Archive | aprile 2012

Istantanea deepwater

Da uno dei miei fumettisti online preferiti, xkcd.com.

Per chi non ha ancora capito perché costa così tanto trivellare nel mare profondo, e perché sia così pericoloso.

Istantanea deepwater

Da uno dei miei fumettisti online preferiti, xkcd.com.

Per chi non ha ancora capito perché costa così tanto trivellare nel mare profondo, e perché sia così pericoloso.

Argentina e peak oil

Fino a qualche giorno fa la Repsol possedeva il 57% di YPF, la famiglia argentina Eskenazi il 25,5% che non sarà toccato dalla nazionalizzazione, altri investitori privati il 17%, e lo stato argentino il 0,02% più un’azione speciale che gli dà il diritto di veto nei consigli d’amministrazione.

Secondo il piano, lo stato argentino avrà da subito il 51%, prendendoli da Repsol. I 51 saranno divisi tra lo stato con 26%, e i governi locali delle province produttrici di petrolio con 25%.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales è l’azienda più grande dell’Argentina, fondata nel 1922 da Enrique Mosconi con l’intento di nazionalizzare il petrolio. Secondo wikipedia questo piano è fallito per colpa della rivoluzione di settembre  nel 1930, in parte sponsorizzata da “foreign oil trusts”. Sotto la dittatura militare 1976-1983 è stata talmente malgestita che poi nel 1989 il congresso ha votato per la privatizzazione, voluta anche da Néstor e Cristina Kirchner.

Il processo ha avuto inizio nel 1991 sotto Carlos Menem, e nel 1993 l’80% di YPF è stata venduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 lo stato argentino ha venduto quasi tutto il resto, dando la possibilità agli Eskenazi e altri privati a investire nell’azienda. Per fargli entrare come investitori, Néstor Kirchner ha negoziato dei dividendi estremamente generosi, che in pratica significa che gli investitori sarebbero stati ripagati in pochissimo tempo.

Ma uno dei motivi dati dal governo argentino in questi giorni per il recupero sono proprio quei 90% dei guadagni che l’azienda distribuisce agli azionisti in forma di dividendi, così togliendo all’azienda la possibilità di investire in esplorazione e produzione. Quindi Cristina con questa mossa fa un 180 gradi sul marito riverito.

I 14% di diminuzione della produzione di petrolio dal picco nel 1999 ad oggi sarebbero colpa dei mancati investimenti, dati EIA:

E questo proprio mentre l’Argentina cresce e ha sempre più bisogno di energia. Una specie di complotto. Dal grafico sopra si vede che l’esportazione di petrolio scende molto più rapidamente di quanto scenda la produzione. Di nuovo il nostro amico ELMo al lavoro.

L’Argentina ha di recente trovato grandi giacimenti di idrocarburi shale, e dagli articoli FT sembra che si tratti di tre quarti petrolio e un quarto gas. Questi giacimenti sono stati pomposamente presentati alla stampa come inizio della nuova era d’oro del petrolio argentino. Peccato che la stampa non sappia mai fare i conti.

Se un giacimento shale contiene 927 milioni di barili di petrolio equivalente, e con la tecnologia di oggi ne possiamo estrarre 4% e con la tecnologia di domani al massimo 15%, al massimo avremo alla fine estratto 140 milioni di barili. In un mondo che consuma 90 milioni di barili al giorno. *slurp*

Quindi no, lo shale non invertirà la discesa della linea azzurra nel grafico sopra.

Ancora peggio è che l’Argentina comunque deve importare tanti prodotti petroliferi. E giudicando dal grafico creato con dati IMF, questi costano ben più caro di quelli che il paese è in grado di esportare.

Nel 2011 le due linee si sono incrociate con un’impennata del costo del petrolio importato. Tre miliardi di USD di differenza.

Ovvio che la Kirchner è arrabbiata. Ha appena scoperto peak oil. In un anno il costo per l’Argentina è raddoppiato, diminuendo così tanto il surplus della bilancia commerciale negli ultimi mesi del 2011 che a inizio 2012 il governo ha limitato il commercio per proteggere le imprese locali. È soprattutto l’Uruguay a soffrirne, visto che il paese esporta praticamente solo in Argentina.

