Fuga dai banchi

Una luce nel tunnel editoriale italiano è Internazionale, una rivista interamente basata su articoli interessanti di riviste estere, come Der Spiegel e The Economist, ma tutti tradotti in italiano.

Ovviamente il punto di forza sono gli articoli esteri che riguardano l’Italia. Anche come comunità siamo ansiosi di sapere cosa gli altri pensano di noi. A livello individuale abbiamo Facebook con i suoi commenti e “like”, e poi LinkedIn, dove misuri la tua importanza come il numero di persone che visualizzano il tuo profilo.

Ma anche se sono state create le più svariate pagine facebook su “Italia”, quelli che fanno “like” e commentano sono per di più italiani. Concetto vincente quindi quello di Internazionale, nutrendo il nostro bisogno di lusinghe.

Questa settimana per esempio è stato tradotto una articolo di Newsweek dal nome “Fuga dai banchi di scuola”, che parla di come nei paesi mediterranei in crisi i giovani non finiscono i loro 13 anni considerati ormai obbligatori. Italia al quarto posto dopo Malta, Portogallo e Spagna. I numeri sono impressionanti. Il 18,8% di abbandono scolastico, 51mila studenti che mancano tra i banchi delle medie superiori e inferiori.

E Maria Grazia Nardielli, dg del ministero dell’istruzione, è molto preoccupata. “Dobbiamo prendere degli provvedimenti per fermare questo fenomeno”. Perché questi ragazzi, che fanno? Vanno a lavorare nell’impresa di famiglia. In nero. I dipendenti vengono licenziati, e a loro posto entra Giovanni 16 anni, oppure Gianluca, anche lui di 16 anni. Come nella generazione dei loro nonni.

“Non vedo quale sia il problema se smetto. So leggere e fare i conti. Ho le basi che mi servono.”

E meno male. Almeno i ragazzi hanno capito che non ci vuole la laurea in Comunicazione per lavorare nell’impresa edile del padre.

Quello che Nardielli e suoi colleghi cercano di smentire è che questi ragazzi, che per la realtà in cui crescono sono adulti, appartengono a delle famiglie da portare avanti anche se il lavoro è poco. E che giustamente non gliene può fregar di meno di pagare tasse che spariranno come pensioni nelle tasche dei dipendenti pubblici. Perché loro, vivendo per di più in Calabria&Co, anche pagando le tasse le infrastrutture e gli ospedali li vedono solo col cannocchiale. E a questo punto i fratellini e il banco al mercato della mamma sono molto più importanti.

Ovviamente l’obiettivo dello stato è di tenere i ragazzi a scuola per il maggior tempo possibile, il che migliora il tasso di disoccupazione ufficiale, rende inadatti i ragazzi per lavori manuali, evita scontri violenti, e sposta in avanti nel tempo la chiusura en masse di licei e atenei.

One response to “Fuga dai banchi”

  1. medo says :

    L'80% del TEMPO passato a scuola, nella vita poi non mi è servito assolutamente a nulla. Anzi: ho perso preziosi anni per apprendere dalle cose della natura. Quindi, la fuga dai banchi in questo tipo di sistema è da ammirare. Detto questo, per ogni “buono” che uscirà dalla non-scuola attuale, purtroppo, anche a causa del “peak everything”, saranno sempre di più le teste calde pronte a sgozzare per un nonnulla. Ieri in Francia una professoressa è stata cosparsa di gas lacrimogeno per un brutto voto, la scorsa settimana uno studente marocchino ha pestato un professore di storia perchè si è permesso di correlare logicamente il regime “antiquato” monarchico del paese d'origine alla religione “antiquata” (dei genitori, nati in Marocco, l'alunno invece non c'è mai stato). Ogni giorno c'è un caso simile. Questa estate ci sono stati attacchi incendiari ad una ventina di licei in tutta la Francia. Alcuni hanno inagibilità parziali e temporanee che causa budget in picchiata diventeranno definitive. Questo per precisare quanto sono calde le teste calde francesi. Una certa civilizzazione, “non violenta” e che caratterizzava finalmente l'Europa del dopoguerra, è molto probabilmente già alle nostre spalle. Forse per sempre.

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