Archive | giugno 2011

Un paio di notizie per mercoledi mattina

Ovvero notizie dal mondo che mi hanno particolarmente interessato tra ieri e oggi.

Cina: Prontamente due giorni dopo l’annuncio della IEA sulle SPR, sono stati diminuite o addirittura abolite le tasse d’importazione su una trentina di prodotti e materie prime, tra l’altro gasolina. Mi sembra ovvio che stanno cercando di fermare il flusso di materiali verso l’estero, migliorando il bilancio importando di più, e anche combattendo l’inflazione. Per esempio il diesel non sarà più tassato.

• Sempre la Cina sta investendo pesantemente in Canada. Soprattutto se gli Stati Uniti non costruirà la (in)famosa pipeline Keystone XL ci sarà molto più petrolio per i cinesi. Solo il 22% delle riserve mondiali sono aperte a investimenti privati (il resto è nelle mani dei governi) e di questi, 52% sono le sabbie di Alberta. Per ora l’unico mercato esterso sono gli US. Ma ora Sinopec comincia la costruzione, insieme alla Enbridge, di una pipeline da Alberta fino alla costa pacifica.

“They are sitting there saying if you need money, we’ve got money; if you need expertise, we’ve got that; whatever you need we’ve got,” Snelgrove said.

Ovviamente gli americani sono preoccupati di fronte all’avanzamento cinese, ma ci sarebbe abbastanza petrolio per tutti. Investendo, i cinesi fanno crescere la torta da dividere, e, aspetta un po’, aprono la prima filiale estera del loro $300 miliardi sovereign wealth fund China Investment Corp a Toronto. Il fondo ha già investitio 1,5 miliardi di dollari + 800 milioni di dollari negli ultimi due anni. Oltre a quello, la Sinopeco ha comprato 9% della Syncrude per 4,6 miliardi di dollari, e 1,7 miliardi per una parte delle Athabasca Oil Sands.

Svezia: La storica azienda automobilistica SAAB sta fallendo. Sono mesi che waltzerano sulle pagine dei giornali perché i fornitori non vengono pagati, mesi che il mitomano Victor Muller, che ha comprato l’azienda solo per salvare la sua azienda olandese Spyker racconta bugia su bugia. I fornitori hanno continuato a lavorare, fidandosi dello storico marchio. Venerdi scorso finalmente è arrivata la non-notizia che non potevano più pagare gli operai. Mancano 35 milioni di corone per gli stipendi. Muller nel frattempo è rimasto solo nel consiglio d’amministrazione. Ha cominciato a trattare con il criminale finanziere russo Vladimir Antonov, uno dei piú grandi azionisti di Spyker, ma non voluto dalla banca europea d’investimenti e dal governo svedese. Un salvataggio parziale è arrivato da un’impresa che ha comprato la metà degli azioni della società immobiliare della SAAB per 255 milioni di corone. La metà non venduta è la sicurezza chiesta dal tesoro svedese per un prestito di 280 milioni di corone, dei quali la SAAB ha già ricevuto 217. I debiti ai fornitori ammontano a 75 milioni di corone. I conti non tornano e la gente non compra le macchine SAAB.

Danimarca: È fallita già la seconda banca danese. Qualche mese fa è successo alla Amagerbanken, ora è la Fjordbank Mors, che non riesce a rispettare i requisiti sulla quantità di capitale. Quando è morta la Amagerbanken, la società di rating Moody’s ha abbassato il rating sulle banche danesi. Bisogna ricordarsi che Moody’s e gli altri abbassano il rating sempre solo dopo un crollo, mai prima. Qualcuno potrebbe offendersi. Probabilmente questo ha reso più difficile avere finianziamenti da banche estere, e anche tra banche danesi. Nessuno vuole rimanere con il jack nero. Secondo un giornale danese ben 10 banche danesi potrebbero crollare entro l’anno, con giganteschi ripercussioni diretti sulla popolazione, visto che in Danimarca vige il Bankepakke 3 (perfettamente traducibile direi) che dice che nessuna banca verrà salvata dallo stato.

• Occio alla Svezia. Si dice in rete che ha cominciato lo scoppio della bolla immobiliare. Le vendite di case in tutto il paese stanno rallentando, la gente non si indebita più alla stessa velocità, gli agenti immobiliari tolgono e rimettono più volte lo stesso oggetto per nascondere il fatto che non è stato venduto subito. La solidissima Svezia, l’economia tigre, soffrirà parecchio perché gli svedesi sono tra i più indebitati al mondo. E questo senza avere neanche uno stipendio in banca. I relativamente ricchi operai SAAB per esempio sono in fila alla banca, ora che sono senza lavoro, perché non hanno mai messo via i soldi per le emergenze. I soldi della cassa integrazione ci saranno, ma nel frattempo non possono pagare la luce, perché non hanno neanche 1000 euro in banca. È una malattia svedese, la totale fiducia nel sistema che si prenderà cura di te.

• In Grecia stanno preparando quello che sembra un intervento militare, in quanto vogliono mandare i tanker a proteggere il potere, cioè le banche. Mandano l’esercito perché non ci sono abbastanza poliziotti per fare il lavoro. Dall’Athens News:

“A return to the drachma would mean that the next day banks would be surrounded by people trying to get their money out. The army would have to use tanks to protect (the banks) because there wouldn’t be enough police to do it.”

La Grecia non ha né petrolio, né oro, quindi non ci sarà nessun tipo di intervento da parte della NATO per proteggere la popolazione civile, quando la gente deciderà di attaccare le banche per riuscire a comprare oro prima che sia troppo tardi.

• Ultima cosa: Ovviamente il greggio e la benzina hanno già cominciato a riprendersi. Qualcuno si è messo a fare i conti, che anche con 2 milioni di barili in più al giorno per un mese, non tornano. Scommettiamo che non verranno mai neanche rilasciati i 60 milioni di SPR? Altro che WTI a $90.

Un paio di notizie per mercoledi mattina

Ovvero notizie dal mondo che mi hanno particolarmente interessato tra ieri e oggi.

Cina: Prontamente due giorni dopo l’annuncio della IEA sulle SPR, sono stati diminuite o addirittura abolite le tasse d’importazione su una trentina di prodotti e materie prime, tra l’altro gasolina. Mi sembra ovvio che stanno cercando di fermare il flusso di materiali verso l’estero, migliorando il bilancio importando di più, e anche combattendo l’inflazione. Per esempio il diesel non sarà più tassato.

• Sempre la Cina sta investendo pesantemente in Canada. Soprattutto se gli Stati Uniti non costruirà la (in)famosa pipeline Keystone XL ci sarà molto più petrolio per i cinesi. Solo il 22% delle riserve mondiali sono aperte a investimenti privati (il resto è nelle mani dei governi) e di questi, 52% sono le sabbie di Alberta. Per ora l’unico mercato esterso sono gli US. Ma ora Sinopec comincia la costruzione, insieme alla Enbridge, di una pipeline da Alberta fino alla costa pacifica.

“They are sitting there saying if you need money, we’ve got money; if you need expertise, we’ve got that; whatever you need we’ve got,” Snelgrove said.

