Archive | marzo 2012

L’effetto del Export Land Model sull’Italia

L’esercizio di oggi è di quantificare l’effetto del ELM sull’Italia, cercando di capire per quanti anni l’Italia può ancora importare petrolio. Di petrolio ce ne al mondo, ma ancora non sappiamo se ci sarà sempre un mercato.

Per prima cosa bisogna capire quanto petrolio viene prodotto nel mondo. Includendo anche i recenti “altri liquidi”, quelli per i quali usiamo tanta energia per produrli quanta ne viene fuori. Pazienza, è energia meno pregiata.

Per i miei scopi devo fare una previsione della produzione futura. Dal grafico si vede che la produzione di petrolio vero e proprio è ferma dal 2005.  Visto che ormai anche la IEA è convinta che il plateau di produzione di petrolio convenzionale sia stato raggiunto, stimo=indovino fino al 2015 un aumento di 0,5% all’anno, poi un declino di 1,5% all’anno. Comunque molto meno di per esempio quei 6% di declino annuale dei giacimenti nordatlantici. È pur sempre possibile che arrivino gli unicorni a produrre petrolio pesante e sabbioso al ritmo di un petrolio convenzionale.

Il processing gain pare in lieve aumento sulla produzione di greggio. Dal 1980 ad oggi è raddoppiato, anche se lo sviluppo dal 2004 è rallentato.

Non sapendo quanto si possa migliorare ancora, lo stimo a quel 3% degli ultimi 6-7 anni.

La produzione di natural gas plant liquids sta crescendo, ma purtroppo non riesco a trovare i numeri sulle riserve. Si tratta di gas fossile con una quantità importante di idrocarburi pesanti, frazionabile in alcuni gas diversi e infine benzina. Lascio crescere questa categoria di 2% per ancora un decennio e poi diminuire al ritmo di 1,5%.

Gli “Other liquids” sono cresciuti in media 2,5% dal 2000 ad oggi. Li faccio crescere di 2,5% all’anno, da qua e per sempre, perché sono certa che ne verranno sempre prodotti di più, anche quando non avremo petrolio. Il petrolio finisce, le braccia no.

Il tutto si presenta così:

Totalmente irrealistico, come tutte le stime. Forse l’Africa è davvero la nuovo Arabia. Oppure non lo è e allora il declino di produzione sarà molto più rapido di quanto disegnato da me.

Per capire poi quanto di questo petrolio è esportabile devo detrarre il consumo dei produttori del petrolio. Molti dei produttori stanno ancora aumentando il consumo di petrolio, in parte perché il petrolio viene prodotto in paesi poco industrializzati e stanno giusto incominciando a tagliarsi fette di torta, in parte perché tanti di quei paesi sono poco o per finta democratici, dove l’unico modo per tenere tutti belli tranquilli è garantire alla popolazione energia a basso costo grazie a sostanziose sovvenzioni. Soprattutto i paesi arabi hanno avuto crescite del consumo esponenziali negli ultimi decenni.  Il grafico multiplo rende l’idea, tutto in migliai barili al giorno:

Nel prossimo grafico ho tracciato la produzione mondiale di petrolio, linea blu, contro il petrolio teoreticamente disponibile per l’esportazione tolto il consumo di alcuni grandi produttori. Ho stimato per Arabia Saudita e Russia una crescita del consumo di 2,5% all’anno per un decennio, e poi decrescita di 1% per il resto del periodo. Stati Uniti da subito -1% all’anno, dati EIA fino all 2011:

Ovviamente poi bisogna togliere il consumo del Messico (-1%), Cina (2,5% per 5 anni, poi -1%), Brasile (2,5%, -1%), Canada (-1%), Iran (2,5%, -1%), Iraq (2,5%, -1%), UAE (2,5%, -1%), Venezuela (2,5%, -1%), Kuwait (2,5%, -1%)e Indonesia (2,5%, -1%). Tutti produttori che avranno precedenza sul mercato del petrolio. E vogliamo competere con la Germania? Via anche il consumo della Germania. E poi via il consumo del produttore di materie prime Australia, il consumo del pur sempre forte Giappone, Africa – sempre materie prime sono, India, Corea del Sud, Francia e Granbretagna.

Dopo i consumatori forti rimane questa quantità di petrolio sul mercato:

Italia a questo punto deve solo competere sul mercato petrolifero con: Grecia, Spagna, Polonia, Turchia, Svezia, Norvegia, Finlandia, e altri europei piccoli consumatori o deboli economicamente, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Argentina, il resto del Sudamerica, altri paesi orientali e mediorientali etc., insomma tutto il resto del mondo.

Dal 1992 al 2006 questi paesi hanno aumentato stabilmente ma lentamente il consumo di petrolio:

Ma dopo il 2006 come gruppo il consumo si trova su un plateau. Alcuni di questi paesi sono più deboli degli altri e faccio decrescere il consumo di 0,5% all’anno, come gruppo.

