Psicologia del picco energetico

Leggo molto, tanti libri tecnici dei più svariati argomenti, anche se ultimamente sta apparendo narrativa post-picco che mi interessa, e tantissimi blog. Leggo blog di economia e clima, e blog di peak oil, e molte altre cose che non c’entrano qua. Leggo alcuni giornali online per non farmi sedurre da allarmismo e complotti, anche se i giornalisti usano un linguaggio troppo morbido per me: i fatti ci sono, ma non abbastanza nero su bianco. L’unico giornale che stimo, se si può usare questa parola in un contesto linguistico, è il Financial Times, al quale sono abbonata online, appunto perché non usano parole morbide.

In Internet è troppo facile rimanere isolati nei blog e giornali che rispecchiano la proprio opinione, quindi faccio anche lo sforzo di leggere opinionisti dalla parte opposta. A volte divertente, a volte deprimente.

Nonostante le mie difficoltà nell’interpretare i fatti, ho lentamente cominciato a notare differenze nel linguaggio dei scrittori/blogger che si occupano della tricrisi economia, ecologia e energia che sta rovinando il pianeta, sempre più evidente ai nostri occhi e portafogli. Pare che ci sia un percorso psicologico del picco energetico, intuibile nel linguaggio usato nella scrittura. Il linguaggio ovviamente è diversissimo da un blogger a un altro, ma penso che la maggioranza di noi è capace di assorbire anche lo stato emotivo di chi scrive il testo che stiamo leggendo. Questo percorso ha fasi diversi, ed è per forza diverso per ogni individuo che sceglie di percorrerlo. Non è detto che sia lineare, anzi, e chiaramente non è detto che tutti arrivino a quello che per me è capolinea.

Credo che ci sia una scala temporale emotiva particolare per i blogger e altri, sia se sono convinti, sia con enfasi dichiarati non-convinti, del peak oil.

La durata di ogni fase potrebbe dipendere tra l’altro:

  • dalla preparazione iniziale: generalizzando, con una formazione tecnica/scientifica è più facile accettare la fine della crescita che con una formazione economica. Bisogna sottolineare che molte persone con formazione tecnica, ma anche sociologica, stanno lobbando per una crescita sostenibile, per l’ecologia radicale che guarda il globo intero, invece del singolo paese, sono due parole a senso contrario.
  • dallo stile di vita: più sei dipendente da “roba” per la tua felicità, più sarà difficile divorziare dal petrolio
  • dall’appartenenza ideologica-sociale: più uno si trova vicino al governo attuale (e per favore indipendente da paese e tipo di governo), quindi in ottima posizione di guadagnare sulle cretinate permesse dalle banche centrali, mentre a noialtri l’inflazione ruba i soldi anche se facciamo degli sforzi intellettuali notevoli investendoli “bene” per proteggerli, meno è propenso a cambiare rotta

La mia scala si presenta più o meno così:

1 Primo incontro Vieni a sapere dell’esistenza del concetto Peak Oil
2 Curiosità Per qualsiasi motivo cominci a leggere e studiare il concetto dell’energia finibile, spesso nel contesto del concetto di crescita economica
3 Conoscenza Cominci a capire lentamente dove ci sta portando la nostra dipendenza dall’energia facile
4 Shock Realizzazione che i prossimi 20 anni saranno totalmente diversi dagli ultimi 20 anni. Realizzazione che i tuoi figli non avranno le tue scelte.
5 Tristezza Come ce la caveremo? Ci saranno le università per i nostri figli? Senza agricoltura industriale, come facciamo per il pane? Le mie medicine? Senza pensione, dovrò lavorare da Burghy fino a 85 anni? etc etc
6 Accettazione Sei a casa. Sei un immigrato che ha vinto la nostalgia e ora il nuovo paese è tuo, quindi hai anche il diritto (almeno ai tuoi occhi) di criticare quello che vedi intorno a te
7 Felicità Sei perfettamente preparato ai cambiamenti in vista. Il fatto che il futuro sia diverso dal passato, è quasi solo fonte di speranza e nuove opportunità

Ogni fase tranne l’ultima è anche accompagnata da dubbi, o se vuoi, speranza che sia tutto falso, o rifiuto di un futuro diverso.

Per me la prima fase è durata ca 18 anni, senza dubbi record mondiale. La prima volta che il concetto peak oil mi è stato spiegato era nel 1992, durante una lezione di geologia al poli. Ma siccome eravamo tutti sia tecnonaivisti che mercatonaivisti, e parlo anche del professore di geologia, abbiamo affidato il futuro al mercato che sicuramente avrebbe creato nuove tecnologie pulite.

Ma l’energia incredibilmente abbondante, e in Svezia quasi gratuita, tra fiumi, biomasse, nucleare, non ci ha mai fatto soffrire il caro benzina. Quindi il mercato non ha mai creato le nuove tecnologie per i trasporti.

