma ora provvederò), “l’Italia è l’unico paese dove una importantissima sovracapacità è riuscita ad aumentare i prezzi dell’energia”.

E non se ne vede una fine, anzi, come detto da molti altri durante il workshop, per esempio Michele Governatori di AIGET, il SEN fa paura perché si vuole rafforzare regole e norme invece di rafforzare il mercato.

Come la penso io è quasi innevitabile. L’era idrocarburica ha cercato di liberarsi, e a parte qualche nuovo innovativo strumento di tortura per gli operatori controllo che l’authority si possa inventare, ci stava riuscendo bene.

Ma non importa cosa fanno gli idrocarburi perché sta incominciando l’era elettrica. Che sarà regolamentato fino al collo. Semplicemente perché è molto più facile regolamentare una cosa che a livello nazionale viaggia solo in infrastrutture statali.

La smartgrid come strumento di policy e anche arma per il governo.

Nuovi soldi (invisibili) alla Grecia

Da tenere a occhio oggi il FTSEMIB che reagirà insù sulla notizia che la farsa greca continuerà ancora per un po’.

Si sono messi d’accordo stanotte su altre 40 miliardi di euro, che ovviamente nessuno sa da dove arriveranno, e anche questa volta prima o poi i mercati se ne renderanno conto. Ma non subito questa mattina.

L’indice ha toccato 2 volte la resistenza del canale in discesa, che in questo momento più o meno coincide anche con la MM50.

La storica resistenza che vale dal 2007 è tracciato in rosa, quella più aggiornata in arancione.

Ieri ha chiuso a 15.508. La mia previsione resta che non salirà più sopra i 16.000, proprio grazie alla resistenza storica. Vedremo fino a dove la gioia greca lo portirà.

L’anatomia di una bolla

Quando ho scritto il post sul caffè qualche settimna fa mi ha colpito come anche questo asset segue perfettamente il tipico andamento di una bolla.

Parecchio tempo fa mi sono ritrovata nel blog  molto interessante di un professore in economia, Jean-Paul Rodrigue, specializzato in sistemi di trasporto, quindi anche nel Baltic Dry Index, ma interessato a tutti gli asset che possono presentare sintomi da bolla. Già nel 2005 scriveva della bolla immobiliare, prevedendo che sarebbe scoppiata nel 2006:

Welcome to the era of asset inflation where everyone is getting rich simply by being a homeowner and seeing their equity inflate to infinity and beyond; the Buzz Lightyeartm economy.

Spot on. Ma nessuno ascolta le persone realiste, perché quasi sempre sbagliano la linea temporale. Se una persona nel maggio 2005 avesse ascoltato Rodrigue uscendo anche dalla borsa, si sarebbe perso 2 anni di gonfiamento borsistico, il 35% sullo S&P500, che si è sgonfiato solo in ottobre 2010.

Ed è per questo che le persone che dicono la verità sull’economia Buzz Lightyear non vengono ascoltate. C’è chi si è esposto troppo presto rispetto alla bolla high tech intorno al 2000 perdendoci il lavoro, e ci sono economisti che già da 20 anni ammoniscono sul pericolo Giappone. Inascoltati. Ma l’incidente ferroviario più lento della storia arriverà comunque prima o poi.

Rodrigue ha distinto varie fasi durante la creazione e successivo scoppio della bolla, e la caduta di Coyote possiamo definire resa o capitolazione. Le ricerche di Rodrigue si basano su dati economici di 500 anni, e graficamente la psicologia dietro la bolla si presenta così:

Anatomia di una bolla
Anatomia di una bolla
  1. Fase furtiva. Chi capisce i nuovi fondamentali cominciano a muovere lentamente i soldi. Sono i fund manager più famosi come Kyle Bass, Hugh Hendry, e il mio personaggio preferito, Marc Faber. I prezzi aumentano, ma talmente lento che il pubblico non si accorge.
  2. Consapevolezza. Arrivano i soldi istituzionali e cioè i tuoi fondi pensione. I prezzi accelerano un poco, e ci sono anche uno o più periodi di discesa quando i primissimi investitori vendono per cominciare a realizzare qualche guadagno. La “bear trap” è la trappola degli orsi. Sembra una inversione del trend, ma dopo poco tempo si riprende la salita. Alla fine della fase arrivano i media.
  3. Mania. Grazie all’attenzione dei media chi ci investe è sempre meno sofisticato e addirittura incapace di analizzare da solo il mercato. In questa fase i flussi di soldi dal pubblico è talmente forte che nessuno si accorge che i primi investitori lentamente cominciano a ritirarsi. E chi ha investito all’inizio della fase entusiasmante facilmente continua a metterci soldi, anche ipotecando la casa se necessario a sostenere questa opportunità di una vita. A un certo punto esperti e media cominciano a parlare di “nuovi fondamentali” e “questa volta è diverso“. Questa ultima espressione è poi diventata un famoso libro su come appunto, anche questa volta, niente è diverso. Le bolle scoppiano inesorabilmente.
  4. Sgonfiamento. Proprio in cima a quello che dovrebbe essere i nuovi fondamentali arriva un trigger, e la comunità investitrice capisce che la situazione è cambiata. Tutti i grandi cercano di uscire insieme e la porta è davvero troppo stretta. I prezzi crollano molto più velocemente di quanto aumentavano. Chi resta sono gli ultimi arrivati, che hanno investito in cima e che non possono accettare di aver perso i risparmi di una vita. A un certo punto l’asset è sceso talmente tanto che sembra sicuro rientrarci, e per qualche mese i prezzi tornarno a salire. Il cosiddetto “bull trap“. Ma poi la discesa riprende perché il prezzo deve tornare ai veri fondamentali. E quando tutti questi hanno perso la speranza, uscendo dall’asset, deprimendo il prezzo addirittura sotto il trend lineare, allora rientrano le smart money per una nuova fase furtiva. In inglese: rinse, repeat.

E da qua torniamo al caffè. Mi rendo conto che il discorso “bolla” non è perfettamente adatto a una materia come il tropicale caffè, perché molto più difficile da comprare e vendere rispetto a azioni in un certo settore, come quello IT, scoppiato nel 2000-2001. Ma il caffè è perfetto per illustrare il concetto, e non escludo comunque che solo un decennio fa non esisteva il trading casalingo di materie prime, mentre ora si. Quantificare il numero di contratti in mano a casalinghi per me è impossibile.

Grafico settimanale per facilitare la visione:

Bolla del caffè
La bolla del caffè

La linea arancione è il trend lineare al quale il caffè è appena tornato, nonostante i lugubri previsioni sul futuro della pianta. La linea blu è il mio tentativo di tagliare la testa al toro. Entro le due linee vedo un oscillazione normale, quello che è successo da luglio 2010 ad aprile 2011 è bolla.

Riserve di petrolio in aumento

Riserve e produzione di petrolio

Diamo uno sguardo alle riserve di petrolio.

In questo momento le riserve non dovrebbero essere il fattore limitante all’accesso di petrolio. Il mondo possiede al 31 dicembre 2011, secondo il WEO 2012, 1.694 miliardi di barili di petrolio di riserve, ma anche 5.871 miliardi di barili di risorse, che potrebbero diventare riserve con i soliti miglioramenti tecnologici, che in realtà non c’entrano ormai più di tanto con l’avanzamento tecnologico. Le tecnologie ci sono da decenni, anche se certamente ci sono sempre sviluppi in efficienza energetica e utilizzo di altre materie prime come acqua e gas naturale che servono per l’estrazione.

Quello che spinge le risorse a diventare riserve è un prezzo del petrolio in aumento, in modo da rendere commerciale l’estrazione in certi angoli infernali del pianeta.

Per il grafico ho usato dati BP, che per il 2011 ha una cifra più bassa per le riserve rispetto al WEO, 1.653 miliardi di barili:

L’estrazione è aumentata del 33%, ma le riserve sono aumentate di 142%.

