Archive | settembre 2011

Le Americhe come OPEC? Penso no.

Ho appena letto un articolo di Linkiesta, intitolato “Petrolio, il Sud America è il nuovo Medio Oriente” che si basa su un articolo piuttosto tecnonaivista e popolarista di The New York Times, mirato a rassicurare il pubblico americano sul futuro energetico. L’articolo propone una visione molto rosea sulla produzione di idrocarburi in tutte le Americhe, che grazie allo sviluppo di tecnologie nuove e situazioni politiche più stabili riuscirebbero a diventare degli esportatori netti. Soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero per l’ennesima volta “ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale”. Come se non fosse il Medio Oriente a essere dipendenti dai dollari. Continua a leggere…

Le Americhe come OPEC? Penso no.

Ho appena letto un articolo di Linkiesta, intitolato “Petrolio, il Sud America è il nuovo Medio Oriente” che si basa su un articolo piuttosto tecnonaivista e popolarista di The New York Times, mirato a rassicurare il pubblico americano sul futuro energetico. L’articolo propone una visione molto rosea sulla produzione di idrocarburi in tutte le Americhe, che grazie allo sviluppo di tecnologie nuove e situazioni politiche più stabili riuscirebbero a diventare degli esportatori netti. Soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero per l’ennesima volta “ridurre la dipendenza dal petrolio mediorientale”. Come se non fosse il Medio Oriente a essere dipendenti dai dollari.

Nota: i tecnonaivisti sono tutte le persone che ripetono il mantra “le tecnologie nuove ci salveranno dalla crisi energetica” senza rendersi conto che esistono insormontabili problemi di scala. Esiste anche la versione mercatonaivista, cioè la persona che ripete il mantra “il mercato mette a posto il problema con il meccanismo domanda/offerta”. Questi ignorano il fatto che il mercato non è applicabile a risorse naturali finibili essenziali al Business As Usual dell’essere umano.

L’articolo del Linkiesta/NYT inizia con il Brasile, che sta facendo impressione a tutto il mondo con le sue città off-shore e sottomarini nucleari pronti a proteggere investimenti per centinaia di miliardi di dollari. Investimenti che senza dubbio vengono fatti per fare del Brasile non solo un produttore importante, come è già, ma anche un esportatore importante, così dando al Brasile finalmente quel ruolo meritato, secondo i brasiliani, nella politica globale.

Purtroppo per loro possiamo tranquillamente prevedere, guardando numeri e fatti, che il Brasile non diventerà mai un grande esportatore di petrolio, come invece avevo cercato di prevedere in un post di più di un anno fa. Avevo estrapolato la produzione e dati sulle riserve e pensato che tutto sommato dal 2015 per dieci anni il Brasile sarebbe stato un esportatore netto di petrolio.

Forse per un po’ di anni il paese riuscirà a esportare il petrolio, quando Tupi e Libra e qualche altro gigante non ancora scoperto, regaleranno un eccesso. Diciamo che la curva della produzione potrebbe superare il consumo nel 2015. Poi altri 10 anni di surplus di petrolio, e poi basta.

Mi ero sbagliata doppiamente. Prima, perché il Brasile probabilmente non ha mai pensato di esportare petrolio, ma solo prodotti petroliferi. Infatti l’intensa attività nel settore delle costruzioni di raffinerie e infrastrutture per il trasporto di petrolio e la liquidificazione di gas, per non parlare di porti, ci fa capire che il paese aveva pensato che sia i lavori nella costruzione, poi quelli nella raffinazione, nella manutenzione, nella ricerca, nell’esportazione di prodotti specializzati avrebbero dovuto rimanere al Brasile. In questo modo tutti i soldi guadagnati con il petrolio avrebbero creato molti altri lavori, tutti pagati presumibilmente con quel margine economico che viene dalla raffinazione.

Secondo, perché dal grafico (dati EIA) si vede che la produzione di greggio è ancora molto sotto il consumo totale di prodotti petroliferi. Aggiungendo tutti i liquidi, cioè etanolo, biodiesel ed altro, la produzione è di pochissimo più alto del consumo.

Ho appena passato due anni in Brasile. Ho visto con i miei occhi l’esplosione dei consumi di massa, la creazione della nuova classe media e quello che succede a una città come Rio in un paese corrotto e senza pianificazione urbanistica. Loro stessi sono consapevoli che la produzione di petrolio e etanolo basterà malapena al paese stesso. Negli ultimi anni le raccolte hanno sofferto crescenti incidenze di siccità. Il mondo chiede più zucchero che etanolo, il mercato è dopottutto, libero, e così il Brasile è costretto a spendere per l’importazione di etanolo.

