Archive | maggio 2011

L’effetto Merkel sulle rinnovabili

Le aziende impegnate nelle energie rinnovabili in Italia ultimamente non hanno avuto i tempi facili. La mossa della Merkel dovrebbe però creargli qualche speranza, visto che non è possibile che abbiano messo una data così netta, il 2022, per la fine del nucleare, senza che ci sia una briciola di strategia dietro. Sono sempre tedeschi.

Sono riuscita a trovare queste aziende quotate:

  •  Kerself
  •  Greenvision Ambiente
  •  EEMS
  •  Terni Energia
  •  Pramac
  •  Beghelli
  • Enel Green Power
  • Kinexia
  •  KR Energy
  •  Alerion
  • Erg Renewable
  •  Ergycapital
  • Falck Renewables

Vediamo come hanno reagito alla notizia che la Germania toglierà dal mercato una bella fetta di gas e nucleare, con indubbi rincari per l’elettricità europea. In particolare il segmento dei pannelli solari finora ha vissuto a tempo prestato, visto che è totalmente dipendente da sussidi fatti a privati e imprese per le installazioni. Sussidi che soprattutto in un paese PIGS come la Spagna non ha nessun futuro. Quindi se i prezzi dell’elettricità dovessero aumentare di moltissimo potrebbe finalmente diventare redditizio installare pannelli senza questi sussidi, in particolare per attori grandi che installano interi parchi solari ed eolici.

Ora, non sto dicendo di andare a investire in queste aziende, ognuno è responsabile da solo per le proprie finanze, a me interessa solo vedere se hanno reagito alla notiziona di ieri.

Potrebbe anche essere una buona idea investire nelle terre rare, specificamente quelle pesanti, senza le quale non si costruiscono né pannelli, né turbine, né batterie. Si tratta di per esempio terbium, dysprosium, yttrium, lutetium, neodymium e gadolinium. La sporca e costosa produzione delle RE come sappiamo avviene per il 97% in Cina, che ha deciso di non venderli più all’estero. Miniere occidentali ci saranno credo fra 5 anni al più presto.

L’andamento da ieri/venerdi ovviamente influenza anche l’andamento a lungo termine.

Azienda 1 anno % 1 mese % Da venerdi 27 a martedi 31 maggio % Chiusura 31 maggio €
Kerself , KRS.MI -40,90 -10.71 21 2,73
Greenvision Ambiente, VISA.MI 13,95 10,36 7 4,96
EEMS, EEMS.MI -10,06 -9,67 5,9 1,26
Pramac, PRAM.MI -20,69 -2,72 8,5 1,08
Terni Energia, TRNI.MI -2,72 -6,52 5,9 3,55
Beghelli, BE.MI -4,66 -7,63 1,6 0,63
Kinexia, KINX.MI -29,47 1,38 1,9 1,90
Alerion, ARN.MI -7,03 -2,05 -2,3 5,35
Erg Renew, ENRT.MI 24 0 0 0,97
Ergycapital, ECY.MI -33 0 2,4 0,44
KR Energy, KAIT.MI 0 -9,8 5,7 0,55
Enel Green Power, EGPW.MI 21 dalla quotazione a novembre 2010 -2,5 6,0 1,94
Falck Renewables, AA4.MI -36 -5,8 5,6 1,47

Quasi tutti in perdita sull’anno, tranne Enel Green Power che a metà aprile aveva raggiunto 2,05€, poi di nuovo in discesa, e la Greenvision che opera nel futuro sicuro con il concetto Spazzatura-in-Energia. La spazzatura vale molto, dimostrato dalla svedese Hem della regione Halland che sta cercando di comprarsi la spazzatura napoletana.

Rispetto a chiusura venerdi sono tutti in aumento, con la Alerion la sola eccezione. Direi che l’effetto Merkel c’è stata.

Alerion:  è un caso particolare, perché prima del 9 maggio veniva scambiato a 0,55 euro, e dopo il 9 maggio a 5,70€, un bel salto di 930%.  La trimestrale è uscita solo il 12 maggio. Sono passati da un risultato netto di -200mila€ a +9milioni€ in un anno. Buon per loro! , ovvero il consiglio d’amministrazione. Quindi il risultato negativino degli ultimi giorni sono ancora prese di profitto.

Segnalatemi altre aziende quotate che operano nelle rinnovabili, così li inserisco.

Nucleare in Germania e la tua bolletta

La Germania ha deciso di non avvalersi più dell’energia nucleare dopo il 2022. Almeno questo vorrebbe la coalizione che attualmente governa il paese. Solo che i quattro grandi fornitori di energia alla Germania, tra cui la svedese Vattenfall (gli altri sono E.On, RWE e EnBW) avranno problemi giganteschi a sostituire l’energia mancante. Vattenfall per esempio potrebbe anche fare bancarotta, visto che ha fatto enormi investimenti nel nucleare tedesco. Il paese si terrà giusto una centrale, in modo stand-by, per salvare la fornitura di elettricità dai colli di bottiglia. Tenere una centrale nucleare in stand-by costa almeno 50 milioni di € all’anno.

