Archive | agosto 2012

Oro quasi all time high

Visto i titoloni negativi sull’oro della scorsa settimana, nonostante l’oro in euro, che poi è quello che importa a un compratore italiano, già fosse vincitore a livello settimanale, mensile, trimestrale, decennale, c’è da prevedere che domani Corriere e IlSole consiglieranno a tutti di vendere al più presto.

Si dovranno inventare qualche altra scusa, non potranno più dire che annualmente è sceso tanto, ma proprio tanto. 

Invece sembra che sia uscita di botto dal periodo di consolidamento,  avvicinandosi al suo record settembrino dell’anno scorso.

Per il Corriere la corsa all’oro o qualcosa del genere sarà già persa, troppo tardi, certamente l’aumento del trimestre è stato notevole, ma
proprio per quello bisogna vendere. Parleranno del “bene rifugio” non dimenticandosi delle virgolette, e come si dovrebbe investire non più del 5% nel metallo.

IlSole invece sarà negativo solo nel titolo. Forse perché un titolo probabilmente lo si può comprare, ma poi è davvero difficile smentire i fatti. L’articolo, se ci sarà, comincerà cautamente negativo, per passare al neutro, e finire raccontando che l’oro forse potrebbe salire durante l’autunno. Che fare? Comunque caro lettore, è roba difficile, solo per investitori esperti.

Certo l’oro non fa spesso movimenti forti come dalle ore 16 oggi:

Probabilmente l’oro ha reagito al fatto che il mondo pensa che la Federal Reserve sia pronta a un terzo QE, anche se in realtà Bernanke non ha detto niente del genere, da Reuters:

…economists walked away from the Fed chairman’s remarks still divided over whether the central bank would launch a fresh round of bond purchases at its upcoming meeting in September.

Ci sarà un disincanto, appena i mercati riaprono. Ma la rottura c’è stata, ha chiuso sopra l’ultimo massimo di fine febbraio. Questione di tempo per arrivare anche all’ATH.

Petrolio difficile nell’Artico e Gazprom

Anche se i petroliferi non potranno mai ammettere che i loro pesanti investimenti nell’artico degli ultimi anni dipendono dalle previsioni sul riscaldamento globale, è indubbiamente così.

Il feedback positivo  che ho descritto nel post precendente ha permesso ai grandi petroliferi di muoversi a nord più in fretta di quanto si pensava. E già l’anno prossimo Gazprom comincerà a produrre petrolio off-shore nel lago di Pechora a sud di Novaya Semlya. Una zona mostruosa per chi ci deve lavorare, coperta di ghiaccio per 250 giorni all’anno, venti di 40m/s e onde di 12 m di altezza. La temperatura media è di -4°C e per ben 230 giorni le temperature sono sotto zero. Devi essere nato in Siberia per lavorarci.

La piattaforma è stata creata ad hoc per la Gazprom da Sevmash Production Association, meglio nota per i sottomarini nucleari che per strutture civili.

Dalla piattaforma partiranno 40  pozzi inclinati:

Per gli ingegneri russi è stata una importante esperienza creare la prima piattaforma artica tutta russa, per di più la prima vera piattaforma artica resistente al ghiaccio al mondo. E non sarà certo l’ultima da uscire dai cantieri della Sevmash. Un progetto di 2 miliardi di dollari non si fa per i 530 milioni di barili che contiene Prirazlomnoye, con una stima di produzione di picco di 130mila barili al giorno, in un ambiente dove capex e operazione e stipendi costano il doppio che altrove.

Il petrolio partirà con tanker fino a una piattaforma sopra Murmansk a 1100 km di distanza, e da li andranno a Rotterdam.


Murmansk è anche l’unico porto abbastanza grande da poter ospitare strutture di salvataggio di gente e ambiente. In una crisi qualsiasi, forse causata da maltempo, è molto difficile che i soccorsi arrivino in tempo, se mai. Una pozzo rotto a fine stagione potrebbe tranquillamente continuare a emettere petrolio per tutti i 250 giorni che la zona rimane sotto ghiaccio, effettivamente rovinando tutto l’ecosistema.

