UBS: effetti sul PIL si o no?

Su zerohedge questa mattina ho trovato un riferimento allo spiritosamente battezzato weekly weight watcher della UBS che poi ho trovato via google-fu: “Are higher oil prices a risk?”.

Questa settimana cercano di rispondere alla domanda se il prezzo del petrolio in aumento, ca 15$ solo nel’ultimo mese, sta reagendo all’eccesso di liquidità (QE e LTRO), a shock lato domanda (qualche indicatore positivo) o a paure lato offerta (MENA). E quali sono gli effetti sulla crescita economica e sui mercati finanziari.

Tra le altre cose hanno studiato l’effetto sul PIL di alcune economie importani da un aumento del petrolio di 10 dollari. UBS distingue l’effetto sul PIL se il prezzo cresce per un’offerta del petrolio in declino (supply shock) o se cresce per una domanda un aumento (demand shock). Un supply shock diminuisce il PIL, perché avviene in un periodo di economia debole, mentre un demand shock, almeno inizialmente, è accompagnato da PIL in aumento. Non a sorpresa nello scenario supply shock è l’US il paese che sentirebbe di più l’aumento del prezzo del petrolio, visto che che gli Stati Uniti hanno una elevata sensibilità ai prezzi.

Se il prezzo del petrolio nel 2012 si assesta sui 10 dollari in più rispetto al 2011 l’effetto sugli Stati Uniti potrebbe essere una riduzione del PIL di 0,8%. Italia è molto meno sensibile al prezzo del petrolio e perderebbe ca il 0,15%. Sempre che l’aumento dipenda da un supply shock e non da un demand shock.

La biflazione ora in corso, cioè l’aumento dei prezzi delle materie prime e la diminuzione dei prezzi degli asset basati su debiti, come case e macchine, viene anche spinta dall’alleggerimento quantitativo, e minaccia seriamente la ripresa economica quando materie prime importanti come petrolio vengono inflazionati in un ambiente deflazionistico.

Inizialmente un oil price shock spinto da una domanda forte rispecchia le economie in crescita, con aumenti globali del PIL. Ovviamente a lungo termine lo stesso oil price shock ha pesanti ripercussioni sull’inflazione dei prezzi perché non esiste praticamente nessun prodotto al mondo che non sia direttamente o indirettamente dipendente dal prezzo del petrolio. I prodotti più lontani dal petrolio aumentano più lentamente di prezzo. Sia per la minore incidenza del prezzo del petrolio nella loro produzione, che per la minore domanda per prodotti non-energy quando il margine delle famiglie diminuisce.

A breve-medio termine l’effetto sull’economia può essere positivo, e dipende dal potere economico del singolo paese. Se il demand shock è spinto dalla Cina in forte espansione significa che la Germania, che esporta in Cina, soffre poco il price shock. Finché la domanda cinese continua a crescere, l’effetto totale sull’economia tedesca dovrebbe essere positivo.

L’effetto su un paese come la Grecia l’abbiamo visto. Nessuna esportazione verso i paesi che spingono la domanda per il petrolio, e quindi zero effetto positivo sull’economia nazionale per contrastare il price shock. Solo buchi neri crescenti. Di conseguenza, la Germania in parallelo alla Cina aumenta la propria domanda per il petrolio, aumenta il PIL, mentre la Grecia la diminuisce entrambi.

E le ultime settimane quindi, sono causati da ulteriori crescite della domanda, o da shock lato offerta?

UBS pubblica un grafico che tratta la correlazione tra il Brent e l’indice azionario globale MSCI Global. Sta diminuendo ma è ancora solidamente positivo:

L’ultima volta che la correlazione è crollata era durante la primavera araba, quando il prezzo del Brent aumentava velocemente, non per una domanda in crescita, ma per l’offerta in calo. UBS la definisce un classico supply shock.

Quindi secondo questo grafico, quello che succede in questi giorni non può essere solo un supply shock, cioè restrizioni lato offerta. Sarebbero allora anche domanda crescente o/e alleggerimento monetario le cause.

Avendo già stabilito che un demand shock significa PIL in aumento, e un supply shock PIL a rischio crescita, e attribuendo al prezzo petrolio in ascesa il 50/50 domanda/offerta, bisognerebbe migliorare la stima per l’area euro a solo un -0,2% in media.