Il futuro tedesco per l’energia sarà invece molto più fossile di oggi, rendendosi ancora più dipendente dalla Russia. Solo che l’orso fra pochi anni non sarà più in grado di soddisfare la domanda europea di idrocarburi, ancora meno di sostituire il nucleare europeo. Nella tesi di uno studente di Aleklett viene descritto come l’Europa deve aumentare l’importazione di gas naturale del 90% fino al 2030, principalmente dalla Russia e dalla Norvegia. I calcoli danno che la Norvegia avrà il peak gas nel 2020, e la Russia nel 2035. Per il 2030 la produzione norvegese sarà in forte declino, alcune stime parlano di 20 bcm meno di oggi, quindi da li non potranno arrivare le quantità di cui abbiamo bisogno. Dalla Russia arriveranno forse il 45% in più. La eventuale crescente capacità esportativa della Russia, da per esempio le isole Sakhalin, andrà verso Cina e altri paesi asiatici in espansione, non verso l’Europa.

Quindi la decisione tedesca si traduce in carbone, un’altra di quelle materie prime che continua ad apprezzarsi, tra l’altro senza dimostrare nessuna debolezza, come avviene per gas e petrolio.

Nel 2005 è stato introdotto in Europa il sistema dei diritti di emissioni che sarà ulteriormente esteso nel 2013. Finora gli impianti di produzione di energia elettrica hanno ricevuto a gratis i loro diritti, uno dei fattori che hanno aumentato le bollette a tutti i cittadini europei, mentre i produttori riuscivano ad aumentare i margini. Fra due anni invece i giganti dell’elettricità dovranno pagare i diritti, e sarà la fine dei loro guadagni, se non raddoppiano ancora la nostre bollette.

Se prendiamo l’esempio della Vattenfall si vede che nel 2010 ha emesso ca 91 milioni di tonnellate di CO2. La statale svedese sta costruendo altre due impianti a carbone in Germania, e saranno altre 15 milioni di tonnellate. I diritti di emissione vengono ora scambiati a ca 18,50 euro/tonnellata. 106 Mtonnellate x 18,50 euro = 1.961.000.000 € ovvero 1,9 miliardi di Euro solo per emettere CO2. Operating income del gigante svedese era di 1,3 miliardi per le stesse aree di attività. Lascio al lettore calcolare cosa significa per la sua propria bolletta, ovviamente andandosi a cercare questi stessi dati per l’Italia. Forse lo farò io più avanti. Una stima timida potrebbe essere un raddoppiamento da qua al 2020.

E comunque avremo peak coal nel 2025.

Io penso che la decisione tedesca verrà disfatta, perché significa anche un enorme contrattempo per il clima. Ogni TWh prodotta dal nucleare che deve essere sostituito da idrocarburi, emette un’altra tonnellata di CO2.

E per chi non mi crede, dicendo che verrà tutto sostituito dalle tecnologie nuove, ho come al solito prodotto un grafico:

Per sostituire il nucleare la Germania comprerà energia nucleare dalla Francia, e gas naturale dalla Russia. Per quanto riguarda l’eolico on-shore hanno già sfruttato al massimo il territorio la dove il vento c’è.

Nucleare in Germania e la tua bolletta

La Germania ha deciso di non avvalersi più dell’energia nucleare dopo il 2022. Almeno questo vorrebbe la coalizione che attualmente governa il paese. Solo che i quattro grandi fornitori di energia alla Germania, tra cui la svedese Vattenfall (gli altri sono E.On, RWE e EnBW) avranno problemi giganteschi a sostituire l’energia mancante. Vattenfall per esempio potrebbe anche fare bancarotta, visto che ha fatto enormi investimenti nel nucleare tedesco. Il paese si terrà giusto una centrale, in modo stand-by, per salvare la fornitura di elettricità dai colli di bottiglia. Tenere una centrale nucleare in stand-by costa almeno 50 milioni di € all’anno.

Il futuro tedesco per l’energia sarà invece molto più fossile di oggi, rendendosi ancora più dipendente dalla Russia. Solo che l’orso fra pochi anni non sarà più in grado di soddisfare la domanda europea di idrocarburi, ancora meno di sostituire il nucleare europeo. Nella tesi di uno studente di Aleklett viene descritto come l’Europa deve aumentare l’importazione di gas naturale del 90% fino al 2030, principalmente dalla Russia e dalla Norvegia. I calcoli danno che la Norvegia avrà il peak gas nel 2020, e la Russia nel 2035. Per il 2030 la produzione norvegese sarà in forte declino, alcune stime parlano di 20 bcm meno di oggi, quindi da li non potranno arrivare le quantità di cui abbiamo bisogno. Dalla Russia arriveranno forse il 45% in più. La eventuale crescente capacità esportativa della Russia, da per esempio le isole Sakhalin, andrà verso Cina e altri paesi asiatici in espansione, non verso l’Europa.