Le tempeste artiche sono molto severe e nel dicembre 2011 si è ribaltata una piattaforma galleggiante mentre veniva rimorchiata. Sulla piattaforma, contro ogni regolamento, si trovavano 67 persone, di cui 53 sono morte. Nella acque artiche non è minimamente possibile sopravvivere per più di qualche minuto.

Infatti, l’operazione di Prirazlomnoye potrebbe ritardare parecchio, perché la Gazprom non ha ancora provveduto a creare un oil spill response plan, senza il quale le trivellazioni non possono incominciare. Un piano del genere potrebbe anche richiedere più di un anno di discussioni.

E se vogliamo essere sinceri, non ci sarà mai un oil spill response plan per l’Artico che possa salvare l’ecosistema se un giorno ci troviamo davanti un’altro Deepwater Horizon.

Sparisce il ghiaccio, e poi?

Una delle buzz word più importanti dell’estate piu caldo che si ricorda, ormai quasi finito, è Artico. Lo scioglimento dei ghiacci, che cambierà il clima ma che renderà anche l’artico navigabile ed esplorabile è ormai conoscenza mainstream. Giornali e blog quest’estate erano pieni di articoli come quello ritagliato ieri dal Corriere – Persi 70 mila chilometri quadrati, l’Artico ai minimi, di Giovanni Caprara.

Il tutto si basa sulle previsioni della Japan Aerospace Exploration Agency che traccia l’estensione del ghiaccio artico.

Stiamo per vincere un record pazzesco. Come si vede dal grafico non abbiamo ancora i dati per settembre, ma già quelli per agosto erano molto al di sotto del record precedente del 2007. In poche parole, parecchie settimane prima della fine del periodo di scioglimento siamo già ai minimi storici.  Per chi si interessa più ai trend che al singolo anno i giapponesi hanno disegnato linee anche per le medie dei tre decenni precedenti.

  Non solo l’estensione del ghiaccio è ai minimi, anche il suo volume. Da PIOMAS:

Il grafico PIOMAS l’ho rubato da skepticalscience, dove c’è anche questo  che dimostra che il ghiaccio artico è un ormai classico hockey stick. L’estensione ha sempre visto variazioni forti, ma quello che succede ora è totalmente fuori dalle deviazioni standard accettabili.

Il condizionatore del pianeta ha vissuto un riscaldamento molto più pronunciato del resto del pianeta, in un processo che ha pure un feedback positivo. Un decennio fa si pensava che l’Artico potrebbe essere libero da ghiaccio tra due secoli, ora si parla di 25 anni.

Uno dei fattori scientifici dietro si chiama effetto albedo, ecco il wiki.  Semplificando: una superficie scura, cioè il mare scoperto, assorbe più calore di quanto ne rifletteva quella chiara, cioè il ghiaccio. L’ambiente locale si scalda sempre di più in un circolo vizioso.

Questo estate abbiamo avuto un primo assaggio di come cambierà il clima in Europa quando non ci sarà più il ghiaccio. Italia andrà verso una parziale desertificazione, dove si potrebbero salvare solo le zone montagnose. Nel nord dell’Europa invece avremo estati sempre più freddi e piovosi. Questo ultimo era di gran lunga il peggiore che mi possa ricordare, anche se sono dieci anni che si avvertono i peggioramenti. Gli inverni rigidi e le estati soleggiate della mia infanzia a Stoccolma non ci sono più. Un inverno a Milano ormai si può scambiare con uno della capitale svedese, per freddo e umidità.

La domanda è per il futuro.
È difficile a livello globale predire come cambieranno le singole zone. In realtà è solo nell’artico stesso che si ha qualche certezza. Lo scioglimento dei ghiacci renderà navigabile e esplorabile una zona che si crede contenga 400 miliardi di barili di petrolio equivalente. Sono già decenni che IOC e NOC sono presenti nell’Artico, pronti a estendere esplorazioni e operazioni oltre i 100 giorni estivi, appena sarà possibile. L’anno prossimo Gazprom inaugurerà la prima piattaforma puramente artica (cioè sopra il sessantaseiesimo) per l’off-shore petrolifera nel giacimento Prirazlomnoye, dopo più di 25 anni di esplorazione e sviluppo. 

