Archive | giugno 2012

Gas geopolitico greco

Già che siamo in tema Grecia, non basta forse il cofanetto di medicine. A quanto pare potrebbe diventare necessario anche una torcia elettrica con un bel po’ di pile di ricambio, almeno se di sera vuoi leggere il giallo comprato in aeroporto.

Al tema medicine ero arrivata tramite un link da un’articolo FT che parlava in realtà della relazione della Grecia con Gazprom.

Questo giugno la utility nazionale del gas, Depa, dovrebbe pagare a Gazprom 120 milioni di euro, che non ha in cassa. Depa compra l’80% del suo gas dalla Russia, e per assicurare un flusso continuo ora sta cercando di recuperare i crediti che ha con la Laghe, il gestore della rete elettrica. Laghe da parte sua è in rosso, anche lei vittima della mancanza di credito nel paese che taglia l’accesso alle banche, e i mancati introiti dai privati. Continua a leggere…

Gas geopolitico greco

Già che siamo in tema Grecia, non basta forse il cofanetto di medicine. A quanto pare potrebbe diventare necessario anche una torcia elettrica con un bel po’ di pile di ricambio, almeno se di sera vuoi leggere il giallo comprato in aeroporto.

Al tema medicine ero arrivata tramite un link da un’articolo FT che parlava in realtà della relazione della Grecia con Gazprom.

Questo giugno la utility nazionale del gas, Depa, dovrebbe pagare a Gazprom 120 milioni di euro, che non ha in cassa. Depa compra l’80% del suo gas dalla Russia, e per assicurare un flusso continuo ora sta cercando di recuperare i crediti che ha con la Laghe, il gestore della rete elettrica. Laghe da parte sua è in rosso, anche lei vittima della mancanza di credito nel paese che taglia l’accesso alle banche, e i mancati introiti dai privati.

Quindi lunedi 11 giugno la utility per l’elettricità PPC, aveva dovuto spegnere le centrali elettriche alimentate da gas, per usare solo quelle locali, alimentati a carbone.

L’unica possibilità per Depa sarebbe la privatizzazione, annunciata in marzo. Insieme alla Depa verrebbe privatizzata la Desfa, operatore delle pipeline di gas. La vendita doveva avvenire già due mesi fa, ma sembra che la Grecia non stia riuscendo a darla via a qualche azienda europa, come dovrebbe secondo la “EU Third Energy Packet“, entrato in vigore in marzo 2009, e con lo scopo di aprire alla concorrenza i mercati energetici europei, integrarli. Una componente fondamentale è il famoso unbundling, cioè la separazione della generazione di elettricità dalla sua trasmissione. Leggi ENI-SNAM.

I russi hanno un vantaggio, essendo il fornitore maggiore della Depa. Ma se la compra Gazprom, allora vincono anche ulteriore controllo sulla fornitura di gas a Europa. Le pipeline che arrivano da Azerbaijan attraversando la Turchia dovrebbero dare maggiore scelta all’Europa, non ridurla. Quindi:

Whoever wins the privatisation auction of Depa, the Greek state gas group, this month, will be able to influence EU-backed plans to transport Caspian gas to Europe and reduce dependence on Russian energy supplies.

Si tratta della ITGI – Interconnector Turkey-Greece-Italy. Ma visto che la Grecia vorrebbe rimanere europea…

The EU acknowledged ITGI as a Project of European Interest

…stanno cercando di trovare un partner più accettabile, per esempio proprio l’Azerbaijan. Almeno non è russo.

Crollo della sanità in Grecia

Le notizie dalla Grecia sono sempre più preoccupanti. Ho ricevuto notizie anedottali che sulle isole vacanziere si continua la vita di sempre, caffè al bar, tranquillità, e fior di case in costruzione, certamente con i contributi dell’UE. Ma nelle grandi città, e specificamente negli ospedali, la situazione pare disperata.