Continuando con il Brasile, l’articolo dice che la produzione brasiliana potrebbe presto raggiungere quella iraniana. Va bene, hanno ragione. Ma continuano a ignorare il fatto del consumo. L’Iran produce più del doppio di quanto consuma, anche togliendo gli “altri” liquidi. Mentre Brasile come già detto, fa fatica a produrre abbastanza per quella gigantesca classe media stile occidentale che hanno creato dal nulla, e che gli costringe di importare sia etanolo che benzina.

Se guardo i numeri mi viene difficile pensare che riusciranno mai a esportare abbastanza prodotti raffinati da ripagare tutti quei debiti che stanno facendo con le generazioni future.

Passiamo alla Colombia, il paese più amato del mondo dai propri connazionali. Li la situazione sembra migliore. Colombia non ha mai posseduto tante riserve, e dopo un picco nel 1996 non ci sono stati altri investimenti e la produzione stabile ha diminuite le riserve da 3,5 miliardi di barili a 1,3 del 2010. Ma l’apertura a investimenti stranieri nel 2010 è riuscita ad aumentare le riserve a 1,9 miliardi, ed è probabile che ulteriori investimenti riusciranno a trasformare altre risorse in riserve sfruttabili.

Per quanto riguarda il consumo, il paese si sta ancora comportando da terzo mondo. Negli ultimi dieci anni il consumo è aumentato di soli 7%. Si può tranquillamente prevedere, ora che il paese si avvicina a un modello occidentale, che gli investimenti stranieri e la stabilità politica faranno esplodere i consumi di prodotti petroliferi. L’articolo citato paragona poi la Colombia con la Libia pre-bellica, dicendo che entro pochi anni la Colombia raggiungerà i livelli di produzione del paese africano. Visto che si trova ancora poco sopra il livello di produzione del 1998, cioè intorno ai 900mila barili al giorno, dovrà aggiungerci il 100% ca di produzione. Cioè deve raddoppiarla. Questo in un paese dove mancano le università, le scuole tecniche, le infrastrutture, il know-how che i vecchi paesi produttori hanno messo decenni a costruire.

Giocando con i numeri possiamo indovinare quanto basterà il petrolio colombiano. Diciamo che ottimisticamente raddoppiano le riserve a 3,8 miliardi di barili. Diciamo che producono stabilmente 1 milione al giorno (oggi ca 900 mila), cioè 365 milioni all’anno. 3,8 miliardi / 365 milioni = 10 anni di produzione. Non esattamente un futuro energetico a lungo termine.

L’articolo parla certamente anche del Venezuela e del Canada, entrambi provvisti di enormi quantità di petrolio non convenzionale. Nel contesto petrolifero, il “non convenzionale” significa petrolio molto pesante e molto difficile da estrarre o produrre. Si tratta degli scisti bituminosi – sfruttabili solo dal 2004 ca quando il prezzo del petrolio ha cominciato a salire, e delle sabbie bituminose – sabbia misto con argilla che può essere raffinato in un petrolio sintetico. Entrambi hanno costi di produzione altissimi.

Dal WEO2008:

The cost of exploiting remaining conventional resources typically ranges from $10 to $40 per barrel, while exploitation of oil sands costs between $30 and $80. EOR costs vary between $10 and $80 per barrel and oil shales from $50 to well over $100.

Canada ora sta producendo intorno a 3,5 milioni di barili al giorno, il Venezuela ca 2,3 milioni. Il Canada è una democrazia trasparente, aperta da sempre a investimenti stranieri, con ottime università e infrastrutte, ma farà fatica a raggiungere i 4 milioni di barili al giorno. Da The Economist:

Non c’è da meravigliarsi quindi che la dittatura disastrosa di Chavez negli ultimi anni è riuscita a diminuire la produzione di petrolio in Venezuela, mentre comunque il consumo aumentava. I vecchi giacimenti di petrolio convenzionale sono in declino inarrestabile, e ci vorranno più di 3 miliardi di dollari d’investimento all’anno solo per farli produrre la stessa quantità ancora per qualche anno. Il famoso bacino Orinoco, casa di 500 miliardi di barili di petrolio molto pesante, riesce ora a produrre solo ca 200mila barili al giorno. Per la fine del decennio la produzione dovrebbe raggiungere i 2 milioni, che però non compenseranno la perdita di produzione del petrolio convenzionale.

