Distruzione non è profitto

Centosessanta anni e rotti dopo la morte di Frederic Bastiat il mondo è ancora pieno di persone che credono che la distruzione possa giovare all’economia. Queste persone si chiamano keynesiani. Spesso, come Krugman, cercano di sottolineare come le guerre sono fantastiche per aumentare il PIL.

L’articolo Bloomberg sull’uragano Sandy alla fine cita un’indagine condotta tra 10 economisti, tutti convinti che i 0,2 punti rubati al PIL americano nel Q4 del 2012 verranno compensato dai 0,8 punti PIL in più grazie alle ricostruzione necessarie che seguiranno.

Se questi 10 economisti guarderebbero oltre il Q2 2013 vedrebbero come quei 0,8 punti PIL, pagati da comuni o regioni americani, arrivano dalle tasse degli americani. O si impoveriscono i già superindebitati comuni, o si aumentano le tasse.

Bastiat l’aveva già spiegato nella sua parabola sulla finestra rotta: Un ragazzino rompe un vetro, il papà si incavola perché gli costa 6 franchi sostituirlo. Ma i passanti testimoni osservano che comunque l’economia ci guadagna: il vetriere quei 6 franchi li guadagna. Morale consensuale dei tempi di Bastiat ma purtroppo anche la nostra: la distruzione fa circolare soldi nell’economia e tutti ci guadagno.

Ma Bastiat non si ferma li, e dice che bisogna guardare quello che non si vede. E quello che non si vede è che papà non potrà spendere quei 6 franchi in scarpe nuove per il figlio, oppure in qualsiasi cosa che gli servirebbe al suo commercio. Quindi il papà invece di possedere una finestra intatta e un paio di scarpe, deve sostituire la finestra rotta, con perdita di tempo suo che è sempre un costo, incavolatura, e perdita di soldi per il calzolaio.

Il danno del bambino ha reso la comunità più povera del valore di una finestra.

I 30 miliardi di dollari di distruzione portata da Sandy, di cui 20 miliardi di danni fisici, devono essere sostituiti. I danni alle infrastrutture arriveranno tramite la tassazione della gente che lavora. Gli effetti sul consumo non sono immediati, ma prima o poi arrivano. In estensione verranno tolti risorse alla polizia, alle scuole e agli ospedali pubblici. Tutti pagati con le tasse di chi lavora.

E se tutte le persone che ieri e oggi non hanno comprato quel frigo nuovo lo fanno dopodomani, e quindi il risultato immediato per la GE rimane immutato, significa solo che fra 3 mesi, 6 mesi o 9 mesi, quando le famiglie vedono Sandy nella busta paga, rinunciano alla sostituzione di altri tre elettrodomestici. E dopo 10 anni di uragani da pagare tramite le tasse, rinunciano alla nuova macchina. Anche perché rischiano sempre di trovarsela sotto l’acqua.

L’aumento degli eventi climatici estremi non possono in nessun modo migliorare l’economia. Alla fine dei conti si tratta di un costo, spesso pagato sulla pelle della gente già colpita dall’evento stesso.

4 responses to “Distruzione non è profitto”

  1. questionedienergia says :

    Anna, a me sembra un po' strano.
    Non è piuttosto che keynesiano è una parola di cui oggi si appropriano in troppi senza saperne abbastanza? Il grande sir Maynard se non erro diceva che la promozione di una scelta espansiva (che sposta cioè a destra l'equilibrio sul suo famoso grafico IS-LM) fa da motorino d'avviamento ad un'economia che si è spenta. Ovviamente questa promozione spetta alle PA (allo stato, insomma, ma non significa sbatter via soldi nè stamparli a vanvera: promuovere il ponte sullo stretto di Messina quando poi in Sicilia mancano le strade NON E' KEYNESIANO: è keynesiano che lo stato faccia debiti per cose che poi si ripagano. Quanto a Krugman (e scusami, ma mi piace anche lui) probabile non intenda TUTTE le guerre. Certo è innegabile che dopo la WW2 (e dopo i prestiti fatti subito dopo a gran parte del mondo, che però sono loro ritornati, eccome) gli USA hanno innalzato spaventosamente la loro posizione di forza (anche economica) nel mondo. Krugman immagino faccia una constatazione, non credo consigli di fare guerre per risvegliare l'incremento del PIL.

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  2. Anna Ryden says :

    Il povero Keynes ha dovuto dare il nome a tutto questo stimolare dell'economia fine a se stesso. Politici terrorizzati dalle prossime elezioni, che ordinano infrastrutture inutili pur di vedere il PIL positivo nell'arco temporale che porta alla rielezione. Certamente hai ragione che non sappiamo abbastanza dell'uomo e la sua opera (per esempio quella sulla probabilità) ma ormai la parola keynesiano ha questo significato. E il premio nobel Krugman non ha ancora capito che siamo al capolinea per quanto riguarda stimoli economici.

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  3. questionedienergia says :

    Anna, se qualcuno mi dice che i 18mld di euro di debiti della regione Sicilia provengono da una strategia keynesiana, lo invito ad andarsi a studiare il capostipite: non è questione di probabilità, sono soldi stanziati fin dal primo momento senza nessuna intenzione di avviare alcunchè. La centrale a carbone a settimana che la Cina avvia invece è decisamente keynesiana: anche se il pianificatore avesse imprevisti (sbatteranno contro il capolinea?Può essere), le intenzioni sono state keynesiane. Scusa la precisazione, ma siamo noi che leggiamo un po' di più della media che non possiamo far passare ai politici qualunque sproloquio
    s.r.

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  4. Giorgio Ansan says :

    Purtroppo Krugman ha proprio affermato in una intervista che ci vorrebbe una guerra per rilanciare l'economia e si è pure grattato il naso quando l'ha detto….

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