Archive | ottobre 2012

Distruzione non è profitto

Centosessanta anni e rotti dopo la morte di Frederic Bastiat il mondo è ancora pieno di persone che credono che la distruzione possa giovare all’economia. Queste persone si chiamano keynesiani. Spesso, come Krugman, cercano di sottolineare come le guerre sono fantastiche per aumentare il PIL.

L’articolo Bloomberg sull’uragano Sandy alla fine cita un’indagine condotta tra 10 economisti, tutti convinti che i 0,2 punti rubati al PIL americano nel Q4 del 2012 verranno compensato dai 0,8 punti PIL in più grazie alle ricostruzione necessarie che seguiranno.

Se questi 10 economisti guarderebbero oltre il Q2 2013 vedrebbero come quei 0,8 punti PIL, pagati da comuni o regioni americani, arrivano dalle tasse degli americani. O si impoveriscono i già superindebitati comuni, o si aumentano le tasse.

Bastiat l’aveva già spiegato nella sua parabola sulla finestra rotta: Un ragazzino rompe un vetro, il papà si incavola perché gli costa 6 franchi sostituirlo. Ma i passanti testimoni osservano che comunque l’economia ci guadagna: il vetriere quei 6 franchi li guadagna. Morale consensuale dei tempi di Bastiat ma purtroppo anche la nostra: la distruzione fa circolare soldi nell’economia e tutti ci guadagno.

Ma Bastiat non si ferma li, e dice che bisogna guardare quello che non si vede. E quello che non si vede è che papà non potrà spendere quei 6 franchi in scarpe nuove per il figlio, oppure in qualsiasi cosa che gli servirebbe al suo commercio. Quindi il papà invece di possedere una finestra intatta e un paio di scarpe, deve sostituire la finestra rotta, con perdita di tempo suo che è sempre un costo, incavolatura, e perdita di soldi per il calzolaio.

Il danno del bambino ha reso la comunità più povera del valore di una finestra.

I 30 miliardi di dollari di distruzione portata da Sandy, di cui 20 miliardi di danni fisici, devono essere sostituiti. I danni alle infrastrutture arriveranno tramite la tassazione della gente che lavora. Gli effetti sul consumo non sono immediati, ma prima o poi arrivano. In estensione verranno tolti risorse alla polizia, alle scuole e agli ospedali pubblici. Tutti pagati con le tasse di chi lavora.

E se tutte le persone che ieri e oggi non hanno comprato quel frigo nuovo lo fanno dopodomani, e quindi il risultato immediato per la GE rimane immutato, significa solo che fra 3 mesi, 6 mesi o 9 mesi, quando le famiglie vedono Sandy nella busta paga, rinunciano alla sostituzione di altri tre elettrodomestici. E dopo 10 anni di uragani da pagare tramite le tasse, rinunciano alla nuova macchina. Anche perché rischiano sempre di trovarsela sotto l’acqua.

L’aumento degli eventi climatici estremi non possono in nessun modo migliorare l’economia. Alla fine dei conti si tratta di un costo, spesso pagato sulla pelle della gente già colpita dall’evento stesso.

FTSEMIB 31 ottobre 2012

L’indice ha toccato la nuova resistenza, il fondo del canale in discesa, due volte prima di fare quel rimbalzo di cui parlavo il 26 ottobre.


 Oggi ha aperto a 15.585 con un gap comune, che probabilmente verrà chiuso entro non troppi giorni, dopo che l’indice si scontrerà con la storica resistenza. In questo momento ha sbattuto la testa con la MM20 (non nel grafico) e potrebbe essere che la distanza al MM200 sia diventata troppo grande e che si fa un ulteriore visita al fondo canale prima di tentare il tetto.

Alcuni grafici per l’Italia, Strategia Energetica Nazionale

In Italia la situazione consumo di energia è ovviamente diversa dallo scenario mondiale, per il momento dominato dai paesi in espansione.

Ormai sono sette anni, e sono convinta che varrà anche per il 2012, che il consumo di energia in Italia scende.

La popolazione però continua per ora la sua rapida salita. Infatti, fino al 2004 la correlazione tra consumo di energia e la serie storica per la popolazione era di 0,92, ma per gli ultimi sette anni è di 0,86. Sempre altissimo, ma in discesa.