In nessun modo possono diventare game changer a livello mondiale, questi nuovi sviluppi . Possono soltanto tenere in piedi ancora per qualche decennio una loro propria crescita economica, ma senza grandi effetti positivi sul vecchio continente, almeno che non riescano davvero a togliere tensione dal Brent.

Oltre a quello potrei vedere altri due lati positivi. Il primo è che i nuovi mercati sudamericani apriranno ad altri possibili investimenti nel settore petrolifero. Per chi voleva rimanere in ambito democratico e stabile prima c’era solo il Canada, gli Stati Uniti e il Mare del Nord. Africa e Medioriente non sono mai stati alternativi per chi non ama i rischi.

Il secondo è che ci sono almeno due paesi sudamericani, il Brasile e il Colombia, che avranno bisogno di immense quantità di ingegneri stranieri. Una stima per il Brasile è di 8 milioni di personale tecnico nei prossimi 10 anni, persone che non si trovano in Brasile. Colombia non è messa meglio. I giovani europei con formazioni tecnico-scientifiche potrebbero rifare il viaggio fatto già dai pro-zii cento anni fa per trovare lavoro senza problemi.

Invece delle tasse…

Gli italiani saranno costretti a comprare gli immobili dello stato, e altri asset come Eni, Enel, Terna e BancoPosta, in forma di quote di fondi o azioni SpA. Paolo Panerai, lo storico editore di Milano Finanza, sta premendo da varie puntate sulla secondo lui innovativa soluzione che salverebbe il paese. Continua a leggere…

Invece delle tasse…

Gli italiani saranno costretti a comprare gli immobili dello stato, e altri asset come Eni, Enel, Terna e BancoPosta, in forma di quote di fondi o azioni SpA. Paolo Panerai, lo storico editore di Milano Finanza, sta premendo da varie puntate sulla secondo lui innovativa soluzione che salverebbe il paese.

Il successo dipenderebbe dalla grande volontà degli italiani di essere ulteriormente tassati:

Il sentimento di molti italiani è netto: pur di vedere il Paese uscire dalla crisi attuale, pur di tornare a vedere il futuro con ottimismo sono pronti ad accettare anche l’imposizione di una tassa patrimoniale, un contributo, come ragionano in molti in tutti gli strati sociali…

Pulitissima retorica da guerra, nell’immagine degli italiani che si tengono tutti per mano.  Panerai però è consapevole che non è possibile identificare i patrimoni, e che quindi una patrimoniale è impraticabile, oltre agli effetti negativi che avrebbe sui consumi e quindi su produzione industriale e posti di lavoro.

Ma il sentimento nazionalista degli italiani non va sprecato:

Ma non va neppure sprecata l’opportunità, che il sentimento di molti italiani offre, di essere pronti a dare un contributo importante per tagliare drasticamente l’enorme debito pubblico, il vero cancro del Paese, che obbliga l’Italia e gli italiani a dover soggiacere a direttive di arroganti governanti tedeschi.

Liberiamoci pure da quei dittatori tedeschi. Ma come?

E proprio nell’ambito dell’associazione “L’Italia c’è”…, è maturato un altro progetto che può consentire di cogliere la volontà di contribuire degli italiani con un esborso una tantum, ma appunto non una tassa patrimoniale. Bensì un acquisto forzoso di asset dello Stato da inserire in un fondo o in una società per azioni.

Visto che gli italiani stanno scoppiando di voglia di salvare il paese dai tedeschi sarà facile costringerli a acquistare gli immobili, in forma di fondi, anche se in teoria questi immobili sono già in loro possesso e gli italiani pagano tasse per mantenerli.

Ancora un po’ di retorica visto che Panerai non risparmia sulla dinamite:

Oggi, per la drammatica crisi in cui si trova il Paese e soprattutto per il sentimento diffuso fra i cittadini di essere disponibili anche a pagare una tassa patrimoniale pur di determinare una svolta, esistono le condizioni ideali per un’operazione forzosa

Cioè costringere gli italiani, basandosi sulle loro dichiarazioni dei redditi, a comprare quote di fondi o azioni SpA, costruite sugli asset dello Stato.

Praticamente si tratta di scambiare i creditori stranieri, oggi al 47%  in possesso del debito pubblico italiano, con creditori nazionali, cioè il popolo italiano. Man mano che scadranno le obbligazioni verranno pagate con i soldi rientrati in questi fondi o SpA, e i creditori non saranno più stranieri, ma italiani.