Riassumo. La produzione di petrolio aumenta di 0,5% fino al 2015 e poi declina. Arabia Saudita, Cina, India, Russia, Africa e alcuni altri paesi aumentano il consumo di 2,5% per alcuni anni e poi decrescono. Per l’area OCSE ho deciso per una decrescita di 1% da subito. Economie deboli decrescita.

Infine, per l’Italia scometto su una decrescita del 2% all’anno, d’ora in poi.

E allora la quantità di petrolio disponibile sul mercato tracciato contro il consumo dell’Italia, si presenta così:

A giudicare dal grafico è dal 1995 ca che l’Italia un po’ deve lottare per avere quei barili in più. Quali sono i paesi che non se lo sono potuto permettere, lasciando sul mercato i barili pescati dall’Italia?

Con i miei parametri molto miti è solo dal 2024 che mancherà permanentemente un surplus sul mercato delle esportazioni. Ovviamente i guai non iniziano nel 2024, ma molto prima. È probabile che gli Stati Uniti useranno forza per avere il petrolio che manca. E qualsiasi petrolio in più, grazie a shale oil e greggi pesanti canadesi, andrà alla Cina.

L’Italia ha comunque pochissimi anni di finestra per cambiare l’infrastruttura del paese in uno non dipendente dal petrolio. Vorrei vedere un piano del Dipartimento dell’energia, e un altro dell’esercito, e uno delle varie difese civili, e poi certamente i piani d’urto dei comuni. Avanti, mandatemeli!

L’effetto del Export Land Model sull’Italia

L’esercizio di oggi è di quantificare l’effetto del ELM sull’Italia, cercando di capire per quanti anni l’Italia può ancora importare petrolio. Di petrolio ce ne al mondo, ma ancora non sappiamo se ci sarà sempre un mercato.

Per prima cosa bisogna capire quanto petrolio viene prodotto nel mondo. Includendo anche i recenti “altri liquidi”, quelli per i quali usiamo tanta energia per produrli quanta ne viene fuori. Pazienza, è energia meno pregiata.

Per i miei scopi devo fare una previsione della produzione futura. Dal grafico si vede che la produzione di petrolio vero e proprio è ferma dal 2005.  Visto che ormai anche la IEA è convinta che il plateau di produzione di petrolio convenzionale sia stato raggiunto, stimo=indovino fino al 2015 un aumento di 0,5% all’anno, poi un declino di 1,5% all’anno. Comunque molto meno di per esempio quei 6% di declino annuale dei giacimenti nordatlantici. È pur sempre possibile che arrivino gli unicorni a produrre petrolio pesante e sabbioso al ritmo di un petrolio convenzionale.

Il processing gain pare in lieve aumento sulla produzione di greggio. Dal 1980 ad oggi è raddoppiato, anche se lo sviluppo dal 2004 è rallentato.

Non sapendo quanto si possa migliorare ancora, lo stimo a quel 3% degli ultimi 6-7 anni.

La produzione di natural gas plant liquids sta crescendo, ma purtroppo non riesco a trovare i numeri sulle riserve. Si tratta di gas fossile con una quantità importante di idrocarburi pesanti, frazionabile in alcuni gas diversi e infine benzina. Lascio crescere questa categoria di 2% per ancora un decennio e poi diminuire al ritmo di 1,5%.

Gli “Other liquids” sono cresciuti in media 2,5% dal 2000 ad oggi. Li faccio crescere di 2,5% all’anno, da qua e per sempre, perché sono certa che ne verranno sempre prodotti di più, anche quando non avremo petrolio. Il petrolio finisce, le braccia no.

Il tutto si presenta così:

Totalmente irrealistico, come tutte le stime. Forse l’Africa è davvero la nuovo Arabia. Oppure non lo è e allora il declino di produzione sarà molto più rapido di quanto disegnato da me.

Per capire poi quanto di questo petrolio è esportabile devo detrarre il consumo dei produttori del petrolio. Molti dei produttori stanno ancora aumentando il consumo di petrolio, in parte perché il petrolio viene prodotto in paesi poco industrializzati e stanno giusto incominciando a tagliarsi fette di torta, in parte perché tanti di quei paesi sono poco o per finta democratici, dove l’unico modo per tenere tutti belli tranquilli è garantire alla popolazione energia a basso costo grazie a sostanziose sovvenzioni. Soprattutto i paesi arabi hanno avuto crescite del consumo esponenziali negli ultimi decenni.  Il grafico multiplo rende l’idea, tutto in migliai barili al giorno:

Nel prossimo grafico ho tracciato la produzione mondiale di petrolio, linea blu, contro il petrolio teoreticamente disponibile per l’esportazione tolto il consumo di alcuni grandi produttori. Ho stimato per Arabia Saudita e Russia una crescita del consumo di 2,5% all’anno per un decennio, e poi decrescita di 1% per il resto del periodo. Stati Uniti da subito -1% all’anno, dati EIA fino all 2011:

Ovviamente poi bisogna togliere il consumo del Messico (-1%), Cina (2,5% per 5 anni, poi -1%), Brasile (2,5%, -1%), Canada (-1%), Iran (2,5%, -1%), Iraq (2,5%, -1%), UAE (2,5%, -1%), Venezuela (2,5%, -1%), Kuwait (2,5%, -1%)e Indonesia (2,5%, -1%). Tutti produttori che avranno precedenza sul mercato del petrolio. E vogliamo competere con la Germania? Via anche il consumo della Germania. E poi via il consumo del produttore di materie prime Australia, il consumo del pur sempre forte Giappone, Africa – sempre materie prime sono, India, Corea del Sud, Francia e Granbretagna.