Tornando in tema, quando mi sono finalmente di nuovo trovata con tempo per leggere e studiare, il processo non è stato interrotto da altre questioni di vita. Il percorso fino alla felicità non è finito, oscillo tra accettazione e tristezza, con qualche stranissimo momento lucido di shock.

Quello che leggo in giro mi dice che le persone “felici” hanno lavorato sodo per prepararsi a un mondo senza petrolio. Spesso hanno cambiato lavoro per poter tornare a vivere in campagna. C’è gente in tutto l’occidente che sta riconquistando il mondo delle nostre nonne, coltivando, conservando cibo, imparande artigianato. Possiedono oro e argento, non come investimento, ma come protezione del patrimonio e per la probabilità che le valute future saranno basate di nuovo sui metalli preziosi. Se guardiamo gli Stati Uniti possiamo dire che posseggono anche armi. Fai partire la proprio famiglia con un piede in avanti. Sono allarmisti o realisti? Persone forti che nel mondo dell’ottimismo obbligatorio non hanno paura di essere dati dei pessimisti.

Alcuni di loro, come Chris Martensen, Cristiano di Io e la Transizione nel contesto del movimento Transition Town, Nicole Foss di The Automatic Earth, stanno aiutando intere comunità a ritrovare la possibilità di essere autosufficienti. Alcuni, che si trovano invece sulla sponda neosurvivalista, vendono anche materiale per la sopravvivenza e corsi di sopravvivenza, come Michael Ruppert di CollapseNet e André Angelantoni di Peak Post Living. Poi c’è la Sharon Astyk che scrive di peak oil da un punto di vista femminile, sicurezza nei reparti maternità, accesso a acqua pulita e materiale igienico, e alimentazione nella crisi che verrà.

Penso che per arrivare al capolinea del percorso psicologico sul picco energetico bisogna vivere in un posto che permette un certo livello di autosufficienza alimentare ed energetico. Il fatto che vivo in mezzo a una grande città, senza che io abbia preso le misure necessarie per trasferirmi, è questione di vicinanza alla famiglia, una certa attaccatura a vecchie abitudini cittadini, e certamente anche i famosi dubbi. Qualche giorno mi capita pure di rifiutare il picco, specie se fuori c’è il sole e tutto intorno è trantran tranquillo. Allora mi prendo per il colletto per ricordarmi che non stiamo facendo una corsa di 100 metri dove si vede la fine intorno al 2030, ma una maratona lunga come minimo 200 anni.

4 responses to “Psicologia del picco energetico”

  1. cinico says :

    tutto vero tranne l'ultima, noi come individui non stiamo correndo una maratona di 200 anni, molto meno, e come collettività nemmeno, è molto più lunga…….

    c'è da dire che se il sistema socio politico interno ed internazionale tiene, noi italiani, con un saldo demografico negativo di oltre 350.000 unità/anno siamo quelli che volendo di petrolio potremmo risparmiarne molto senza rinuncie draconiane

    il problema è il rapporto debito/PIL, che non migliorerà mai

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  2. Cristiano says :

    Grazie per il post,,,mi rischiara le idee. Io sono tra conoscenza e shock….racconto la mia: non ho la macchina. All'inizio mi dicevo: costa troppo…vivo in una metropoli, mi posso spostare con i mezzi…(entrambe le cose sono vere)…poi però è subentrato il sollievo di non inquinare, di non bruciare petrolio gasolio e quant'altro…di non inquinare! Magari in futuro dovrò comprarmi comunque una macchina,,,sicuramente mi informerò su quella che inquina meno (speriamo nelle macchine elettriche?). Credo che la risposta migliore sia consolidare abitudini e stili di vita che riducano il fabbisogno energetico, e insistere sull'edilizia (privata e industriale) ecosostenibile. Le rinnovabili, saranno una vera alternativa solo sul lungo termine….

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  3. Mauro says :

    Credo di essere nella fase 4/5, una cosa i lascia perplesso e anche in altri blog sul picco non ho mai ricevuto una riposta esauriente a questa domanda:
    Se tutti i dati e i modelli di previsione futura sulle riserve petrolifere, sono così chiari e quasi incotrovertibili, tali da poter affermare che; o il picco è già passato o lo stiamo vivendo o è poco al di là dal venire, come mai i grandi colossi industriali, spaziando da qualunque campo, automobilistico in primis, elettronica, ovviamente anche petrolio, fanno investimenti in previsione di una crescita pianificando per 5-10 anni addirittura la produzione?
    Ma ancora più strano, come mai la scienza mainstream in primis, non divulga questi dati così chiari da tempo, in modo da effettuare un cambio di paradigma in tempo per salvare il salvabile?
    grazie in anticipo per le risposte!

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  4. nottebuia says :

    Reblogged this on nottebuiasenzaluna and commented:
    beh, per me oggi non ci sono dubbi: avere un pezzo di terra è meglio che avere un pezzo di palazzo.
    complimenti per le riflessioni che rebloggo volentieri.

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