In Europa secondo la WHO ogni anno muoiono (pdf) 25.000 persone di batteri resistenti agli antibiotici. Una situazione con crescita fra poco esponenziale. Continua a leggere…

Crollo della sanità in Grecia

Le notizie dalla Grecia sono sempre più preoccupanti. Ho ricevuto notizie anedottali che sulle isole vacanziere si continua la vita di sempre, caffè al bar, tranquillità, e fior di case in costruzione, certamente con i contributi dell’UE. Ma nelle grandi città, e specificamente negli ospedali, la situazione pare disperata.

In Europa secondo la WHO ogni anno muoiono (pdf) 25.000 persone di batteri resistenti agli antibiotici. Una situazione con crescita fra poco esponenziale.

Da WHO:

more than 25 000 people in the European Union die from infections caused by antibiotic-resistant bacteria each year. … Since this resistance has no ecological, sectoral or geographical borders, its appearance in one sector or country affects resistance in other sectors and countries.

La Grecia ha in passato avuto il più grande uso, o abuso, di antibiotici di Europa, e soffrono di una cronica mancanza di infermiere. Secondo l’articolo bloomberg di febbraio la Grecia stava ormai da anni lottando contro un superbug che nei peggiori dei casi uccide il 50% degli affetti, se già deboli di altre malattie:

The hospital-acquired germ killed as many as half of people with blood cancers infected at Laiko General Hospital, a 500-bed facility in central Athens.

Un medico difende la Grecia dicendo che il paese non pone una minaccia per Europa, ma è certamente ingenuo pensare che non lo sarà fra poco. Come dice la WHO, i germi non conoscono confini.

Studies of cross-border transmission show patients arriving in a European country with a carbapenem-resistant infection are almost four times more likely to have just been in Greece than any anywhere else.

I medici lottano perché le pochissime infermiere si prendano il tempo per lavarsi le mani. Lotte di un secolo fa. Come anche quella di dividere persone che hanno preso i germi resistenti dagli altri pazienti.

Già prima della crisi i pazienti erano costretti ad allungare una bustarella, chiamata “fakelaki”, per assicurarsi un buon trattamento. Ma ora gli ospedali lottano per avere le medicine, il governo non riesce a pagare il debito di quasi 800 milioni. E allora la bustina non serve proprio più.

Ospedali non danno più antidolorifici, e eseguono operazioni solo urgenti. Il materiale scarseggia e sono costretti a riutilizzare per esempio lenzuola per più pazienti. E se ti capita l’ospedale dell’isola di Leros, non avrai neanche da mangiare.

Che ci porta al problema turismo. Come già detto, le strutture turistiche e no sulle isole sembrano di reggere. Ma se ci vai, ricordati un bel cofanetto di medicine.

Che differenza fa l’aumento di produzione?

Il prezzo del petrolio sta scendendo rapidamente ormai dall’inizio di aprile.

Il Brent ha fatto un vero death cross l’8 giugno, cioè una media mobile a 50 periodi (in questo caso giorni) che scende sotto la MM200, dove però anche la MM200 è in discesa. L’ultimo incrocio del 29 settembre era un death cross falso visto che la MM200 stava ancora salendo:

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Che differenza fa l’aumento di produzione?

Il prezzo del petrolio sta scendendo rapidamente ormai dall’inizio di aprile.

Il Brent ha fatto un vero death cross l’8 giugno, cioè una media mobile a 50 periodi (in questo caso giorni) che scende sotto la MM200, dove però anche la MM200 è in discesa. L’ultimo incrocio del 29 settembre era un death cross falso visto che la MM200 stava ancora salendo:

C’era da aspettarselo dopo che l’indice più dipendente dal petrolio, il TSX Composite di Toronto, aveva effettuato un death cross il 15 maggio:

L’ultima volta che avveniva con questa forza la discesa sulla borsa di Toronto è durata altri 6 mesi. In ogni caso, il death cross su Toronto è avvenuto tantissimi mesi dopo la stessa formazione su altri indici. Ai tempi lo SP500 aveva crossato in dicembre 2007, e il FTSEMIB ci voleva in recessione già in agosto 2007.

