O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

Tracciando la scarsità di energia

Pubblicato da oronero su 24 agosto 2011

Da www.energyshortage.org

Quando avevo da poco cominciato a scrivere questi blog ho pensato che un modo per tracciare la crisi energetica futura era di stare attenta a storie nei media su luoghi e situazioni dove mancava energia, soprattutto in forma di carburante. Qua e qua e qua.

Mi sono però resa conto abbastanza subito che non avevo modo per sapere se queste storie erano comuni o dei casi isolati. Dopo solo tre post ho deciso di mettere questo progetto sullo scaffale in attesa di maturare un idea più chiara.

Il problema principale credo sia la vicinanza o lontananza culturale delle vittime dell’energy shortage. I media nostrani o occidentali si concentrano su problemi occidentali. Le notizie dal Pakistan arrivano quasi come riflessioni casuali in fondo pagina. A meno che la notizia in questione non riguardi italiani (o svedesi) o altri occidentali direttamente colpiti. Quando lo tsunami del 2004 ha colpito l’oceano indiano sono morti quasi 550 svedesi. I giornali svedesi hanno continuato per mesi a coprire le storie strazianti di famiglie dimezzate, senza ricordarsi i 167.000 indonesiani che hanno perso la vita.

Più o meno nello stesso periodo quest’anno c’erano alluvioni gravissime in Australia, Brasile e in Pakistan. I media hanno coperto le storie in ordine di occidentalità, non in ordine di disastrosità. Australia, 35 mori e 200.000 colpiti.   Brasile, 900 morti e vari città montanare colpite. Pakistan (ca 6 mesi prima), 2000 morti e 20.000.000 di persone colpite.

Sull’Australia abbiamo letto metri giornalistici e guardato varie riprese su youtube, mentre gli altri due sono passate, non inosservate, ma comunque con molto minore peso. Tutti e tre i paesi sono enormemente distanti dall’Italia, ma facciamo meno fatica a identificarci con i pallidi anglosassoni con macchinoni e birretta dopo-lavoro, che con i poveracci da mano d’opera.

Perfettamente naturale, infatti il mio punto non è fare polemica, solo cercare di spiegare a me stessa perché non mi posso fidare di un certo tipo di notizia. Forse arrivano decine di notizie dal Pakistan su situazioni energetici, senza che l’ANSA li inoltri ai giornali? Mentre se un distributore australiano, nel paese del carbone, rimane senza benzina da distribuire, sicuramente fa notizia. Dovrebbe essere il contrario.

In questi giorni di estrema volatilità sulle borse è chiaro che le aziende meno robuste da un punto di vista finanziario sono le più colpite. Una piccola startup magari con un idea geniale e piani che cambierebbero il mondo si vedrà togliere il tappeto da sotto i piedi. Le vecchie aziende, anche centenarie, rallentano, magari si contraggono addirittura, ma continuano a (r)esistere, perché anche durante peak-oil avremo bisogno di carta igienica, anche se i guadagni diminueranno.

Ci sarà un processo analogo per interi paesi. Un paese fragile da un punto di vista finanziario e probabilmente anche fragile democraticamente si troverà senza sostegno sotto i piedi. Le nostre vecchie democrazie europee dovranno ripensare molte cose, forse anche i nostri sistemi politici, ma la gente avrà sempre da mangiare, da vestirsi, luce per leggere un libro e scuole dove mandare i bambini. In Pakistan per esempio, ma anche in Nepal e Senegal o in Libanon, tutto questo è già precario, o mancante.

Ci sono stati come il Sudan e il Haiti, numero 1 e 5 sulla lista “failed states” che praticamente sono già falliti come stati. Un paese dove la gente non mangia, che non ha scuole e sanità, non è certo in grado di fornire energia elettrica agli abitanti, o di garantire distributori con benzina nelle pompe.

In Italia ci sono abbastanza risorse, nonostante i tagli, per ridurre gli effetti dei rincari sull’energia. Potremmo muoverci relativamente lentamente verso un futuro con meno energia, con tempo per capire, agire e reagire. Se poi lo facciamo è un’altra domanda. Italia già sta usando meno petrolio rispetto agli anni precedenti e anche meno energia pro capite. Come si vede dal grafico postato poco tempo fa, gli italiani ora vivono il 1994 senza rendersene conto. La discesa appunto è lenta.