Purtroppo per l’Italia tutte queste persone in più non riescono a contrastare una demografia a vaso cinese, e gli effetti dell’austerity sul bilancio fine mese. Una popolazione sempre più anziana semplicemente non ha bisogno di comprare nuove cose, anche se avesse i soldi. Il PIL segue il consumo di energia. O era il contrario? Nessuno l’ha mai chiarito una volta per tutte.

 La correlazione tra il consumo di energia e il PIL è di 0,96.

 

Entrambi i fattori sono in rallentamento già dai primi punti data come si vede dal grafico della crescita (decrescita) annuale. Ho aggiunte le linee trend per chi si lamenta dell’alta volatilità. La crescita annuale del consumo di energia è destinato a parcheggiarsi per molto tempo sotto lo zero. E con quello, il PIL.

Questo si chiama decrescita, fa moltissima paura ai politici, ma è il destino dei paesi estremamente indebitati, con stato welfare fine a se stesso (quanti sono i bidelli al comune di Milano che non sono neanche in grado di fare una fotocopia, anche perché è il loro diritto di non alzarsi dalla sedia?), con una popolazione sempre più anziana, in bisogno di pensioni e di cure.

Per fortuna è previsto che l’intensità energetica migliori di anno in anno, regalandoci più PIL pro caloria spesa. E non solo dovrebbe migliorare, ma questo processo dovrebbe addirittura accellerare, perché altrimenti non sarà possibile avere un PIL in crescita positiva, visto che la crescita del consumo di energia sarà sempre minore, se non fermo o negativo.

Per ora il grafico dell’intensità energetica in Italia è poco rassicurante:

Praticamente fermo da più di un decennio.

Ma grazie al SEN ci saranno le tecnologie, e soprattutto l’implementazione delle tecnologie a scala nazionale in soli dieci anni, tale da invertire questo trend dell’intensità energetica fermo e rilanciare la crescita del paese.

Brent 30 ottobre 2012

Movimenti importanti si, ma in fondo la media mobile a un anno, la MM200, è sempre allo stesso livello:

MM200: linea rossa.
Un anno fa era a 112 dollari, oggi è a 112 dollari, ogni tanto sale sopra, ogni tanto scende sotto.

Il prezzo stesso è entrato nell’intervallo 105 – 125 già 18 mesi fa, la media mobile ha seguito in agosto 2011.

Semplicemente vediamo un equilibrio tra domanda e offerta, e se non succedono delle cose particolarmente drammatiche il prezzo continuerà la sua oscillazione nell’intervallo. Nel senso di speriamo non succeda niente di drammatico.

Pressione in sù viene dall’aumento del consumo da parte di alcuni paesi come la Cina, e vari paesi arabi. Arabia Saudita sembra ancora capace di regolare la produzione. Voci in rete parlano sempre di petrolio già estratto, e rilasciato da magazzini. Ma chi lo sa.

Pressione in giù dal fatto che i paesi sviluppati lentamente diminuiscono i consumi. E finché gli esportatori non accellerano i consumi interni non vedremo gli effetti dell’Export Land Model.

Continuiamo di spremere sempre più PIL dai nostri barili:

E speriamo che la questione Iran continuerà la sua esistenza sotto la superficie anche dopo l’installazione del nuovo/vecchio presidente. Una guerra giova veramente solo a chi specula.

Finché la crisi finanziaria non avrà il permessi di scoppiare, il prezzo dovrebbe reggere per mesi ancora in questo intervallo. Cigni permettendo.