Ovviamente gli americani sono preoccupati di fronte all’avanzamento cinese, ma ci sarebbe abbastanza petrolio per tutti. Investendo, i cinesi fanno crescere la torta da dividere, e, aspetta un po’, aprono la prima filiale estera del loro $300 miliardi sovereign wealth fund China Investment Corp a Toronto. Il fondo ha già investitio 1,5 miliardi di dollari + 800 milioni di dollari negli ultimi due anni. Oltre a quello, la Sinopeco ha comprato 9% della Syncrude per 4,6 miliardi di dollari, e 1,7 miliardi per una parte delle Athabasca Oil Sands.

Svezia: La storica azienda automobilistica SAAB sta fallendo. Sono mesi che waltzerano sulle pagine dei giornali perché i fornitori non vengono pagati, mesi che il mitomano Victor Muller, che ha comprato l’azienda solo per salvare la sua azienda olandese Spyker racconta bugia su bugia. I fornitori hanno continuato a lavorare, fidandosi dello storico marchio. Venerdi scorso finalmente è arrivata la non-notizia che non potevano più pagare gli operai. Mancano 35 milioni di corone per gli stipendi. Muller nel frattempo è rimasto solo nel consiglio d’amministrazione. Ha cominciato a trattare con il
criminalefinanziere russo Vladimir Antonov, uno dei piú grandi azionisti di Spyker, ma non voluto dalla banca europea d’investimenti e dal governo svedese. Un salvataggio parziale è arrivato da un’impresa che ha comprato la metà degli azioni della società immobiliare della SAAB per 255 milioni di corone. La metà non venduta è la sicurezza chiesta dal tesoro svedese per un prestito di 280 milioni di corone, dei quali la SAAB ha già ricevuto 217. I debiti ai fornitori ammontano a 75 milioni di corone. I conti non tornano e la gente non compra le macchine SAAB.

Danimarca: È fallita già la seconda banca danese. Qualche mese fa è successo alla Amagerbanken, ora è la Fjordbank Mors, che non riesce a rispettare i requisiti sulla quantità di capitale. Quando è morta la Amagerbanken, la società di rating Moody’s ha abbassato il rating sulle banche danesi. Bisogna ricordarsi che Moody’s e gli altri abbassano il rating sempre solo dopo un crollo, mai prima. Qualcuno potrebbe offendersi. Probabilmente questo ha reso più difficile avere finianziamenti da banche estere, e anche tra banche danesi. Nessuno vuole rimanere con il jack nero. Secondo un giornale danese ben 10 banche danesi potrebbero crollare entro l’anno, con giganteschi ripercussioni diretti sulla popolazione, visto che in Danimarca vige il Bankepakke 3 (perfettamente traducibile direi) che dice che nessuna banca verrà salvata dallo stato.

• Occio alla Svezia. Si dice in rete che ha cominciato lo scoppio della bolla immobiliare. Le vendite di case in tutto il paese stanno rallentando, la gente non si indebita più alla stessa velocità, gli agenti immobiliari tolgono e rimettono più volte lo stesso oggetto per nascondere il fatto che non è stato venduto subito. La solidissima Svezia, l’economia tigre, soffrirà parecchio perché gli svedesi sono tra i più indebitati al mondo. E questo senza avere neanche uno stipendio in banca. I relativamente ricchi operai SAAB per esempio sono in fila alla banca, ora che sono senza lavoro, perché non hanno mai messo via i soldi per le emergenze. I soldi della cassa integrazione ci saranno, ma nel frattempo non possono pagare la luce, perché non hanno neanche 1000 euro in banca. È una malattia svedese, la totale fiducia nel sistema che si prenderà cura di te.

• In Grecia stanno preparando quello che sembra un intervento militare, in quanto vogliono mandare i tanker a proteggere il potere, cioè le banche. Mandano l’esercito perché non ci sono abbastanza poliziotti per fare il lavoro. Dall’Athens News:

“A return to the drachma would mean that the next day banks would be surrounded by people trying to get their money out. The army would have to use tanks to protect (the banks) because there wouldn’t be enough police to do it.”

La Grecia non ha né petrolio, né oro, quindi non ci sarà nessun tipo di intervento da parte della NATO per proteggere la popolazione civile, quando la gente deciderà di attaccare le banche per riuscire a comprare oro prima che sia troppo tardi.

• Ultima cosa: Ovviamente il greggio e la benzina hanno già cominciato a riprendersi. Qualcuno si è messo a fare i conti, che anche con 2 milioni di barili in più al giorno per un mese, non tornano. Scommettiamo che non verranno mai neanche rilasciati i 60 milioni di SPR? Altro che WTI a $90.

SPR e il prezzo del petrolio

E il prezzo del Brent/WTI & co. “crolla”.

Prima i fatti: Il 23 giugno la IEA annuncia  che verranno rilasciati 60 milioni di barili di petrolio sul mercato, gradualmente su un periodo di 30 giorni.

Già ad aprile mi sembra avevano accennato alla possibilità di aprire i rubinetti. La situazione in Libia ogni giorno toglie 1,5 milioni di barili della migliore qualità, le raffinerie in Europa sono sotto stress pesante, a New York ovviamente arriva sempre meno di questa qualità, mentre a Cushing c’è sempre quel maledetto collo di bottiglia del WTI. Nel frattempo sono usciti i numeri BP che dimostravano che nel 2010 abbiamo consumato molto più greggio di quanto veniva prodotto, e che il resto veniva coperto dai cosiddetti liquidi, come l’etanolo prodotto dal granoturco.

Siamo quindi arrivati al punto in cui produciamo un carburante, l’etanolo, spendendo la stessa quantità di energia per la sua produzione, di quanto poi contiene lui stesso.  Ovviamente nella catena di produzione di questo liquido da usare come carburante nei serbatoi degli automezzi, si usa anche il gas e il carbone, che non si possono mettere nel serbatoio. In futuro i serbatoi saranno sempre più importanti della fame.

Almeno 30 dei 60 milioni di barili di riserva strategica rilasciati saranno americani.

Da dove verranno gli altri 30 per ora è un mistero. Giappone (300mln di barili), dubito. Dalla Germania (108), Francia (30) o la Spagna (17)? O forse dalla Corea del Sud (73)? Io non so chi ha il potere di decidere dove verranno aperti i rubinetti.

Il petrolio americano sarà offerto in un unico batch, non gradualmente come detto prima, al miglior offerente. Il prezzo base sarà comunque di $112,78 al barile. Il prezzo alto dipende dal fatto che si tratta di qualità LLS – Light Louisiana Sweet.

Ora il gossip:

La prima cosa che à venuto in mente a tutti è la felicità della Cina di fronte a questa notiziona. Si sa che la Cina ha cominciato con molto ritardo rispetto all’occidente nel creare una propria SPR – Strategic Petroleum Reserve, e che intendono creare una riserva di 3 mesi, secondo l’articolo Reuters citato da ZH.

Solo un anno fa si diceva che la Cina stava creando l’infrastruttura per ben 6 mesi di riserve, non so se queste erano voci, o se hanno deciso che non era un obiettivo raggiungibile. Pare che alla fine del 2010 le loro riserve erano sufficienti per 39 giorni di consumo, questo dopo quattro anni di shopping pesante in giro per il mondo. Il prezzo del petrolio stava diventando insopportabilmente alto. Se ora crolla, buon per loro, perché saranno tra i compratori.