Dopo i consumatori forti rimane questa quantità di petrolio sul mercato:

Italia a questo punto deve solo competere sul mercato petrolifero con: Grecia, Spagna, Polonia, Turchia, Svezia, Norvegia, Finlandia, e altri europei piccoli consumatori o deboli economicamente, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Argentina, il resto del Sudamerica, altri paesi orientali e mediorientali etc., insomma tutto il resto del mondo.

Dal 1992 al 2006 questi paesi hanno aumentato stabilmente ma lentamente il consumo di petrolio:

Ma dopo il 2006 come gruppo il consumo si trova su un plateau. Alcuni di questi paesi sono più deboli degli altri e faccio decrescere il consumo di 0,5% all’anno, come gruppo.

Riassumo. La produzione di petrolio aumenta di 0,5% fino al 2015 e poi declina. Arabia Saudita, Cina, India, Russia, Africa e alcuni altri paesi aumentano il consumo di 2,5% per alcuni anni e poi decrescono. Per l’area OCSE ho deciso per una decrescita di 1% da subito. Economie deboli decrescita.

Infine, per l’Italia scometto su una decrescita del 2% all’anno, d’ora in poi.

E allora la quantità di petrolio disponibile sul mercato tracciato contro il consumo dell’Italia, si presenta così:

A giudicare dal grafico è dal 1995 ca che l’Italia un po’ deve lottare per avere quei barili in più. Quali sono i paesi che non se lo sono potuto permettere, lasciando sul mercato i barili pescati dall’Italia?

Con i miei parametri molto miti è solo dal 2024 che mancherà permanentemente un surplus sul mercato delle esportazioni. Ovviamente i guai non iniziano nel 2024, ma molto prima. È probabile che gli Stati Uniti useranno forza per avere il petrolio che manca. E qualsiasi petrolio in più, grazie a shale oil e greggi pesanti canadesi, andrà alla Cina.

L’Italia ha comunque pochissimi anni di finestra per cambiare l’infrastruttura del paese in uno non dipendente dal petrolio. Vorrei vedere un piano del Dipartimento dell’energia, e un altro dell’esercito, e uno delle varie difese civili, e poi certamente i piani d’urto dei comuni. Avanti, mandatemeli!

TA sul Brent 21/03/12

Dieci mesi fa ho scritto che il Brent dal gennaio 1999 era cresciuto al ritmo di 22% all’anno.  Mancano ancora due mesi ma facendo la solita operazione A = P(1 + (r/n))nt  e risolvendo per r con A=124$, P=10$ e il numero di anni 13 anche se ci siamo solo quasi, mi viene un r = 21,3% di crescita annualizzata. Dal 1999. Abbiamo ancora due mesi di suspence per arrivare ai 22%.

Ai tempi un commentatore ha corretto il mio valore iniziale mettendolo a ca 17,5$ invece che 10$, il che avrebbe  dato r=16,9%. I suoi motivi sono validi, ma lo sono anche i miei. Analisi tecnica non è esattamente una scienza. Una parte importante è riconoscere a occhio pattern e trend. E il mio trend di 22 si sposa perfettamente con i bassi del prezzo fino al crollo del 2008.

Il grafico in scala semilog. I 1175% di crescita in 13 anni corrispondono incirca a quei 22% che continuano a valere.

Ma il commento diceva anche “Quando usiamo una retta per rappresentare una tendenza, bisogna che l’area dello scarto negativo uguagli quella dello scarto positivo.” Se guardiamo sopra, vediamo che il prezzo è rimbalzato sulla linea del trend per tre volte, prima di tendere l’elastico talmente tanto che la correzione ha portato il prezzo a scendere sotto quello che era stata per anni una linea di supporto. Se il commentatore ha ragione sullo scarto negativo uguale a quello positivo, il prezzo potrebbe continuare il trend del 22%, rimanendo per molti anni sotto quello che ora è una linea di resistenza.

Poi in ottobre 2011 ho scritto che  forse si stava formando un bull flag. In quel caso avevo ragione, e di seguito ha rotto sia la resistenza di 115$, che la seguente di 120$. Per due volte il prezzo ha cercato di stabilirsi sopra il picco precedente del aprile 2011 di 126$, ma ora è di nuovo sui 124$.

Il trend principale è in ascesa, dopo il golden cross che si è formato il 23 febbraio quando la media mobile 200 è stata superata dalla media mobile 50, entrambi in salita. Quando è successo l’ultima volta il 15 settembre 2010 il prezzo è stato il salita per 7 mesi di fila.