Strategia Energetica Nazionale #3


Abbiamo visto nel primo post sul SEN che le premesse sono false, ma anche che con la prima tendenza citata, il futuro consumo mondiale di energia, i numeri che rispettano la crescita della popolazione mondiale, il quadro non è per niente così buio come viene depinto nel SEN (secondo post). E questo andrebbe a sposarsi con la seconda tendenza descritta dal SEN, la diminuzione dell’intensità energetica attesa intorno a 2% annuali invece dell’attuale 1% annuale.
Che cos’è quindi l’intensità energetica del PIL?
Conservazione dell’energia significa diminuire la quantità di energia utilizzata per la stessa quantità di output da lavoro. In altre parole, vogliamo che la nostra tecnomassa lavori di più senza spendere più energia, o ancora meglio, addirittura spenderne meno. Come misura della conservazione di energia viene spesso usata l’intensità energetica.
Quando si tratta di misurarlo per una nazione intera, o per il globo intero, si butta dentro comportamenti della popolazione, e cambiamenti tecnologici e strutturali.
Il PIL non è ideale per misurare l’IE, perché contiene già in se tutti i soldi e energia usato del paese. Forse è quello uno dei motivi per l’altissima correlazione tra consumo di energia e PIL:
Ma è molto comodo usarlo perché esiste per quasi tutti i paesi in modo paragonabile, e riflette la situazione economica del paese.
Dal 1969 al 2012 (i dati BP aggiustati da me per il 2012) il PIL è cresciuto del 260% con una crescita annuale media del 3%, mentre il consumo di energia è cresciuto del 167%, con una crescita annuale media del 2,3%. Fantastica quindi questa crescita del PIL molto più forte del nostro consumo energetico.
Ma c’è un ma.
Come si vede dal grafico degli cambiamenti annuali, intorno al 2000 qualcosa è cambiato:
La crescita del PIL è rallentato e il consumo energetico è aumentato.
In forma di tabella:
media PIL 1969 – 1999
3,18%
media consumo energetico 1969 – 1999
2,30%
media PIL 2000 – 2012
2,68%
media consumo energetico 2000 – 2012
2,41%
Fino al 1999 il PIL cresceva molto più veloce del consumo energetico, ma da 13 anni ormai il PIL è rallentato parecchio mentre invece il consumo energetico cresce in maniera più sostenuta. 
Facendo il calcolo per l’intensità energetica come il consumo di energia mondiale diviso per il PIL mondiale vediamo che dal 1969 fino ad oggi c’è stato un notevole miglioramento:
Ma vediamo anche che dal 2000 siamo se non fermi, ma quasi. La media annuale ’69-’99 è di -0,86% quindi comunque lontani da quei meno 1%-1,5% annuali citati dal SEN, ma la media degli ultimi 13 anni è di soli -0,26%.  
La tendenza mondiale per l’intensità energetica sta andando nella direzione opposta rispetto a quello che dice la Strategia Energetica Nazionale. Negli ultimi 13 anni il miglioramento annuale corrisponde a 1/4 (-0,26%) della cifra usata nel SEN (-1%).
Dire che in futuro miglioreremo la situazione ancora, con un’attesa diminuzione di 2% all’anno, non corrisponde in nessun modo ai dati storici. 
Aspetta, forse intendono intensità energetica calcolata come consumo energetico sul PIL per capita? In fondo, se vogliamo capire se il mondo oggi è più bello di quello ieri, è il PIL pro capite che bisogna guardare, non il PIL totale.
Anche il PIL mondiale pro capite dimostra una tranqullizzante crescita lineare fino ad oggi con solo il piccolo singhiozzo del 2009.
Ma la popolazione mondiale è cresciuta molto più in fretta rispetto al PIL e così il PIL pro capite dal 1969 ad oggi è aumentato solo il 84%.
La grande sorpresa arriva però calcolandoci l’intensità energetica:
Stiamo decisamente peggiorando. E non solo, stiamo accelerando il peggioramento. Se fino 1969 l’aumento di intensità energetica media annuale era di 0,85%, dal 2000 ad oggi è di 0,92%.
Bilancio fin d’ora. Quattro premesse false e due tendenze interpretate molto liberamente. È una forte indicazione che non potrà mai uscire niente di utile dai club per l’ammirazione reciproca dalle tavole rotonde organizzate a rotazione per discutere di questo importante documento.