L’Argentina ha già provato più volte a togliere i sussidi all’energia, che nel 2010 equivalevano al valore del petrolio esportato, 6,5 miliardi di dollari. Ma quando nel 2009 c’è stato il tentativo di far pagare di più ai privati sono diminuiti troppo i consumi. Questa volta il stratagemma geniale è di chiedere alla gente se se la sentono di pagare qualcosina in più o no. Una personalizzazione dei sussidi.

Ma togliere i sussidi a industria e privati in un paese dove 10 anni fa le banche hanno dimostrato da che parte stanno è un po’ come farsi la pipì adosso, bello caldo all’inizio ma presto solo bagnato e freddo. I soldi rimaranno semplicemente nei materassi invece di essere investiti.

Una domanda ancora molto aperta è a quale prezzo la YPF verrà ricomprata. Il valore in borsa era oggi 9,68 miliardi di dollari, ma solo un mese fa valeva il doppio. La Repsol, saggia dell’esperienza boliviana e Evo Morales che nazionalizzava il petrolio se la sentiva che qualcosa stava per succedere, e ha segretamente cercato di vendere la sua parte in YPF ai cinesi, specificamente Sinopec, il loro vecchio partner nelle vicende brasiliane.

Ma non hanno fatto in tempo, e ora possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata dall’Argentina. ExxonMobil tramite arbitraggio internazionale ha appena ricevuto 900 milioni per gli asset venezoleni nazionalizzati, ca il 10% del loro valore.

E pare che la famiglia oligarca Eskenazi non potrà più ripagare i debiti una volta che i dividendi YPF le verranno tolti, e così si libereranno automaticamente anche i loro 25%.

È un gran casino tutta questa storia, e un forte richiamo che se investiamo in compagnie petrolifere, almeno scegliamo quelli basati in democrazie occidentali maturi, che ancora per un po’ potranno lavorare tranquilli.

Argentina e peak oil

Fino a qualche giorno fa la Repsol possedeva il 57% di YPF, la famiglia argentina Eskenazi il 25,5% che non sarà toccato dalla nazionalizzazione, altri investitori privati il 17%, e lo stato argentino il 0,02% più un’azione speciale che gli dà il diritto di veto nei consigli d’amministrazione.

Secondo il piano, lo stato argentino avrà da subito il 51%, prendendoli da Repsol. I 51 saranno divisi tra lo stato con 26%, e i governi locali delle province produttrici di petrolio con 25%.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales è l’azienda più grande dell’Argentina, fondata nel 1922 da Enrique Mosconi con l’intento di nazionalizzare il petrolio. Secondo wikipedia questo piano è fallito per colpa della rivoluzione di settembre  nel 1930, in parte sponsorizzata da “foreign oil trusts”. Sotto la dittatura militare 1976-1983 è stata talmente malgestita che poi nel 1989 il congresso ha votato per la privatizzazione, voluta anche da Néstor e Cristina Kirchner.

Il processo ha avuto inizio nel 1991 sotto Carlos Menem, e nel 1993 l’80% di YPF è stata venduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 lo stato argentino ha venduto quasi tutto il resto, dando la possibilità agli Eskenazi e altri privati a investire nell’azienda. Per fargli entrare come investitori, Néstor Kirchner ha negoziato dei dividendi estremamente generosi, che in pratica significa che gli investitori sarebbero stati ripagati in pochissimo tempo.

Ma uno dei motivi dati dal governo argentino in questi giorni per il recupero sono proprio quei 90% dei guadagni che l’azienda distribuisce agli azionisti in forma di dividendi, così togliendo all’azienda la possibilità di investire in esplorazione e produzione. Quindi Cristina con questa mossa fa un 180 gradi sul marito riverito.

I 14% di diminuzione della produzione di petrolio dal picco nel 1999 ad oggi sarebbero colpa dei mancati investimenti, dati EIA:

E questo proprio mentre l’Argentina cresce e ha sempre più bisogno di energia. Una specie di complotto. Dal grafico sopra si vede che l’esportazione di petrolio scende molto più rapidamente di quanto scenda la produzione. Di nuovo il nostro amico ELMo al lavoro.

L’Argentina ha di recente trovato grandi giacimenti di idrocarburi shale, e dagli articoli FT sembra che si tratti di tre quarti petrolio e un quarto gas. Questi giacimenti sono stati pomposamente presentati alla stampa come inizio della nuova era d’oro del petrolio argentino. Peccato che la stampa non sappia mai fare i conti.

