Palermo in prima linea contro l’uni come parcheggio disoccupati

Per far fronte ai tagli di budget le università possono adoperare metodi diversi. In maggio ho scritto

Basta guardare il vaso cinese per capire che verranno chiuse centinaia di scuole e sicuramente anche alcune università. Se non università intere, almeno i dipartimenti con meno studenti. O introdurre rette che rispecchiano il vero costo del posto all’uni, che è la stessa cosa di chiudere.

Ma non ci siamo ancora, gli studenti ci sono eccome. Per ora le famiglie italiane hanno disperatamente bisogno di parcheggiare i figli per 3-5 anni in un ateneo, con la speranza che poi effettivamente ci sia un posto da lavoro in un call center.

Ovviamente qualche tentativo di aumentare le rette c’è stato. L’anno scorso l’uni Pavia è stata querelata dagli studenti per l’aumento illegale delle rette, stabilite nel 1997 a 20% del costo, un limite superato da almeno metà degli atenei. Pavia ha dovuto ripagare 1,7 milioni di euro. Il coordinatore delle proteste è il coordinatore del sindacato degli universitari Udu, Michele Orizzi, che ha minacciato di estenderle a tutto il paese.

Ma non essendoci più soldi, e essendo Italia un paese prammatico, è subito saltata fuori una soluzione un pochino meno provocatoria, che forse basterà fino ai prossimi tagli di budget: Invece di aumentare le rette, si riduce il numero degli studenti universitari che possono accedere ai corsi. In una maniera meritocratica contro la quale nessun studente in realtà potrebbe protestare.

L’articolo oggi sulla Repubblica “L’università è tutta un quiz” parladi questa  contromisura, il classico numero chiuso, applicato su tutta la linea. La scrematura viene fatta tramite un test di 200 domande, a un costo che va da 50 a 100 euro per lo studente.

Il preside dell’uni Palermo, Lagalla, dice un paio delle verità sul motivo dietro questa relativa novità in Italia. Per i percorsi formativi di qualità ci deve essere un rapporto decente tra numeri di studenti e numeri di docenti. E importantissimo, il numero di studenti, diciamo in medicina, deve rispecchiare il bisogno del paese di laureare nuovi medici.

Una verità che non viene detta nell’articolo è che l’abbassamento continuo della qualità delle scuole pubbliche rende necessario dividere i normodotati diplomati in quelli che ce la faranno e quelli che non ce la potranno fare. Altrimenti anche gli atenei dovranno presto abbassare i criteri, o accettare il 50% di fuori corsi eterni.

La seconda verità che non viene detta, e che forse sta dietro la decisione palermitana di chiudere tutti i corsi, cioè il 100% sarà a numero chiuso, è che con test nazionalizzati per l’ingresso all’università, un liceo di eccellenza che distribuisce voti bassi potrà competere con meno polemiche con licei che distribuiscono generosamente i 10.

Per ora i corsi più liberi sono quelli con un autoscrematura dopo il primo anno, come ingegneria, oppure lettere dove non importa granché al docente se si è in 100 o in 1000.

Ovviamente gli studenti, che si vedono perdenti, non sono d’accordo. Spunta ancora Orezzi. Non più valido il suo vecchio argomento delle rette antidemocratiche, tiene a spiegarci che è il supremo volere dell’UE che l’Italia abbassi la qualità della formazione accettando il doppio degli studenti di oggi.

Sarebbe certamente comodo per l’UE togliere migliaia di giovani italiani disoccupati dalle strade ribattezzandoli in “studente universitario”. E dopo la laurea saranno un pochino meno giovani, e un pochino meno propensi alla violenza in strada.

One response to “Palermo in prima linea contro l’uni come parcheggio disoccupati”

  1. fardiconto says :

    la cosa che non è stata detta è che in realtà l'università italiana è già franata. Nel momento in cui si è data come obiettivo quello di far laureare tutti, dicendo che era giusto combattere la dispersione.

    La suddetta odiata dispersione era in realtà una forma di selezione, che rendeva l'università italiana una delle migliori fabbriche di cervelli mai esistite sul pianeta.

    Oggi gli atenei sono parcheggi che ospitano persone facoltose, e sono dunque inutili dal punto di vista pratico. Se sei obbligato a far arrivare in fondo tutti, chi prenderà sul serio la preparazione dei giovani che escono?

    Ai miei tempi ci bocciavano e ci rimandavano, e nelle facoltà scientifiche ne arrivava in fondo uno ogni tre; gli ingegneri facevano peggio. Ora che ci penso, sospetto che siamo stati fortunati. Ai ragazzi che si vogliono iscrivere oggi non mancherà tanto un posto a sedere tra i banchi: mancherà la preparazione, che è ben peggio.

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