Un po’ come in Giappone, dove la popolazione è in possesso di 90 o qualcosa % del debito pubblico. Solo che loro non sono stati costretti.

Soprattutto si vorrebbe costringere i proprietari dei ca 120 miliardi di euro rientrati sotto lo scudo di acquistare per il 10% di questo valore, cioè 12 miliardi di euro. In questo modo si raggira l’obbligo di non tassare i patrimoni rientrati. Questo per calmare le anime oneste che hanno sempre pagato le tasse.

Poi Panerai spiega che non si tratta affatto di una tassa:

Ma appunto con lo schema, che sta per diventare articolato di legge, non si tratterà di un prelievo ulteriore dalle tasche di chi già denuncia correttamente il proprio reddito ma di un investimento obbligato, che se saranno seguite regole di corretta gestione privata (ed è ovvio che gli amministratori del fondo o della spa non potranno che essere eletti dai detentori di quote o azioni) potrà diventare profittevole.

Profittevole? Siamo di fronte a 20 anni di recessione se non recessione eterna, e questi vogliono farci credere che gli italiani ci guadagneranno. Il FTSE MIB è in caduta dal 2007, il mercato immobiliare fermo.

Nell’articolo da me trovato in rete, e che fa parte dell’editoriale di MF di questo sabato, non c’è però scritto quello che Panerai dice nell’intervista Class CNBC e pubblicata su MF: Che si vorrebbe

una mobilitazione che riguarda il patrimonio immobiliare degli italiani, accumulato negli anni anche grazie a esenzioni 25ennali dalle imposte.

In altre parole, è ora di pagare le tasse. There is no such thing as a free lunch.

Andrea Monorchio, ex-ragionere dello Stato, dice che solo gli immobili della classe media (quella classe che pagherà) valgono 4.500 miliardi. Se il 10% di questo verrà dato, certamente volontariamente, in cambio di titoli di stato, garantiti sia dallo stato che dal loro proprio valore in quanto immobili senza mutuo, si sostituiscono altri 450 miliardi di debito in mano agli stranieri (leggi tedeschi) con debito in mano agli italiani stessi.

Il proprietario riceverebbe il 1% sul patrimonio dato e la garanzia di non pagare imposte immobiliari più alte in futuro. E ci credo, visto che gli immobili varranno sempre meno.

TA semplice sulla produzione di petrolio

Ogni tanto qualche sito/blog americano di economia presenta dei grafici molto basic con tanto di recessioni inclusi disegnati in rosa. Ecco, il sito che può fornire grafici del genere si chiama www.economagic.com. Continua a leggere…

TA semplice sulla produzione di petrolio

Ogni tanto qualche sito/blog americano di economia presenta dei grafici molto basic con tanto di recessioni inclusi disegnati in rosa. Ecco, il sito che può fornire grafici del genere si chiama www.economagic.com.

Sono andata a cercarmi la produzione di petrolio. Cliccando su “GIF chart” si può giocare a creare dei grafici diversi con i numeri a disposizione. Per esempio questo, il default:

L’abbiamo visto mille volte in salse diverse. Il grafico mi da una produzione giornaliera di ca 73-74 milioni di barili al giorni, almeno 10 milioni in meno dei dati EIA, che includono tutti i liquidi. Senza un abbonamento non mi fanno vedere la fonte dei dati però.

Poi ho scelto di tracciare la produzione di petrolio sin dal 1973. Ci ho applicato un po’ di analisi tecnica molto semplice.

Il nostro famoso plateau di produzione tanto discusso da tutti è delineato dalle linee verdi orizzontali. Ma facendo un passo indietro per una visione più ampia, si può tracciare un canale trend classicissimo, in blu,  che porta fino a oggi senza uscire dal canale. Secondo il canale siamo ancora nella crescita lineare iniziata nel 1983.

La crisi del 1973 ha interrotto 3 decenni di crescita esponenziale della produzione di petrolio, rendendo la gente di nuovo consapevole della necessità di risparmiare energia. Consapevolezza, investimenti e nuove tecnologie hanno rallentato la produzione, fino a quando i miglioramenti non abbiano portato a un maggiore consumo totale, quando sempre più persone in effetti poteva permettersi macchine e prodotti consumatori.

Se guardiamo quindi la produzione secondo un punto di vista del chartista, ad aprile 2011 non eravamo ancora in peak oil. Mancano i dati degli ultimi quattro mesi, per sapere se l’inizio della nuova recessione abbia rotto o no il canale in giù.