In Italia invece dovrà cambiare radicalmente l’agricoltura. Non possiamo ogni due anni vivere situazioni di emergenza nazionale annunciata dalla Coldiretti. Un po’ ci lavorerà il mercato a cambiare le varianti di cereali in uso, per pura mancanza di acqua. Per esempio si dovrebbe tornare indietro sul grano. Le varianti di grano che si coltivano oggi sono molto più assetate di quelle autoctone di 100 anni fa.

Potremmo, anzi dovremmo assolutamente, liberalizzare la canapa, ottima pianta con pochi bisogni idrici, dai quali produrremo tutti i tessili di cui abbiamo bisogno, ma anche medicine e cosmetici. Le estese coltivazioni di mais, mangime per mucche in allevamenti, che posso osservare nell “mia” campagna piemontese, hanno svuotato per esempio lo Scrivia e sono da sostituire con qualsiasi prodotto agricolo per umani che usa la metà dell’acqua. Ricordiamoci che l’Italia in realtà non ha materie prime finibili, e che il paese dovrà scommettere su quelle rinnovabili.

Gioco a somma zero

Su La Stampa oggi c’è l’ennesima critica da un economista, in questo caso Irene Tinagli, sulla decrescita. La conclusione è quella di sempre, e cioè che non ce la possiamo permettere. Per esempio perché non è possibile separare nettamente beni di cui abbiamo bisogno dai beni superflui.

Ovviamente si critica Latouche, per la solita mancanza di dualismo. Latouche è un uomo che sogna un nuovo modello di pensare il mondo, superando la fase cartesiana alla quale ostiniamo ad agrapparci.

I pro-crescita ci sono di tutti i colori. Di solito difendono il diritto dei capitalisti di accumulare capitale, ma la Tinagli mi sembra una mite centrista, difendendo il diritto dei più deboli di accedere ai molti beni assolutamente necessari come scuole e sanità. Questi beni si basano sugli introiti dei contribuenti, che possono continuare a contribuire solo nello scenario della crescita.

Perché appena c’è decrescita, la signora Tizia Rossi perde il lavoro in maternità, mentre il marito Caio Rossi avrà forse un piccolo aumento di stipendio, che però non arriva a coprire l’aumento della benzina, dell’elettricità, del mutuo quando la banca fa pressione perché ammortizzino. Che l’Ipad si trova scontato del 50% nel vicino centro commerciale non gliene importa granché. E visto che non prende la macchina per andare al centro commerciale, dove oltre l’Ipad fa un pranzo fuori, la moglie si taglia i capelli, e nella borsa finisce anche un nuovo tostapane, gli introiti dello stato diminuiscono.

Visto che non si possono mandare via il 50% degli dipendenti comunali e statali, si chiude il reparto di maternità locale e si mandano via gli insegnanti di matematica, ma non quelli di religione, perché la religione ci potrà sempre servire.

Tinagli ci spiega che addirittura la sinistra ha capito che ci vuole crescita. Citando la povera Cuba, dove però la crescita era un dettaglio fittizio voluto dal governo per tenere buona la gente. Un po’ come succede appunto in tutte le economie occidentali dove ogni governo, di destra o di sinistra, aggiunge posti statali per aumentare il PIL e tenere buona la gente. (Faccio finta come sempre che non è un problema di sovrappopolazione)

Il problema è che Tinagli è economista e non capisce niente di termodinamica. L’economia, anche quella top 10 bocconiana, non ha mai sviluppato un modello macro-economico che dimostrasse che tutto quello che viviamo è da sempre un zero-sum-game, un gioco a somma zero. Hanno sviluppato modelli per tutto, ma non per l’unica cosa che non ci permettesse di sfruttare le nostre periferie.

Possiamo solo appoggiarci sull’aneddottale, ma inevitabile e sempre accaduto, spostamento dei centri di potere, altrove. 

Prendiamo come esempio il Brasile. Una volta la periferia del Portogallo. Solo che il paese madre ha durante i secoli spostato sempre più risorse, soprattutto cervelli, nella colonia, per riuscire a sfruttarla più in fretta. A un certo punto la bilancia si è spostata in favore del Brasile, per di più proprietario di enormi quantità di materie prime. Oggi il centro è il Brasile, e Portogallo la periferia. Ma l’unica cosa con cui il paese europeo può contribuire a questo punto è forza muscolare. Ormai i camerieri a Salvador sono portoghesi.

