Archive | maggio 2012

Infatti il picco ancora non c’è. Analisi tecnica

In settembre 2011 ho scritto che da un punto di vista dell’analisi tecnica, utile strumento per cercare pattern e trend nei dati, in aprile 2011 non avevamo ancora visto il picco della produzione di petrolio convenzionale.

Se guardiamo quindi la produzione secondo un punto di vista del chartista, ad aprile 2011 non eravamo ancora in peak oil. Mancano i dati degli ultimi quattro mesi, per sapere se l’inizio della nuova recessione abbia rotto o no il canale in giù.

Andando a ripescarmi lo stesso grafico con i dati per gli ultimi mesi del 2011 mi sono data ragione per tutte le volte che ho detto che recessione e demand destruction occidentale non importano un fico secco quando Chindia sta ancora crescendo.  Canale rialzista della produzione ininterrotta: Continua a leggere…

Infatti il picco ancora non c’è. Analisi tecnica

In settembre 2011 ho scritto che da un punto di vista dell’analisi tecnica, utile strumento per cercare pattern e trend nei dati, in aprile 2011 non avevamo ancora visto il picco della produzione di petrolio convenzionale.

Se guardiamo quindi la produzione secondo un punto di vista del chartista, ad aprile 2011 non eravamo ancora in peak oil. Mancano i dati degli ultimi quattro mesi, per sapere se l’inizio della nuova recessione abbia rotto o no il canale in giù.

Andando a ripescarmi lo stesso grafico con i dati per gli ultimi mesi del 2011 mi sono data ragione per tutte le volte che ho detto che recessione e demand destruction occidentale non importano un fico secco quando Chindia sta ancora crescendo.  Canale rialzista della produzione ininterrotta:

E addirittura un terzo tentativo di rompere la resistenza intorno a 74milioni di barili al giorno.

Ricordiamoci però che una produzione in aumento richiede prezzi del petrolio alti. Se il prezzo scende diventano antieconomici tanti progetti, che vengono fermati. O anche no,visto che tutto il mondo ha imparato dalla crisi del 2008. Le prossime volte il prezzo non scenderà tanto, e ci metterà molto meno a risalire. Meno volatilità sia in produzione che sul prezzo. Ma sembra che ci troviamo un una specie di equilibrio un pochino precario.

Peak oil anche al Vaticano?

Sviluppi interessanti ci aspettano se anche il Vaticano comincia a muoversi…

Dalle statistiche del blog:

Ciao papa, sei benvenuto tra noi!

Peak oil anche al Vaticano?

Sviluppi interessanti ci aspettano se anche il Vaticano comincia a muoversi…

Dalle statistiche del blog:

Ciao papa, sei benvenuto tra noi!

Peak oil nel parlamento svedese

Non riuscite ovviamente a capire cosa dicono nel video ripreso nel parlamento svedese.

http://www.riksdagen.se/sv/Debatter–beslut/Interpellationsdebatter1/Debatt/?did=GZ10355&doctype=ip

Si tratta di un cosiddetto dibattito di interpellanza, interpellationsdebatt, dove il ministro interpellato da un membro del parlamento ha avuto 4 settimane per inventarsi una risposta.

Qua è Per Bolund dei verdi svedesi che chiede al ministro di finanza Anders Borg come se la caverebbe la Svezia in uno scenario di forte contrazione delle forniture di petrolio.

Anders Borg evidentemente non aveva voglia di rispondere, e ha lasciato la risposta alla collega Anita Broden.

Che risponde come ci si aspetterebbe, dopottutto è la prima volta che la questione viene discussa apertamente in parlamento. Quello che discutono indubbiamente dietro porte chiuse non lo possiamo sapere. Continua a leggere…

Peak oil nel parlamento svedese

Non riuscite ovviamente a capire cosa dicono nel video ripreso nel parlamento svedese.

http://www.riksdagen.se/sv/Debatter–beslut/Interpellationsdebatter1/Debatt/?did=GZ10355&doctype=ip

Si tratta di un cosiddetto dibattito di interpellanza, interpellationsdebatt, dove il ministro interpellato da un membro del parlamento ha avuto 4 settimane per inventarsi una risposta.

Qua è Per Bolund dei verdi svedesi che chiede al ministro di finanza Anders Borg come se la caverebbe la Svezia in uno scenario di forte contrazione delle forniture di petrolio.

Anders Borg evidentemente non aveva voglia di rispondere, e ha lasciato la risposta alla collega Anita Broden.

Che risponde come ci si aspetterebbe, dopottutto è la prima volta che la questione viene discussa apertamente in parlamento. Quello che discutono indubbiamente dietro porte chiuse non lo possiamo sapere.

Broden insomma risponde che IEA prevede che non ci saranno carenze di combustibili fossili per tanti decenni ancora, e che comunque il pianeta riuscirà ad aumentare la produzione sia di gas che di petrolio tramite le sabbie e lo shale, soprattutto canadese. Un sogno che Aleklett e altri hanno ripetutamente smentito.

Inoltre la Broden non riesce a definire il concetto “flotta trasporti non dipendenti da combustibili fossili”, cioè che tutte le macchine e camion sulle strade svedesi per il 2030 non devono usare combustibili fossili.