Ricordiamoci sempre che previsioni economiche sono da uguagliare a puro indovinare. Non riescono mai ad azzeccare il numero giusto.

Un’altro grafico che proverebbe che non si tratta di un supply shock è quello sui crack spread.

Interruzioni lato offerta aumenta il prezzo del petrolio mentre quello della benzina rimane dov’è. Ma è dal 2009 che lo crack spread è in linea con il periodo pre-crisi, quindi niente crisi lato offerta. E se si tratta di domanda forte, allora

From an asset allocation perspective the distinction is important. Risk assets
should continue to outperform if rising demand is the primary driver of higher
energy prices.

Quindi per ora, globalmente continuiamo a investire. Se localmente in Italia, Svezia e Stati Uniti la disoccupazione giovanile, adulta, sussidi e foodstamps è ai massimi storici, evidentemente la crescita PIL sta succedendo da tutt’altra parte nel mondo.

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5 responses to “UBS: effetti sul PIL si o no?”

  1. Seba says :

    Come sempre,articolo molto interessante

    p:s:http://www.energymarketprice.com/ a questo indirizzo potete trovare sempre aggiornato il prezzo del brent in euro basta cliccare su brent eur/bbl

    ciao

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  2. Giorgio says :

    Grazie per l’articolo.
    Mi piacerebbe conoscere la tua opinione su questo post di cobraf
    http://cobraf.com/forum/coolpost.php?topic_id=6052&reply_id=123463315

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    • oronero says :

      La produzione del Brent è in caduta libera ed è anche contesa da consumatori asiatici. Il WTI non è vendibile perché non c’è l’infrastruttura per sfruttarlo e darlo il giusto prezzo di mercato. Se hai un giardino pieno di mele, ma a 1000km dal mercato più vicino, le tue mele sono invendibili. Quindi paragonare i due è inutile.

      Se poniamo che il Brent, che finalmente per la gioia dei trader sta diventando perfettamente tradabile, abbia una componente di speculazione di 15 dollari, comunque sotto i 100 non scende, finché non ci sono guerre. Una correzione dovremmo aspettarcela comunque. Gli open interest sul Brent sono alle stelle.

      Per me può scendere fino a 60 solo in un contesto di liquidity crunch globale, cioè un default vero della Grecia e fallimento di chi ha assicurato il debito. Ma sarebbe un elastico estremamente teso, e appena potrebbe riprende la salita, anche più velocemente di prima.

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  3. Pinnettu says :

    @ Giorgio

    Beh, può anche essere che ci sia spazio per un ritracciamento delle quotazioni. Ad oggi in qualche modo (soffrendo) la produzione riesce ancora a seguire la domanda. Difficile però pensare che si possa tornare a 60$.

    E’ comunque dal 2005 (da quando i prezzi medi del greggio hanno cominciato a salire ininterrotamente) che si va sostenendo che i prezzi salgono perchè manipolati. Dopo sette anni non sarà invece ora di prendere atto che l’aumento è strutturale e che dal lato offerta esistono problemi mica da ridere?

    Non è poi assolutamente vera la storia della domanda in calo. Mi chiedo da dove nasca questa leggenda. Nel 2011 la domanda si è portata a 87,9 milioni di b/g, segnando il nuovo record storico assoluto. Le previsioni per l’anno in corso, parlano addirittura di quasi 89 milioni di b/g. (Dati EIA)

    Quanto al Brent, sarebbe il caso di dare uno sguardo alla sua produzione. Si scoprirebbe che è in caduta libera.
    Insomma, parliamo di un greggio che stà letteralmente scomparendo. Non è poi così strano che costi più del WTI.

    Chissà cosa diranno quando fra una decina di anni forse il Brent manco lo quoteranno più!!

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    • Giorgio says :

      Grazie della risposta, anche a me nel leggere il post sono venute in mente considerazioni simili. Oltretutto ho la sensazione che chi fa questo genere di previsioni sul prezzo del petrolio, tutte basate su fenomemi speculativi, ritenga l’abassamento del prezzo qualcosa di positivo ed ignori totalmente le implicazioni che questo avrebbe sul piano degli investimenti nei petroli non convenzionali nonchè in campo geopolitico se è vero che paesi come l’Arabia saudita hanno bisogno, per mantenere la stabilità sociale, di prezzi elevati vicini a quelli attuali.

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