Quindi la decisione tedesca si traduce in carbone, un’altra di quelle materie prime che continua ad apprezzarsi, tra l’altro senza dimostrare nessuna debolezza, come avviene per gas e petrolio.

Nel 2005 è stato introdotto in Europa il sistema dei diritti di emissioni che sarà ulteriormente esteso nel 2013. Finora gli impianti di produzione di energia elettrica hanno ricevuto a gratis i loro diritti, uno dei fattori che hanno aumentato le bollette a tutti i cittadini europei, mentre i produttori riuscivano ad aumentare i margini. Fra due anni invece i giganti dell’elettricità dovranno pagare i diritti, e sarà la fine dei loro guadagni, se non raddoppiano ancora la nostre bollette.

Se prendiamo l’esempio della Vattenfall si vede che nel 2010 ha emesso ca 91 milioni di tonnellate di CO2. La statale svedese sta costruendo altre due impianti a carbone in Germania, e saranno altre 15 milioni di tonnellate. I diritti di emissione vengono ora scambiati a ca 18,50 euro/tonnellata. 106 Mtonnellate x 18,50 euro = 1.961.000.000 € ovvero 1,9 miliardi di Euro solo per emettere CO2. Operating income del gigante svedese era di 1,3 miliardi per le stesse aree di attività. Lascio al lettore calcolare cosa significa per la sua propria bolletta, ovviamente andandosi a cercare questi stessi dati per l’Italia. Forse lo farò io più avanti. Una stima timida potrebbe essere un raddoppiamento da qua al 2020.

E comunque avremo peak coal nel 2025.

Io penso che la decisione tedesca verrà disfatta, perché significa anche un enorme contrattempo per il clima. Ogni TWh prodotta dal nucleare che deve essere sostituito da idrocarburi, emette un’altra tonnellata di CO2.

E per chi non mi crede, dicendo che verrà tutto sostituito dalle tecnologie nuove, ho come al solito prodotto un grafico:

Per sostituire il nucleare la Germania comprerà energia nucleare dalla Francia, e gas naturale dalla Russia. Per quanto riguarda l’eolico on-shore hanno già sfruttato al massimo il territorio la dove il vento c’è.

La barbara reliquia

Uno degli effetti dei downgrade della Grecia, Italia etc con aumenti degli interessi dei bond sovrani a seguito è che il prezzo dell’oro aumenta. Questo metallo, stranamento ancora non toccato da “margin hikes” che butterebbero fuori attori con meno liquidità, ha appena superato l’ultimo all time high in euro al kg. Dopo aver toccato i 35.000 €/kg è sceso di poco, siamo ora intorno ai 34.800.

Rispetto a venerdi scorso, le sterline da confinvest costano 5€ di più.

In un mondo sempre più surreale ci si mette anche la Comunità Europea in forma del “Economic and Monetary Affairs Committee of the European Parliament” a dichiarare ufficialmente che l’Euro è robetta, accettando l’oro come collaterale, e praticamente smentendo tutti quelli che da quasi cento anni insistono che l’oro sia una barbara reliquia – In truth, the gold standard is already a barbarous relicJohn Maynard Keynes, Monetary Reform (1924), p. 172.

Yesterday’s unanimous agreement by the European Parliament’s Committee on Economic and Monetary Affairs (ECON) to allow central counterparties to accept gold as collateral, under the European Market Infrastructure Regulation (EMIR), is further recognition of gold’s growing relevance as a high quality liquid asset.

Se poi scambiamo “allow” – “permettere”, con un “costringere”, la frase acquista un nuovo significato. Meglio confiscare tutto l’oro dei PIGS prima che loro escano dall’Euro, in modo di non permetterli di creare nuove valute basate sull’oro.

Normalmente un paese può creare dei bond sovrani, poi comprati di istituti finanziari che cercano ritorni alti, usando i bond comprati come collaterale per prestiti dalla BCE. Ora però la BCE minaccia di non accettare più i bond greci come collaterale, ma accetterà volentieri il loro oro. Tanto si dice in rete che l’oro greco già non si trova più su suolo greco, ma da UBS o Bank of England.

La barbara reliquia

Uno degli effetti dei downgrade della Grecia, Italia etc con aumenti degli interessi dei bond sovrani a seguito è che il prezzo dell’oro aumenta. Questo metallo, stranamento ancora non toccato da “margin hikes” che butterebbero fuori attori con meno liquidità, ha appena superato l’ultimo all time high in euro al kg. Dopo aver toccato i 35.000 €/kg è sceso di poco, siamo ora intorno ai 34.800.

Rispetto a venerdi scorso, le sterline da confinvest costano 5€ di più.