Riserve e produzione di petrolio

Di conseguenza il rapporto tra riserve e produzione, la R/P ratio, è aumentata 82% dal 1980 ad oggi:

Reserves to production ratio, oil

Nel 1980 il mondo poteva aspettarsi ancora 30 anni di produzione di petrolio, al livello di estrazione e riserve accertate di allora. Oggi abbiamo ancora 55 anni si estrazione al livello di oggi.

Ma mentre il R/P continua a migliorare, la velocità del miglioramento rallenta. Con linea trend lineare:

Rallentamento reserves to production ratio?

Visto che il trend al rallentamento è già la realtà, fra qualche anno ci parcheggeremo solidamente sotto lo zero e vedremo una crescita negativa per il rapporto tra riserve e produzione.

Geologia. Non ci possiamo fare niente. Il petrolio c’è, ma sta in basso sotto i mari, dentro la sabbia, dentro lo shale, nel mare artico che anche senza ghiaccio avrà tempeste e temperature tali da rendere la zona molto difficile da lavorare.

E per chi è curioso dove sta il futuro vi presento…l’Iraq.

Che Orinoco in Venezuela e le sabbie canadesi abbiano aggiunto miliardi di barili in pochi anni quando sono diventati teoricamente producibili, è ormai conoscenza mainstream. Ma della riserva canadese di 175 miliardi, 169 sono sabbie, e di questi 169 solo 25 miliardi, il 14%, vengono attualmente sviluppate. Problemi di tempo e scala.

Il paese che sta salvando il mondo è un altro. Iraq possiede vaste quantità di petrolio, quello vero, e si crede che in Kurdistan la cifra di 47 miliardi di barili sia molto sottovalutata.

Iraq, riserve di petrolio

Per un decennio le riserve erano ferme a 115 miliardi, ma tra il 2010 e il 2011 sono stati aumentati a 143 miliardi, +25% in un anno. Da aumentare ancora.

Energy Efficiency Report conferma mancanza di credito

Sono stata oggi al politecnico.
Che nostalgia trovarsi in un ambiente universitario. Bei tempi.
Comunque, io ero li per metterci le mani sulla versione cartacea di questo:

Energy Efficiency Report del politecnico di Milano. 180 pp.

Il convegno per la presentazione dell’Energy Efficiency Report, redatto dalla School of Management del Politecnico di Milano era molto ben organizzato, strapieno di persone che evidentemente avevano già partecipato alla versione precedente. Ho deciso che eravamo in almeno 25 file x almeno 18 sedie, più tanti studenti lungo le pareti che non avevano trovato posto a sedere.
Infatti, con la mia postura non-vichinga non ci sono riuscita ad arrivare al tipo che distribuiva i caffé nel break. Prossima volta, termos.

L’anno scorso (io non c’ero) si è parlato di efficienza energetica nell’edilizia, ma questa volta si trattava di convenienza economica di investimenti nelle principali tecnologie per fare efficienza energetica in impresa. Esattamente quello che ho ripreso nel mio post sul esempio pratico.

Si avrebbe dovuto parlare anche della SEN, ma ogni volta che veniva menzionato da un moderatore, o all’interno di una domanda, la reazione dell’interlocutore, qualsiasi interlocutore, è stato, “ah già, il SEN”.

Solo Giovanni Lispi di Sorgenia si è espresso sul SEN. In negativo. Dicendo che manca totalmente una incentivazione forte sull’efficienza energetica nel SEN, e che per di più non parla del primo passo estremamente importante, e cioè di incentivare in tutti i modi gli audit energetici.

I problemi sono esattamente quanto descritto da me, e cioè che il governo non ha soldi da distribuire, abbiamo visto il numero 30 milioni da distribuire su 50 aziende; le banche non prestano; le aziende non osano prelevare dai loro utili perché non sanno quanti trimestri ancora avranno introiti abbastanza alti da non dover usare i risparmi.

Entrano le ESCO, le Energy Service Companies, che ormai ci sono di tutte le taglie. Ma soprattutto, hanno sottolineato sia Sandai di Enel Green Power che Quaini di Edison, lo sono le grandi aziende fornitrici di energia.