Io però un modellino zero-sum-game l’ho sviluppato. Fa così:
(Fam. Riva + 6) + (Taranto + 2) + (contribuenti italiani – 8) = 0

Ovviamente puoi aggiungere a volontà altri fattori, per esempio un bel (operai di Taranto + 0,5) e un (PIL + 3,5), ma poi sulla bilancia devi metterci anche un (salute degli abitanti di Taranto – 4). E così via.

A dire la verità penso che la zero sum game è fin troppo ottimista come modello. Alla fine ci sarà un bel numero negativo sulla destra.

TA Brent 22 agosto 2012

Per ora penso che sia finita la ripresa del Brent iniziata intorno al 22 giugno, aggiungendo il 28% dal minimo.

Il prezzo ora è poco sopra la sua media mobile 200, nel caso giornaliero ca un anno di contrattazioni, e la distanza alla MM50 è diventata troppo grande. Guardando da vicino sembra che si stia formando un top:

Come si vede dal grafico sopra MACD è ora in sell, e anche la MM20 sta cercando di raggiungere il Brent.

La driving season è quasi finita sia negli Stati Uniti che qua, e settembre di solito arriva con un assestamento del prezzo. Penso che anche quest’anno sarà così.

In più siamo a un livello assolutamente insostenibile per la quotidianità europea in recessione. Se già il 50% degli italiani non sono partiti durante le vacanze, rispetto a un 42% dell’anno scorso. Se il prezzo sale ancora è per paure di perdite di produzione per fattori geopolitici, oppure perdite di produzione effettivi per incidenti e manutenzioni ancora non prezzati.

Palermo in prima linea contro l’uni come parcheggio disoccupati

Per far fronte ai tagli di budget le università possono adoperare metodi diversi. In maggio ho scritto

Basta guardare il vaso cinese per capire che verranno chiuse centinaia di scuole e sicuramente anche alcune università. Se non università intere, almeno i dipartimenti con meno studenti. O introdurre rette che rispecchiano il vero costo del posto all’uni, che è la stessa cosa di chiudere.

Ma non ci siamo ancora, gli studenti ci sono eccome. Per ora le famiglie italiane hanno disperatamente bisogno di parcheggiare i figli per 3-5 anni in un ateneo, con la speranza che poi effettivamente ci sia un posto da lavoro in un call center.

Ovviamente qualche tentativo di aumentare le rette c’è stato. L’anno scorso l’uni Pavia è stata querelata dagli studenti per l’aumento illegale delle rette, stabilite nel 1997 a 20% del costo, un limite superato da almeno metà degli atenei. Pavia ha dovuto ripagare 1,7 milioni di euro. Il coordinatore delle proteste è il coordinatore del sindacato degli universitari Udu, Michele Orizzi, che ha minacciato di estenderle a tutto il paese.

Ma non essendoci più soldi, e essendo Italia un paese prammatico, è subito saltata fuori una soluzione un pochino meno provocatoria, che forse basterà fino ai prossimi tagli di budget: Invece di aumentare le rette, si riduce il numero degli studenti universitari che possono accedere ai corsi. In una maniera meritocratica contro la quale nessun studente in realtà potrebbe protestare.

L’articolo oggi sulla Repubblica “L’università è tutta un quiz” parladi questa  contromisura, il classico numero chiuso, applicato su tutta la linea. La scrematura viene fatta tramite un test di 200 domande, a un costo che va da 50 a 100 euro per lo studente.

Il preside dell’uni Palermo, Lagalla, dice un paio delle verità sul motivo dietro questa relativa novità in Italia. Per i percorsi formativi di qualità ci deve essere un rapporto decente tra numeri di studenti e numeri di docenti. E importantissimo, il numero di studenti, diciamo in medicina, deve rispecchiare il bisogno del paese di laureare nuovi medici.

Una verità che non viene detta nell’articolo è che l’abbassamento continuo della qualità delle scuole pubbliche rende necessario dividere i normodotati diplomati in quelli che ce la faranno e quelli che non ce la potranno fare. Altrimenti anche gli atenei dovranno presto abbassare i criteri, o accettare il 50% di fuori corsi eterni.