In un mondo sempre più surreale ci si mette anche la Comunità Europea in forma del “Economic and Monetary Affairs Committee of the European Parliament” a dichiarare ufficialmente che l’Euro è robetta, accettando l’oro come collaterale, e praticamente smentendo tutti quelli che da quasi cento anni insistono che l’oro sia una barbara reliquia – In truth, the gold standard is already a barbarous relicJohn Maynard Keynes, Monetary Reform (1924), p. 172.

Yesterday’s unanimous agreement by the European Parliament’s Committee on Economic and Monetary Affairs (ECON) to allow central counterparties to accept gold as collateral, under the European Market Infrastructure Regulation (EMIR), is further recognition of gold’s growing relevance as a high quality liquid asset.

Se poi scambiamo “allow” – “permettere”, con un “costringere”, la frase acquista un nuovo significato. Meglio confiscare tutto l’oro dei PIGS prima che loro escano dall’Euro, in modo di non permetterli di creare nuove valute basate sull’oro.

Normalmente un paese può creare dei bond sovrani, poi comprati di istituti finanziari che cercano ritorni alti, usando i bond comprati come collaterale per prestiti dalla BCE. Ora però la BCE minaccia di non accettare più i bond greci come collaterale, ma accetterà volentieri il loro oro. Tanto si dice in rete che l’oro greco già non si trova più su suolo greco, ma da UBS o Bank of England.

Lista di roba da vendere

E via zerohedge oggi la lista dei beni dello stato greco che saranno svenduti:

• The concession of ports and airports with long-term contracts
• The extension of concession period for Athens International Airport
• The sale of a stake of Public Gas Corporation
• The sale of a 49% stake of Casino Mont Parnes
• The privatization of state lotteries through concessions
• Finding a strategic investor in Hellenic Post
• The sale of a stake of OTE, Hellenic Defense Systems and Larko
• Renewal of OPAP’s licenses
• Licenses for online betting and “slots”
• The concession of Egnatia Odos
• The sale of TRAINOSE
• The sale of state stakes in banks (Hellenic Postbank, ATEbank, Consignment and Loans Fund)
• The privatization of water supply companies (EYDAP, EYATH)

Il tutto a 15 miliardi di Euro.

Quindi vendono il gas, l’acqua, le ferrovie (trainose), porti e aeroporti, a 15 miliardi di euro che sono neanche il 10% di quello che devono le banche greche all’estero, oppure solo il 3,3% del debito pubblico. Mossa geniale. La vendi una volta, e poi non la vendi mai più. A meno che il governo post-UE non decida di riprenderseli.

Lista di roba da vendere

E via zerohedge oggi la lista dei beni dello stato greco che saranno svenduti:

• The concession of ports and airports with long-term contracts
• The extension of concession period for Athens International Airport
• The sale of a stake of Public Gas Corporation
• The sale of a 49% stake of Casino Mont Parnes
• The privatization of state lotteries through concessions
• Finding a strategic investor in Hellenic Post
• The sale of a stake of OTE, Hellenic Defense Systems and Larko
• Renewal of OPAP’s licenses
• Licenses for online betting and “slots”
• The concession of Egnatia Odos
• The sale of TRAINOSE
• The sale of state stakes in banks (Hellenic Postbank, ATEbank, Consignment and Loans Fund)
• The privatization of water supply companies (EYDAP, EYATH)

Il tutto a 15 miliardi di Euro.

Quindi vendono il gas, l’acqua, le ferrovie (trainose), porti e aeroporti, a 15 miliardi di euro che sono neanche il 10% di quello che devono le banche greche all’estero, oppure solo il 3,3% del debito pubblico. Mossa geniale. La vendi una volta, e poi non la vendi mai più. A meno che il governo post-UE non decida di riprenderseli.

Bond e PIGS

Venerdi notte, dopo la chiusura dei mercati, è arrivata la notizia che S&P ha fatto un downgrade dell’Italia, da stabile a negativo. Il rating non c’entrerebbe niente con la capacità dell’Italia di ripagare il debito, o gli interessi sul debito, ma piuttosto con la mancanza di volontà di riformare l’industria in modo da aumentare la produttività e deregolare il mercato del lavoro. Così ce lo spiega S&P, ma è tutto a condizione che la crescita continui in media 1,3% all’anno per i prossimi quattro anni (2011 – 2014). Altrimenti ci potrebbero essere ulteriori downgrade.

Un mese fa avevo preso i dati Bloomberg sulle obbligazioni, ora ho rifatto il grafico.

Le linee tratteggiate rappresentano il livello degli interessi di un mese fa.

–agg. ore 7.50 GMT -3.00 : Bond duennale Italia +3,3%, decennale  +1,15%.—

I bond italiani non si sono mossi.  Ma fra poche ore dovrebbero cominciare a salire ora che S&P è stata così gentile a ricordarci che anche il nostro angolino sulla terra ha qualche problema. È anche un’ottima occasione per il governo di tagliare gli eventuali incentivi rimasti  sulle energie rinnovabili.

I bond greci invece sono peggiorati visibilmente in trenta giorni.