Sanzioni contro la Siria

Secondo me sono un pugno in aria, queste sanzioni da parte della CE. I politici europei che ultimamente stanno parlando di un ritorno del petrolio libico, e quindi hanno preso coraggio e mettono un embargo alla Siria, si sbagliano di grosso se pensano che la produzione libica tornerà presto, e ai livelli prebellici.

Non importare più petrolio dalla Siria, significa solo che finalmente lo potrà comprare la Cina. Che tra l’altro sta litigucciando con la Russia per il prezzo del petrolio ASPO, quello siberiano. L’esportazione siriana era comunque mininimisso e l’Italia praticamente l’unico cliente in Europa.

Il prezzo del petrolio è molto sensibile all’offerta, dove un piccolo disturbo porta a dei grandi aumenti del prezzo. Non importa tanto quanto costa, lo compriamo lo stesso. Arabia Saudita ha bisogno di 100 dollari al barile, almeno. Troppe capriole logiche?

Sanzioni contro la Siria

Secondo me sono un pugno in aria, queste sanzioni da parte della CE. I politici europei che ultimamente stanno parlando di un ritorno del petrolio libico, e quindi hanno preso coraggio e mettono un embargo alla Siria, si sbagliano di grosso se pensano che la produzione libica tornerà presto, e ai livelli prebellici.

Non importare più petrolio dalla Siria, significa solo che finalmente lo potrà comprare la Cina. Che tra l’altro sta litigucciando con la Russia per il prezzo del petrolio ASPO, quello siberiano. L’esportazione siriana era comunque mininimisso e l’Italia praticamente l’unico cliente in Europa.

Il prezzo del petrolio è molto sensibile all’offerta, dove un piccolo disturbo porta a dei grandi aumenti del prezzo. Non importa tanto quanto costa, lo compriamo lo stesso. Arabia Saudita ha bisogno di 100 dollari al barile, almeno. Troppe capriole logiche?

Chi ha comprato il petrolio dalle SPR

Ecco la lista delle aziende che hanno approffitato del rilascio dei primi 30 milioni di barili delle Strategic Petroleum Reserves.

Il link.

Sept 2 (Reuters) - Nearly all of the 30.64 million barrels
of oil the U.S. government sold from its emergency reserves has
been delivered to the companies that bought it, the Department
of Energy said on Friday.
    The Obama administration announced the sale, the largest
ever auction of U.S. emergency reserves, in June. The releases
were meant to respond to reduced exports of light crude from
war-torn Libya. Some 30.14 million barrels has been delivered
from U.S. reserves as of Aug. 31, the DOE said.
     Following is the DOE's latest update on the companies that
have received the oil they bought from the Strategic Petroleum
Reserve:
            SPR Oil Deliveries Scheduled
Week        Big Hill West Hackberry Bryan Mound     Deliveries
                                                     to Date
           (barrels)   (barrels)     (barrels)       (barrels)
Jul 17-23    200,000   2,050,000     2,120,000      4,370,000
Jul 24-31    200,000   1,750,000     2,020,000      3,970,000
Aug 1-7    1,300,000   1,550,000     2,100,000      4,950,000
Aug  8-14  2,605,000   1,520,000     1,925,000      6,050,000
Aug 15-21    700,000   2,490,000     2,050,000      5,240,000
Aug 22-28    500,000   2,060,000     2,000,000      4,560,000
Aug 29-31          0           0     1,000,000      1,000,000
TOTAL      5,505,000  11,920,000    13,215,000     30,140,000
Purchaser              Oil Bought  Oil Delivered
                        (barrels)    (barrels)
Barclays Bank Plc        200,000       200,000
ConocoPhillips         1,100,000     1,100,000
                       1,000,000       500,000
ExxonMobil             1,510,000     1,510,000
Hess Energy            2,000,000     2,000,000
J.P. Morgan            1,500,000     1,500,000
Marathon Petroleum     1,000,000     1,000,000
                       1,000,000     1,000,000
Murphy Oil               500,000       500,000
Plains Marketing       1,040,000     1,040,000
                       1,040,000     1,040,000
Shell Trading Co.      1,000,000     1,000,000
                       1,000,000     1,000,000
                       1,000,000     1,000,000
                         650,000       650,000
Sunoco Inc               700,000       700,000
                         700,000       700,000
Tesoro Refining        1,200,000     1,200,000
Trafigura AG             550,000       550,000
                         550,000       550,000
Valero Energy          2,150,000     2,150,000
                       1,950,000     1,950,000
                       2,000,000     2,000,000
                         400,000       400,000
                         400,000       400,000
Vitol Inc              3,000,000     3,000,000
                       1,000,000     1,000,000
BP Oil Supply            500,000       500,000
TOTAL                 30,640,000    30,140,000
 (Reporting by Malathi Nayak; Editing by Marguerita Choy)

