Baltic Dry, mancanza di credito, e dove troverò un’altro indicatore

Il Baltic Dry Index  non si è mai veramente ripreso dopo il crollo iniziato comunque già a maggio nel 2008, 2 mesi prima del crollo del prezzo del petrolio e delle borse. Chi già ai tempi seguiva l’indice doveva aver già capito cosa succedeva. L’indice è molto poco elastico, tra l’altro per i tempi lunghi delle costruzioni di navi nuovi. Mesi e mesi di cargo che cercavano navi, in un attimo si è trasformato in navi che cercavano cargo quando il mondo ha rallentato per il cost alto dell’energia.

Un po’estremizzato si può dire che basti una relazione di 0,99 per far crollare l’indice, cioè 99 cargo e 100 navi. Un crollo così veloce come all’inizio 2008 poteva avvenire solo se da un giorno all’altro c’erano più navi di cargo invece del contrario. In seguito, quando la recessione era stata dichiarata acqua passata intorno all’inizio 2009, potevamo aspettarci una ripresa, e così è stata, ma a livelli anemici, ed ha raggiunto solo un terzo del suo livello record.

Prima dei crolli erano stati ordinati centinaia di navi nuovi, dei quali il 25% sono stati cancellati alla fine del 2008, spesso per la bancarotta della compagnia compratore. Le altre, messi in acqua dal 2009 al 2011, hanno fatto pressione sull’indice, quando i broker non avevano nessun problema a trovare velocemente la nave della taglia giusta nel porto giusto. Quindi come indice dei trasporti sembra che non funzioni più, a meno che non si sia stabilizzata ormai il numero delle navi, e il numero di compagnie shipping. Bisogna ricordarsi che anche se il numero di comagnie fosse stato decimato, il numero delle navi in giro rimane uguale, a differenza degli aerei che vengono messe in un hangar nel deserto in attesa di tempi migliori. Le navi vengono messe in acqua e devono essere usate.

Un altro fattore importante per il crollo degli spostamenti internazionali, e quindi per il BDI, era la mancanza di credito. Negli spostamenti internazionali di merce si usa il sistema “Lettera di credito”, forse la forma più antica di pagamento internazionale esistente. Funziona così che la banca, più spesso quella del compratore, garantisce il pagamente al venditore. Quando il venditore vede che ha ricevuto il pagamento, rilascia al compratore, sempre tramite la banca, i documenti necessari per ritirare la merce nel magazzino.

In questo modo il rischio per il venditore non c’è più, e la banca può sempre prendersi la merce se nel frattempo il compratore ha fatto bancarotta. Ma quando le banche in tutto il mondo cadono come i birilli un produttore di grano canadese certamente si chiede se vedrà mai il pagamento dalla banca egiziana. La fiducia nelle banche è essenziale perché rimanga in piedi la rete di trasporti internazionali. Quando le banche non potranno più garantire una lettera di credito lo potrà sempre fare la nazione dove si trova quella banca. A meno che anche la nazione non abbia un rating spazzatura.

Un terzo fattore importante per il commercio globale è la protezione dalle fluttuazioni delle valute. Anche durante questa depressione sarà un grosso problema, anche se in teoria oggi ci si possa proteggere usando i vari derivati finanziari, ma li ci sono almeno due punte di domande. Il primo è la fiducia nell’istituto che emette lo swap. Che si era hedgato tramite Lehman durante la bancarotta nel 2008 non sarà stato molto felice. Il secondo il costo dello swap. I famosi CDS per assicurarsi contro la bancarotta grecha costano talmente tanto che non vale più la pena. Fine del commercio con la Grecia.

Forbes ha una lista interessante delle 2000 imprese listate più grosse del mondo. Filtrando per Major banks, Italy, saltano fuori tre banche:

Si potrebbere aggiungere un’ultima colonna, % sul PIL (1774 miliardi $ nel 2010, CIA factbook)

Asset % sul PIL
Unicredit 1.318 miliardi $ 74%
Intesa SanPaolo 889 miliardi $ 50%
Banca MPS 317,2 miliardi $ 18%

Se i giornali cominciano a parlare più spesso di queste tre banche potrebbe essere una buona idea leggere attentamente il foglio illustrativo. Sono banche too big to fail, ma insalvabili dallo stato italiano. Soprattutto Unicredit, numero 74 sulla lista delle imprese maggiore nel mondo, tiene asset che rappresentano ben il 74% del PIL italiano, un rischio sistemico a livello nazionale.

Tutto il post sopra per dirvi che sto cercando un modo per (pre)vedere l’andamento della crisi usando altri numeri. Come succede spesso, il datamining italico è una notevole impresa.

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