Ovviamente anche il WTI, dal 11 giugno:

Il WTI tra l’altro è pericolosamente vicino al livello 75$, dove la PEMEX, la NOC messicana ha hedgato la propria produzione. 800mila barili dei ca 2,9 milioni al giorno sono protetti contro una caduta del WTI sotto i 75 dollari. Anche il Quatar ha fatto la stessa cosa con il 25% della produzione nazionale, ovvero ca 400mila barili, ma il livello del hedge è rimasto incomunicato. Cioè è un segreto di stato.

Esercizio di numeri: 800.000 barili venduti a diciamo 70 dollari, sono 5 dollari x 800.000 x 30 giorni = 120 milioni di dollari, meno quei 2% di commissioni, in questo caso comunque nel contesto irrisori 2,4 milioni. Al mese. Una bella perdita per la banca che ha scommesso che la PEMEX avesse torto.

Resta a chiarire il perché il petrolio non regge nonostante la IEA continui a stimare la domanda a livelli record. Di solito la prima cosa che si guarda è l’Arabia Saudita. In questi giorni pare stia mettendocela tutta per sostituire il petrolio che andrà a mancare con l’embargo criminale contro l’Iran.

Infatti sta producendo a livelli da record storico:

Come si vede i numeri JODI per la produzione totale corrispondono a quelli EIA per produzione di greggio + lease condensate. È molto particolare che i numeri non corrispondano perfettamente visto che in entrambi i casi è la Saudi Aramco che li ha comunicato alle due agenzie. Se aggiungiamo anche tutti gli altri liquidi che la EIA include nella categoria petrolio, viene fuori che l’AS sta producendo 11,5 milioni di barili al giorno. In ogni caso il pattern è quasi uguale.

Da gennaio 2009 ca (EIA) o agosto 2010 (JODI)  l’AS si sta notevolmente sforzando per aumentare la produzione. Chissà quanti miliardi di dollari per trivellare quei sicuramente centinaia di pozzi nuovi. Non come a novembre 2002 quando da un mese all’altro hanno semplicemente aperto i rubinetti per compensare il petrolio dell’Iraq. Notevole previdenza, visto che il paese è stato attaccato in marzo 2003.

Comunque. Un piccolo sbalzo insù è avvenuto con la primavera araba e la necessità di sostituire il petrolio libico. L’embargo non è neanche iniziato ancora, e i dati JODI sono indietro di 2 mesi, quindi dobbiamo aspettare per vedere quanto riuscirà l’AS ad aumentare la produzione questa volta, ma scommetto che non è più alto di oggi.

Dai dati però si può vedere un trend. Che l’AS produce 6% in più di greggio oggi che in marzo 2006, ma ne esporta meno.

Per me non c’è molta correlazione tra la produzione saudita e la caduta del prezzo. Anche perché dopo varie ore che guardo questi grafici ho notato che quando l’AS in settembre 2008 ha chiuso il rubinetto su ca 1,5 milioni di barili, la ripresa sul Brent e sul WTI è stato, ma di ca 15 dollari in pochi giorni, dopodiché il prezzo ha continuato il viaggio verso sud, perdendo più di 70$ dal punto di ripresa. Quando finalmente ha preso a salire in marzo 2009, l’AS aveva già aumentato la produzione da ca 2 mesi.

Semmai c’è praticamente una correlazione positiva tra produzione saudita e prezzo. E allora i motivi per la discesa sono altri. Che i dati sulla domanda mondiale non sono corretti? Forse qualcuno si è finalmente accorto che se USA e Europa non consumano, allora Cina e India non producono. Tanto dal PIL cinese di 8% bisogna togliere l’inflazione di 6. Restano 2% di PIL. Simili esercizi si possono sicuramente fare per tanti paesi. Alla fine i PIL negativi OCSE non verranno che cancellati dai PIL positivi degli emergenti. Chissà se siamo arrivati all’anno zero.

Capacità di raffinazione e il prezzo del petrolio

Quando nel dicembre 2005 la produzione di uno dei greggi più ricercati del mondo, il Bonny Light nigeriano, è sceso di quasi 30% su base mensile da gennaio 2006 all’aprile 2009 (-17% su base annua), ha certamente collaborato con la domanda mondiale in forte aumento per far schizzare in alto il prezzo del petrolio, finito a $147, prima di crollare.