La Valero Energy è l’azienda che ha comprato di più. Il raffinatore, che si sta furbamente specializzando in petroli difficili, ha comprato più di 6,9 milioni di barili. Anche se correttamente vede il futuro nelle heavy e sour non ha disdegnato quasi 7  mln di buon petrolio a buon prezzo, ora che i produttori fanno sempre più fatica a produrlo. Che i grandi produttori come Exxon e Conoco spendono centinaia di miliardi di dollari per comprare petrolio dovrebbe suonare una campanella a qualcuno. Hanno fatto grossi guadagni dall’inizio dell’anno, ma forse prodotto meno del solito?

Chi ha comprato il petrolio dalle SPR

Ecco la lista delle aziende che hanno approffitato del rilascio dei primi 30 milioni di barili delle Strategic Petroleum Reserves.

Il link.

Sept 2 (Reuters) - Nearly all of the 30.64 million barrels
of oil the U.S. government sold from its emergency reserves has
been delivered to the companies that bought it, the Department
of Energy said on Friday.
The Obama administration announced the sale, the largest
ever auction of U.S. emergency reserves, in June. The releases
were meant to respond to reduced exports of light crude from
war-torn Libya. Some 30.14 million barrels has been delivered
from U.S. reserves as of Aug. 31, the DOE said.
Following is the DOE's latest update on the companies that
have received the oil they bought from the Strategic Petroleum
Reserve:
SPR Oil Deliveries Scheduled
Week Big Hill West Hackberry Bryan Mound Deliveries
to Date
(barrels) (barrels) (barrels) (barrels)
Jul 17-23 200,000 2,050,000 2,120,000 4,370,000
Jul 24-31 200,000 1,750,000 2,020,000 3,970,000
Aug 1-7 1,300,000 1,550,000 2,100,000 4,950,000
Aug 8-14 2,605,000 1,520,000 1,925,000 6,050,000
Aug 15-21 700,000 2,490,000 2,050,000 5,240,000
Aug 22-28 500,000 2,060,000 2,000,000 4,560,000
Aug 29-31 0 0 1,000,000 1,000,000
TOTAL 5,505,000 11,920,000 13,215,000 30,140,000
Purchaser Oil Bought Oil Delivered
(barrels) (barrels)
Barclays Bank Plc 200,000 200,000
ConocoPhillips 1,100,000 1,100,000
1,000,000 500,000
ExxonMobil 1,510,000 1,510,000
Hess Energy 2,000,000 2,000,000
J.P. Morgan 1,500,000 1,500,000
Marathon Petroleum 1,000,000 1,000,000
1,000,000 1,000,000
Murphy Oil 500,000 500,000
Plains Marketing 1,040,000 1,040,000
1,040,000 1,040,000
Shell Trading Co. 1,000,000 1,000,000
1,000,000 1,000,000
1,000,000 1,000,000
650,000 650,000
Sunoco Inc 700,000 700,000
700,000 700,000
Tesoro Refining 1,200,000 1,200,000
Trafigura AG 550,000 550,000
550,000 550,000
Valero Energy 2,150,000 2,150,000
1,950,000 1,950,000
2,000,000 2,000,000
400,000 400,000
400,000 400,000
Vitol Inc 3,000,000 3,000,000
1,000,000 1,000,000
BP Oil Supply 500,000 500,000
TOTAL 30,640,000 30,140,000
(Reporting by Malathi Nayak; Editing by Marguerita Choy)

La Valero Energy è l’azienda che ha comprato di più. Il raffinatore, che si sta furbamente specializzando in petroli difficili, ha comprato più di 6,9 milioni di barili. Anche se correttamente vede il futuro nelle heavy e sour non ha disdegnato quasi 7  mln di buon petrolio a buon prezzo, ora che i produttori fanno sempre più fatica a produrlo. Che i grandi produttori come Exxon e Conoco spendono centinaia di miliardi di dollari per comprare petrolio dovrebbe suonare una campanella a qualcuno. Hanno fatto grossi guadagni dall’inizio dell’anno, ma forse prodotto meno del solito?