Strategia Energetica Nazionale #2


Primo post sul SEN qua
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Vediamo la domanda di energia. Secondo il SEN per il 2035 è previsto un aumento del 50%. Tanto per confonderci, perché usano il 2020, il 2030, il 2035 e il 2050 in contemporanea senza una logica dietro. È tutto basato su stime fatte da enti e aziende internazionali diversi. Nel SEN lo chiamano “fare leva”. Io lo chiamo copia/incolla.
Quindi al numero 50% non sono arrivati loro, ma invece si citano fonti autorevoli come BP, IEA e EIA. Le stesse che uso io per questo blog. Il problema di queste fonti, e di qualsiasi previsione, è che si tratta o di puro indovinare, o di backcasting. Nel primo caso le più brillanti menti sbagliano, come quando regolarmente i geni matematici delle varie banche centrali ogni singola volta sbagliano previsione del PIL, nel secondo caso si sceglie un numero per l’anno finale della proprio previsione, che sembra probabile dal punto di vista attuale, e si torna indietro al giorno d’oggi dicendo che questa o quella è la crescita che possiamo/dobbiamo avere. La IEA è una grande fan del backcasting. Questa metodologia loro la chiamano “Golden Rule Scenario”.
Io quando mi occupo di fantasticare sul futuro scelgo di indovinare, basandomi su serie storiche. Per indovinare il futuro consumo di energia però non basta la serie storica per il consumo di energia primaria della BP. La devo mettere in correlazione con qualcosa.
Sappiamo già che popolazione e consumo di energia hanno una correlazione altissima, quindi possiamo per esempio appoggiarci a questi dati. Ho calcolato la correlazione per i dati dal 1965 al 2010. È di 0,99.
I dati per il consumo energetico sono in milioni di tonnellate di petrolio equivalente.
Con questo non sto dicendo che esiste una causalità. È la crescita della popolazione a trainare il consumo di energia, o l’accesso a energia facile che permette di fare più figli? Malthus direbbe che “The power of population is so superior to the power of the earth to produce subsistence for man…”      Introducendo causalità in una discussione equivale a introdurre ideologia. Limitiamoci a usare i dati.
Secondo le più autorevoli stime, come per esempio quella delle nazioni unite, saremo incirca 9 miliardi di persone nel 2050. Guardando i dati vedo che dal 1965 al 2010 la crescita media per la popolazione mondiale è di 1,63% all’anno. Continuando questo trend nel 2050 saremmo sopra i 13 miliardi e non miseri 9. 
Per arrivare a solo 9 miliardi devo aggiustare la crescita media da oggi in poi a 0,65% annuali. E graficamente le due curve si presentano così:
Così in media dal 1965 al 2050 la crescita annuale diventa 1,50%. Molto semplificato.
Per l’energia invece vale che dal 1965 al 2010 la crescita media è di 2,63% all’anno. La relazione tra l’aumento di consumo energetico e l’aumento della popolazione oscilla intorno a 1,61.
E ora mi prendo la libertà di usare questa relazione di 1,61 e applicarla alla crescita media del consumo energetico, partendo dalla crescita della popolazione aggiustata di 0,65% annuali, appoggiandomi senza alcun imbarazzo alla correlazione storica di 0,99.
Moltiplico quindi 0,65 * 1,61 e viene una crescita media per l’energia da oggi al 2050 di 1,05% all’anno. Così mantenendo la correlazione storica di 0,99 e rispettando anche le previsioni per una maggiore efficienza energetica:
 Secondo questo grafico, che rispetta le stime più autorevoli per la crescita della popolazione da oggi al 2050, l’aumento di energia consumata a livello mondiale è di 28% al 2035 e di 50% al 2050. Il che avrebbero scoperto anche i redattori del SEN se avessero aperto un foglio excel.
Già un punto di partenza migliore.
Nota bene: Io mi sbaglio sicuramente. Ma anche loro si sbagliano sicuramente.

Green refinery al verde

Per tornare un attiamo al discorso delle Green Refinery, vi segnalo la notizia arrivata tramite il Financial Times, sulla nuova green refinery della BP in Florida.

E cioè che non verrà neanche costruita. Già in aprile la Shell ha dato buca su un’impianto del genere in Canada.

Si tratta di una second-generation biofuel plant, quindi un impianto che non usa colture utilizzabili come cibo. Visto le forti critiche contro le piantaggioni di mais destinati ai carburanti che ci toglie il cibo dalla bocca. In teoria questi impianti da seconda generazione non useranno mai colture direttamente prodotte per loro, ma solo gli scarti di agricoltura, o piante da terreni inadatti all’agricoltura.

Se gli scarti nazionali non bastano possiamo sempre costruire monocolture in Indonesia.

Gli italiani sono all’avanguardua nel settore, e apriranno il primo stabilimento con produzione a livello commerciale a Crescentino. Si tratta di una JV tra Gruppo Mossi & Ghisolfi e un private equity texano che ci ha messo 250 milioni di dollari nella Beta Renewables, che tra l’altro aprirà anche uno stabilimento in Brasile nel 2013, che produrrà, come quella italiana, 60.000 tonnellate all’anno.