Se succederà così, il petrolio alla fine sarà stato tolto dal suo primo magazzino cioè la roccia, poi immesso in un magazzino americano sempre sotto terra (underground salt caverns), poi tolto da queste salt caverns, trasportati in navi attraverso mezzo mondo, e infine immesso in un magazzino cinese. Si direbbe che siamo disperati.

Anche le Filippine un paio di giorni fa hanno annunciato l’inizio di una riserva strategica, dove le compagnie petrolifere dovranno tenere 15 giorni, e le raffinerie 30 giorni di riserve. E pensa che l’India non ha neanche cominciato ancora.

La seconda cosa che è venuto in mente a tutti è la necessità di Obama di un pool di votanti abbastanza felici per le sue politiche da votarlo ancora. Anche se dovrebbe sapere che ci vogliono -$10 dollari sul barile per abbassare la benzina di miseri 20 centesimi. Una mossa geniale dall’amministrazione che si rifiuta di costruire una pipeline dal Canada (Keystone), e invece apre le riserve strategiche per venderle alla Cina. Nel senso che l’unica scarsità in vista è quella dei voti per Obama.

La terza cosa etc è la possibilità che gli US si preparino a un’altra guerra, o che gli US sappiano di un conflitto in arrivo in un altro paese produttore.

La quarta è che l’Arabia Saudita ha bisogno di buttare fuori l’Iran dal gioco, prima che ad agosto mettono in linea Bushehr.

La quinta è che si tratta di una specie di QE3 in quanto un prezzo più basso del petrolio potrebbe spingere le borse, o almeno tenerle su, proprio ora che il QE2 sta per finire.

Gli altri 30 milioni di barili, se sarebbero rilasciati in Europa, gradualmente, e non venduti in Cina, potrebbero regalarci un momento di sollievo. Se si rilasciano anche solo 500.000 barili al giorno, il sollievo non può durare più di 2 mesi.

Sappiamo anche che l’Arabia Saudita non è riuscita a sostituire il petrolio perso, sia perché non producono le qualità necessarie, sia perché non hanno la capacità di riserva.

C’è quindi una scarsità strutturale

Nel 2008 quando il prezzo è crollato,  centinaia di progetti per l’esplorazione sono stati abbandonati da un giorno all’altro. Questo potrebbe aver rinforzato il problema della scarsità strutturale che stiamo vivendo ora. Se il petrolio si deprezza in continuazione potremmo commettere esattamente lo stesso errore ancora una volta.

Per quanto ho potuto leggere sui vari blog di finanza che frequento, non c’era praticamente un fondo che non fosse long petrolio. Sarà che hanno abbandonato a breve termine queste posizioni, senza comunque scendere sotto i livelli del dicembre 2010, ma torneranno molto presto ad accumulare posizioni long. Perché ora ci sarà di nuovo petrolio da usare come hedge da parte di chi vende i contratti long, mentre prima, appunto, scarseggiava.

Un paio di settimane fa, avevo tirato giù i dati per gli stock americani del petrolio, volevo vedere se esisteva una correlazione prezzo – stoccaggio.

Tracciando il prezzo del WTI contro il settimanale di stoccaggio, escluso il SPR, dal 1986, non ho trovato nessuna correlazione.

Dal 2000 in poi è positiva, ma debole, 0,48:

Quindi quando Reuters esce con un “prices go up on inventory” in realtà non è che a nessuno frega più di tanto di quel inventory.

Mentre per il prezzo del WTI tracciato contro lo Strategic Petroleum Reserve c’è sempre stata un’altissima correlazione, nel senso che il prezzo ha sempre reagito fortemente a cambiamenti nelle riserve:

Storicamente, dal 1986, abbiamo una correlazione di 0,86, altissimo.

Dal 2000 in poi il prezzo del petrolio ha sempre reagito al SPR, anche se meno forte, con una correlazione di 0,8 tra prezzo e quantità di barili nelle riserve.

Ma se guardiamo il grafico sopra, si vede che a gennaio 2004 la relazione tra i due comincia a indebolirsi. Dal 2008 in poi non abbiamo più nessuna correlazione. Non so da che cosa dipende, ma per me è un ulteriore indizio che i mercati si renderanno presto conto di aver reagito troppo velocemente, nel far scendere i prezzi bruscamente.

SPR e il prezzo del petrolio

E il prezzo del Brent/WTI & co. “crolla”.

Prima i fatti: Il 23 giugno la IEA annuncia  che verranno rilasciati 60 milioni di barili di petrolio sul mercato, gradualmente su un periodo di 30 giorni.

Già ad aprile mi sembra avevano accennato alla possibilità di aprire i rubinetti. La situazione in Libia ogni giorno toglie 1,5 milioni di barili della migliore qualità, le raffinerie in Europa sono sotto stress pesante, a New York ovviamente arriva sempre meno di questa qualità, mentre a Cushing c’è sempre quel maledetto collo di bottiglia del WTI. Nel frattempo sono usciti i numeri BP che dimostravano che nel 2010 abbiamo consumato molto più greggio di quanto veniva prodotto, e che il resto veniva coperto dai cosiddetti liquidi, come l’etanolo prodotto dal granoturco.

Siamo quindi arrivati al punto in cui produciamo un carburante, l’etanolo, spendendo la stessa quantità di energia per la sua produzione, di quanto poi contiene lui stesso.  Ovviamente nella catena di produzione di questo liquido da usare come carburante nei serbatoi degli automezzi, si usa anche il gas e il carbone, che non si possono mettere nel serbatoio. In futuro i serbatoi saranno sempre più importanti della fame.

Almeno 30 dei 60 milioni di barili di riserva strategica rilasciati saranno americani.

Da dove verranno gli altri 30 per ora è un mistero. Giappone (300mln di barili), dubito. Dalla Germania (108), Francia (30) o la Spagna (17)? O forse dalla Corea del Sud (73)? Io non so chi ha il potere di decidere dove verranno aperti i rubinetti.

Il petrolio americano sarà offerto in un unico batch, non gradualmente come detto prima, al miglior offerente. Il prezzo base sarà comunque di $112,78 al barile. Il prezzo alto dipende dal fatto che si tratta di qualità LLS – Light Louisiana Sweet.

Ora il gossip:

La prima cosa che à venuto in mente a tutti è la felicità della Cina di fronte a questa notiziona. Si sa che la Cina ha cominciato con molto ritardo rispetto all’occidente nel creare una propria SPR – Strategic Petroleum Reserve, e che intendono creare una riserva di 3 mesi, secondo l’articolo Reuters citato da ZH.

Solo un anno fa si diceva che la Cina stava creando l’infrastruttura per ben 6 mesi di riserve, non so se queste erano voci, o se hanno deciso che non era un obiettivo raggiungibile. Pare che alla fine del 2010 le loro riserve erano sufficienti per 39 giorni di consumo, questo dopo quattro anni di shopping pesante in giro per il mondo. Il prezzo del petrolio stava diventando insopportabilmente alto. Se ora crolla, buon per loro, perché saranno tra i compratori.