Se un giacimento shale contiene 927 milioni di barili di petrolio equivalente, e con la tecnologia di oggi ne possiamo estrarre 4% e con la tecnologia di domani al massimo 15%, al massimo avremo alla fine estratto 140 milioni di barili. In un mondo che consuma 90 milioni di barili al giorno. *slurp*

Quindi no, lo shale non invertirà la discesa della linea azzurra nel grafico sopra.

Ancora peggio è che l’Argentina comunque deve importare tanti prodotti petroliferi. E giudicando dal grafico creato con dati IMF, questi costano ben più caro di quelli che il paese è in grado di esportare.

Nel 2011 le due linee si sono incrociate con un’impennata del costo del petrolio importato. Tre miliardi di USD di differenza.

Ovvio che la Kirchner è arrabbiata. Ha appena scoperto peak oil. In un anno il costo per l’Argentina è raddoppiato, diminuendo così tanto il surplus della bilancia commerciale negli ultimi mesi del 2011 che a inizio 2012 il governo ha limitato il commercio per proteggere le imprese locali. È soprattutto l’Uruguay a soffrirne, visto che il paese esporta praticamente solo in Argentina.

L’Argentina ha già provato più volte a togliere i sussidi all’energia, che nel 2010 equivalevano al valore del petrolio esportato, 6,5 miliardi di dollari. Ma quando nel 2009 c’è stato il tentativo di far pagare di più ai privati sono diminuiti troppo i consumi. Questa volta il stratagemma geniale è di chiedere alla gente se se la sentono di pagare qualcosina in più o no. Una personalizzazione dei sussidi.

Ma togliere i sussidi a industria e privati in un paese dove 10 anni fa le banche hanno dimostrato da che parte stanno è un po’ come farsi la pipì adosso, bello caldo all’inizio ma presto solo bagnato e freddo. I soldi rimaranno semplicemente nei materassi invece di essere investiti.

Una domanda ancora molto aperta è a quale prezzo la YPF verrà ricomprata. Il valore in borsa era oggi 9,68 miliardi di dollari, ma solo un mese fa valeva il doppio. La Repsol, saggia dell’esperienza boliviana e Evo Morales che nazionalizzava il petrolio se la sentiva che qualcosa stava per succedere, e ha segretamente cercato di vendere la sua parte in YPF ai cinesi, specificamente Sinopec, il loro vecchio partner nelle vicende brasiliane.

Ma non hanno fatto in tempo, e ora possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata dall’Argentina. ExxonMobil tramite arbitraggio internazionale ha appena ricevuto 900 milioni per gli asset venezoleni nazionalizzati, ca il 10% del loro valore.

E pare che la famiglia oligarca Eskenazi non potrà più ripagare i debiti una volta che i dividendi YPF le verranno tolti, e così si libereranno automaticamente anche i loro 25%.

È un gran casino tutta questa storia, e un forte richiamo che se investiamo in compagnie petrolifere, almeno scegliamo quelli basati in democrazie occidentali maturi, che ancora per un po’ potranno lavorare tranquilli.

Kirchner, ridete con me

Il presidente dell’Argentina Cristina Kirchner ha deciso di recuperare la compagnia petrolifera YPF, facendo naturalmente incavolare la Spagna, alla quale è stata praticamente regalata durante la follia neoliberale degli anni ’90. Bellissima simmetria.

Articolo pacato da IlSole, volgarità da MilanoFinanza, che farebbe ridere (chi non ha voglia di leggere la lettera “vibrante” di Monti?) se non fosse per gli attacchi ad feminam, sicuramente contro ogni codice etico di giornalismo occidentale. Chissà se si possono denunciare? Ma questo presuppone che gli autori siano giornalisti.

L’economia argentina è crollata nel 2001. Il tutto è incominciato con Menem e il peg del peso al dollaro. Un po’ come hanno fatto i PIIGS, solo che nel nostro angolo del mondo le valute nazionali sono state addirittura scambiate con la nuova valuta, l’euro. È molto più difficile uscire dall’euro, che semplicemente togliere il peg da una drachma.