Entrambe queste aziende sono pronto a finanziare, o almeno così è sembrato, l’investimento necessario, praticamente diventando banca. E quello che perde la banca, lo vincono loro. A differenza della banca però intervengono solo se si è sicuri del livello di efficienza da raggiungere.Ma l’expertise ce l’hanno in-house, ed è solo nel loro interesse fare degli audit di altissima precisione.

Parentesi mia: ho spesso pensato che, quando non funzionano più alcune strutture in una società, questi vengono per forza sostituiti da altre strutture che svolgono lo stesso ruolo, se noi la gente ne abbiamo davvero bisogno. Come “Chi l’ha visto” effettivamente trova un sacco di persone che la polizia ormai non si mette neanche a cercare, così le utility diventano banche. Chiusa parentesi.

Molti sono i grafici interessanti, tra cui uno che dimostra che almeno le grandi aziende in Italia il gas lo pagano relativamente poco:

In Danimarca le aziende con consumo sopra i 10 GWh annuali pagano il doppio rispetto alle aziende italiane. Anche in Germania e Svezia i prezzi sono alti.

Come spesso avviene sono anche qua le piccole aziende che portano il peso del prezzo del gas. Quelli con consumi pari a 0,25Gwh annuali lo pagano il 30% più dei grandi.

Una tabella interessante è quella dell’incidenza della bolletta energetica sul margine operativo lordo pre- e in crisi.

 In questi casi la media di 34%, su da 24%, non è molto interessante, perché la variazione è troppo grande.

Prendiamo i prodotti per l’ediliza per esempio. In pieno finale del boom dell’edilizia nel 2007, meglio conosciuto come bolla immobiliare, esattamente quella che Bankitalia ogni tanto smentisce, la voce energia incideva per il 63% sul mol. Nel 2010, era di 220%.

Questo dovrebbe indicarci un settore nella più grande crisi. Perché in fondo tra il 2007 e il 2010 i prezzi energetici non sono saliti così tanto. Sono i margini che si sono ridotti per un settore peggio che stagnante.

Un settore che non risente dalla crisi, perché non ne possiamo fare a meno, e forse addirittura potrebbero guadagnarci, è quello alimentare. E infatti la quota energia sul mol è rimasto praticamente uguale, da 26 a 27%. Più cioccolato per tutti.

Biocarburanti a costo capitale sostenibile

Interessante l’articolo Fuel from waste, poised at a milestone del NYT.

Il mais rimane protagonista dei biocarburanti

Il grande problema dei biocarburanti, e in realtà di tutte le nuove tecnologie su energia, materiali, alghe, efficienza e quant’altro è che non abbiamo più il tempo, né forse i materiali a sufficienza, per costruirci le nuove infrastrutture energetiche ed efficienti a una scala dove potrebbe effettivamente fare la differenza a livello globale.

Sono letteralmente decenni che leggiamo di sperimentazioni veramente belli e riusciti, dentro un qualche laboratorio pieno di cervelli. Solo che il risultato riuscito poi non sembra uscire mai dal laboratorio per entrare sul mercato. Né a scala di Chanel 5, né e figuriamoci, a scala globalmente industriale.

A livello di qualche singolo paese, più ricco degli altri, ci saranno implementazioni del nuovo sufficienti a coprire fabbisogni nazionali. Ma saranno le eccezioni fortunati che in questi anni hanno ancora abbastanza da investire per arrivarci prima degli altri. Italia può certamente farcela, se si fa sul serio con l’efficienza energetica.

Quindi con un po’ di acquisito scetticismo leggo che negli Stati Uniti cominciano a esserci impianti di produzione di biocarburanti di scarti agricoli da coprire interi punti percentuali del fabbisogno. Sempre un’inizio.

I progetti redditizi a scala industriale partono con un impianto in Columbus costato 200 milioni, che produrrà 13 milioni di gallons all’anno da quello che l’impresachiama greggio rinnovabile. 

Un’altro impiano, per l’etanolo, in Florida, è costato 130 milioni e produrrà 8 milioni di gallons, appunto 1% della domanda dello stato.

In Iowa vogliono addirittura produrre  25 milioni di gallons di etanolo all’anno. Il progetto dovrebbe costare 261 milioni.