La decennale è a incredibili 16,57%, e la duennale a più di 25%. La Norvegia ha deciso l’altro giorno di non aiutare più un paese dove i soldi finiscono in qualche buco nero invece di arrivare ai destinatari, solo l’ultimo sintomo di quanto è messa malissimo la Grecia. Se IMF e BCE non accendono la luce verde per altri 12 miliardi di euro, i soldi nelle casse dello stato sono finite il 18 luglio.

Nel frattempo la Merkel continua a dire che i greci devono lavorare di più, e IMF, ora però senza il dollarofobo (piccola concessione ai complottisti) Strauss-Kahn alla guida, gli fa pressione per privatizzare asset dello stato. In questi casi, privatizzazione è solo una specie di cerotto troppo piccolo. In pratica significa svendere aziende dello stato sottocosto, in un processo che coinvolge tangenti sostanziosi alle persone giuste e 100mila ex-dipendendi statali disoccupati senza una rete di protezione. E si riesce a farlo solo una volta.

Fitch, una delle agenzie di rating, dice che i bond greci sono pura spazzatura.  Come se non lo sapessimo. Una domanda che gira in rete è quella di quanto vale il mercato CDS – credit default swaps – sulla Grecia, chi li ha venduti e chi li possiede. Nessuno lo sa. L’ultima crisi finanziaria è stata causata da CDS sui mutui, forse questa crisi verrà finalmente causata da CDS sui debiti sovrani? Chi è l’AIG di questo round, Deutsche Bank?

 The cost of insuring Greece debt against default rose 13 basis points to 1,335, down from a record 1,375 on May 9.

Quindi ora costa 1,335 1,343 milioni di euro all’anno per cinque anni (se parliamo del bond di cinque anni) per assicurare 10 milioni di euro di debito sovrano. Per l’Italia il costo è di 159 162, cioè 0,162 milioni i Euro sono necessari per assicurare 10 milioni per cinque anni.

Anche l’Irlanda è peggiorata di un paio di punti. Forse il mercato dei bond si aspetta pure li una ristrutturazione prima di quanto atteso. Non hanno la possibilità di finanziarsi da soli a questi livelli. Con gli interessi così alti un paese è totalmente nelle mani di amici “benintenzionati”. Ci sarà una serie di pacchetti di salvataggio dalla parte della BCE, per ridare alla banca centrale irlandese i soldi che questa è costretta a iniettare nelle banche del paese. Irlanda in realtà è un problema molto più grande della Grecia, perché le somme prestate dalla Germania e dalla GranBretagna sono molto più grandi rispetto a quelle prestate alla Grecia.

Uno sguardo veloce ai dati BIS  ci dice di quali paesi le banche hanno prestato soldi alle banche irlandesi, in totale ca 650 miliardi di dollari.

Banche inglesi al 23%, tedesche 18%, americane 10%. Interessi forti a mantenere l’Irlanda in piedi quindi. Ovviamente anche la BCE ha prestato soldi all’Irlanda, intorno ai 130 miliardi di euro mi pare, sia comprando direttamente i bond irlandesi in modo che le banche irlandesi possano comprare i propri bond, sia prestando direttamente al governo. Prima o poi anche la BCE darà l’allarme che i soldi sono finiti visto che comunque i prestiti emessi da loro sono basati parzialmente su bond di stati insolventi.

In confronto i soldi prestati alle banche greche sono patate piccole: 160 miliardi di dollari.

Per tornare ai bond, il fatto che pure quelli spagnoli finora sono stati così stabili è un mistero, visto che si parla dei problemi in quella parte dell’Europa da più di un anno.

La manifestazione in Spagna l’altro ieri, guardabili in diretta su ustream, era veramente impressionante e triste. Le cifre ufficiali per la disoccupazione sono di 21%, oppure fino a 50% per quella giovanile, in linea con la Tunisia o la Libia. Ho tirato fuori la mia palla di cristallo, che dice che al più tardi questo estate gli interessi sui bond governativi faranno un massiccio salto in su (o anche domani, chi lo sa), rendendo impossibile anche alla Spagna di finanziarsi da sola. Qua non si tratta certo della Grecia, e anche l’Irlanda è piccola al confronto. Ci saranno infinite riunioni e negoziazioni tra la comunità europea e l’IMF prima di decidere su come stabilizzare la Spagna, ovvero renderla schiava per sempre dandole prestiti a buon mercato. E costringendo anche alla Spagna di svendere asset dello stato, mandando via i dipendenti statali senza rete di protezione etc.

Alla fine anche la Spagna avrà il suo bail-out deal, in mezzo a massicce proteste in tutta Europa. Dopo finlandesi e norvegesi toccherà ai tedeschi dire di no?

Anche l’Euro perderà terreno domani. Euro più debole -> dollaro più forte -> petrolio più economico.  Solo per ricordarci come funziona.

