Recovery factor e Arabia Saudita (tanto per cambiare)

Mi ricordo che parlando con un mio conoscente, dirigente nel oil business, lui sembrava più che sicuro che a breve saremo riusciti a trasformare ancora una volta un certo volume di risorse in quel 1% di riserve in più che ci porterà avanti la dipendenza petrolifera ancora due anni.

Se diciamo che ora il recovery factor è di 35% in media1, cioè riusciamo a produrre il 35% del petrolio che sappiamo dov’è, portare questo numero a 36%, sposterebbe altri 80 miliardi di barili dalle risorse alle riserve, quelle producibili. Non c’è oggi un consensus sulla cifra media finale che raggiungeremo, tranne per la certezza che non sarà mai il 100%.

Ci sono alcuni pochi giacimenti dove il miglioramento delle tecnologie ha spinto il RF in alto, per esempio Ekofisk 55%, cresciuto dai 17% nel 1971, Forties, Stafjord e Oseberg 65%1.

Un prezzo sempre più alto del petrolio potrebbe forse da solo spostare il recovery factor in sù, perché tecnicamente c’è molto petrolio convenzionale producibile, ma a dei costi proibitivi. Se il prezzo poi rimane alto per un periodo prolungato, le aziende impegnate nell’esplorazione trovano motivazione economica per portare avanti l’arte ingegneristica del drilling, ma anche per esempio di come far scivolare meglio tutto quel petrolio pesante nei tubi.

Si calcola che durante la storia moderna del petrolio, dal 1859 alla fine del 2007, abbiamo prodotto in tutto 1.100 miliardi di barili. Le riserve che ci restano ancora sono stimate dal Oil and Gas Journal a 1.300 miliardi, cifra anche citata da Scaroni, AD dell’ENI. Ci sono altre stime più pessimiste, come quella del geologo britannico Colin Campbell, di neanche 800 miliardi di barili rimasti come riserva. Negli anni ’90 Campbell ha previsto il picco della produzione del petrolio convenzionale per il 2006. Oggi ci sembra una data azzeccata, visto che dai dati disponibili oggi il picco sembrerebbe essere arrivato nel 2008.

Poi Campbell è convinto che il picco produzione petrolio totale (convenzionale e non) arrivi nel 2011.

Uno dei suoi argomenti è la solita quantità di riserve nei paesi OPEC. Anche se questi non erano esagerate nel 1988, quando sono state raddoppiate da un giorno all’altro, visto il passato dei NOC come aziende private, che quindi nascondevano la più grande parte delle riserve per paura di essere costretti dai sheikh di produrre di più, oggi almeno dovrebbero essere scesi di molto. Invece sono rimaste sempre uguale, nonostante i milioni e milioni di barili prodotti ogni giorno.

Campbell dice anche che le aziende petrolifere oggi tendono a gonfiare le riserve per creare valore azionario, ma oltre a essere vietata e severamente multata dalla SEC (vedi Shell nel 2004), creerebbe instabilità contabile. È molto preferibile spalmare nuove scoperte cautamente su più anni, e addirittura nascondere riserve, per avere leva nel caso di una vendita dell’azienda. Soltanto nel caso dell’azienda piccola/issima ha senso dichiarare tutte le riserve, per attirare immediatamente gli investimenti necessari per la costosissima esplorazione.

Ancora più divergenza c’è sulla quantità ancora da scoprire. Cambpell dice 140 miliardi, tutti gli altri 800 miliardi. Qui sarei più d’accordo con Campbell perché non è ragionevole basare future scoperte sul passato, quando il mondo era ancora relativamente poco esplorato. Non ci sono altri Arabia Saudita e Kazakstan in giro, il pianeta è quello che è.

Quindi, dati e opinioni contrastanti, come al solito nel mondo petrolifero. Si va d’accordo su ben poco.

Dietro la polemica del giorno troviamo non a sorpresa l’Arabia Saudita. Il prezzo del petrolio da un paio di giorno scende perché il regno dice che c’è sovracapacità nei magazzini.

Se il mercato petrolifero fosse libero da speculazione questo non avrebbe nessun effetto sul prezzo. Ma anche Goldman Sachs recentemente ha espresso che secondo loro il 20% del prezzo è conseguenza di speculazione.

Esattamente come funzionano questi 20% non mi è chiaro, ma se così è, un prezzo spinto aggressivamente in alto potrebbe scendere 20% su notizie molto “negative”, fino a raggiungere il supporto vero, dove la domanda effettiva incontra l’offerta.

È chiaro che momentaneamente c’è sovracapacità nei magazzini sauditi. Giappone comprava il petrolio praticamente solo da loro. Ma questa è una situazione che dovrebbe risolversi entro pochi mesi, e in ogni caso non c’è motivo per diminuire la produzione quando il Dubai (petrolio mediorientale) è già a 114 dollari.