Dal grafico sotto con le candlesticks si vede bene che ci troviamo in un bel canale rialzista, che dovrebbe continuare ancora per qualche mesetto.

In questo momento non ci sono motivi per pensare che il prezza debba correggere più di tanto, ma non dimentichiamo che c’è anche la resistenza in forma del picco dell’anno scorso. Dopodiché ci attende il All Time High di 147$.

TA sul Brent 21/03/12

Dieci mesi fa ho scritto che il Brent dal gennaio 1999 era cresciuto al ritmo di 22% all’anno.  Mancano ancora due mesi ma facendo la solita operazione A = P(1 + (r/n))nt  e risolvendo per r con A=124$, P=10$ e il numero di anni 13 anche se ci siamo solo quasi, mi viene un r = 21,3% di crescita annualizzata. Dal 1999. Abbiamo ancora due mesi di suspence per arrivare ai 22%.

Ai tempi un commentatore ha corretto il mio valore iniziale mettendolo a ca 17,5$ invece che 10$, il che avrebbe  dato r=16,9%. I suoi motivi sono validi, ma lo sono anche i miei. Analisi tecnica non è esattamente una scienza. Una parte importante è riconoscere a occhio pattern e trend. E il mio trend di 22 si sposa perfettamente con i bassi del prezzo fino al crollo del 2008.

Il grafico in scala semilog. I 1175% di crescita in 13 anni corrispondono incirca a quei 22% che continuano a valere.

Ma il commento diceva anche “Quando usiamo una retta per rappresentare una tendenza, bisogna che l’area dello scarto negativo uguagli quella dello scarto positivo.” Se guardiamo sopra, vediamo che il prezzo è rimbalzato sulla linea del trend per tre volte, prima di tendere l’elastico talmente tanto che la correzione ha portato il prezzo a scendere sotto quello che era stata per anni una linea di supporto. Se il commentatore ha ragione sullo scarto negativo uguale a quello positivo, il prezzo potrebbe continuare il trend del 22%, rimanendo per molti anni sotto quello che ora è una linea di resistenza.

Poi in ottobre 2011 ho scritto che  forse si stava formando un bull flag. In quel caso avevo ragione, e di seguito ha rotto sia la resistenza di 115$, che la seguente di 120$. Per due volte il prezzo ha cercato di stabilirsi sopra il picco precedente del aprile 2011 di 126$, ma ora è di nuovo sui 124$.

Il trend principale è in ascesa, dopo il golden cross che si è formato il 23 febbraio quando la media mobile 200 è stata superata dalla media mobile 50, entrambi in salita. Quando è successo l’ultima volta il 15 settembre 2010 il prezzo è stato il salita per 7 mesi di fila.

Dal grafico sotto con le candlesticks si vede bene che ci troviamo in un bel canale rialzista, che dovrebbe continuare ancora per qualche mesetto.

In questo momento non ci sono motivi per pensare che il prezza debba correggere più di tanto, ma non dimentichiamo che c’è anche la resistenza in forma del picco dell’anno scorso. Dopodiché ci attende il All Time High di 147$.

Razionamento diesel

Quando in settembre ho capito che avrei avuto bisogno di muovermi ogni tanto in macchina, e che non mi interessava né car pooling né noleggio, perché non abbastanza flessibili, mi sono messa come di consueto a fare dei calcoli per capire se conveniva diesel o benzina. Che non sarebbe stata elettrica è ovvio.

Con le distanze che faccio non c’era nessun motivo per prendere una diesel, di qualsiasi modello, invece della versione benzina.  2.000 € in più se non 3.000 sul prezzo – anche se usata, manutenzione più onerosa, nessun interesse a rivenderla su un mercato convinto che solo il diesel valga, l’assicurazione più cara, tutte considerazioni che pesavano negativamente sul lato diesel.

Poi però, da picchista, mi sono detta che in fondo il diesel conviene perché lo puoi produrre anche senza petrolio. Se nel 2030 non esiste più il mercato esportazione del petrolio, è ragionevole pensare che già fra qualche annetto ci siano razionamenti della benzina. Ancora non abbiamo inventato la macchina del tempo. Quindi non possiamo spedire indietro nel tempo 40 milioni di anni la quantità di denaro necessaria per aumentare la produzione alla fonte, con una sana operazione domanda/offerta.

Con un razionamento della benzina possibile, meglio forse comprare una macchina diesel: Soia, colza, mais, grassi animali, olio commestibile usato. Tutto può alimentare il motore diesel. Anche se quello fatto con olio commestibile meglio usarlo solo in Hawaii che a Stoccolma, perché d’inverno si solidifica.

Tutti i motori diesel in Europa e anche gli US devono accettare come minimo 5% di biodiesel, e la Scania produce motori che arrivano al 100% sin dal 1996. È probabile che non siano i motori diesel a essere il problema ma piuttosto altre parti collegati al motore. Cioè anche se la macchina non è certificata biodiesel 100%, il motore stesso non avrebbe problemi. Lasciando a parte il discorso etico dei terreni agricoli riservato ai combustibili. Siamo già talmente oltre.