Se succederà così, il petrolio alla fine sarà stato tolto dal suo primo magazzino cioè la roccia, poi immesso in un magazzino americano sempre sotto terra (underground salt caverns), poi tolto da queste salt caverns, trasportati in navi attraverso mezzo mondo, e infine immesso in un magazzino cinese. Si direbbe che siamo disperati.

Anche le Filippine un paio di giorni fa hanno annunciato l’inizio di una riserva strategica, dove le compagnie petrolifere dovranno tenere 15 giorni, e le raffinerie 30 giorni di riserve. E pensa che l’India non ha neanche cominciato ancora.

La seconda cosa che è venuto in mente a tutti è la necessità di Obama di un pool di votanti abbastanza felici per le sue politiche da votarlo ancora. Anche se dovrebbe sapere che ci vogliono -$10 dollari sul barile per abbassare la benzina di miseri 20 centesimi. Una mossa geniale dall’amministrazione che si rifiuta di costruire una pipeline dal Canada (Keystone), e invece apre le riserve strategiche per venderle alla Cina. Nel senso che l’unica scarsità in vista è quella dei voti per Obama.

La terza cosa etc è la possibilità che gli US si preparino a un’altra guerra, o che gli US sappiano di un conflitto in arrivo in un altro paese produttore.

La quarta è che l’Arabia Saudita ha bisogno di buttare fuori l’Iran dal gioco, prima che ad agosto mettono in linea Bushehr.

La quinta è che si tratta di una specie di QE3 in quanto un prezzo più basso del petrolio potrebbe spingere le borse, o almeno tenerle su, proprio ora che il QE2 sta per finire.

Gli altri 30 milioni di barili, se sarebbero rilasciati in Europa, gradualmente, e non venduti in Cina, potrebbero regalarci un momento di sollievo. Se si rilasciano anche solo 500.000 barili al giorno, il sollievo non può durare più di 2 mesi.

Sappiamo anche che l’Arabia Saudita non è riuscita a sostituire il petrolio perso, sia perché non producono le qualità necessarie, sia perché non hanno la capacità di riserva.

C’è quindi una scarsità strutturale

Nel 2008 quando il prezzo è crollato,  centinaia di progetti per l’esplorazione sono stati abbandonati da un giorno all’altro. Questo potrebbe aver rinforzato il problema della scarsità strutturale che stiamo vivendo ora. Se il petrolio si deprezza in continuazione potremmo commettere esattamente lo stesso errore ancora una volta.

Per quanto ho potuto leggere sui vari blog di finanza che frequento, non c’era praticamente un fondo che non fosse long petrolio. Sarà che hanno abbandonato a breve termine queste posizioni, senza comunque scendere sotto i livelli del dicembre 2010, ma torneranno molto presto ad accumulare posizioni long. Perché ora ci sarà di nuovo petrolio da usare come hedge da parte di chi vende i contratti long, mentre prima, appunto, scarseggiava.

Un paio di settimane fa, avevo tirato giù i dati per gli stock americani del petrolio, volevo vedere se esisteva una correlazione prezzo – stoccaggio.

Tracciando il prezzo del WTI contro il settimanale di stoccaggio, escluso il SPR, dal 1986, non ho trovato nessuna correlazione.

Dal 2000 in poi è positiva, ma debole, 0,48:

Quindi quando Reuters esce con un “prices go up on inventory” in realtà non è che a nessuno frega più di tanto di quel inventory.

Mentre per il prezzo del WTI tracciato contro lo Strategic Petroleum Reserve c’è sempre stata un’altissima correlazione, nel senso che il prezzo ha sempre reagito fortemente a cambiamenti nelle riserve:

Storicamente, dal 1986, abbiamo una correlazione di 0,86, altissimo.

Dal 2000 in poi il prezzo del petrolio ha sempre reagito al SPR, anche se meno forte, con una correlazione di 0,8 tra prezzo e quantità di barili nelle riserve.

Ma se guardiamo il grafico sopra, si vede che a gennaio 2004 la relazione tra i due comincia a indebolirsi. Dal 2008 in poi non abbiamo più nessuna correlazione. Non so da che cosa dipende, ma per me è un ulteriore indizio che i mercati si renderanno presto conto di aver reagito troppo velocemente, nel far scendere i prezzi bruscamente.

Idee veloci per un crowd funding delle rinnovabili

Spesso si legge sui blog economici e anche qualche volta nei giornali, che uno degli effetti della crisi finanziaria è la difficoltà per le aziende di farsi prestare soldi dalle banche, soprattutto a degli interessi convenienti. Questo potrebbe influire negativamente sugli investimenti nelle energie rinnovabili, flussi che sono comunque molto facili da prevedere e calcolare, oltre a rappresentare un futuro un pochino più sostenibile e migliorare le nostre possibilità di decrescere la società senza troppi dolori nei prossimi decenni.

Quindi sarebbe auspicabile che la gente potesse prendere in mano propria la questione energetica, anche senza agevolazioni statali, ma soprattutto senza interventi del governo, che complicando tutti gli iter mettono bastoni tra le ruote. Gli unici interventi permessi dovrebbero aiutare a superare gli ostacoli tipo NIMBY (Not In My Back Yard).

In un contesto meno burocratico, più favorevole all’imprenditoria, troviamo il metodo di finanziamento dei progetti chiamato “crowd funding”, che funziona sia su scala piccolissima che su scala grandissima. La pagina wiki è piena di esempi di artisti che sono riusciti a finanziare i tour, o il lancio di un nuovo disco, tramite campagne di crowd funding su Internet, ma non vedo perché non dovrebbe funzionare anche con le rinnovabili.

Un esempio potrebbe essere un paio di piccoli comuni agricoli che si mettono insieme per comprare a dei prezzi migliori, l’unione fa la forza, un impianto di energia eolica, o solare. Mentre senza sussidi statali potrebbe non essere una buona idea per un privato a investire nel solare, a meno che non pensa veramente a lungo termine, se si riesce ad avere i vantaggi di scala nel comprare le installazioni, e poi anche vendere l’eccesso di energia, e i certificati di emissione, non dovrebbe essere impossibile portare il progetto a redditività.

Questa soluzione funziona quando a livello comunale ci sono già sia i soldi, che, e soprattutto, le persone capaci di convincere la comunità. Pannelli solari hanno dei tempi d’ammortamento lunghissimi, e tempi lunghi anche per arrivare a redditività, anche se i libri dimostrano utili netti.

Googolando ho trovato solo questo progetto:

Solar Mosaic Oakland, che raccogliendo $500.000 installerà 140KW di pannelli solari sui tetti di sette palazzi del comune di Oakland.

“Now, for the first time, there’s a way for every person in the country to ‘go solar’ by buying tiles in a community solar project.”

Ma è sicuramente solo il primo di molti.

 

Ma se un privato vorrebbe investire nel solare, e non ha i soldi, come fa?