Bond e PIGS

Venerdi notte, dopo la chiusura dei mercati, è arrivata la notizia che S&P ha fatto un downgrade dell’Italia, da stabile a negativo. Il rating non c’entrerebbe niente con la capacità dell’Italia di ripagare il debito, o gli interessi sul debito, ma piuttosto con la mancanza di volontà di riformare l’industria in modo da aumentare la produttività e deregolare il mercato del lavoro. Così ce lo spiega S&P, ma è tutto a condizione che la crescita continui in media 1,3% all’anno per i prossimi quattro anni (2011 – 2014). Altrimenti ci potrebbero essere ulteriori downgrade.

Un mese fa avevo preso i dati Bloomberg sulle obbligazioni, ora ho rifatto il grafico.

Le linee tratteggiate rappresentano il livello degli interessi di un mese fa.

–agg. ore 7.50 GMT -3.00 : Bond duennale Italia +3,3%, decennale  +1,15%.—

I bond italiani non si sono mossi.  Ma fra poche ore dovrebbero cominciare a salire ora che S&P è stata così gentile a ricordarci che anche il nostro angolino sulla terra ha qualche problema. È anche un’ottima occasione per il governo di tagliare gli eventuali incentivi rimasti  sulle energie rinnovabili.

I bond greci invece sono peggiorati visibilmente in trenta giorni.

La decennale è a incredibili 16,57%, e la duennale a più di 25%. La Norvegia ha deciso l’altro giorno di non aiutare più un paese dove i soldi finiscono in qualche buco nero invece di arrivare ai destinatari, solo l’ultimo sintomo di quanto è messa malissimo la Grecia. Se IMF e BCE non accendono la luce verde per altri 12 miliardi di euro, i soldi nelle casse dello stato sono finite il 18 luglio.

Nel frattempo la Merkel continua a dire che i greci devono lavorare di più, e IMF, ora però senza il dollarofobo (piccola concessione ai complottisti) Strauss-Kahn alla guida, gli fa pressione per privatizzare asset dello stato. In questi casi, privatizzazione è solo una specie di cerotto troppo piccolo. In pratica significa svendere aziende dello stato sottocosto, in un processo che coinvolge tangenti sostanziosi alle persone giuste e 100mila ex-dipendendi statali disoccupati senza una rete di protezione. E si riesce a farlo solo una volta.

Fitch, una delle agenzie di rating, dice che i bond greci sono pura spazzatura.  Come se non lo sapessimo. Una domanda che gira in rete è quella di quanto vale il mercato CDS – credit default swaps – sulla Grecia, chi li ha venduti e chi li possiede. Nessuno lo sa. L’ultima crisi finanziaria è stata causata da CDS sui mutui, forse questa crisi verrà finalmente causata da CDS sui debiti sovrani? Chi è l’AIG di questo round, Deutsche Bank?

 The cost of insuring Greece debt against default rose 13 basis points to 1,335, down from a record 1,375 on May 9.

Quindi ora costa 1,335 1,343 milioni di euro all’anno per cinque anni (se parliamo del bond di cinque anni) per assicurare 10 milioni di euro di debito sovrano. Per l’Italia il costo è di 159 162, cioè 0,162 milioni i Euro sono necessari per assicurare 10 milioni per cinque anni.

Anche l’Irlanda è peggiorata di un paio di punti. Forse il mercato dei bond si aspetta pure li una ristrutturazione prima di quanto atteso. Non hanno la possibilità di finanziarsi da soli a questi livelli. Con gli interessi così alti un paese è totalmente nelle mani di amici “benintenzionati”. Ci sarà una serie di pacchetti di salvataggio dalla parte della BCE, per ridare alla banca centrale irlandese i soldi che questa è costretta a iniettare nelle banche del paese. Irlanda in realtà è un problema molto più grande della Grecia, perché le somme prestate dalla Germania e dalla GranBretagna sono molto più grandi rispetto a quelle prestate alla Grecia.

Uno sguardo veloce ai dati BIS  ci dice di quali paesi le banche hanno prestato soldi alle banche irlandesi, in totale ca 650 miliardi di dollari.

Banche inglesi al 23%, tedesche 18%, americane 10%. Interessi forti a mantenere l’Irlanda in piedi quindi. Ovviamente anche la BCE ha prestato soldi all’Irlanda, intorno ai 130 miliardi di euro mi pare, sia comprando direttamente i bond irlandesi in modo che le banche irlandesi possano comprare i propri bond, sia prestando direttamente al governo. Prima o poi anche la BCE darà l’allarme che i soldi sono finiti visto che comunque i prestiti emessi da loro sono basati parzialmente su bond di stati insolventi.

In confronto i soldi prestati alle banche greche sono patate piccole: 160 miliardi di dollari.

Per tornare ai bond, il fatto che pure quelli spagnoli finora sono stati così stabili è un mistero, visto che si parla dei problemi in quella parte dell’Europa da più di un anno.

