Artico e produzione di gas naturale

Quindi per la produzione di petrolio Gazprom da Prirazlomnoye ci sono dei dubbi se parte nel 2013 o no. Dubbi legati anche alla mancanza di trasparenza nelle operazioni di Gazprom. Invece per il progetto flagship, la produzione di gas dal giacimento gigante Shtokman non ci sono piú incertezze. Non parte proprio. 
Anche se uno dei due partner nel progetto, Total, dice che da parte degli partner non c’è stata nessuna decisione. A me però risulta che l’altro partner, Statoil, si sia ritirato, cancellando i 336 milioni di dollari come perdita. I due controllavano il 25% a testa.
Ma neanche i bilanci enormi, tecnologie avanzatissime e approcci decennali della Gazprom e i partner li ha potuto salvare dalle difficoltà artiche per quanto riguarda il gas. Artico onshore è ormai pane quotidiano per i russi, ma bisogna fare quel salto in mare.
Prima di farlo però bisogna avere a posto le infrastrutture necessarie per trasportare il gas, e bisogna potersi appoggiare a prezzi gas robusti e stabili. Si sa che investimenti infrastrutturali in quelle regioni facilmente smentiscono tutti i calcoli fatti in precedenza. Per esempio la Trans Alaskan Pipeline, iniziata nel 1968 e finita nel 1977, ha visto un aumento dei costi di 800%. Il miliardo di dollari pianificato alla fine erano quasi 8, che sarebbero 30 miliardi di dollari oggi. 
Probabilmente sono più realisti oggi nelle previsioni per le pipeline sia la BP/Conoco con 35mld per la Denali che la Exxon con 42 per la TransCanada.
Già i giacimenti maturi in giro per il mondo vedono ogni anno crescere capex e costi operazionali, mentre i governi cercano di tirarne fuori sepre più tasse e royalties. Chi vuole rimanere nell’Artico dovrà fare i conti con margini sempre più stretti e guadagni netti in diminuzione. E certamente legislazioni e regolamenti ambientali molto piu stringenti di quanto sono stati finora.
Shtokman non solo avrà bisogno di pipeline onshore che offshore, ma anche di un link dal Barents al Baltico dove verrà connesso al Nord Stream.
I costi altissimi, legati al fatto che da scoperta a produzione nell’Artico passano anche 25 anni, l’impossibilità di lavorarci per più di tre mesi l’anno senza mettere a rischio la vita di chi ci lavora e l’integrità delle strutture, e i problemi connessi all’assenza di infrastrutture nell’artico, ha costretto Gazprom a togliere il tappo al progetto Shtokman.
Shtokman era stata scoperta negli anni ’80 quandi l’esplorazione della zona iniziò seriamente. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti al mondo in termini di risorse con 3,9 mila miliardi di metri cubi. Il campo è grando più di 1400 km2 a 550 km di distanza dalla peninsula Kola. La prima fase di produzione doveva estrarre 23,7 mld di metri cubi all’anno, un terzo del consumo annuale italiano (BP, 2011). La seconda fase prevedeva 48 mld mc e la terza 71 mld di metri cubi.
La mancata partenza delle operazioni significa che Gazprom ha speso miliardi, non si sa quanti per la sopra citata intrasparenza, nel progetto che però non comincerà a produrre guadagni entro i tempi previsti. Se si tratta di un decennio o due di ritardi non importa, infrastrutture saranno da rimpiazzare,  staff da formare, progetti da adattare a nuove condizioni climatiche e a nuove legislazioni.
 Gazprom ha continuato a sottovalutare la rivoluzione shale gas negli Stati Uniti, che fa pressione sui prezzi e che potrebbe ridurre la domanda per gas russo. Inevitabile a questo punto che la Russia faccia di tutto per evitare uno sviluppo dello shale in Europa.
Poi ai problemi di infrastruttura si aggiunge anche uno di politica. Statoil produce già gas a prezzi commerciali in realtà simili, dal giacimento Snøhvit nel Barent’s, quindi lo potrebbe fare anche Gazprom. Dal Financial Times:
“Gazprom wanted to control completely all decision making and saw the partners as playing a secondary role that just brought in money and technology. It’s clear that this scheme did not suit the foreigners”.

Insomma, metodi un po’ vecchiotti che richiamano in qualche modo il vecchio Soviet, non certo le necessità di oggi di collaborare su tutti i fronti per riuscire nei progetti con altissimi costi. 

2 responses to “Artico e produzione di gas naturale”

  1. Medo says :

    Sempre di più leggiamo “Gazpromo doveva…”, “Statoil poteva…”. Pare siamo davvero entrati nel cliff rapido del declino. Invece di altri 50 anni di petrolio, qui fatichiamo a metterne assieme altri 6 o 7. Sempre tenendo presente che, come disse qualcuno, ieri abbiamo prodotto una focaccia, un litro di vino, un burattino di legno ma domani… “la produzione di domani, di qualsiasi cosa, è sempre ZERO”.

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  2. fardiconto says :

    Eppure sospetto che alcuni giacimenti ex sovietici riusciranno alfine a prevalere, in termini industriali. Almeno se consideriamo che la follia degli scisti frana già da parecchio tempo. Gazprom farebbe bene a lasciar stare la fretta, il valore delle riserve intoccate sarà altissimo tra qualche anno. Il più sarà semmai difenderle.

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