Manca ora praticamente tutta la produzione libica. Del petrolio saudita c’è bisogno anche se non indirizzata all’Italia. La domanda di petrolio per marzo e aprile è sopra i 90 milioni di barili al giorno, ma la produzione a marzo era di 88,3 milioni, giù 700.000 barili dal mese precedente (IEA, Oil Market Report).

Ora i Sauditi però hanno deciso non solo di non produrre di più per alleggerire la pressione, ma di produrre meno. E il mondo si chiede perché.

Forse producono già a capacità piena, e addirittura faticano a produrre di più. O forse hanno le casse dello stato talmente vuote che per pagare i 35 miliardi regalati al popolo recentemente per tenerli calmi cercano di spingere il prezzo a 150 dollari entro giugno.

In fondo Naimi è dal 2006 che dice “ora aumentiamo”, regolarmente tradotto in una riduzione della produzione. Come se non ci rendessimo conto.

Che cosa esattamente è cambiata dopo il 2005? Dal 2002 al 2005 l’Arabia Saudita a ogni aumento del prezzo aumentava la produzione. Dopo il 2005 a ogni aumento del prezzo l’Arabia Saudita diminuisce la produzione.

La borsa saudita ha due vite: Una prima del 2006 e una dopo. Sembra che gli investitori non avessero dubbi già 5 anni fa.

E globalmente, di recovery factor neanche traccia.

1. Nicolazzi, Il prezzo del petrolio, 2008

4 responses to “Recovery factor e Arabia Saudita (tanto per cambiare)”

  1. Pinnettu says :

    Il commento precedente era il mio

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  2. Anonymous says :

    Effettivamente la decisione saudita di tagliare la produzione lascia perplessi.

    Già durante il 2010, si è stabilmente creato un gap fra domanda e offerta di circa 400.000 b/g.

    La stessa OPEC solo pochi giorni fà indicava in 1,4 milioni di b/g l'aumento della domanda globale per il 2011.

    Anche mettendo in conto il calo (comunque temporaneo) della domanda giapponese, se la produzione dovesse restare invariata avremmo, verossimilmente, un gap di almeno 1 milione di b/g.
    C'è quindi evidente necessità di AUMENTARE, non di diminuire la produzione.

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  3. fabrizio 73 says :

    I dati parlano chiaro.Giro quindi anche a voi il mio quesito posto anche su “Petrolio”, che però non trova ancora risposte ,a mio avviso, sufficientemente chiare.
    1-La Libia è da un mese che ha azzerato ,o quasi, la sua ESPORTAZIONE;
    2-l'Arabia NON è in grado di produrre di più, anzi a quanto sembra ha tagliato il suo output.
    Quindi: DA DOVE CAVOLO SI TIRANO FUORI QUEL MILIONE DI BARILI MANCANTI???
    Sull'argomento ne ho sentito di ogni, in particolare molti pensano che il milione di barili mancanti venga tutto dallo stoccaggio;altri invece parlavano dell'Arabia ma mi par di vedere che sono stati prontamente smentiti.
    Io penso invece che la domanda sia inferiore all'offerta (almeno per ora) e che quindi non si senta la mancanza della Libia.

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  4. Pinnettu says :

    Beh Fabrizio, semplicemente quei barili che mancano…..mancano e basta, e infatti i prezzi ne risentono.

    Nel 2010 la domanda è stata sicuramente, anche se di poco, superiore all'offerta. Per l'anno in corso aspettiamo qualche mese per avere dati più precisi, ma siamo sicuramente ben sopra i 400.000 b/g dello scorso anno. Una parte del greggio libico è stato comunque rimpiazzato, quindi penso complessivamente 1 milione di b/g.

    E' già successo altre volte. Ricordi come anche nel 2006-07-08 la domanda è stata costantemente superiore all'offerta?

    Quella fu la causa dei 147$ al barile. Inizialmente le scorte commerciali riescono a gestire piccoli gap poi inevitabilmente i prezzi alti rallentano o ridimensionano la domanda.

    Evidentemente il gap di un milione circa di oggi (che poi va avanti solo da un mese) viene compensato con le scorte commerciali ( che non hanno nulla a che vedere con le scorte strategiche o altro). i prezzi però iniziano a risentirne, in previsone che il gap si allarghi.

    Nel 2007 il gap fu di ben 2 milioni di b/g, e infatti partì la corsa verso i 147$.

    Poi suppongo anche che, la dove non arrivino le scorte commerciali, ci si possa trovare di fronte anche a mancate consegne del prodotto.

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