Si potrebbe pensare a una soluzione dove un’impresa solare agisca come banca. La gente riceverebbe interessi EURIBOR a 12 mesi (oggi a 2,148), più di quanto ti da la banca, e la possibilità di guadagnarci qualche cosa se il prezzo dell’elettricità aumenta. Ovviamente non si tratterebbe di conti in banca con la garanzia, quindi l’impresa deve tenere un tasso più alti di liquidità di quanto si permette una banca. Che ne so, 25%?

In questo caso, l’impresa riceve dei soldi a delle condizioni molto favorevoli, e i risparmiatori guadagnano più di quanto prenderebbero mettendo i soldi in banca.

Prima parlavo di scala anche più grande. Li si potrebbe pensare a qualche azienda agricola enorme, magari produttore di latte. Installando un caseificio accanto alle stalle, con pipeline direttamente dai robot si risparmierebbe probabilmente migliaia di km di trasporto su ruote ogni anno. Poi potrebbero usare il calore del latte per il riscaldamento dell’azienda agricola, e costruire “pipeline” anche dalle stalle per  il letame (fertilizzanti), per portarlo direttamente in dei pozzi centralizzati in mezzo ai campi di grano. Da li basterebbe usare dei lunghissimi tubi per collegare questi “pozzi” a dei macchinari per la fertilizzazione. I macchinari devono purtroppo usare un carburante fossile per distribuire il tutto, ma in futuro anche questi potrebbero essere operati da pannelli solari, con un cavo in parallello al tubo del fertilizzante. Ci sono soluzioni innovative, basta cercarli. Tutto questo finanziati da un crowd, in forma di soldi immessi all’attività come se fosse una banca.

Più difficile sarà ricevere i finanziamenti per un’impianto di biogas, che costano parecchio, fino a 2 milioni di euro. Un finanziamento possibile sarebbe dare i propri soldi in cambio a dei buoni per i prodotti dell’azienda, ovviamente se abiti vicino. L’idea rimane quella di costruire un’azienda agricola a grande scala ma a zero uso di fonti fossili.

Una famiglia che compra 4 litri di latte la settimana, spende ca 16 euro al mese, oppure 192 euro all’anno. Con un interesse di 5%, se la famiglia ha investito 1000 euro, riceve indietro 50 euro (bisogna comunque dichiararlo come capitale) oltre alla parte del prestito che deve esser ripagato. Se i termini dicono 10 anni, allora la famiglia prende 150 euro in forma di latte. L’anno dopo 1000-100=900×5% = 45 euro +100 di ammortamento = 145 euro di latte. Etc.

In questo modo ci vogliono 2000 famiglie che investendo 1000 euro a testa fanno in modo che l’azienda agricola più grande della zona possa mettere su quell’impianto a biogas, indubbiamente uno delle nostre fonti future di carburanti.

La buzz word futura da imparare quindi è Crowd Funding.

Segnalatemi pure altre iniziative di crowd funding se ne conoscete qualcuna!

Idee veloci per un crowd funding delle rinnovabili

Spesso si legge sui blog economici e anche qualche volta nei giornali, che uno degli effetti della crisi finanziaria è la difficoltà per le aziende di farsi prestare soldi dalle banche, soprattutto a degli interessi convenienti. Questo potrebbe influire negativamente sugli investimenti nelle energie rinnovabili, flussi che sono comunque molto facili da prevedere e calcolare, oltre a rappresentare un futuro un pochino più sostenibile e migliorare le nostre possibilità di decrescere la società senza troppi dolori nei prossimi decenni.

Quindi sarebbe auspicabile che la gente potesse prendere in mano propria la questione energetica, anche senza agevolazioni statali, ma soprattutto senza interventi del governo, che complicando tutti gli iter mettono bastoni tra le ruote. Gli unici interventi permessi dovrebbero aiutare a superare gli ostacoli tipo NIMBY (Not In My Back Yard).

In un contesto meno burocratico, più favorevole all’imprenditoria, troviamo il metodo di finanziamento dei progetti chiamato “crowd funding”, che funziona sia su scala piccolissima che su scala grandissima. La pagina wiki è piena di esempi di artisti che sono riusciti a finanziare i tour, o il lancio di un nuovo disco, tramite campagne di crowd funding su Internet, ma non vedo perché non dovrebbe funzionare anche con le rinnovabili.

Un esempio potrebbe essere un paio di piccoli comuni agricoli che si mettono insieme per comprare a dei prezzi migliori, l’unione fa la forza, un impianto di energia eolica, o solare. Mentre senza sussidi statali potrebbe non essere una buona idea per un privato a investire nel solare, a meno che non pensa veramente a lungo termine, se si riesce ad avere i vantaggi di scala nel comprare le installazioni, e poi anche vendere l’eccesso di energia, e i certificati di emissione, non dovrebbe essere impossibile portare il progetto a redditività.

Questa soluzione funziona quando a livello comunale ci sono già sia i soldi, che, e soprattutto, le persone capaci di convincere la comunità. Pannelli solari hanno dei tempi d’ammortamento lunghissimi, e tempi lunghi anche per arrivare a redditività, anche se i libri dimostrano utili netti.

Googolando ho trovato solo questo progetto:

Solar Mosaic Oakland, che raccogliendo $500.000 installerà 140KW di pannelli solari sui tetti di sette palazzi del comune di Oakland.

“Now, for the first time, there’s a way for every person in the country to ‘go solar’ by buying tiles in a community solar project.”

Ma è sicuramente solo il primo di molti.

 

Ma se un privato vorrebbe investire nel solare, e non ha i soldi, come fa?

Si potrebbe pensare a una soluzione dove un’impresa solare agisca come banca. La gente riceverebbe interessi EURIBOR a 12 mesi (oggi a 2,148), più di quanto ti da la banca, e la possibilità di guadagnarci qualche cosa se il prezzo dell’elettricità aumenta. Ovviamente non si tratterebbe di conti in banca con la garanzia, quindi l’impresa deve tenere un tasso più alti di liquidità di quanto si permette una banca. Che ne so, 25%?

In questo caso, l’impresa riceve dei soldi a delle condizioni molto favorevoli, e i risparmiatori guadagnano più di quanto prenderebbero mettendo i soldi in banca.

Prima parlavo di scala anche più grande. Li si potrebbe pensare a qualche azienda agricola enorme, magari produttore di latte. Installando un caseificio accanto alle stalle, con pipeline direttamente dai robot si risparmierebbe probabilmente migliaia di km di trasporto su ruote ogni anno. Poi potrebbero usare il calore del latte per il riscaldamento dell’azienda agricola, e costruire “pipeline” anche dalle stalle per  il letame (fertilizzanti), per portarlo direttamente in dei pozzi centralizzati in mezzo ai campi di grano. Da li basterebbe usare dei lunghissimi tubi per collegare questi “pozzi” a dei macchinari per la fertilizzazione. I macchinari devono purtroppo usare un carburante fossile per distribuire il tutto, ma in futuro anche questi potrebbero essere operati da pannelli solari, con un cavo in parallello al tubo del fertilizzante. Ci sono soluzioni innovative, basta cercarli. Tutto questo finanziati da un crowd, in forma di soldi immessi all’attività come se fosse una banca.