La seconda verità che non viene detta, e che forse sta dietro la decisione palermitana di chiudere tutti i corsi, cioè il 100% sarà a numero chiuso, è che con test nazionalizzati per l’ingresso all’università, un liceo di eccellenza che distribuisce voti bassi potrà competere con meno polemiche con licei che distribuiscono generosamente i 10.

Per ora i corsi più liberi sono quelli con un autoscrematura dopo il primo anno, come ingegneria, oppure lettere dove non importa granché al docente se si è in 100 o in 1000.

Ovviamente gli studenti, che si vedono perdenti, non sono d’accordo. Spunta ancora Orezzi. Non più valido il suo vecchio argomento delle rette antidemocratiche, tiene a spiegarci che è il supremo volere dell’UE che l’Italia abbassi la qualità della formazione accettando il doppio degli studenti di oggi.

Sarebbe certamente comodo per l’UE togliere migliaia di giovani italiani disoccupati dalle strade ribattezzandoli in “studente universitario”. E dopo la laurea saranno un pochino meno giovani, e un pochino meno propensi alla violenza in strada.

Ilva, né con né senza

Il nostro vecchio occidente è sempre riuscito con l’impresa di crescere economicamente, riducendo allo stesso tempo lo spazio e il tempo necessari per la crescita. Non riducendoli in termini assoluti, ma relativi alla richezza che hanno dato questi risparmi.

L’esempio più famoso perché studiato da ognuno di noi già al liceo è la rivoluzione industriale inglese. Ogni nuova fabbrica per la lavorazione tessile adoperava nuove tecnologie che rendeva il lavoro sempre più veloce e meno dispendioso di energia. Il paese produceva da solo tutto l’acciaio e carbone necessario per i miglioramenti. Con la nascita delle ferrovie si riusciva a trasportare volumi sempre più grossi in sempre meno tempo.

Enorme ricchezze venivano create, e l’Inghilterra importava milioni di tonnellate di cottone e lana, dalle regioni che ai tempi appartenevano all’impero. Li trasformava in tessuti, per poi rivenderli a esattamente le stesse regioni che aveva prodotto la materia prima. Il sistema era talmente di successo che presto anche le periferie India e Australia erano tappezzati di ferrovie.

Ovviamente complessivamente le quantità di energia e acciaio usate nella produzione crescevano esponenzialmente, così come la forza lavorativa impiegata, e come i prodotti agricoli importati dall’altro lato del pianeta. Ma il paradosso di Jevons è un’altra storia.

Meno discusso è il fatto che finché non esistevano limiti delle risorse carbone, acciaio, cottone e operai, la rendita delle fabbriche era sempre molto più alta del costo di tutti quei componenti. Il proprietario della fabbrica godeva di un’accumulazione di capitale straordinaria, rivendendo il prodotto praticamente a tutte le persone che erano impegnati nella sua produzione, ma che avevano meno potere di accumulo di capitale.

Mi ricordo un mercato a Kaolack, tantissimi anni fa, dove ammiravo i meravigliosi tessuti in vendita. Chiedevo nel mio scarsissimo francese chi le produceva e il venditore ha risposto che ormai nessuno in Senegal. Inizialmente i colonizzatori avevano prodotto i tessuti localmente, ma ormai da anni la produzione era stata spostata in Francia. Per motivi di burocrazia e corruzione nessuno in Senegal era disposto a mettere su una fabbrica, ma quando si trattava di importare dalla Francia, i medesimi problemi erano facilmente superabili. Così il potere economico, militare, culturale della Francia ha prevalso sul bisogno del Senegal di creare delle proprie industrie*.

Certamente anche il produttore indiano o egizo di cottone metteva via dei guadagni, e figuriamoci il produttore di carbone e acciaio. Tutti ci guadagnavano, tranne proprio la persona che rendeva possibile l’accumulo squilibrato, l’operaio inglese, diventato miseramente povero con la sparizione dell’economia locale.

Insieme all’economia locale spesso spariva anche l’ecosistema che la sosteneva, rendendo impossibile tornare indietro, se un giorno dovesse succedere l’inimmaginabile, che il nuovo sistema non rendeva più. Cioè quando si fa presente il tetto della crescita contro il quale sbattiamo la testa sempre più forte, tra un periodo di recessione e uno di ripresa.