Da piccolo importatore di tessili e alcuni generi alimentari, e grande esportatore industriale, il peg al dollaro ha lentamente ucciso la bilancia commerciale dell’Argentina. Il paese è diventato sempre più dipendente da importazioni e il debito nazionale è schizzato in alto.

L’agenda neoliberale che ha portato al disastro nel 2001 è stata fortemente voluta da IMF, UE e gli US. La compagnia del gas è stata ceduta à 1/10 del suo valore, quella petrolifera alla metà. Nella svendita di queste e tante altre compagnie era compreso che lo stato argentino avrebbe provveduto alle centinaia di migliai di persone che i nuovi proprietari europei ed americani avrebbero licenziati. I soldi dalle svendite non coprivano per niente i costi della disoccupazione.

Nel 2001 la situazione era diventata insopportabile, chiaramente il peg sarebbe fallito. Le obbligazioni argentine venivano vendute short, gli spread aumentavano, e gli argentini hanno cominciato a spostare i soldi all’estero. Il paese aveva sempre meno accesso ai mercati di capitali. Sembra tutto così tremendamente familiare.

Nel dicembre del 2001 la situazione per le banche non era più sostenibile e il governo ha imposto il Corralito, congelando tutti i conti per un anno, e distruggendo la classe media.

La tua famiglia se la caverebbe se da un giorno all’altro i tuoi conti in banca sono chiusi a chiave? Se poi in pochissimo tempo i prezzo alimentari aumentano di 200%? Con due bimbi, un conto alimentare da 600 euro al mese che diventa 1800 euro, senza che tu possa accedere ai tuoi risparmi? Tante famiglie si, ma tante no. Durante il periodo più buio  nel 2002 8 milioni di persone hanno vissuto con meno di 2 dollari al giorno, e 80% dei bambini soffrivano di malnutrizione.

In un decennio l’Argentina è andato da decima economia al mondo, stella del America del Sud, a essere un posto dove i brasiliani vanno per fare spesa.

Ma, a differenza della Grecia, l’Argentina ha potuto fare il default nel 2002 dopo i 4-5 anni di recessione, fermare i pagamenti, e cercare di recuperare gli anni persi. La svalutazione del peso di ca 70% ha immediatamente cominciato a porre rimedio al problema esportazioni, possibilità inesistente per i paesi nell’euro che avrebbero fatto meglio a starsene fuori. Noi possiamo solo subire folli aumenti delle tasse o folli tagli alla scuola pubblica, alle pensioni e alla sanità, o alla fine comunque lasciare l’euro, oppure tutte quelle opzioni insieme.

Praticamente negli stessi anni è anche incominciata la grande ripresa economica dell’OCSE, con forti aumenti dei metalli, del petrolio, dei cereali, dando ulteriore spinta alla ripresa economica dell’Argentina. Dal 1999 al 2002 le esportazioni erano ferme, per poi crescere fino al 2008 con un picco nel 2005 di 15%. Purtroppo per l’Argentina il paese sta aumentando le importazioni più velocemente delle esportazioni.

dati IMF:

Per ora nessun problema, il PIL è in crescita esponenziale:

La bilancia commerciale è positiva ormai da anni:

Quindi soldi nelle casse dello stato argentino ci sono, quando non vengono sprecati in burocrazia e corruzione. Non esiste un’urgenza economica per la mossa YPF, se non una necessità di un voto popolare di fronte alle accuse di corruzione, di manipolazione dei dati dell’inflazione ed altro. Ripiegando come tanti altri capi di stato in difficoltà sull’orgoglio nazionale e l’autonomia energetica, per qualche secondo ci si dimentica delle tensioni interni. E in questo caso non ho proprio nessuna simpatia per le tante aziende che tramite intimidazioni e tangenti sono riusciti a dividersi la torta Argentina vent’anni fa.

cont.

Kirchner, ridete con me

Il presidente dell’Argentina Cristina Kirchner ha deciso di recuperare la compagnia petrolifera YPF, facendo naturalmente incavolare la Spagna, alla quale è stata praticamente regalata durante la follia neoliberale degli anni ’90. Bellissima simmetria.

Articolo pacato da IlSole, volgarità da MilanoFinanza, che farebbe ridere (chi non ha voglia di leggere la lettera “vibrante” di Monti?) se non fosse per gli attacchi ad feminam, sicuramente contro ogni codice etico di giornalismo occidentale. Chissà se si possono denunciare? Ma questo presuppone che gli autori siano giornalisti.