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Capacità di raffinazione e il prezzo del petrolio

Quando nel dicembre 2005 la produzione di uno dei greggi più ricercati del mondo, il Bonny Light nigeriano, è sceso di quasi 30% su base mensile da gennaio 2006 all’aprile 2009 (-17% su base annua), ha certamente collaborato con la domanda mondiale in forte aumento per far schizzare in alto il prezzo del petrolio, finito a $147, prima di crollare.

Ci si può ben chiedere come mai 6-700 mila barili in meno al giorno possa aumentare il prezzo di 150%, quando il milione e mezzo di greggio libico mancato da febbraio a settembre 2011 ha fatto salire il prezzo da 95 dollari a 108 dollari ca, cioè miseri 13%.

Anche il petrolio libico è di ottima qualità, e avrebbe dovuto mettere il prezzo sotto tensione molto più seriamente di quanto ha fatto.

Entrambe le volta l’Arabia Saudita è riuscita ad aumentare la propria produzione oltre il greggio mancante, ma la qualità non corrisponde affatto a quella dei greggi africani.

Oggi abbiamo anche la minaccia Iran e lo stretto di Hormuz, la Cina che riempie le riserve strategiche, Arabia Saudita e gli altri produttori che a ritmo sostenuto aumentano il consumo interno, esportando sempre meno. IEA che stima il consumo mondiale nel 2012 a 89,9 milioni di barili al giorno, contro gli 88 milioni del 2011 (+2%), un’aumento comunque corretto in giù per colpa della crisi europea che frena anche la crescita cinese. E poi il crescente divario tra vero petrolio e gli altri liquidi, più costosi da produrre, attentati sempre più numerosi alle infrastrutture, la grandissima mancanza di personale qualificato nel settore (solo in Brasile mancano 8 milioni di esperti).

Tanti fattori che nonostante demand destruction nel mondo che conta dovrebbero tenere il prezzo sotto le braccia, e invece ecco il Brent che fa una death cross vera, con sia MM50 che MM200 in discesa, l’8 giugno.

Quindi dobbiamo cercare che cosa è effettivamente cambiato dal 2005 ad oggi, almeno se siamo d’accordo che il lato puro speculativo, cioè le 11-12 volte che ogni barile passa di mano su qualche borsa di materie prime, aumenti il prezzo solo di un paio di percenti, e che OPEC non è più in grado di controllare il prezzo. Fondamentali, quindi. E forse non macro, ma fattori che proprio riguardano il petrolio fisicamente.

Frugando nei dati del Statistical Review of World Energy della BP, finalmente uscito, mi sono guardata per la prima volta devo ammettere, i dati sulla capacità di raffinazione mondiale. Questo perché ultimamente ci siamo abituati a leggere delle chiusure di raffineria dopo raffineria, in Europa e negli Stati Uniti. Una industria con pessimi margini, e quando la gente non compra benzina non possono semplicemente abbassare la produzione, perché le raffinerie non funzionano in quel modo, e invece devono chiudere. Ma questo solo nell’OCSE pare.

A livello mondiale invece la situazione è un’altra:

Quegli 8% di aumento della capacità dal 2005 al 2011 potrebbero non avere nessun effetto, se non per il fatto che si tratta di aumenti praticamente esclusivi ai due paesi con la sete maggiore, Cina con 51% e India con 49%.

Perfettamente in linea con il consumo, e quindi che effetto potrebbe mai avere sul prezzo del petrolio?

È che andando su Oil&Gas Journal, cliccando su Processing – Refining – Capacities, e leggendo i vari articoli li sotto, emerge che tutte le nuove raffinerie e non solo in Chindia, sono capaci di processare brutte qualità di greggio:

Vadinar, India. …able to process extra-heavy feedstock…

Mandan, USA. …Bakken shale…

Motiva, USA. …ranging from relatively light to heavy. It also has the flexibility to switch between primarily producing gasoline and diesel to adapt to varying market conditions…

Cartagena, Spagna. …60,000 b/d of desulfurization…

Nizhnikamsk, Russia. ..upgrade bitumen and vacuum residue into a synthetic crude and a fourth functioning as a traditional hydrocracker yielding light products…

Yanbu, Arabia Saudita in JV con Cina, pronto nel 2014. …process 400,000 barrels of heavy crude oil per day…

E solo in Cina, nel 2011, tre raffinerie: Changling (RFCC), Ningxia, e Quanzhou. Scommetto che sono capacissimi di raffinare greggi pesanti e pieni di zolfo.