Ma l’inquinamento dei fiumi e dei terreni che erano stati la base dell’economia per millenni non era certo un fatto cui tenere conto duecento anni fa. Non si poteva, ai tempi, imporre a una fabbrica di provvedere alla bonifica dell’ambiente, semplicemente perché non si conoscevano i pericoli.

La nascita dei sindacati inglesi cercava di porre qualche rimedio allo squilibrio, senza riuscirci. Forse perché non si è mai messi in discussione l’esistenza dello stipendio come scambio giusto ed equo per il lavoro. Sempre discutendo e spesso lottando violentemente per qualche  percentuale di aumento e servizi di sanità. Cosa tiene in piedi lo squilibrio? Soprattutto, cosa li tiene in piedi nel 2012, in una zona come Taranto? Gli abbiamo rovinato il mare, la terra e la salute dei figli per alcuni generazioni a venire in cambio di un forte centro finanziario come Milano.

Qual è il fattore così forte nella nostra cultura da far sembrare lo scambio uno alla pari? Gli altiforni come una specie di re Inka.

Si parla di nuovi forni, meno inquinanti. La solita storia della tecnologia occidentale come rimedio a un problema, in questo caso l’inquinamento futuro. Quello passato rimarrà a suo posto per secoli, se non si bonifica per decine di miliardi di euro. E chi li ha quei miliardi? I proprietari? Non c’erano leggi che gli imponevano di adoperare best practices. Si può sempre cercare di costringerli a pagare a posteriore, ma non mi risulta che abbia mai funzionato. In fondo si tratta di industrie che non sarebbero mai nate, se con costi per l’operazione triplicati in rispetto del nostro ecosistema. Quindi alla fine lo pagheranno i contribuenti, per esempio gli operai di Taranto.

*I cinesi cambieranno tutto questo. Mi dicono che ormai sulle strade a Dakar ci sono parecchi bambini misti. Cosa assai rara a Milano. Strategie diverse?

I soliti titoloni sull’oro

Il World Gold Council ha rilasciato una press release dove si professano preoccupati per l’andamento dell’oro. Questa press release è stata fedelmente riportata dai giornalisti di finanza in almeno tre dei giornali che leggo quando posso, IlSole “Oro, in frenata (-7%) i consumi mondiali”, poi lo svedese SVD “Fine del gold rush”, anche FT “Prezzo dell’oro in caduta”. Titoloni che fanno impressione a chi potrebbe aver investito in oro. Sembra proprio che ci sia stato un calo importante, qualcosa di molto preoccupante per gli investitori.

I tre giornali non sono molto d’accordo su cosa esattamente stia succedendo, e soprattutto su quale periodo concentrarsi. Gli italiano paragonano con il trimestre precedente, gli inglesi con il picco di massima domanda (Q3 2011) e gli svedesi hanno semplicemente deciso che gli investitori non lo considerano più un’investimento sicuro, perché ormai è tutto a posto.

La colpa sarebbe comunque dei consumatori indiani e cinesi, che stranamente non vogliono più l’oro ai ritmi di sempre. Le loro banche centrali invece, stanno facendo record di shopping.

Da bloomberg tramite ZH rubo questo grafico, domanda contro il prezzo.

Guardando bene  si vede che una domanda così bassa, cioè 960 tonnellate, c’era l’ultima volta nel Q1 2010, più di due anni fa. Il prezzo in dollari era 1100 all’oncia troy, oggi 1600. Un’aumento di 45%.

E se guardiamo più vicino, vediamo che il prezzo dell’oro in dollari è infatti sceso 13% dal picco in agosto 2011. Solo che quel picco era una bella anomalia, un outlier, solo un mese prima era ai livelli di oggi.

Ma per gli italiani, almeno se investono in oro fisico, è il prezzo dell’oro in €uro che conta. E quello, anche se giù dal picco massimo in settembre 2011, a un anno è su 7%. Figuriamoci dal Q1 2010: su 61%.

Per non parlare della sterlina Elisabetta. Di nuovo sopra i 300€. Nessuna domanda debole all’orizzonte. Infatti gli europei comprano oro come mai.

