Gioco a somma zero

Su La Stampa oggi c’è l’ennesima critica da un economista, in questo caso Irene Tinagli, sulla decrescita. La conclusione è quella di sempre, e cioè che non ce la possiamo permettere. Per esempio perché non è possibile separare nettamente beni di cui abbiamo bisogno dai beni superflui.

Ovviamente si critica Latouche, per la solita mancanza di dualismo. Latouche è un uomo che sogna un nuovo modello di pensare il mondo, superando la fase cartesiana alla quale ostiniamo ad agrapparci.

I pro-crescita ci sono di tutti i colori. Di solito difendono il diritto dei capitalisti di accumulare capitale, ma la Tinagli mi sembra una mite centrista, difendendo il diritto dei più deboli di accedere ai molti beni assolutamente necessari come scuole e sanità. Questi beni si basano sugli introiti dei contribuenti, che possono continuare a contribuire solo nello scenario della crescita.

Perché appena c’è decrescita, la signora Tizia Rossi perde il lavoro in maternità, mentre il marito Caio Rossi avrà forse un piccolo aumento di stipendio, che però non arriva a coprire l’aumento della benzina, dell’elettricità, del mutuo quando la banca fa pressione perché ammortizzino. Che l’Ipad si trova scontato del 50% nel vicino centro commerciale non gliene importa granché. E visto che non prende la macchina per andare al centro commerciale, dove oltre l’Ipad fa un pranzo fuori, la moglie si taglia i capelli, e nella borsa finisce anche un nuovo tostapane, gli introiti dello stato diminuiscono.

Visto che non si possono mandare via il 50% degli dipendenti comunali e statali, si chiude il reparto di maternità locale e si mandano via gli insegnanti di matematica, ma non quelli di religione, perché la religione ci potrà sempre servire.

Tinagli ci spiega che addirittura la sinistra ha capito che ci vuole crescita. Citando la povera Cuba, dove però la crescita era un dettaglio fittizio voluto dal governo per tenere buona la gente. Un po’ come succede appunto in tutte le economie occidentali dove ogni governo, di destra o di sinistra, aggiunge posti statali per aumentare il PIL e tenere buona la gente. (Faccio finta come sempre che non è un problema di sovrappopolazione)

Il problema è che Tinagli è economista e non capisce niente di termodinamica. L’economia, anche quella top 10 bocconiana, non ha mai sviluppato un modello macro-economico che dimostrasse che tutto quello che viviamo è da sempre un zero-sum-game, un gioco a somma zero. Hanno sviluppato modelli per tutto, ma non per l’unica cosa che non ci permettesse di sfruttare le nostre periferie.

Possiamo solo appoggiarci sull’aneddottale, ma inevitabile e sempre accaduto, spostamento dei centri di potere, altrove. 

Prendiamo come esempio il Brasile. Una volta la periferia del Portogallo. Solo che il paese madre ha durante i secoli spostato sempre più risorse, soprattutto cervelli, nella colonia, per riuscire a sfruttarla più in fretta. A un certo punto la bilancia si è spostata in favore del Brasile, per di più proprietario di enormi quantità di materie prime. Oggi il centro è il Brasile, e Portogallo la periferia. Ma l’unica cosa con cui il paese europeo può contribuire a questo punto è forza muscolare. Ormai i camerieri a Salvador sono portoghesi.

Io però un modellino zero-sum-game l’ho sviluppato. Fa così:
(Fam. Riva + 6) + (Taranto + 2) + (contribuenti italiani – 8) = 0

Ovviamente puoi aggiungere a volontà altri fattori, per esempio un bel (operai di Taranto + 0,5) e un (PIL + 3,5), ma poi sulla bilancia devi metterci anche un (salute degli abitanti di Taranto – 4). E così via.

A dire la verità penso che la zero sum game è fin troppo ottimista come modello. Alla fine ci sarà un bel numero negativo sulla destra.

One response to “Gioco a somma zero”

  1. fardiconto says :

    E io ci metterei anche un bel (Fam. Riva + 6) + (Taranto + 2) + (contribuenti italiani – 8) + (allevatori italiani – 10) = -10.

    Intendo dire che abbiamo tenuto aperti i forni di troppo a Taranto in cambio di un taglio delle quote latte. Così gli allevatori italiani si vedono vietare di poter produrre il latte che serve all'Italia, e in cambio a Taranto qualcuno fa i quattrini alle nostre spalle. Siamo davvero un popolo di furbi.

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