In ogni caso, abbiamo già parecchie zone nel mondo dove la gente vive la realtà dell’energia costosa sulla propria pelle. Soffrono persone povere, paesi povere, e persone povere nei paesi poveri. Non è più una cosa del futuro, ma di oggi, e non è solo il carburante, perché il petrolio più costoso sposta i consumi verso altre fonte primare, cioè gas e carbone, rendendo anche loro più costosi. Carburante sintetico può essere prodotto da carbone, gas o biomassa.

Quindi, un anno fa stavo cercando racconti. Racconti su cosa succede quando i due buchi nel muro (o tre, gli standard sugli impianti elettrici delle abitazioni continuano a sfuggirmi) sono solo quello, cioè due buchi nel muro, o quando il tragitto in macchina verso lavoro si trasforma in una settimana di attesa dal distributore prima che arrivi l’atteso carburante. L’idea non è molto maturata, ma è ora di fare un aggiornamento.

Inserendo parole chiave come “fuel shortage” +il nome di un paese, trovo centinaia di risultati. Per esempio:

Kenya, maggio 2011:  Centinaia di autisti in giro cercando un distributore fornito. I pochi funzionanti aumentano il prezzo del 70%. Il governo kenyota da la colpa alle avare compagnie petrolifere. Invece è un problema di liquidità, gli operatori non hanno i soldi per pagare le tasse, perché le devono pagare prima di ritirare e rivendere il prodotto.

Mongolia, maggio 2011: Il paese aveva una riserva di soli 4 giorni di carburante e ha dovuto abbassare le imposte sui carburanti a 0%. Funzionari del governo vanno spesso in Russia per “parlare” della situazione difficile.

Russia: nello stesso articolo si parla delle difficoltà della Russia di esportare in Mongolia, fornendoli solo 50% della quantità necessaria. La Russia come sappiamo ha aumentato le tasse sull’esportazione e anche limitato le quantità da esportare.

Russia, agosto 2011: Nel frattempo, in Russia, l’esercito deve risparmiare, o non riesce più a pagare diesel (+50% dal 2010) e benzina (+30%).

Pakistan, maggio 2011: La polizia non ha più soldi per il carburante dei motocicli. Le macchine di pattuglia devono ridurre da 14 a 7 litri al giorno. E come farà la polizia a controllare il crimine se non può muoversi? La causa sono i mancati pagamenti alla Pakistan State Oil, alla quale la polizia deve dei soldi. Infatti la polizia ha cominciato a chiedere ai privati di portare la loro macchina, o di pagare loro la benzina, in caso volessero un intervento della polizia.

Nepal, aprile 2011:  Le famiglie vivono senza elettricità fino a 14 ore al giorno perché il paese non ha più i soldi per importare carburante dall’India. Le abitazioni usano generatori per produrre elettricità, ma la Nepal Oil Corporation ha perso soldi dopo uno sciopero e non poteva più pagare i conti. Anche qua code lunghissime ai distributori. L’unica soluzione per il Nepal sarebbe aumentare i prezzo a livelli mercato, in modo da non perderci soldi.

A volte le notizie sono molto difficili da interpretare. Sembra necessario capire tutta una serie di cose, giri burocratici, nomi di politici etc per interpretare cosa ci sia dietro. Noioso. Come questa notizia di Ghana: Un aumento del prezzo di 35% a luglio per colpa della fine del hedge governativo sul barile a 92 dollari.

O questo, di Goa, ieri: Un guasto su una pipeline crea code lunghissimo al porto dove la gente aspetta che un tanker scarichi carburante. Il giornalista avrebbe voluto un po’ di panico (parola “panic” 4 volte nel testo) ed è molto sorpreso della tranquillità della gente:

Surprisingly, even when there was no fuel at the pumps, vehicle owners were lined up patiently waiting for the tankers to arrive

Questo giornalista non ha capito la differenza tra una scarsità generale di carburante, democratica in quanto nessuno lo può comprare, e l’impossibilità di comprare carburante perché costa troppo per te. Nel caso di sopra, ricco o povero, ti metti in fila. Succede appunto quando c’è un problema tecnico alla distribuzione. Oppure come nella maggioranza dei casi, quando l’ente nazionale responsabile dei prodotti petroliferi non ha più soldi in cassa.