Ovviamente essendo italiani, non sono quotati in borsa. Per investirci,  bisogna scrivere una mail alla casa madre, cioè il gruppo M&G, soltanto per poter sapere le modalità d’investimento. Ma siamo matti.

O forse sono dei geni. Perché la BP non costruisce perché per l’ennesima volta ha scoperto che le rinnovabili non rendono. Ovvero:

“Given the large and growing portfolio of investment opportunities available to BP globally, we believe it is in the best interest of our shareholders to redeploy the considerable capital required to build this facility into other more attractive projects,”

E questo da una delle 100 aziende di ingegneria energetica al mondo con la capacità di sviluppare un tecnologia e poi implementarla su scala globale.

Ma non è economico, e quindi la BP, nelle rinnovabili, rimane con gli impianti eolici negli Stati Uniti, e qualche impianto di etanolo da canne da zucchero in Brasile.

L’articolo FT non cita i motivi per la mancata costruzione. Ma può darsi che la BP non sia stata in grado di costruire in parallelo la catena di fornitura necessaria all’impianto. Gli scarti da agricoltura non sono certo una commodity globale, e quindi ogni impianto deve assicurarsi un’approvviggionamento sicuro da solo.

O anche, come scrive WSJ:

 “Another factor for canceling the project is the possibility of the U.S. Environmental Protection Agency changing how much cellulosic ethanol it will require to be blended into gasoline, Mr. Cohan added.”

Ovvero, la BP vorrebbe più controllo centrale e sussidi. 

FTSEMIB 26 ottobre 2012

Il canale rialzista in corso da giugno si è trasformato in un canale in discesa.

La linea arancione che resistenza è quella storica, sopra la quale l’indice farà un fatica inumana per salire. La linea rossa è il fondo del nuovo canale in discesa. Il punto minimo di oggi coincide anche con il rintracciamento fibonacci 76,40% con minimo al 1 ottobre e massimo il 18 ottobre. Se tiene la resistenza dovremmo vedere un rimbalzo nei prossimi giorni.