E li ero già bella convinta del diesel. Se non fosse per qualche perplessità. Se di solito sono convinta che tutti sbagliano sempre, anche in questo caso dovrebbero sbagliare. Quindi comunque benzina?

Il ragionamento iniziava dalla Scania. I camion che trasportano tutte le nostre merci, materie prime e anche il nostro cibo in giro per Europa hanno bisogno di diesel. E il parco macchine europee, sempre più diesel. Ultimamente sembra che non ci sia nessuno che compri macchine a benzina.

I prezzi diesel in Italia hanno quasi raggiunto il livello della benzina, la differenza è di soli 9 centisimi ca. In Svezia durante l’autunno scorso il prezzo del diesel ha superato quello della benzina. I 5 centesimi di dfferenza hanno generato articoli sui giornali nazionali.  Adesso in primavera la situazione è tornata normale nel senso che la benzina costa di nuovo più del diesel. Diesel più caro della benzina era accaduta prima soltanto durante l’inverno 2007-2008.

Secondo l’articolo svedese di novembre il motivo della corsa del diesel è la mancanza di capacità produttiva delle raffinerie europee, insieme al rinnovo del parco macchine europee, sempre più diesel. Un decennio di prezzi diesel bassi e motori diesel sempre più efficaci hanno indotto i consumatori a eguagliare diesel con risparmio.

Ma non è così, come abbiamo potuto vedere già due volte. L’economia del 2007 non tornerà mai più, ma è bastata una finta ripresa per spingere il diesel insù durante l’inverno passato. Per far abbassare di nuovo il diesel ai prezzi convenienti ci vorrebbe una nuova crisi finanziaria, come quella che ha corretto i prezzi diesel 3,5 anni fa, quando per alcuno mesi l’industria europea ha recitato al rallentatore.

Alla fine ho preso una macchina a benzina fidandomi di alcuni noti controindicatori, di cui la mia stessa propensità verso il diesel. (E poi è ovvio che non potevo perdermi l’offerta di una A-Klasse a 4000€ con soli 10mila km alle spalle.)

Ed è questa settimana con soddisfazione un poco amara che vedo che Aleklett mi dà ragione. È uscito su una rivista di economia e investimenti un articolo dal titolo leggermente minaccioso “La minaccia razionamento del diesel”. Oggi pare sia anche uscita sul blog in inglese.

Praticamente Aleklett è convinto che se vuoi guidare fra 10 anni devi comprare una macchina a benzina. Questo perché negli ultimi 5 anni la produzione di petrolio è solo leggermente aumentata, ma la quantità di petrolio sul mercato libero è diminuita drasticamente.  In soli 5 anni più di 8% del petrolio è sparito dalla piazza, perché i paesi produttori lo tengono sempre più stretto.

Questo mentre Chindia&Co ha aumentato l’importazione di 3 milioni di barili al giorno. L’area OCSE ha perso 15% del petrolio liberamente acquistabile.

La difficoltà di reperire petrolio a basso costo, e la mancanza di compratori dei prodotti petroliferi in una Europa in recessione ha già chuiso parecchie raffinerie. Ma un conto è la benzina per le macchine dei privati, un conto è il diesel per l’industria alimentare, agricola, manufatturiera, logistica. Secondo un  manager delle raffinerie Preem, l’impresa svedese piú grande del settore, con una capacità di 18 milioni di m3 all’anno, oggi in Europa mancano all’appello 30-40 milioni di metri cubi di diesel.

Il diesel mancante viene comprato negli Stati Uniti, che poi da noi compra la benzina che serve agli americani. Un equilibrio delicato che potrebbe rompersi se gli americani cominciano a scommettere seriamente sul diesel.

La conseguenza delle necessità dell’industria, della mancanza di raffinerie, e della probabile domanda futura statunitense secondo Aleklett è un razionamento del diesel entro 10 anni. La IEA per il 2012 stima un’aumento della domanda per il diesel a 1,6%.

Cosa arriva prima allora, razionamento diesel o benzina?

Razionamento diesel

Quando in settembre ho capito che avrei avuto bisogno di muovermi ogni tanto in macchina, e che non mi interessava né car pooling né noleggio, perché non abbastanza flessibili, mi sono messa come di consueto a fare dei calcoli per capire se conveniva diesel o benzina. Che non sarebbe stata elettrica è ovvio.

Con le distanze che faccio non c’era nessun motivo per prendere una diesel, di qualsiasi modello, invece della versione benzina.  2.000 € in più se non 3.000 sul prezzo – anche se usata, manutenzione più onerosa, nessun interesse a rivenderla su un mercato convinto che solo il diesel valga, l’assicurazione più cara, tutte considerazioni che pesavano negativamente sul lato diesel.