Infine c’è anche la spagnola Abengoa che in Kansas sta costruendo per 350 milioni un impianto che produrrà 25 milioni di gallons.

L’articolo consta che l’input degli impianti è spesso a costo zero, o addirittura negativo, visto che agricoltori e comunità potrebbero anche pagare per liberarsi di questi scarti.

Ovviamente il tutto dipende da prezzi alti per il petrolio, e che il governo statunitense non dia retta a chi vorrebbe l’eliminazione del mandato di mettere anche 15% di etanolo nel carburante.

Come già detto, le tecnologie esistono da tantissimo tempo. Infatti il congresso americano aveva un obiettivo di 500 milioni di gallons di biocarburanti per il 2012. Poi revisionato a…6 milioni. Tecnonaivisti politici che non capiscono l’economia dietro alla raffinazione.

Divertente l’elenco fatto dal NYT di tutti gli impianti biofuel ora sul grande cimitero degli impianti biofuel. Per mancanza di economia dietro. Ogni singola volta si era detto che bastavano un paio d’anni, e poi sarebbe partita la commercializzazione. Ma quest’anno pare proprio ci sia la svolta.

Se guardiamo i progetti citati dall’articolo sembra che tra costo del capitale e output in gallons ci sia una correlazione, cioè dividendo il costo con l’output:

  • Columbus = 15,3
  • Florida=16,25
  • Kansas = 14
  • Iowa=10

Solo in Iowa sono più ottimisti sul costo. Forse perché la POET costruisce la nuova subito accanto a una raffineria esistente e potranno usare qualche infrastruttura e sistemi di fornitura in comune.

Altrimenti possiamo forse assumere che per avere un progetto redditizio ex novo bisogna arrivare a una quota di ca 15 tra costo capitale (dollari) e output (gallon).

Purtroppo non riesco a paragonare Porto Marghera a questi impianti nuovi, perché li si tratta di una conversione che a quanto pare dovrebbe costare solo 100 milioni di euro per un output di 300.000 tonnellate. Dovrebbero corrispondere a ca 100 milioni di gallons, quindi quattro volte le quantità di Iowa e Kansas. 127 milioni di dollari divisi 100 milioni di gallons = 1,27.

La riserva aurea in Italia

Il valore della riserva aurea della Banca d’Italia è decisamente cresciuto per il periodo dal primo gennaio 1999 ad oggi. Dai 20 miliardi di euro nel 1999 siamo oggi a 108 miliardi di euro:

Il primo aumento notevole è avvenuto nell’autunno del 2005 quando il valore è andato da ca 25 miliardi a 40 miliardi in 9 mesi. Poi andamento  lineare fino a quando non si è fatto sentire la crisi finanziaria nell’autunno 2007, quando il valore in pochi mesi è aumentato di 10 miliardi di euro.

Ma anche il livello 50 miliardi è durato poco. Da febbraio 2008 a oggi abbiamo visto una crescita di 114%. E cioè più che raddoppiato in 4 anni e mezzo. E dal 1 gennaio 1999 il valore è salito del 457%, è quindi aumentato 5,6 volte quasi.

Nello stesso periodo l’attivo totale della BI è salito di soli 298%, quindi aumentato quasi 4 volte:

Ma il grando salto è avvenuto tra marzo e aprile del 2011. Da li ad oggi l’attivo totale è salito di 100%, cioè raddopiato in un solo anno e mezzo. Merito soprattutto dei prestiti ai paesi zona euro in difficoltà. Soldi che non torneranno indietro al completo.

La percentuale dell’oro sul totale dalla primavera dell’11 è tornata al livello del autunno 2009, ca 17%, dopo aver toccato un massimo di 25%:


Ma non c’è nessun motivo per essere grati alla Banca d’Italia della capacità di previsione, pensando che loro abbiano comprato quanto potessero per salvaguardare la sanità finanziaria del paese. Le riserve fisiche non sono aumentate su tutto il periodo.

Semmai bisogna essergli grati che non hanno mai venduto un grammo.