La manifestazione in Spagna l’altro ieri, guardabili in diretta su ustream, era veramente impressionante e triste. Le cifre ufficiali per la disoccupazione sono di 21%, oppure fino a 50% per quella giovanile, in linea con la Tunisia o la Libia. Ho tirato fuori la mia palla di cristallo, che dice che al più tardi questo estate gli interessi sui bond governativi faranno un massiccio salto in su (o anche domani, chi lo sa), rendendo impossibile anche alla Spagna di finanziarsi da sola. Qua non si tratta certo della Grecia, e anche l’Irlanda è piccola al confronto. Ci saranno infinite riunioni e negoziazioni tra la comunità europea e l’IMF prima di decidere su come stabilizzare la Spagna, ovvero renderla schiava per sempre dandole prestiti a buon mercato. E costringendo anche alla Spagna di svendere asset dello stato, mandando via i dipendenti statali senza rete di protezione etc.

Alla fine anche la Spagna avrà il suo bail-out deal, in mezzo a massicce proteste in tutta Europa. Dopo finlandesi e norvegesi toccherà ai tedeschi dire di no?

Anche l’Euro perderà terreno domani. Euro più debole -> dollaro più forte -> petrolio più economico.  Solo per ricordarci come funziona.

Due miti sulla benzina

Dedicato alle mie due Barbare

Primo mito: Negli Stati Uniti il prezzo della benzina segue il prezzo del greggio, da noi no.

In tutta Europa ci sono consumatori indignati per il fatto che il prezzo della benzina sale quando sale il greggio, ma poi non scendo quando scende il greggio. Questo sarebbe a differenza degli Stati Uniti, dove il consumatore si può aspettare un immediato effetto sul portafoglio quando il greggio crolla, come per esempio è successo settimana scorsa.

In effetti, dai dati disponibili sugli Stati Uniti anche a occhio nudo si vede che tra il prezzo della benzina e il prezzo del WTI, cioè il greggio “leggero” e poco acido che serve come benchmark negli Stati Uniti, ci sia una bella correlazione. Occasionalmente si presentano picchi del prezzo benzina, come per esempio quello causato dal uragano Katrina nel 2005, ma vengono corretti velocemente:

Weekly U.S. All Grades All Formulations Retail Gasoline Prices  (Dollars per Gallon)
Weekly Cushing, OK WTI Spot Price FOB  (Dollars per Barrel)

 Di positivo per i consumatori americani è che quando il WTI sale, la benzina sale più lentamente, e così è stato anche dopo la crisi. Poi però quando il WTI scende, la benzina segue, ma purtroppo a un ritmo più lento:

Il fatto che la benzina sale più lentamente, del 141% dopo la crisi, rispetto ai 221% del WTI, dipende per esempio dall’uso diversificato di greggi più economici, perché meno leggeri e più acidi. Non è solo il WTI a essere trasformato in benzina. Negli Stati Uniti l’investimento di costruire raffinerie in grado di trattare questi idrocarburi di qualità più bassa è già stato fatto anni fa, e risulta in un minore uso del WTI in favore a greggi che costano meno, senza che questo comporti un aumento del costo della produzione, e quindi a un maggiore prezzo alla pompa.

Durante la crisi del 2008 la benzina è scesa meno del WTI, e dopo la crisi è salita un poco più velocemente di quanto potevamo aspettarci. In fondo un prezzo alla pompa di 4 dollari dovrebbe corrispondere a un WTI di ca 140$.

Quindi oltre al motivo dell’uso di vari tipi di greggi, sul prezzo del WTI pesa anche il fatto che Cushing, dove il WTI viene commercializzato, è un collo di bottiglia, dove arriva troppo greggio rispetto alla capacità di raffinazione e distribuzione sul paese.

Poi bisogna considerare l’elasticità. I prezzi della benzina, anche in Italia, sono meno elastici in giù che in sù. Tutti i distributori, che hanno comprato prodotti raffinati ad un prezzo alto, li devono rivendere ai consumatori a dei prezzi che gli permettono di ricavare un margine, anche se nel frattempo il prezzo del greggio è crollato. Quando i prodotti in magazzino sono finiti, se i prezzi dei vari greggi sono rimasti bassi, si può sperare che i distributori si riforniscano di prodotti raffinati a un prezzo più basso, per poter rivendercelo a un prezzo più basso di prima.

Se invece succede, come in questi tempi di grandissima volatilità dei prezzi, che il greggio, dopo un breve crollo, stia di nuovo salendo, quel momentaneo sollievo non si rispecchierà nel prezzo al distributore, perché anche se questo per un brevissimo periodo spende meno per il prodotto raffinato, deve proteggersi contro gli ormai imprevedibili salti.

Un ulteriore motivo per il prezzo alto della benzina negli Stati Uniti è senz’altro l’etanolo, che ormai rappresenta il 10% della “benzina” americana. Il tempo iperpiovoso minaccia seriamente le raccolte del mais, che fa aumentare il prezzo dell’etanolo. Sono cinque anni che la semina del mais non avviene così tardi nell’anno.