L’economia argentina è crollata nel 2001. Il tutto è incominciato con Menem e il peg del peso al dollaro. Un po’ come hanno fatto i PIIGS, solo che nel nostro angolo del mondo le valute nazionali sono state addirittura scambiate con la nuova valuta, l’euro. È molto più difficile uscire dall’euro, che semplicemente togliere il peg da una drachma.

Da piccolo importatore di tessili e alcuni generi alimentari, e grande esportatore industriale, il peg al dollaro ha lentamente ucciso la bilancia commerciale dell’Argentina. Il paese è diventato sempre più dipendente da importazioni e il debito nazionale è schizzato in alto.

L’agenda neoliberale che ha portato al disastro nel 2001 è stata fortemente voluta da IMF, UE e gli US. La compagnia del gas è stata ceduta à 1/10 del suo valore, quella petrolifera alla metà. Nella svendita di queste e tante altre compagnie era compreso che lo stato argentino avrebbe provveduto alle centinaia di migliai di persone che i nuovi proprietari europei ed americani avrebbero licenziati. I soldi dalle svendite non coprivano per niente i costi della disoccupazione.

Nel 2001 la situazione era diventata insopportabile, chiaramente il peg sarebbe fallito. Le obbligazioni argentine venivano vendute short, gli spread aumentavano, e gli argentini hanno cominciato a spostare i soldi all’estero. Il paese aveva sempre meno accesso ai mercati di capitali. Sembra tutto così tremendamente familiare.

Nel dicembre del 2001 la situazione per le banche non era più sostenibile e il governo ha imposto il Corralito, congelando tutti i conti per un anno, e distruggendo la classe media.

La tua famiglia se la caverebbe se da un giorno all’altro i tuoi conti in banca sono chiusi a chiave? Se poi in pochissimo tempo i prezzo alimentari aumentano di 200%? Con due bimbi, un conto alimentare da 600 euro al mese che diventa 1800 euro, senza che tu possa accedere ai tuoi risparmi? Tante famiglie si, ma tante no. Durante il periodo più buio  nel 2002 8 milioni di persone hanno vissuto con meno di 2 dollari al giorno, e 80% dei bambini soffrivano di malnutrizione.

In un decennio l’Argentina è andato da decima economia al mondo, stella del America del Sud, a essere un posto dove i brasiliani vanno per fare spesa.

Ma, a differenza della Grecia, l’Argentina ha potuto fare il default nel 2002 dopo i 4-5 anni di recessione, fermare i pagamenti, e cercare di recuperare gli anni persi. La svalutazione del peso di ca 70% ha immediatamente cominciato a porre rimedio al problema esportazioni, possibilità inesistente per i paesi nell’euro che avrebbero fatto meglio a starsene fuori. Noi possiamo solo subire folli aumenti delle tasse o folli tagli alla scuola pubblica, alle pensioni e alla sanità, o alla fine comunque lasciare l’euro, oppure tutte quelle opzioni insieme.

Praticamente negli stessi anni è anche incominciata la grande ripresa economica dell’OCSE, con forti aumenti dei metalli, del petrolio, dei cereali, dando ulteriore spinta alla ripresa economica dell’Argentina. Dal 1999 al 2002 le esportazioni erano ferme, per poi crescere fino al 2008 con un picco nel 2005 di 15%. Purtroppo per l’Argentina il paese sta aumentando le importazioni più velocemente delle esportazioni.

dati IMF:

Per ora nessun problema, il PIL è in crescita esponenziale:

La bilancia commerciale è positiva ormai da anni:

Quindi soldi nelle casse dello stato argentino ci sono, quando non vengono sprecati in burocrazia e corruzione. Non esiste un’urgenza economica per la mossa YPF, se non una necessità di un voto popolare di fronte alle accuse di corruzione, di manipolazione dei dati dell’inflazione ed altro. Ripiegando come tanti altri capi di stato in difficoltà sull’orgoglio nazionale e l’autonomia energetica, per qualche secondo ci si dimentica delle tensioni interni. E in questo caso non ho proprio nessuna simpatia per le tante aziende che tramite intimidazioni e tangenti sono riusciti a dividersi la torta Argentina vent’anni fa.

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