La Strategia Energetica Nazionale


Ho finalmente trovato il tempo per leggermi il SEN – Strategia Energetica Nazionale, redatto dal RSE (almeno credo), ed estremamente facile da leggere. Purtroppo. Lo stile è davvero troppo sempliciotto per un documento del genere. Ma così almeno siamo sicuri che al senato lo possano capire.
Andiamo invece a vedere i contenuti. Iniziando dalla premessa. 1. “…lo sviluppo senza precedenti di molte regioni del mondo sta esercitando una pressione sempre più forte sugli equilibri ambientali e sui prezzi delle materie prime, tra cui quelle energetiche”.
Per prima cosa bisogna dire che le parole “senza precedenti” sono addirittura un pochino ignorantelli. Praticamente tutto l’occidente, Italia e Svezia inclusi, stanno godendo di esattamente quello sviluppo da due secoli ormai. E una volta spostata la produzione industriale nel terzo mondo, grazie allo svilippo delle ferrovie, autostrade, e trasporti aerei, abbiamo cominciato a fare pressione non più sul nostro nazionale ambiente, ma su quello del terzo mondo. E siamo ancora noi che facciamo pressione sul pianeta, non loro. È razionale dal nostro punto di vista divedere il pianeta in noi sviluppati e loro sviluppandi, perché la strada avanti è quella della difesa. Ma è profondamente ingiusto, e come già detto, ignorantello, farlo sotto il pretesto dell’ambiente.
Recentemente queste regioni hanno cominciato a crescere economicamente, di creare una classe media, e di consumare. E visto che sono loro, brasiliani, africani, cinesi, i proprietari delle materie prime, possiamo solo essergli grati finché ce li vendono ancora. Sono paesi senza tradizioni democratici e senza libero mercato. La pressione sui prezzi delle commodities non andrà mai più via, anzi sarà sempre maggiore.
Un paese come l’Italia, e cioè senza materie prime, ha quindi una sola strategia – quella della difesa. Strategia e difesa. Due belle parole con etimologia militare. La strategia italiana dovrebbe riguardare massicci investimenti nell’energia, ma parallellamente e meno pubblica, ci sarà una Strategia Militare Nazionale, che descrive come difendere tutto questo ben di dio. Perché le infrastrutture energetiche necessarie al paese, non solo pannelli solari, eolico, impianti termoelettrici a carbone del quale non possiamo più fare senza, ma anche eventuali pipeline per il potenziamento del paese come hub del gas per tenere almeno una briciola di potere internazionale, saranno estremamente costose da mantenere, e quindi andranno protette. 
La premessa. 2. “Per l’Italia è prioritario tornare a crescere in maniera sostenibile – dal punto di vista economico e ambientale”. Ed eccoci qua alla crescita sostenibile. Anche pare, dal punto di vista ambientale. Aumentiamo gli alberi? Aumentiamo ancora di più i lupi sull’Apennino? Ricordiamoci che la nostra crescita ha creato enormi disuguaglianze sul pianeta, portando a enormi vantaggi per noi, ma solo aumentando la povertà nel terzo mondo. Abbiamo sbattuto la testa contro il soffitto della crescita. Fino ad ora era possibile che tutto il pianeta crescesse insieme. Ora non lo è più. D’ora in poi, chi cresce lo può fare solo sulle spalle di qualcuno che decresce.Saremo 9 miliardi tra 40 anni.  Italia certamente tornerà a crescere. Per alcuni anni, dopo una pluriennale decrescita, meglio conosciuta come recessione. E mai più raggiungerà i livelli del primo decennio del 2000.
La premessa. 3. “Il settore energetico ha un ruolo fondamentale nella crescita dell’economia del Paese…limitato impatto ambientale…” 
Ovvero la tecnologia verde per risolvere i problemi creati dalla tecnologia. Concentriamo ancora più tecnomassa nel paese, costruendo accanto  quella che inquina troppo. Così si potenzia il PIL. 
E poi anche “pensiamo ad esempio al potenziale della Green economy”.  Quindi la classica strategia del prefisso “verde” o “ambientale” alle discipline classiche, che però da sole non riescono a cambiare coscienza del pasticcio energetico e come uscirci…
Perché premessa 4 lo dice chiaramente: “logiche di sviluppo non controllabili centralmente”, e “in un contesto di libero mercato”.
Esattamente il contrario della strategia in vigore, con forti sussidi ai rinnovabili e con politiche centrali. Sempre più centrali se pensiamo al fatto che il progetto 20-20-20 ci viene imposto dalla comunità europea.
Non penso proprio che controllo centrale e sussidi verranno tolte. E quindi anche la premessa 4 non vale. Perché si tratta della sicurezza nazionale, non della sicurezza energetica nazionale. Vorrei proprio tanto vedere quel documento parallelo.

Esempio pratico del rischio politico sul prezzo azione

Visto la situazione canadese il mio dubbio è cosa potrebbe succedere con le piccole aziende di esplorazione e sviluppo sulla borsa canadese.

Praticamente tutti quelli che ci investono, o che comprano le azioni sulla borsa, lo fanno perché ci si aspetta un compratore asiatico con le tasche piene e il panico da picco.

Anche se i grandi investitori istituzionali e privati rimangono, perché remunerati in altri modi, gli azionisti piccoli hanno comunque un orizzonte di pochi anni, che in ogni caso dipende dal fatto che ci si aspetta di poter comprare una nuova Mercedes più in la. Ma se il si toglie l’effetto babbo natale a questo tipo di investimento, penso che ci sia il rischio che tutti guardano davvero altre zone al mondo. E senza i loro soldi queste aziende non possono mandare avanti i loro progetti.

Guardiamo da vicino l’azienda esploratrice BlackPearl, azienda del gruppo svedese Lundin, listata sia su Toronto che su Stoccolma, e che ho posseduto varie volte, e che ha un grandissimo seguito di piccoli investitori entusiasti:

In settembre 2010 vi erano molti voci virtuali che parlavano di un compratore asiatico, e l’azione in pochissimi mesi ha triplicato il prezzo in borsa (TSX:PXX, OMX:PXXS SDB, andamento quasi uguale). Non solo per le voci, ma anche perché analisti come Macquarie continuavano ad uscire con raccomandazioni di prezzo azionario alle stelle e parole come “outperform”.