Più difficile sarà ricevere i finanziamenti per un’impianto di biogas, che costano parecchio, fino a 2 milioni di euro. Un finanziamento possibile sarebbe dare i propri soldi in cambio a dei buoni per i prodotti dell’azienda, ovviamente se abiti vicino. L’idea rimane quella di costruire un’azienda agricola a grande scala ma a zero uso di fonti fossili.

Una famiglia che compra 4 litri di latte la settimana, spende ca 16 euro al mese, oppure 192 euro all’anno. Con un interesse di 5%, se la famiglia ha investito 1000 euro, riceve indietro 50 euro (bisogna comunque dichiararlo come capitale) oltre alla parte del prestito che deve esser ripagato. Se i termini dicono 10 anni, allora la famiglia prende 150 euro in forma di latte. L’anno dopo 1000-100=900×5% = 45 euro +100 di ammortamento = 145 euro di latte. Etc.

In questo modo ci vogliono 2000 famiglie che investendo 1000 euro a testa fanno in modo che l’azienda agricola più grande della zona possa mettere su quell’impianto a biogas, indubbiamente uno delle nostre fonti future di carburanti.

La buzz word futura da imparare quindi è Crowd Funding.

Segnalatemi pure altre iniziative di crowd funding se ne conoscete qualcuna!

Crude Oil Price Model di Townsend

La questione peak oil sembra facile da capire nel senso che le risorse sono limitate e prima o poi il petrolio finisce. Soltanto che il termine “Peak Oil” ovviamente non si riferisce al punto in cui abbiamo prodotto metà del petrolio, perché come facciamo noi a sapere veramente quanto c’è la sotto? Invece si riferisce al picco della velocità di produzione.

Fino a un certo livello la velocità di produzione aumenta, si raggiunge un picco dove la produzione rimane uguale, da molti interpretati non come picco, ma come plateau, e poi c’è un declino. Alcuni pensano che la parte destra della curva di produzione sarà meno ripida di quella a sinistra, come nella curva di Hubbert, altri studiosi di peak oil più recenti hanno dimostrato che il contrario potrebbe avverarsi, e cioè che il declino della produzione potrebbe avvenire più velocemente che la fase espansiva.

In ogni caso la produzione del petrolio, oltre che dalla geologia, dipende dalla domanda, dalle tecnologie, dal prezzo, dalla politica. Qua comincia a essere già meno semplice, soprattutto perché abbiamo tirato dentro l’economia e le relazioni tra la risorsa naturale petrolio, crescita economica e quello che la gente ne pensa.

Il prezzo del petrolio potrebbe essere l’indicatore che un po’ collega o racchiude tutti i discorsi, e in combinazione a qualche conoscenza su Peak Oil ci può portare a una maggiore comprensione per quanto riguarda lo stato del mondo e possibili sviluppi su piani diversi. Ed è anche per quello che ogni tanto mi occupo del prezzo del petrolio, e cerco di collegare scenari e fare prognosi, un bel sinonimo di “indovinare”, lo sport prediletto di tutti che si occupano di finanza (e quelli come me che si interessano del futuro).

Ho recentemente scoperto un signore che questo mestiere lo fa molto bene, si chiama Erik Townsend, e ha partecipato alla conferenza ASPO a Bruxelles in aprile. Townsend ha prodotto un video, scaricabile in due parti dalla sua homepage , dove ha strutturato il tutto e diviso il processo Peak Oil in tre parti, come sotto:

ACH sta per “Anything Could Happen” ed è li che ci troviamo ora. Townsend sviluppa questo concetto nel suo discorso e aggiunge anche la sua opinione per quanto riguarda i tempi di durata delle varie finestre.

Crescita economica è dipendente da un’offerta sempre crescente di energia a basso costo. Quella è già finita come crediamo di sapere, il che risulta in un nuovo stato normale con decrescita, che sostituisce lo stato normale di crescita degli ultimi 150 anni. Townsend illustra il concetto qualitativamente nell’immagine sotto.

I campi grigi rappresentano recessioni.

Fino a Peak Oil abbiamo crescita economica interrotta brevemente dalle recessioni. Dopo Peak Oil vale il contrario, cioè lunghi periodi di decrescita economica interrotta da brevi periodi espansivi. Il trend della crescita economica sarà quindi sostituita da uno di contrazione economica (recessioni, depressioni) fino a quando non raggiungiamo il periodo chiamato “Solution Window”.

Secondo Townsend ci troviamo soltanto qualche anno distante dal ”Crisis Window”, quando assisteremo al grande risveglio, anche se sarà un processo graduale. Infatti, già nel 2010 abbiamo letto documento dopo documento liberamente accessibile in rete da enti ed organizzazioni più che credibili, come la Bundeswehr, il Pentagono, la Lloyd’s, insieme a delle interviste importanti nei mainstream media francesi e americani. Un tipping point?

Durante tutto il periodo chiamato “Crisis Window” il prezzo del petrolio sarà molto volatile impossibilitando ogni tipo di pianificazione a lungo termine. In effetti E.T. sconsiglia da tutti gli investimenti perché il timing sarà troppo difficile.

L’idea semplice che scarsità permanente di petrolio causerà prezzi permanentemente alti non regge. Secondo lui, chi scommette su dei prezzi estremamente alti, intorno ai 300$/bbl non fa conto con quello che George Soros chiama reflexivity. L’economia globale semplicemente non può sostenere prezzi talmente alti, e quindi le regole verranno cambiate prima che si raggiungino quei livelli, un cosiddetto “game changer”.

Non ho nessun dubbio che i governi di tutto il mondo riscriveranno a modo loro le leggi, in questo caso sull’energia, quando diventerà necessario da un loro punto di vista. Dopottutto è già successo prima, come quando negli USA hanno vietato ai privati di possedere materiali essenziali alla produzione di prodotti bellici quando sono stati tirati dentro WWII, o come quando Hitler ha deciso che i privati non potevano comprare l’oro. Tutto legale, sotto un dictat di sicurezza nazionale. Recentemente, e descritto da me, c’era la Russia che a luglio l’anno scorso ha vietato l’esportazione di grano.  Anche l’Export Land Model ci dice che un esportatore potrebbe preferire sussidiare il petrolio nazionalmente per assecondare una popolazione in crescita, invece di rispettare i prezzi di mercato e quindi esportare, togliendo petrolio alla parte della popolazione che non se lo può permettere.

Townsend non è comunque l’unico ad aver fatto questa previsione. Anche l’IMF ha paura di effetti non-lineari, come già letto nel loro World Energy Outlook, e descritto per esempio nel Energybulletin. È semplicemente molto facile da seguire e capire.  The Oil Drum&co. sono fonti fantastici di informazioni, ricerche, e studi per quanto riguarda il casino energetico nel prossimo futuro, ma come al solito è un investitore che riesce a rendere il tutto comprensibile e interessante a un pubblico più vasto.

Crude Oil Price Model di Townsend

La questione peak oil sembra facile da capire nel senso che le risorse sono limitate e prima o poi il petrolio finisce. Soltanto che il termine “Peak Oil” ovviamente non si riferisce al punto in cui abbiamo prodotto metà del petrolio, perché come facciamo noi a sapere veramente quanto c’è la sotto? Invece si riferisce al picco della velocità di produzione.