Poi però, da picchista, mi sono detta che in fondo il diesel conviene perché lo puoi produrre anche senza petrolio. Se nel 2030 non esiste più il mercato esportazione del petrolio, è ragionevole pensare che già fra qualche annetto ci siano razionamenti della benzina. Ancora non abbiamo inventato la macchina del tempo. Quindi non possiamo spedire indietro nel tempo 40 milioni di anni la quantità di denaro necessaria per aumentare la produzione alla fonte, con una sana operazione domanda/offerta.

Con un razionamento della benzina possibile, meglio forse comprare una macchina diesel: Soia, colza, mais, grassi animali, olio commestibile usato. Tutto può alimentare il motore diesel. Anche se quello fatto con olio commestibile meglio usarlo solo in Hawaii che a Stoccolma, perché d’inverno si solidifica.

Tutti i motori diesel in Europa e anche gli US devono accettare come minimo 5% di biodiesel, e la Scania produce motori che arrivano al 100% sin dal 1996. È probabile che non siano i motori diesel a essere il problema ma piuttosto altre parti collegati al motore. Cioè anche se la macchina non è certificata biodiesel 100%, il motore stesso non avrebbe problemi. Lasciando a parte il discorso etico dei terreni agricoli riservato ai combustibili. Siamo già talmente oltre.

E li ero già bella convinta del diesel. Se non fosse per qualche perplessità. Se di solito sono convinta che tutti sbagliano sempre, anche in questo caso dovrebbero sbagliare. Quindi comunque benzina?

Il ragionamento iniziava dalla Scania. I camion che trasportano tutte le nostre merci, materie prime e anche il nostro cibo in giro per Europa hanno bisogno di diesel. E il parco macchine europee, sempre più diesel. Ultimamente sembra che non ci sia nessuno che compri macchine a benzina.

I prezzi diesel in Italia hanno quasi raggiunto il livello della benzina, la differenza è di soli 9 centisimi ca. In Svezia durante l’autunno scorso il prezzo del diesel ha superato quello della benzina. I 5 centesimi di dfferenza hanno generato articoli sui giornali nazionali.  Adesso in primavera la situazione è tornata normale nel senso che la benzina costa di nuovo più del diesel. Diesel più caro della benzina era accaduta prima soltanto durante l’inverno 2007-2008.

Secondo l’articolo svedese di novembre il motivo della corsa del diesel è la mancanza di capacità produttiva delle raffinerie europee, insieme al rinnovo del parco macchine europee, sempre più diesel. Un decennio di prezzi diesel bassi e motori diesel sempre più efficaci hanno indotto i consumatori a eguagliare diesel con risparmio.

Ma non è così, come abbiamo potuto vedere già due volte. L’economia del 2007 non tornerà mai più, ma è bastata una finta ripresa per spingere il diesel insù durante l’inverno passato. Per far abbassare di nuovo il diesel ai prezzi convenienti ci vorrebbe una nuova crisi finanziaria, come quella che ha corretto i prezzi diesel 3,5 anni fa, quando per alcuno mesi l’industria europea ha recitato al rallentatore.

Alla fine ho preso una macchina a benzina fidandomi di alcuni noti controindicatori, di cui la mia stessa propensità verso il diesel. (E poi è ovvio che non potevo perdermi l’offerta di una A-Klasse a 4000€ con soli 10mila km alle spalle.)

Ed è questa settimana con soddisfazione un poco amara che vedo che Aleklett mi dà ragione. È uscito su una rivista di economia e investimenti un articolo dal titolo leggermente minaccioso “La minaccia razionamento del diesel”. Oggi pare sia anche uscita sul blog in inglese.

Praticamente Aleklett è convinto che se vuoi guidare fra 10 anni devi comprare una macchina a benzina. Questo perché negli ultimi 5 anni la produzione di petrolio è solo leggermente aumentata, ma la quantità di petrolio sul mercato libero è diminuita drasticamente.  In soli 5 anni più di 8% del petrolio è sparito dalla piazza, perché i paesi produttori lo tengono sempre più stretto.

Questo mentre Chindia&Co ha aumentato l’importazione di 3 milioni di barili al giorno. L’area OCSE ha perso 15% del petrolio liberamente acquistabile.

La difficoltà di reperire petrolio a basso costo, e la mancanza di compratori dei prodotti petroliferi in una Europa in recessione ha già chuiso parecchie raffinerie. Ma un conto è la benzina per le macchine dei privati, un conto è il diesel per l’industria alimentare, agricola, manufatturiera, logistica. Secondo un  manager delle raffinerie Preem, l’impresa svedese piú grande del settore, con una capacità di 18 milioni di m3 all’anno, oggi in Europa mancano all’appello 30-40 milioni di metri cubi di diesel.

Il diesel mancante viene comprato negli Stati Uniti, che poi da noi compra la benzina che serve agli americani. Un equilibrio delicato che potrebbe rompersi se gli americani cominciano a scommettere seriamente sul diesel.

La conseguenza delle necessità dell’industria, della mancanza di raffinerie, e della probabile domanda futura statunitense secondo Aleklett è un razionamento del diesel entro 10 anni. La IEA per il 2012 stima un’aumento della domanda per il diesel a 1,6%.

