Yemen ha fatto il salto a guerra civile?

La porta posteriore dell’Arabia Saudita si chiama Yemen, in questi giorni scossa da proteste molto violenti e sanguinosi, che forse proprio oggi il 3 giugno hanno fatto il salto da proteste a guerra civile.  La notizia della morte di Saleh, diffusa dall’opposizione, è stata smentita subito, e il presidente ha fatto sapere tramite una nota scritta che è vivo. Almeno uno dei governi occidentali, quello britannico, consiglia ai connazionali di lasciare il paese mentre operano ancora i voli commerciali.

Questa settimana le forze governative avevano già ucciso più di 50 persone, e almeno 350 dall’inizio delle proteste, ed a posteriori sembra chiaro che prima o poi ci sarebbe stato un tentativo di uccidere Saleh. Poco sorprendente non sono bastate le assicurazioni di Saleh a febbraio di non farsi rieleggere nel 2013, e di non farsi seguire da suo figlio. Saleh durante tutto il periodo delle proteste non ha smesso di lavorare su un’emendamento della costituzione che lo renderebbe presidente a vita.

Come anche nel caso della Siria, il paese ha fortissimi legami all’ex Unione Sovietica e alla Cina, motivi per cui il massimo dell’intervento occidentale saranno i soliti embargo al commercio. In un voltagabbana particolarmente poco elegante il ministero dell’estero britannico per esempio ha deciso di non esportare più armi in Yemen:

“It said licenses will not be issued when officials judge that there is a risk that the exports may provoke regional or internal conflicts”

I yemeniti sono poverissimi. Metà della popolazione vive con 2$ dollari o meno al giorno, e un terzo della popolazione soffre di fame. Per colpa della scarsa presenza di petrolio su suolo yemenita, il paese non ha avuto lo sviluppo dell’economia e dell’educazione di alcuni suoi vicini. Nonostante questo, l’economia dipende dalla tassazione sul petrolio, 70% degli introiti dello stato, e responsabile anche di 25% del PIL. Ufficialmente la disoccupazione è di 35%, questo su una popolazione di 24 milioni, stimata a raddoppiare per il 2035.

Ovviamente non sarà possibile sostenere una crescita della popolazione, se già ora, quando un pochino di soldi ci sono ancora, 35% (o, chissà, 50%?) della popolazione è senza lavoro, e i bimbi già muoiono di fame. Siamo all’inizio della contrazione, e un paese che non può sostenere il popolo durante gli anni ricchi, non lo farà certo quando andranno a mancare gli introiti dello stato.

Lo Yemen ha già superato peak oil nazionale, dal 2000 al 2004 ca. Ancora per qualche anno il paese sarà in grado di esportare qualche migliaia di barili al giorno, ma il paese è un perfetto esempio dell’Export Land Model. Negli ultimi quattro anno l’esportazione è diminuita in media di 20% all’anno, e si crede che il petrolio yemenita sarà esausto per il 2017. Come dice l’articolo del LA Times citato sopra, il paese è da tempo una perfetta polveriera.

Una qualche speranza arriva come al solito dal gas naturale, che ovviamente non potrà salvare il paese, solo spostare la massima sofferenza qualche anno in la. In Egitto non ha certo evitato il conflitto.

Aneddoto: Quel poco petrolio prodotto fino al 2009 era nelle mani della ormai famosa Arcadia, in questi giorni indagata per aver manipolato il prezzo del petrolio durante l’estate del 2008. Secondo Wikileaks il capo tribale Hamid Al-Ahmar si è vantato con un funzionario americano di prendere 50.000$ al mese da Arcadia, probabilmente per i suoi servizi da agente, che permetteva ad Arcadia di comprare il petrolio sottocosto. I metodi di Arcadia e al-Ahmar includerebbe minacce ad altre compagnie come BP di rapire i loro rappresentanti.

Secondo Arcadia è tutta una montatura per danneggiare al-Ahmar, visto che la sua tribù si trova da sempre in opposizione al governo. Dopo che il governo ha cambiato il processo di offerta, altri operatori hanno potuto entrare sul mercato, principalmente Unipec (Cina), Trafigura (Svizzera) e BP.  Ricordiamoci comunque questo nome, potrebbe essere il capo del governo dei ribelli, e anche il prossimo presidente (a vita) dello Yemen.

Già, la guerra civile. Anche se lo Yemen non produce tanto petrolio, lo trasporta attraverso il proprio territorio, ovvero il mare.