Il caso contrario, antidemocratico, avviene quando un paese come l’India l’anno scorso ha tolto i sussidi. Da un giorno all’altro una bella fetta della popolazione non poteva più permettersi di comprare il diesel. Ovviamente c’erano delle proteste violenti in strada.

Yemen, ormai da marzo, una storia sempre più triste: La gente deve aspettare fino a una settimana in coda dal distributore. Sul mercato nero il carburante c’è, ma costa quasi 7 volte tanto. Senza carburante, niente agricoltura. I contadini hanno bisogno di carburante per i generatori, perché altrimenti non riescono a irrigare la terra.

Senza irrigazione, meno cibo e più importazione. Più importazione, ancora meno soldi per comprare carburante. Etc. Fame e miseria e strade vuote. Centinaia di macchine in coda, e ogni volta che c’è da andare avanti altre 4 metri la devi spingere tu, la macchina. Non accendi il motore per 4 metri di strada.

I frequenti blackout, cioè giornalieri e fino a 23 ore di fila, hanno ridotto le attività commerciali all’osso. Maccellai e gelaterie e internet shop chiusi. Altri negozi con orari redotti, perché tanto i clienti non possono vedere la merce. Elettronica che si rompe perché la gente non sa usare correttamente i generatori. Continui spostamenti di medicine critiche in posti dove si trovano generatori funzionanti.

Quello che riesco a trovare io non sono altro che aneddoti, anche se spaventosi. Vi segnalo invece un sito chiamato energyshortage  che inserisce/riceve parecchie segnalazioni ogni giorno da tutto il mondo. Il sito sembra relativamente nuovo, ma fra un po, se continua a raccogliere dati, potrebbe diventare una fonte di datamining della crisi energetica. Il problema è che non si capisce chi sta dietro al sito, e che non viene fatto nessun screening. In più ci potrebbe essere un bias perché le storie dall’India e Pakistan, due paesi con poco analfabetismo, con tanti giornali e uso di Internet, sono molte più di quelle dallo Yemen, anche se la situazione nel paese arabo è gravissimo. Tutto sommato peró ci racconta di un pianeta che soffre.

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5 Risposte a “Tracciando la scarsità di energia”

  1. [...] Oronero di Anna [...]

  2. musli ha detto

    Registrant Name:Chris Brougham
    Registrant Organization:n/a
    Registrant Street1:310 1989 Dunbar Street
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    Registrant State/Province:BC
    Registrant Postal Code:V6R4R5
    Registrant Country:CA
    Registrant Phone:+1.6047387904
    Registrant Phone Ext.:
    Registrant FAX:
    Registrant FAX Ext.:
    Registrant Email:cbrougham@telus.net

    Prova a chiamare e con una banale scusa (della serie..voglio fare una donazione) ti fai dire di chi è il sito

  3. andreaX ha detto

    Veramente interessante, come al solito i media ufficiali cercano in tutti i modi di nascondere una realtà sempre più evidente.
    Quando toccherà a noi rimanere senza benzina?, forse presto.

  4. Pinnettu ha detto

    Intanto a Trieste, l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale organizza un’incontro dove si discuterà dell’abbondanza di petrolio nel mondo.

    Si parla di riserve stimate in oltre 130 anni.

    Naturalmente i prezzi salgono per colpa degli speculatori e gli ostacoli all’estrazione vengono dalle compagnie di stato.

    Insomma il solito copione sentito mille volte. Verrebbe da rispondere che si sbagliano e che il petrolio durerà ben oltre i 130 anni che stimano. Anzi non finirà mai. Li sfido ad estrarlo tutto.

    Non so quando verrà superato il picco (continuo a pensare che non avremmo grossissimi problemi almeno fino al 2015) ma quando averrà sicuramente si cercherà qualsiasi scusa pur di non amettere l’evidenza del picco. Ma soprattutto non si preciserà mai che il picco non è mai stato sinonimo di fine del petrolio. Anzi…..non si sarà mai estratto così tanto greggio come in quel momento

    Ma qua siamo all’ABC del picco.

    • medo ha detto

      Gli stessi esperti che prevedevano 100 anni di gas e petrolio prodotti dalla Norvegia nel 2000 e che adesso tacciono poichè ultimamente si parlava di un ufficiale declino inesorabile con arresto esportazioni entro 12 anni?

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