Ilva, né con né senza

Il nostro vecchio occidente è sempre riuscito con l’impresa di crescere economicamente, riducendo allo stesso tempo lo spazio e il tempo necessari per la crescita. Non riducendoli in termini assoluti, ma relativi alla richezza che hanno dato questi risparmi.

L’esempio più famoso perché studiato da ognuno di noi già al liceo è la rivoluzione industriale inglese. Ogni nuova fabbrica per la lavorazione tessile adoperava nuove tecnologie che rendeva il lavoro sempre più veloce e meno dispendioso di energia. Il paese produceva da solo tutto l’acciaio e carbone necessario per i miglioramenti. Con la nascita delle ferrovie si riusciva a trasportare volumi sempre più grossi in sempre meno tempo.

Enorme ricchezze venivano create, e l’Inghilterra importava milioni di tonnellate di cottone e lana, dalle regioni che ai tempi appartenevano all’impero. Li trasformava in tessuti, per poi rivenderli a esattamente le stesse regioni che aveva prodotto la materia prima. Il sistema era talmente di successo che presto anche le periferie India e Australia erano tappezzati di ferrovie.

Ovviamente complessivamente le quantità di energia e acciaio usate nella produzione crescevano esponenzialmente, così come la forza lavorativa impiegata, e come i prodotti agricoli importati dall’altro lato del pianeta. Ma il paradosso di Jevons è un’altra storia.

Meno discusso è il fatto che finché non esistevano limiti delle risorse carbone, acciaio, cottone e operai, la rendita delle fabbriche era sempre molto più alta del costo di tutti quei componenti. Il proprietario della fabbrica godeva di un’accumulazione di capitale straordinaria, rivendendo il prodotto praticamente a tutte le persone che erano impegnati nella sua produzione, ma che avevano meno potere di accumulo di capitale.

Mi ricordo un mercato a Kaolack, tantissimi anni fa, dove ammiravo i meravigliosi tessuti in vendita. Chiedevo nel mio scarsissimo francese chi le produceva e il venditore ha risposto che ormai nessuno in Senegal. Inizialmente i colonizzatori avevano prodotto i tessuti localmente, ma ormai da anni la produzione era stata spostata in Francia. Per motivi di burocrazia e corruzione nessuno in Senegal era disposto a mettere su una fabbrica, ma quando si trattava di importare dalla Francia, i medesimi problemi erano facilmente superabili. Così il potere economico, militare, culturale della Francia ha prevalso sul bisogno del Senegal di creare delle proprie industrie*.

Certamente anche il produttore indiano o egizo di cottone metteva via dei guadagni, e figuriamoci il produttore di carbone e acciaio. Tutti ci guadagnavano, tranne proprio la persona che rendeva possibile l’accumulo squilibrato, l’operaio inglese, diventato miseramente povero con la sparizione dell’economia locale.

Insieme all’economia locale spesso spariva anche l’ecosistema che la sosteneva, rendendo impossibile tornare indietro, se un giorno dovesse succedere l’inimmaginabile, che il nuovo sistema non rendeva più. Cioè quando si fa presente il tetto della crescita contro il quale sbattiamo la testa sempre più forte, tra un periodo di recessione e uno di ripresa.

Ma l’inquinamento dei fiumi e dei terreni che erano stati la base dell’economia per millenni non era certo un fatto cui tenere conto duecento anni fa. Non si poteva, ai tempi, imporre a una fabbrica di provvedere alla bonifica dell’ambiente, semplicemente perché non si conoscevano i pericoli.

La nascita dei sindacati inglesi cercava di porre qualche rimedio allo squilibrio, senza riuscirci. Forse perché non si è mai messi in discussione l’esistenza dello stipendio come scambio giusto ed equo per il lavoro. Sempre discutendo e spesso lottando violentemente per qualche  percentuale di aumento e servizi di sanità. Cosa tiene in piedi lo squilibrio? Soprattutto, cosa li tiene in piedi nel 2012, in una zona come Taranto? Gli abbiamo rovinato il mare, la terra e la salute dei figli per alcuni generazioni a venire in cambio di un forte centro finanziario come Milano.

Qual è il fattore così forte nella nostra cultura da far sembrare lo scambio uno alla pari? Gli altiforni come una specie di re Inka.

Si parla di nuovi forni, meno inquinanti. La solita storia della tecnologia occidentale come rimedio a un problema, in questo caso l’inquinamento futuro. Quello passato rimarrà a suo posto per secoli, se non si bonifica per decine di miliardi di euro. E chi li ha quei miliardi? I proprietari? Non c’erano leggi che gli imponevano di adoperare best practices. Si può sempre cercare di costringerli a pagare a posteriore, ma non mi risulta che abbia mai funzionato. In fondo si tratta di industrie che non sarebbero mai nate, se con costi per l’operazione triplicati in rispetto del nostro ecosistema. Quindi alla fine lo pagheranno i contribuenti, per esempio gli operai di Taranto.

*I cinesi cambieranno tutto questo. Mi dicono che ormai sulle strade a Dakar ci sono parecchi bambini misti. Cosa assai rara a Milano. Strategie diverse?

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