Vediamo il caso Italia. Il grafico non è molto diverso da quello americano. Il prezzo della benzina e il prezzo del Brent, il crudo Nordatlantico che serve da benchmark in Europa, si seguono anche loro come padrone e cagnolino, con una correlazione vicino a 1. Per il Brent uso l’euro invece del dollaro, perché le nostre raffinerie, anche se il greggio alla fine viene pagato in dollari, devono prima comprare i dollari, con i quali poi compra il greggio.

Nota: per evidenziare l’andamento parallelo ho tagliato l’ordinata del prezzo della benzina, in modo che inizi a 1 invece che a 0.

Prezzi della benzina e Brent in € gentilmente offerto da www.prezzibenzina.it. Da prezzibenzina potete anche divertirvi con il grafico interattivo sullo storico Brent – WTI – Benzina che va indietro fino al 2001.

 Guardando i cambiamenti percentuali, direi che dovremmo smettere subito di lamentarci. La nostra benzina è talmente robusta che certamente nessuna industria italiana potrebbe lamentarsi dell’impossibilità di pianificare la produzione per via dei costi imprevedibili:

Sia in salita, che in discesa, il prezzo è straordinariamente inelastico. Su un aumento totale del Brent del 172% sul periodo gennaio 2005 – maggio 2011, la benzina italiana è salita solo di 41%. Questo rispetto alla benzina statunitense, che ha visto salire la benzina del 120% su solo 140% di aumento del WTI.

 

Secondo mito: Lo stato ci guadagna proprio tanto, quando la benzina rincara.

Rispetto a un anno fa, la benzina la paghiamo 0,15 euro in più al litro, ovvero un aumento del 10%. Notevole. Ma dove vanno questi soldi in più? Purtroppo non nelle tasche dello stato italiano. Che diamo più soldi al fisco in forma di IVA è perfettamente naturale, lo paghiamo su praticamente tutto quello che compriamo. Chi pensa che in totale lo stato stia guadagnando si sbaglia però, perché la gente non rinuncia facilmente alla benzina, ma al nuovo cellulare si.

Secondo l’Unione Petrolifera il prezzo della benzina è composto in questo modo:

Il margine lordo è di 11%,  secondo me abbastanza poco. Sicuramente esistono segmenti di mercato con margini fino a 300%. Prendi una borsa Prada, prodotta in Cina a 150€. Vendila a 600€ (=300% di margine lordo) più 20% di IVA, quindi 660€.

Ma forse in media si tratta di margini di 100% per l’Italia. Compri una merce a 50€, e la vendi a 120 (100% di margine lordo + 20% di IVA). Con una pressione fiscale sui 50% lo stato si mette in tasca i 20€ di IVA + 25€ di tasse, in totale 45€.

Ora vi presento il signor L. A. Mentone, che ha appena firmato una protesta contro il caro-benzina dal suo distributore, dando la colpa allo stato italiano per il rincaro della benzina. Il nostro signor Mentone, dopo mutuo e risparmi etc può spendere 1000 euro ogni mese, e cioè 200€ in benzina, ca 131 litri al prezzo di 1,523€, e poi 800 in altri prodotti.

Lo stato si prende 418 euro di quei 1000 che il signor L.A. Mentone spende.

Solo che un certo giorno, una crisi mediorientale fa aumentare il prezzo della benzina a 1,8 euro al litro. Il signor L.A. Mentone non ci pensa neanche a ridurre il numero di km che guida ogni mese, quindi continua a comprare 131 litri di benzina, che però gli vanno a costare 235,8€. Gli rimangono 764,2€ per comprare altre cose, sempre a 20% di IVA.

Come si vede, dalla benzina lo stato avrà in effetti qualcosa in più. 126€ rispetto ai 118€ di prima, una differenza di 8 euro.

Ma in totale lo stato avrà ben 6 euro in meno. E non solo, tutta la catena dal commerciante fino al produttore finale perde quei 36 euro di differenza, ovvero il 4,5% degli introiti.

Se moltiplichiamo i numeri per diciamo 20 milioni di automobilisti ci vengono:

6€ x 20 milioni = 120 milioni in meno nelle tasche dello stato ogni mese, cioè 1,4 miliardi di euro in meno.

Poi i mancati 36€ che non alimentano più l’economia italiana: 36*20 milioni = 720 milioni *12 mesi = 8,6 miliardi di euro mancanti nel commercio.

Quindi, quando la benzina aumenta, lo stato ci perde. Solo per rimanere fermi e non perdere posti di lavoro l’economia dovrebbe espandere di 4,5%. Semplificando molto, chiaro, ma l’idea rende. Ovviamente succede l’esatto contrario quando la benzina aumenta, i posti di lavoro si perdono con ulteriori costi allo stato.

Gli unici che guadagnano qualcosa sui prezzi in salita sono gli esportatori di petrolio, e chi ha investito nei produttori, o nei futures sulle borse delle materie prime. Sempre una possibilità per chi sente il bisogno di proteggersi dai prezzi in salita.