Inutile dire che si tratta di parole senza nessun contenuto. Anche se c’è la tecnologia, non ci sono volumi, tempo e risorse per sostituire la flotta di oggi con lo stesso numero di veicoli elettrici.

La definizione di tale flotta ve la do io: Bici, cavallo, navi a vela.

Anita Broden per il resto del dibattito ripete la stessa frase in salse diverse: che dobbiamo ridurre la dipendenza dei fossili, senza mai dire come. Ma come già detto, è il primo passo verso un dibattito aperto.

Compagnie aeree in difficoltà

Nell’ultimo mese un altro paio di compagnie aeree hanno gettato la spugna, lasciando migliaia di passeggeri a terra. Agli inizi di maggio la danese Cimber Sterling, che ha cambiato nome da Cimber Air quando la compagnia ha comprato la Sterling che aveva fatto bancarotta,  ha dovuto chiudere i battenti quando il proprietario, il miliardiaro russo Igor Kolomoyksij non ha più voluto aggiungere capitale.

E due giorni fa la Skyways, sempre scandinava, sempre poprietà di Kolomoyksij, non ce l’ha fatta. Il motivo viene citato come costi troppo alti per il carburante. Continua a leggere…

Compagnie aeree in difficoltà

Nell’ultimo mese un altro paio di compagnie aeree hanno gettato la spugna, lasciando migliaia di passeggeri a terra. Agli inizi di maggio la danese Cimber Sterling, che ha cambiato nome da Cimber Air quando la compagnia ha comprato la Sterling che aveva fatto bancarotta,  ha dovuto chiudere i battenti quando il proprietario, il miliardiaro russo Igor Kolomoyksij non ha più voluto aggiungere capitale.

E due giorni fa la Skyways, sempre scandinava, sempre poprietà di Kolomoyksij, non ce l’ha fatta. Il motivo viene citato come costi troppo alti per il carburante.

Il prezzo medio del carburante per il traffico aereo nel 2011 era addirittura più alto che nel 2008, e anche il 2010 vedeva il kerosene più alto che nel 2007:

Dati: EIA

In febbraio è crollata la compagnia di bandiera ungherese Malev,  con debiti di 550 milioni di euro, costringendo i viaggiatori a volare con la Tyrolean Air tra Budapest e Vienna. Prima ancora, in gennaio, la regionale Spanair, che non riusciva più a pagare il carburante, ha lasciato giù 22.000 passeggeri, con debiti di 300 milioni di euro.

Anche la compagnia più puntuale del mondo (in 15 anni da Linate mi è capitato un ritardo solo) SAS ha raddoppiato le perdite nel primo trimestre 2012, da 50 a 100 milioni di dollari.

Tutte le compagnie del mondo stanno lottando con margini decrescenti. Uno si può veramente chiedere perché un’intera industria ha il permesso di operare per decenni con dei margini che non sarebbero accettabili in nessun’altro settore. Ma aeroporti e compagnie di bandiera sono carichi di prestigio e così la follia continua. Ai politici piacciono progetti di prestigio.

Anche Air France-KLM sta lottando, e l’anno scorso il gruppo ha perso 800 milioni di euro. Ora stanno discutendo quante persone lasciare a casa.

Alla fine una delle poche compagnie solventi, ovviamente la Ryan “aeroporti in culo al mondo” Air, ci avverte che anche loro vedranno scendere i guadagni nel biennio 2012-13, sempre per colpa del carburante. Il biennio vedrà aumenti del costo del 320 milioni di euro, e solo una crescita del 3% del traffico, da paragonare ai 16% nel biennio precedente.

E per chi ora risponde che non è vero che il costo del carburante incide sui guadagni, perché le compagnie si comprano protezione, rimando al post Il fuel hedge non li salva.

Banche italiane con troppa leva

Per chi si fosse chiesto esattamente perché Unicredit e Intesa San Paolo devono vendere, per ca 230 milioni di sterline, i loro 31 milioni di azioni nella London Stock Exchange, proprietario della borsa di Milano, togliendo così l’ultima goccia di sangue italiano alla borsa di Milano che così per ora risulta proprietà degli Emirati e del Quatar, il superblog ZeroHedge ha ieri pubblicato un grafico molto interessante: Continua a leggere…

Banche italiane con troppa leva

Per chi si fosse chiesto esattamente perché Unicredit e Intesa San Paolo devono vendere, per ca 230 milioni di sterline, i loro 31 milioni di azioni nella London Stock Exchange, proprietario della borsa di Milano, togliendo così l’ultima goccia di sangue italiano alla borsa di Milano che così per ora risulta proprietà degli Emirati e del Quatar, il superblog ZeroHedge ha ieri pubblicato un grafico molto interessante:

Link.

Entrambe le banche hanno un rapporto prestiti/deposito, cioè la leva sui soldi depositati, di ca 140%. Non tra i peggiori, che sono le banche svedesi, ma comunque molto fragili in uno scenario di bank run. Finché la gente usa soldi digitali è possibile per la banca ribilanciare alla fine della giornata facendosi prestare i soldi da altre banche nel mercato interbancario.

Altre situazioni che possono portare a una crisi di liquidità sono aumenti dei tassi d’interesse che rende ancora più difficile per privati e aziende di ripagare mutui e prestiti.

Insomma, troppe mucche sul ghiaccio.