Crescono i timori che il Bab al-Mandab, lo stretto yemenita, sarà bloccato in qualche modo. La navigazione in quelle acque è molto difficile – Bab al-Mandab in inglese significa “Gate of tears”. Lo stretto si trova tra lo Yemen, Djibouti e Eritrea, e connette il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Mare Arabo. Buttiamo dentro anche parole come Corno di Africa, collo di bottiglia, Medioriente, link strategico, pirati somali, Mediterraneo e Oceano Indiano, e il quadro è completo.

In mezzo al canale c’è pure un’isolotto, che lo divide in due parti, quella a est larga 3 km e quella a ovest larga 25 km. Tutto il traffico dal golfo deve passare prima per il Bab al-Mandab prima di arrivare al Suez Canal o la pipeline Sumed. Nel 2008 4 milioni di barili al giorno passavano nello stretto, nel 2009 3,2 milioni, per poi essere indirizzati verso Europa e gli Stati Uniti.

Leggete anche il mio post sulle pipeline.

Durante un intensificazione dei conflitti ci sarebbe quindi il rischio che lo stretto Bab el-Mandab verrà bloccato in qualche modo. La zona era già instabile, non solo per i due attacchi terroristici alla USS Cole nel 2000, e al tanker francese nel 2002, ma perché la crescente attività dei pirati somali seriamente minaccia i tanker di petrolio. La pirateria costa fino a $12 miliardi all’anno quando i tanker devono essere non solo assicurati ma anche riscattati perché i loro carichi di petrolio valgono dai 60 milioni ai 200 milioni di dollari.

Abbiamo già visto che l’Arabia Saudita non riesce ad aumentare la produzione, nonostante si stia ancora vantando di essere swing producer. Cosa succederà al prezzo del petrolio se da un giorno all’altro mancheranno 3 milioni di barili all’occidente? I navi ci metteranno quante settimane per circumnavigare l’Africa?

Ma io la vedo improbabile che l’opposizione a Saleh cercherebbe di distruggere una delle poche fonti di introiti del paese. Lo stesso al-Ahmar ha costruito la carriera sul petrolio. Qualsiasi leader del paese non può farne a meno. Lo so, l’abbiamo già detto per la Libia, ma non è meno vero questa volta, anche se poi a livello dei manifestanti non ci si rende conto dell’economia petrolifera.

Potrebbe anche succedere che il conflitto cambi significato e diventi una guerra per il futuro controllo di quello che ci potrebbe essere: Secondo la US Geological Survey i giacimenti che hanno creato il Medioriente come lo conosciamo oggi non finiscono a sud con il confine dello Yemen. Invece si estenderebbe a sud e a ovest della costa sotto il Golfo di Aden e potrebbe contenere altri 30 miliardi di barili di petrolio, dieci volte le riserve dello Yemen fino ad oggi. Almeno secondo una storia di Energy and Capital che viene in questo momento copiato da una decina di siti, però non sono riuscita a verificare questi dati.

Se fosse vero, che la US Geological Survey abbia revisionato i dati sulle riserve “africane”, allora queste saranno dello Yemen, della Somalia , o forse della Cina?

“Beijing hopes to establish a permanent naval base in the Gulf of Aden/Arabian Sea. The most likely option is the Yemen port of Aden, since the other alternatives – Oman and Djubouti, have strong ties with NATO and Washington.”

Gli investimenti della Cina in Africa vanno molto oltre il normale, prestando miliardi di dollari ai paesi ricchi di minerali e idrocarburi per costruire la loro infrastruttura. Non ci sono molti dubbi che i prestiti verranno ripagati appunto con le ricchezze sottoterra, e se la stessa cosa vale per lo Yemen, potrebbero presto vedersi dipendenti dalle banche cinesi. I cinesi per esempio ora vorrebbero lavorare su un upgrade delle vecchie raffinerie yemenite, probabilmente per far fronte alla maggiore produzione di greggi pesanti rispetto a quelli leggeri.

Il nuovo petrolio ultra-deep sarebbe leggero e poco zolforoso.

Se poi ci si riesce a tirare su il petrolio in quella zona è tutta un’altra questione. Il golfo dell’Aden si trova sopra il confine tra due piatti tettonici, che ultimamente ci mettono tutto per allontanarsi l’uno dall’altro. Si sono registrati un centinaio di terremoti a 10 – 15 km di profondità, con inizio a novembre l’anno scorso.

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