Visto il mancato compratore da li in poi è stata discesa decisa, solo ogni tanto interrotta da periodi di tentata ripresa. Come tanti azioni energetici, anche BP ha toccato un minimo in giugno 2012, e da li ha recuperato quasi il 30%. Il che significa che ci troviamo comunque solo ai livelli del settembre 2010, quando si è interrotto lo sviluppo tranquillo lineare dell’azione per fare quel massimo ora considerato assurdo, di 8,5 CAD, in primavera 2011.

Blackpearl rimane un’azienda molto ben gestita senza debito a lungo termine, che potrebbe aumentare la produzione 8 volte per il 2022 a ca 100.000 barili al giorno, tenendosi riserve per altri 20 anni se fosse possibile produrli linearmente.

 Grafico dall’ultima presentazione di ottobre.

Quindi un produttore per il dopo 2040. Posseggono Working Interest da 65% a 88% in 18 aree di Onion Lake in Saskatchewan, heavy oil convenzionale. Poi WI 100% di Mooney, sempre heavy oil convenzionale in Alberta. E alla fine il futuro dell’azienda, il progetto oil sands da Blackrod, per il quale hanno cercato permessi per poter produrre 80.000 barili al giorno usando tecnologia SAGD (Steam Assisted Gravity Drainage), l’azzurro nel grafico. Al 31 dicembre 2011 BP aveva riserve 2P di 215 mmboe e risorse 2C di 580 mmboe.

Il problema da anni ormai è la mancanza di mercato.  Il prezzo per il petrolio canadese è molto sotto tensione, sempre per il motivo della mancanza di infrastrutture, che potrebbero creargli il mercato. Nel 2011, concluso con un EPS di $0,5 (C$0,6), il differenziale tra WTI E WCS (Western Canadian Select) era di 17 dollari, ma quest’anno è addirittura sopra i 20 dollari. E l’EPS che ancora nel Q1 stava a 0,1 dollari, per il Q2 era di $0.

Comunque, se anche quest’anno arriva la sorpresa di un EPS finale molto più alto di quelli annunciati nei vari Q1, 2 e 3, per esempio di 0,4, con un prezzo dell’azione di oggi di ca 3,6 ci dà un P/E di 9, che va molto bene.

Rimarrebbe la questione finanziamento dello sviluppo di Blackrod. I 400 milioni che mancheranno nel periodo 2013-15 arriveranno tramite vendite di asset non-core, debito a termine, e purtroppo anche emissioni di azioni nuovi. Ma siccome sembra che il governo non approvi le vendite agli asiatici, bisogna forse arrendersi a una brutale diluizone dell’azione.

Se adesso l’enterprise value è di ca 1,1 miliardo, vediamo che il finanziamento in qualsiasi modo costerà ca 30% dell’azienda.

Tra gli indubbiamente tanti fattori a nostra disposizione abbiamo anche i seguenti, sempre impossibili da stimare veramente, ma facili da correggere al volo appena emergono nuove informazioni:

  • la produzione. octuplicata
  • prezzo del petrolio. +40%? Può essere anche +100%, come può succedere che in momenti di crac finanziari siamo ai livelli di oggi.
  • rischio politico. +20% rispetto a oggi? Come si fa a calcolare questo rischio, io non lo so. Ma se lo metto a 0 ieri, e da oggi un 10% e crescente, chissà se per tutto il periodo non posso mettere un rischio di 20%. Dopotutto non penso proprio che il Canada diventerà meno protezionista in futuro.
  • P/E. A posto.
  • Diluizone azionaria ed altro. 30% dell’EV.

=> 8 * 1,4 * 0,8 * 1 * 0,7 = 6,27. Moltiplicato per il prezzo dell’azione oggi di 3,6 CAD abbiamo ca 23 CAD sulla borsa di Toronto fra 10 anni. Se mettevo il rischio politico a 0, come avrei fatto per tutte le aziende canadesi finora, avremmo avuto un moltiplicatore per l’azione di 7,8, e un prezzo fra 10 anni di 28 CAD.

Comunque 6,27 ^(1/10) = 1,20 e quindi abbiamo un rendimento di +20% all’anno in media. Ovviamente non sarà certo uno sviluppo lineare, a qualcuno capiterà di comprare al massimo e poi di vendere in fondo, deluso dell’andamento.