Fino a un certo livello la velocità di produzione aumenta, si raggiunge un picco dove la produzione rimane uguale, da molti interpretati non come picco, ma come plateau, e poi c’è un declino. Alcuni pensano che la parte destra della curva di produzione sarà meno ripida di quella a sinistra, come nella curva di Hubbert, altri studiosi di peak oil più recenti hanno dimostrato che il contrario potrebbe avverarsi, e cioè che il declino della produzione potrebbe avvenire più velocemente che la fase espansiva.

In ogni caso la produzione del petrolio, oltre che dalla geologia, dipende dalla domanda, dalle tecnologie, dal prezzo, dalla politica. Qua comincia a essere già meno semplice, soprattutto perché abbiamo tirato dentro l’economia e le relazioni tra la risorsa naturale petrolio, crescita economica e quello che la gente ne pensa.

Il prezzo del petrolio potrebbe essere l’indicatore che un po’ collega o racchiude tutti i discorsi, e in combinazione a qualche conoscenza su Peak Oil ci può portare a una maggiore comprensione per quanto riguarda lo stato del mondo e possibili sviluppi su piani diversi. Ed è anche per quello che ogni tanto mi occupo del prezzo del petrolio, e cerco di collegare scenari e fare prognosi, un bel sinonimo di “indovinare”, lo sport prediletto di tutti che si occupano di finanza (e quelli come me che si interessano del futuro).

Ho recentemente scoperto un signore che questo mestiere lo fa molto bene, si chiama Erik Townsend, e ha partecipato alla conferenza ASPO a Bruxelles in aprile. Townsend ha prodotto un video, scaricabile in due parti dalla sua homepage , dove ha strutturato il tutto e diviso il processo Peak Oil in tre parti, come sotto:

ACH sta per “Anything Could Happen” ed è li che ci troviamo ora. Townsend sviluppa questo concetto nel suo discorso e aggiunge anche la sua opinione per quanto riguarda i tempi di durata delle varie finestre.

Crescita economica è dipendente da un’offerta sempre crescente di energia a basso costo. Quella è già finita come crediamo di sapere, il che risulta in un nuovo stato normale con decrescita, che sostituisce lo stato normale di crescita degli ultimi 150 anni. Townsend illustra il concetto qualitativamente nell’immagine sotto.

I campi grigi rappresentano recessioni.

Fino a Peak Oil abbiamo crescita economica interrotta brevemente dalle recessioni. Dopo Peak Oil vale il contrario, cioè lunghi periodi di decrescita economica interrotta da brevi periodi espansivi. Il trend della crescita economica sarà quindi sostituita da uno di contrazione economica (recessioni, depressioni) fino a quando non raggiungiamo il periodo chiamato “Solution Window”.

Secondo Townsend ci troviamo soltanto qualche anno distante dal ”Crisis Window”, quando assisteremo al grande risveglio, anche se sarà un processo graduale. Infatti, già nel 2010 abbiamo letto documento dopo documento liberamente accessibile in rete da enti ed organizzazioni più che credibili, come la Bundeswehr, il Pentagono, la Lloyd’s, insieme a delle interviste importanti nei mainstream media francesi e americani. Un tipping point?

Durante tutto il periodo chiamato “Crisis Window” il prezzo del petrolio sarà molto volatile impossibilitando ogni tipo di pianificazione a lungo termine. In effetti E.T. sconsiglia da tutti gli investimenti perché il timing sarà troppo difficile.

L’idea semplice che scarsità permanente di petrolio causerà prezzi permanentemente alti non regge. Secondo lui, chi scommette su dei prezzi estremamente alti, intorno ai 300$/bbl non fa conto con quello che George Soros chiama reflexivity. L’economia globale semplicemente non può sostenere prezzi talmente alti, e quindi le regole verranno cambiate prima che si raggiungino quei livelli, un cosiddetto “game changer”.

Non ho nessun dubbio che i governi di tutto il mondo riscriveranno a modo loro le leggi, in questo caso sull’energia, quando diventerà necessario da un loro punto di vista. Dopottutto è già successo prima, come quando negli USA hanno vietato ai privati di possedere materiali essenziali alla produzione di prodotti bellici quando sono stati tirati dentro WWII, o come quando Hitler ha deciso che i privati non potevano comprare l’oro. Tutto legale, sotto un dictat di sicurezza nazionale. Recentemente, e descritto da me, c’era la Russia che a luglio l’anno scorso ha vietato l’esportazione di grano.  Anche l’Export Land Model ci dice che un esportatore potrebbe preferire sussidiare il petrolio nazionalmente per assecondare una popolazione in crescita, invece di rispettare i prezzi di mercato e quindi esportare, togliendo petrolio alla parte della popolazione che non se lo può permettere.

Townsend non è comunque l’unico ad aver fatto questa previsione. Anche l’IMF ha paura di effetti non-lineari, come già letto nel loro World Energy Outlook, e descritto per esempio nel Energybulletin. È semplicemente molto facile da seguire e capire.  The Oil Drum&co. sono fonti fantastici di informazioni, ricerche, e studi per quanto riguarda il casino energetico nel prossimo futuro, ma come al solito è un investitore che riesce a rendere il tutto comprensibile e interessante a un pubblico più vasto.

Effetto referendum e le rinnovabili in Italia

Visto che le rinnovabili possono vincere solo quando le <ironia>energie vere e proprie<ironia/> perdono, ci si poteva aspettare che l’abolizione del piano energetico nazionale fosse bullish per le aziende italiane delle rinnovabili quotate in borsa. E infatti, così è stato. Su alcune l’effetto referendum era anche più forte che l’effetto Merkel.

Azienda Dal 13/6 mattina al 14/6 chiusura, %
Kerself , KRS.MI 8,54
Greenvision Ambiente, VISA.MI 4,22
EEMS, EEMS.MI 4,31
Pramac, PRAM.MI 5,82
Terni Energia, TRNI.MI 2,07
Beghelli, BE.MI 3,33
Kinexia, KINX.MI 2,73
Alerion, ARN.MI 1,33
Ergycapital, ECY.MI 11,59
KR Energy, KAIT.MI 8,95
Enel Green Power, EGPW.MI 1,56
Falck Renewables, AA4.MI 0,68

Tutti quanti hanno reagito con un salto di gioia. Si sono però dimenticati, e fra poco se lo ricorderanno, che saltando il PNE, anche il futuro delle rinnovabili è tutto da riscrivere.  Speriamo che si mettono a scrivere entro breve, perché per alcuni pochi versi l’Italia sembrava finalmente sulla strada giusta.

L’Italia ha investito qualcosa in più nelle energie rinnovabili l’anno scorso rispetto alla media mondiale, e il consumo totale di rinnovabili è arrivato a ca 17Mtoe, quasi il 10% del consumo di energia totale.

Dal 1990 in poi le rinnovabili non-idro cominciano lentamente a crescere. L’anno scorso, nel 2010, solare, eolico etc sono aumentati di 22% e costituiscono ormai un terzo delle rinnovabili totali, e più di 3% del consumo di energia primaria totale.