Cosa arriva prima allora, razionamento diesel o benzina?

OOT: Chincaglierie da Tiffany’s

Sconcertante notizia da Tiffany’s, venduto tramite campagne marketing come la grande novità sul fronte gioelli. Le novità della classica collezione 1837 sono fatte in RUBEDO™.

Non oro, non argento, platina o qualsiasi cosa riconoscibile come metallo prezioso, ma Rubedo, il simbolo del successo dell’alchimia.

Per celebrare il suo 175° anniversario, Tiffany presenta RUBEDO™, un nuovo metallo Tiffany che imprigiona la rosa luminescenza del sole nascente

Video della campagna sulla homepage.

E di alchimia si tratta. Oltre ai tre ingredienti principali, oro, argento e rame, non si sa niente su questa nuova lega, che ha impiegato anni di studi, pare, per raggiungere quella perfezione di colore rosa.

Anni di studi probabilmente mirati ad abbassare il contenuto di oro il più possibile.

Infatti il marchio di garanzia inciso su ogni pezzo dice “Metal”, che può significare qualsiasi cosa. E questo dall’azienda che praticamente da sola ha creato gli standard di purezza per i metalli preziosi usati nella gioelleria. Almeno fosse “Rubedo” non potevano cambiare il contenuto dei metalli.

Eh già. Metallo.

Non lo stanno marketizzando come un metallo prezioso, anzi sottolineano che si tratta di metallo Rubedo. Ma il sterling silver 925 che è un metallo prezioso costa meno. Il bracciale in argento fascia altissima costa 1230€, e in Rubedo costa 7030€. L’anello a fascia in argento 245€, in Rubedo sono 610€.

Allora che cos’è questo strano metallo che non è un metallo prezioso ma costa da 3 a 6 volte tanto, e comunque solo poco meno dell’oro? Quanto rame c’è dentro? E quanto tungsten?

Chi sono le persone che spendono 7000€ per un bracciale in “metallo”, senza alcun valore intrinseco e non rivendibile? Perché Tiffany crede di poter fregare la clientela in questo modo? Viene il dubbio che lo facciano per necessità, per aumentare il margine necessario per comprare i veri metalli preziosi, soprattutto l’oro, sempre più conteso dalle banche centrali.

Forse non era off-topic.

 

OOT: Chincaglierie da Tiffany’s

Sconcertante notizia da Tiffany’s, venduto tramite campagne marketing come la grande novità sul fronte gioelli. Le novità della classica collezione 1837 sono fatte in RUBEDO™.

Non oro, non argento, platina o qualsiasi cosa riconoscibile come metallo prezioso, ma Rubedo, il simbolo del successo dell’alchimia.

Per celebrare il suo 175° anniversario, Tiffany presenta RUBEDO™, un nuovo metallo Tiffany che imprigiona la rosa luminescenza del sole nascente

Video della campagna sulla homepage.

E di alchimia si tratta. Oltre ai tre ingredienti principali, oro, argento e rame, non si sa niente su questa nuova lega, che ha impiegato anni di studi, pare, per raggiungere quella perfezione di colore rosa.

Anni di studi probabilmente mirati ad abbassare il contenuto di oro il più possibile.

Infatti il marchio di garanzia inciso su ogni pezzo dice “Metal”, che può significare qualsiasi cosa. E questo dall’azienda che praticamente da sola ha creato gli standard di purezza per i metalli preziosi usati nella gioelleria. Almeno fosse “Rubedo” non potevano cambiare il contenuto dei metalli.

Eh già. Metallo.

Non lo stanno marketizzando come un metallo prezioso, anzi sottolineano che si tratta di metallo Rubedo. Ma il sterling silver 925 che è un metallo prezioso costa meno. Il bracciale in argento fascia altissima costa 1230€, e in Rubedo costa 7030€. L’anello a fascia in argento 245€, in Rubedo sono 610€.

Allora che cos’è questo strano metallo che non è un metallo prezioso ma costa da 3 a 6 volte tanto, e comunque solo poco meno dell’oro? Quanto rame c’è dentro? E quanto tungsten?

Chi sono le persone che spendono 7000€ per un bracciale in “metallo”, senza alcun valore intrinseco e non rivendibile? Perché Tiffany crede di poter fregare la clientela in questo modo? Viene il dubbio che lo facciano per necessità, per aumentare il margine necessario per comprare i veri metalli preziosi, soprattutto l’oro, sempre più conteso dalle banche centrali.

Forse non era off-topic.

La fine del Brent

Anche il 2011 si somma agli anni post-2001 che la produzione di petrolio nel mare del nord diminuisce. Secondo un articolo di FT per il Granbretagna si tratta di -18% nell’ultimo anno, 3 volte tanto il solito declino della produzione. La colpa sarebbe degli aumenti delle imposte alle compagnie di esplorazione e produzione da 20% a 32%.