E se non lo fanno cinesi e indiani, posso solo pensare che anni di inflazione CPI alle stelle sta rendendo loro impossibile mettere via quella parte dello stipendio in braccialetti d’oro. A un certo punto il braccialetto si vende per comprare grano.

L’INPS e gli immigrati

Nel corriere di oggi, edizione albero morto quindi non posso mettere il link, c’è uno dei sempre più frequenti articoli su come gli immigrati cominciano a snobbare l’Italia. Con immigrato intendo qua il genere che arriva per i lavori di un dio minore, anche se non dubito che ci siano anche sempre meno banchieri stranieri a Milano.

Secondo il fondatore dello Sportello dei Diritti sono il 75% in meno in soli quattro anni, gli immigrati che vogliono entrare in Italia. Non riescono neanche a trovare lavoro in nero pare.

Per esempio i marocchini. Da anni il pilastro delle ditte edili della zona semi-urbana/semi-campagnola vicino Milano che frequento quanto posso per evitare che i figli diventino troppo verdi in faccia. L’articolo parla invece dei marocchini trevigiani, ma immagino che il trend sia pressocché uguale in tutto il nord. Il 20% è già andato via.

E il resto si trova intrappolato in Italia e non può andarsene, anche se almeno l’80% non vedrebbe l’ora di tornare nel paese d’origine con un gruzzolo di soldi risparmiati, per mettere su impresa in un paese probabilmente in espansione.

Solo che quel gruzzolo di soldi è stato risparmiato a mo’ di INPS in magari 20 anni di contributi, che non glielo dà indietro. Grazie alla Bossi-Fini che ha voluto proteggere gli italiani. Erano tempi in cui il problema del rimpatrio voluto era ancora lontano e quindi le voci in contrario se c’erano, non sono stati ascoltati. In fondo si poteva leggere come protezione anche degli immigrati stessi. E poi questa legge stava bene a tutti i colori politici, e soprattutto ai colori politici, come nuova nobiltà con pensioni d’oro.

Perché la comunità extracomunitaria ovviamente ha un’aspettativa di vita più breve degli italiani, anche se trapiantati in Italia da decenni. Per gli stessi motivi che ci sono differenze statistiche di salute tra chi è laureato e chi ha la terza media. Più studi, più soldi, meglio ti curi e meglio vivi. E quindi le loro pensioni avrebbero dovuto migliorare la bilancia in favore di una popolazione indigena sempre più vecchia.

Così in Italia ci sono e saranno sempre più persone impossibilitate a tornare a casa, probabilmente senza mezzi per sostenersi, ma con ovviamente gli stessi diritti di sanità e formazione di tutti i residenti. In attesa di quei 20% della pensione che avranno, se fortunati.

Brent 6 agosto 2012

Il 13 luglio avevo scritto che il Brent potrebbe continuare su per alcune settimane e così è stato. Quel giorno il Brent è entrato a ca 100 dollari per poi uscire sopra i 102 dollari. In questo momento si trova a 108 dollari.


La domanda è che cosa farà ora il petrolio. Probabilmente la ripresa non è ancora finita e potremo vedere ancora prezzi in salita. Poi vedremo se la previsione sul canale 95 – 110 dollari rimane valida. MM200 è ancora in discesa, e così anche MM50.

Tra i motivi per una continua salita c’è la Cina che ha abbassato gli interessi sia in giugno che in luglio nel tentativo di stimolare l’economia.

La coppia EURUSD anche quello in salita dal 23 luglio potrebbe indicare che i mercati si aspettano un easing americano, sempre positivo, se vogliamo, per i prezzi delle materie prime. I dati americani per la disoccupazione sono desolanti nonostante anche l’articolo de IlSole cerca di tirarne fuori qualcosa di postivo. Sono stati magicamente creati 163 mila posti nuovi in luglio ma la disoccupazione è salita a 8,3% da 8,2%. È salito anche a 15% da 14,9% il numero di persone sottoimpiegate, cioè lavoratori part-time, confermando il trend che un numero maggiore di persone si devono dividere un numero di posti di lavoro in contrazione.

Anche in Europa sembra tornato voglia di rischio dopo che nessuno è riuscito a interpretare bene le parole di Draghi. Ora si discute se i mercati hanno reagito sbagliato prima, quando sono scesi, e giusto dopo, quando sono saliti, o il contrario.