Il consumo delle rinnovabili non è mai cresciuto così tanto prima, l’ultimo record era del 2003 con il 19%. A dire la verità, era dal 2004 che l’Italia non investiva al ritmo globale:

Neanche il prezzo del petrolio in forte crescita è riuscito a spingere gli investimenti nelle rinnovabili oltre il 9-10% durante i 5 anni precedenti il 2010. Ma grazie agli investimenti fatti negli anni 90, il consumo di energia da fonti rinnovabili non-idro in Italia negli ultimi venti anni è comunque cresciuto di 622%, mentre la cifra mondiale è di 463% (senza Italia, 459%).

Purtroppo, vista la notevole crescita del consumo di energia primaria di 116% dal 1965 ad oggi, ovvero da 79Mtoe a 172Mtoe,

anche la crescita delle rinnovabili di 6centoerotti% negli ultimi 20 anni non ci arriva. La percentuale delle rinnovabili in Italia, idroelettrico incluso, è decisamente più bassa oggi che nel 1965:

Da più di 13% nel 1965 a meno di 10% oggi.

Per fare in modo che quei 17Mtoe di rinnovabili che consumiamo oggi rappresentino di nuovo il 13% del consumo totale, dovremmo con qualche sforzo e parecchi sacrifici tornare a consumare 122 Mtoe, cioè il livello del 1971. Si può fare, non era certo il medioevo nel 1971. Bell’anno tra l’altro, ci sono nata.

In alternativa, calcolando con 5% di crescita delle rinnovabili, e 1% di contrazione del consumo totale, arrivo al 2015 con 163 Mtoe di consumo di energia, di cui 21 sono rinnovabili, sia idro che tutti gli altri. Il 13%. 163 Mtoe sarebbero il livello del 1997. Ancora meno medioevale del 1971. Scommetto che avevi già scartato la Uno della nonna per un modello con più impatto.

Ridurre i nostri consumi fino ad un livello di 14 anni fa non sarà impossibile. Soprattutto perché in realtà ci troviamo già al livello del 1995, se guardiamo il consumo di energia pro capite in Italia. Siamo sulla buona strada verso uno scenario Olduvai. Il consumo di energia primaria pro capite ha piccato nel 2004, un anno prima del picco del consumo massimo, ed è ora al livello del 1995, di 2,85 toe all’anno.

I dati per la popolazione sono di Istat.

Il piccolo gancio in sù del 2010 è destinato a invertire e continuare in giù, a meno che non ci sia stata da dicembre in poi una brusca frenata alla crescita della popolazione, in combinazione ad un aumento della produzione industriale, e un aumento del traffico automobilistico. Altrimenti, e sono convinta che sarà così, ci saranno meno iPad per tutti.

Effetto referendum e le rinnovabili in Italia

Visto che le rinnovabili possono vincere solo quando le energie vere e proprie perdono, ci si poteva aspettare che l’abolizione del piano energetico nazionale fosse bullish per le aziende italiane delle rinnovabili quotate in borsa. E infatti, così è stato. Su alcune l’effetto referendum era anche più forte che l’effetto Merkel.

Azienda Dal 13/6 mattina al 14/6 chiusura, %
Kerself , KRS.MI 8,54
Greenvision Ambiente, VISA.MI 4,22
EEMS, EEMS.MI 4,31
Pramac, PRAM.MI 5,82
Terni Energia, TRNI.MI 2,07
Beghelli, BE.MI 3,33
Kinexia, KINX.MI 2,73
Alerion, ARN.MI 1,33
Ergycapital, ECY.MI 11,59
KR Energy, KAIT.MI 8,95
Enel Green Power, EGPW.MI 1,56
Falck Renewables, AA4.MI 0,68

Tutti quanti hanno reagito con un salto di gioia. Si sono però dimenticati, e fra poco se lo ricorderanno, che saltando il PNE, anche il futuro delle rinnovabili è tutto da riscrivere.  Speriamo che si mettono a scrivere entro breve, perché per alcuni pochi versi l’Italia sembrava finalmente sulla strada giusta.

L’Italia ha investito qualcosa in più nelle energie rinnovabili l’anno scorso rispetto alla media mondiale, e il consumo totale di rinnovabili è arrivato a ca 17Mtoe, quasi il 10% del consumo di energia totale.

Dal 1990 in poi le rinnovabili non-idro cominciano lentamente a crescere. L’anno scorso, nel 2010, solare, eolico etc sono aumentati di 22% e costituiscono ormai un terzo delle rinnovabili totali, e più di 3% del consumo di energia primaria totale.

Il consumo delle rinnovabili non è mai cresciuto così tanto prima, l’ultimo record era del 2003 con il 19%. A dire la verità, era dal 2004 che l’Italia non investiva al ritmo globale:

Neanche il prezzo del petrolio in forte crescita è riuscito a spingere gli investimenti nelle rinnovabili oltre il 9-10% durante i 5 anni precedenti il 2010. Ma grazie agli investimenti fatti negli anni 90, il consumo di energia da fonti rinnovabili non-idro in Italia negli ultimi venti anni è comunque cresciuto di 622%, mentre la cifra mondiale è di 463% (senza Italia, 459%).

Purtroppo, vista la notevole crescita del consumo di energia primaria di 116% dal 1965 ad oggi, ovvero da 79Mtoe a 172Mtoe,

anche la crescita delle rinnovabili di 6centoerotti% negli ultimi 20 anni non ci arriva. La percentuale delle rinnovabili in Italia, idroelettrico incluso, è decisamente più bassa oggi che nel 1965:

Da più di 13% nel 1965 a meno di 10% oggi.

Per fare in modo che quei 17Mtoe di rinnovabili che consumiamo oggi rappresentino di nuovo il 13% del consumo totale, dovremmo con qualche sforzo e parecchi sacrifici tornare a consumare 122 Mtoe, cioè il livello del 1971. Si può fare, non era certo il medioevo nel 1971. Bell’anno tra l’altro, ci sono nata.

In alternativa, calcolando con 5% di crescita delle rinnovabili, e 1% di contrazione del consumo totale, arrivo al 2015 con 163 Mtoe di consumo di energia, di cui 21 sono rinnovabili, sia idro che tutti gli altri. Il 13%. 163 Mtoe sarebbero il livello del 1997. Ancora meno medioevale del 1971. Scommetto che avevi già scartato la Uno della nonna per un modello con più impatto.

Ridurre i nostri consumi fino ad un livello di 14 anni fa non sarà impossibile. Soprattutto perché in realtà ci troviamo già al livello del 1995, se guardiamo il consumo di energia pro capite in Italia. Siamo sulla buona strada verso uno scenario Olduvai. Il consumo di energia primaria pro capite ha piccato nel 2004, un anno prima del picco del consumo massimo, ed è ora al livello del 1995, di 2,85 toe all’anno.

I dati per la popolazione sono di Istat.

Il piccolo gancio in sù del 2010 è destinato a invertire e continuare in giù, a meno che non ci sia stata da dicembre in poi una brusca frenata alla crescita della popolazione, in combinazione ad un aumento della produzione industriale, e un aumento del traffico automobilistico. Altrimenti, e sono convinta che sarà così, ci saranno meno iPad per tutti.