Se il mondo ha aggiunto talmente tanta capacità di raffinazione per le qualità più pesanti, allora abbiamo una spiegazione in più perché il Brent stia scivolando in basso. Semplicemente con ogni nuova raffineria la pressione sul Brent diminuisce. Ovviamente questo significa che i prezzi dei greggi pesanti dovrebbero aumentare. Sul sito EIA sono disponibili dati per vari greggi FOB, cioè greggi comprati dagli Stati Uniti, ma prezzati nel porto del paese produttore:

In effetti, dal 2005 ad oggi la differenza tra i due greggi più pesanti e quelli più leggeri è scesa da quasi 55% a ca 15%.

Il dubbio è: quando aumentano di prezzo anche i greggi brutti, diminuiscono i margini per tutte quelle belle nuove raffinerie. Quali sopravvivono? Direi soprattutto quelle che operano in paesi senza mercato libero, dove lo stato può decidere la sorte di un’impresa. Tipo la Cina, con i suoi geniali piani quinquennali. India, non lo so. Certamente hanno costo del lavoro minori, e leggi ambientali circumnavigabili.

Già, l’Italia non ha bisogno di aiuto

Ed ecco le parole di Monti che non volevamo mai sentire, perché equivalgono al fischio di partenza per la Golgata versò il bailout: Italia non ha bisogno di aiuto. Riferito da tutti i giornali in modi diversi, ma comunque è fatta.

Spagna.

Portugal.

Grecia.

Irlanda. Continua a leggere…

Già, l’Italia non ha bisogno di aiuto

Ed ecco le parole di Monti che non volevamo mai sentire, perché equivalgono al fischio di partenza per la Golgata versò il bailout: Italia non ha bisogno di aiuto. Riferito da tutti i giornali in modi diversi, ma comunque è fatta.

Spagna.

Portugal.

Grecia.

Irlanda.

Sappiamo perfettamente che il bailout della Spagna non è l’ultimo, e anzi, che il loro bailout è l’ultima goccia per l’Italia.

E i soldi, da dove arrivano? Si dice sia dall ESM (European Stability Mechanism) che dall ESFS. Ma il ESM non è ancora stato ratificato dalla Germania. Quindi tutto quanto dall EFSF. Conti:

Dopo i primi bailout dell’Irlanda, Grecia, e Portogallo sono rimasti ca 200 miliardi. Dai quali però dobbiamo detrarre i 92 che la Spagna aveva promesso, rimangono 110 miliardi. Dopo il bailout della Spagna rimangono 10 miliardi alla EFSF per i prossimi bailout.

Numeri interessanti, considerando che la prima cifra comunicata per il bailout è sempre solo una frazione. Il bailout, anche se da ripagare a 3% di interessi decisamente morbidi, aumenta comunque il debito soverano a ca 140% del PIL, il che manda un segnale fortissimo a tutti i mercati: la Spagna non ce la farà a pagare gli interessi sul debito. Così si alzeranno sempre di più i rendimenti dei bond spagnoli, rendendogli sempre più difficile ripagare. Lava, risciacqua, ripeti.

E l’Italia cosa c’entra? Quei 100 miliardi devono pur arrivare da qualche parte. Dall’Italia forse il 20%? Non ho trovato numeri esatti in rete. Quindi dovrebbe emettere bond per questi 20 miliardi di euro. Bond che verranno emessi con rendimenti di almeno 5%. Mentre gli spagnoli ce li ripagheranno a 3%. Definizione di spread: è sempre Italia a perderci.

Ovviamente così aumenta il debito soverano italiano, e i mercati decideranno che l’Italia farà sempre più fatica a ripagare, aumentando i rendimenti. Lava, risciacqua, ripeti. Forse dovrò riprendere l’osservazione dei Btp.