Quindi la geologia detta un declino di 6% all’anno per il mare del nord, mentre un’aumento delle imposte di 60% peggiora il declino di 200%: tanti progetti di esplorazione di giacimenti difficili sono stati messi nel freezer. Uno si chiede se in attesa di rimozione delle imposte (estremamente improbabile), o in attesa di 200$ al barile, che renderebbe anche questi progetti fattibili.

La zona è molto matura e il numero di pozzi esplorativi è praticamente fermo dal 2000. L’unica speranza rimane la zona West of Shetland che è relativamente poco esplorata.

Ho tirato giù un po’ di dati EIA per i tre produttori importanti del mare del nord, Danimarca, Norvegia e Granbretagna:

Consumo più esportazione supera la produzione totale sin dagli anni ’80, perché la zona deve comunque importare alcuni prodotti petroliferi. Ma il punto è che la produzione nel mare del nord ha abbondantemente superato il plateau. Mancano in realtà alcuni dati. Per la produzione per il 2011 ho preso quello degli 11 mesi gennaio-febbraio estrapolando dicembre. Per la zona viene fuori un -10%, complessivamente meno grave di quei -18% per la Granbretagna dell’articolo del Financial Times.

Poi ho fatto anche una stima delle esportazioni per il 2010 e 2011, prendendo la media 1984-2009 di 68% sulla produzione.

Year-on-year il cambiamento della produzione si presenta così:

Il 2011 è la mia stima che si basa sui primi undici mesi del 2011. Non dovrebbe essere sbagliatissima.

Situazione simile lato esportazioni:

Stranamente i dati EIA si fermano al 2009. Quindi 2010 e 2011 sono stime che si basano sulle esportazioni storiche di 68% all’anno. Se avessi basata la stima solo sull’ultimo decennio la situazione sarebbe ancora più grave, visto che la media è di tre punti più alta, 71%.

Con un piccolo esercizio di economia lineare totalmente irrealistica, ho creato il grafico fino al 2020:

Diminuzione consumo 0,05% all’anno, declino produzione da 6% nel 2012 fino a 9% nel 2020 (sempre la media del decennio precedente), e esportazione sempre fermo a 68% sulla produzione.

Già nel 2014 il consumo supera l’esportazione, con ripercussioni pesantissimi sulla bilancia commerciale. Nel 2019 il consumo supera anche la produzione e il mare del nord a tutti gli effetti non è più produttore netto.

La fine del Brent

Anche il 2011 si somma agli anni post-2001 che la produzione di petrolio nel mare del nord diminuisce. Secondo un articolo di FT per il Granbretagna si tratta di -18% nell’ultimo anno, 3 volte tanto il solito declino della produzione. La colpa sarebbe degli aumenti delle imposte alle compagnie di esplorazione e produzione da 20% a 32%.

Quindi la geologia detta un declino di 6% all’anno per il mare del nord, mentre un’aumento delle imposte di 60% peggiora il declino di 200%: tanti progetti di esplorazione di giacimenti difficili sono stati messi nel freezer. Uno si chiede se in attesa di rimozione delle imposte (estremamente improbabile), o in attesa di 200$ al barile, che renderebbe anche questi progetti fattibili.

La zona è molto matura e il numero di pozzi esplorativi è praticamente fermo dal 2000. L’unica speranza rimane la zona West of Shetland che è relativamente poco esplorata.

Ho tirato giù un po’ di dati EIA per i tre produttori importanti del mare del nord, Danimarca, Norvegia e Granbretagna:

Consumo più esportazione supera la produzione totale sin dagli anni ’80, perché la zona deve comunque importare alcuni prodotti petroliferi. Ma il punto è che la produzione nel mare del nord ha abbondantemente superato il plateau. Mancano in realtà alcuni dati. Per la produzione per il 2011 ho preso quello degli 11 mesi gennaio-febbraio estrapolando dicembre. Per la zona viene fuori un -10%, complessivamente meno grave di quei -18% per la Granbretagna dell’articolo del Financial Times.

Poi ho fatto anche una stima delle esportazioni per il 2010 e 2011, prendendo la media 1984-2009 di 68% sulla produzione.

Year-on-year il cambiamento della produzione si presenta così:

Il 2011 è la mia stima che si basa sui primi undici mesi del 2011. Non dovrebbe essere sbagliatissima.

Situazione simile lato esportazioni:

Stranamente i dati EIA si fermano al 2009. Quindi 2010 e 2011 sono stime che si basano sulle esportazioni storiche di 68% all’anno. Se avessi basata la stima solo sull’ultimo decennio la situazione sarebbe ancora più grave, visto che la media è di tre punti più alta, 71%.

Con un piccolo esercizio di economia lineare totalmente irrealistica, ho creato il grafico fino al 2020:

Diminuzione consumo 0,05% all’anno, declino produzione da 6% nel 2012 fino a 9% nel 2020 (sempre la media del decennio precedente), e esportazione sempre fermo a 68% sulla produzione.

Già nel 2014 il consumo supera l’esportazione, con ripercussioni pesantissimi sulla bilancia commerciale. Nel 2019 il consumo supera anche la produzione e il mare del nord a tutti gli effetti non è più produttore netto.