Se prendo il valore della BI “oro, e crediti in oro” e lo divido mese per mese del prezzo dell’oro in euro, scaricabile da bullionvault, viene praticamente un retta con oscillazione probabilmente dovuta all’impossibilità di allineare perfettamente i dati bullionvault con quelli della banca:

L’oro si trova almeno parzialmente nel palazzo Koch della Banca d’Italia a Roma. Ecco Alberto Angela che ci porta dentro il caveau della banca nazionale, in un documentario fatto da Rai 1 nel 2010:

Che fatica custodire qualcosa che realmente vale qualcosa. Per aprire il caveau ci vogliono tre persone con tre chiavi diversi. Affascinante la vista su quelle migliaia di lingotti, del peso medio di 12,5 kg.

Poi però Angela ci spiega che tutto l’oro italiano non ci sta li dentro:

…Infatti un’altra parte è custodita strategicamente nelle banche centrali di tre altre nazioni. La Federal Reserve negli Stati Uniti, la Bank of England nel Regno Unito, e la Banca dei Regolamenti Internazionali in Svizzera.

 Probabilmente una volta era strategico. Italia con memoria fresca delle guerre avrebbe voluto assicurarsi una riserva d’oro anche in caso di attacco al paese.

Solo che ultimamente ci sono polemiche in corso (Spiegel, inglese) tra la Germania e gli Stati Uniti, che non permette ai tedeschi di venire dalla Fed a controllare l’esistenza dell’oro tedesco in custodia americana, ca il 50% sul totale di 3,6 mila tonnellate. L’ultimo controllo fisico risale al 1979/80. L’ente per l’auditing esterno ha fortemente criticato la Bundesbank della lassità.

È improbabile che la società per l’auditing esterno della Banca d’Italia, la PriceWaterhouseCoopers, abbia mai voglia di criticare la BI perché non vadano negli USA a contare i lingotti. Dopo, la banca potrebbe voler contare anche quelli in Inghilterra.

La Bundesbank ha comunque promesso che durante i prossimi 3 anni verranno portati a casa 150 tonnellate di oro. Visto la restia degli Stati Uniti si può presumere che toccherà a francesi e inglesi di svuotare le proprie tasche per soddisfare la richiesta dalla Germania.

E che dire che parte dell’oro italiano si trova alla BIS che non mi risulta sia la banca centrale Svizzera, ma viene presentata da Angela come se lo fosse?  Sta proprio nel nome della banca di usare l’oro per i loro regolamenti internazionali.

Ovviamente il youtubino del documentario Rai1 non ci svela quanto oro fisico si trova entro i confini nazionali italiani:

Ma quanto oro c’è esattamente dentro la sagrestia, qual è il suo valore? Beh, è impossibile riuscire a dare una cifra esatta, e sarebbe sbagliato.

Sarebbe sbagliato perché trasparenza mai, guai. E poi non è mica del popolo italiano questo oro. È di proprietà delle maggiori banche italiane azionisti della Bankitalia.

Angela continua però dicendo che il bilancio dell’oro fisico custodito in Italia alla fine del 2005 era di oltre 20 miliardi di euro. Ma secondo la banca in dicembre 2005 il valore dell’oro e crediti in oro era di 34,3 miliardi di euro. La Banca d’Italia possedeva quindi 7 anni fa neanche il 60% del proprio oro. 

Perché l’oro lo possiede chi lo tiene fisicamente. Oro è moneta, altrimenti la Banca d’Italia e tutte le altre banche nazionali non si sarebbero mai preoccupate tanto. Se poi le mie monete si trovano nel portafoglio di un’altra persona, che non me le fa guardare, figuriamoci toccare, quelle monete sono mie solo se la mia bomba atomica è più grande della sua.

Anche due parlamentari italiani trovano inquietante la situazione della riserva ed è in corso da gennaio 2012 una INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA per sapere chi esattamente è il proprietario, e quando e perché è stata presa la decisione di spostare l’oro all’estero e se ancora sta nell’interesse dell’Italia tenerlo lontano.

Attendiamo. Purtroppo questi due sottoscrittori fanno molto meno rumore del loro collega tedesco che qualche risultato l’ha ottenuto.