Archive | aprile 2011

Invasione libica in Tunisia

Se qualcuno aveva bisogno di un argomento per invadere la Libia con “boots on the ground”, stamattina è arrivata la notiza che truppe di Gheddafi inseguono ribelli che fuggono in Tunisia, oltre il confine.

Negli scontri tra l’esercito tunisino e la truppa di Gheddafi sono morto alcuni soldati libici.

In effetti è un invasione della Tunisia da parte della Libia. Le reazioni della stampa sono quasi inesistenti – forse cinicamente siamo già troppo abituati a nazioni che invadono altre nazioni senza una dichiarazione di guerra, e violando la legislazione internazionale.

Il caos nel medioriente cresce ogni giorno ma il mondo segue in diretta il matrimonio reale britannico.

Invasione libica in Tunisia

Se qualcuno aveva bisogno di un argomento per invadere la Libia con “boots on the ground”, stamattina è arrivata la notiza che truppe di Gheddafi inseguono ribelli che fuggono in Tunisia, oltre il confine.

Negli scontri tra l’esercito tunisino e la truppa di Gheddafi sono morto alcuni soldati libici.

In effetti è un invasione della Tunisia da parte della Libia. Le reazioni della stampa sono quasi inesistenti – forse cinicamente siamo già troppo abituati a nazioni che invadono altre nazioni senza una dichiarazione di guerra, e violando la legislazione internazionale.

Il caos nel medioriente cresce ogni giorno ma il mondo segue in diretta il matrimonio reale britannico.

Documentario “Oil Crunch”

La televisione australiana ha prodotto un documentario di 12 minuti su Peak Oil, chiamato “Oil Crunch”. Tra l’altro viene intervistato il professore svedese Kjell Aleklett.

La pagina del documentario contiene anche la trascrizione dei dialoghi, per chi fa fatica a capire l’inglese parlato.

Documentario "Oil Crunch"

La televisione australiana ha prodotto un documentario di 12 minuti su Peak Oil, chiamato “Oil Crunch”. Tra l’altro viene intervistato il professore svedese Kjell Aleklett.

La pagina del documentario contiene anche la trascrizione dei dialoghi, per chi fa fatica a capire l’inglese parlato.

Russia vieta esportazioni di benzina

Già gennaio è arrivata la notizia che la Russia per combattere l’aumento dei prezzi aveva deciso di imporre un tetto ai prezzi di alcuni merci, come grano saraceno, patate, vari tipi di frutta e verdura, tutti considerati “socialmente importanti”.

Questa notizia mi pare non sia stata ripresa da nessun giornale anche se si tratta di un paese con grandissima importanza politica per l’Italia. Continua a leggere…

Russia vieta esportazioni di benzina

Già gennaio è arrivata la notizia che la Russia per combattere l’aumento dei prezzi aveva deciso di imporre un tetto ai prezzi di alcuni merci, come grano saraceno, patate, vari tipi di frutta e verdura, tutti considerati “socialmente importanti”.

Questa notizia mi pare non sia stata ripresa da nessun giornale anche se si tratta di un paese con grandissima importanza politica per l’Italia.

Ovviamente speravano che la gente normale, nel senso di tutte le persone con stipendi che non marciano allo stesso ritmo del CPI, potesse continuare a comprarsi le patate come sempre, senza un senso di impoverimento generale.

Quello che succede quando si mette un tetto al prezzo delle patate, è che queste spariscono molto in fretta dallo scaffale nel supermercato, perché in parallelo al tetto si è creato anche un vivissimo mercato nero.

Quindi un tetto artificiale a un bene, una merce etc è controproducente visto che fa diminuire la fiducia nella valuta, in questo caso il rublo. Il rublo come valuta perde valore quando il commercio sul mercato nero spesso avviene con valute considerati più forti. Forse dollari o euro.

A lungo andare una perdita di fiducia in una valuta potrebbe portare a iperinflazione, come è successo in Zimbabwe, dove l’inflazione nel 2007 era di 4500%. Chiaramente l’inflazione in Russia non si avvicina neanche a quei numeri, anche se negli ultimi 10 anni ha quasi toccato il 30%. Nel 2010 era di ca 10%, ma per il 2011 la stima è di 11% di inflazione dei prezzi.

Il problema è che la fortissima crescita dell’economia russa negli ultimi 10 anni, dai 5% ai 10% all’anno, si è interrotta di botto con la crisi finanziaria e il crollo del prezzo del petrolio. La ripresa c’è stata, ma la crescita, che si era ripresa forte all’inizio del 2010, poi è decisamente rallentata, e si è fermata sotto i 5%.

Dati: IMF

Un paese può sopravvivere un’inflazione alta per un periodo, ma quando si va avanti nel tempo e inflazione e PIL divergono sempre di più abbiamo stagflazione. Le teorie dietro la stagflazione sembra di essere tante quanto gli economisti. In ogni caso la Russia sta vivendo gli stessi problemi del resto del mondo, un forte aumento dei prezzi, causati in parte da raccolte in difficoltà, la stampante di Bernanke, la forte domanda asiatica, e i costi crescenti per tirare su il petrolio.

Già il petrolio. Quello che non sapevo a gennaio era che il tetto riguardava anche la benzina.

Pare che Putin, che evidentemente stava in un altro posto quando in USSR gli scaffali erano vuoti, avesse deciso che anche la benzina andava controllata con un tetto. Ovviamente le imprese petrolifere hanno deciso di esportare il petrolio, in paesi dove il mercato decide il prezzo.

Il risultato non molto sorprendente è che tutti i distributori privati nella regione Altai, in Siberia a nord di Kazakstan, questo weekend sono rimasti senza benzina da vendere. Anche la Rosneft ha problemi di fornitura e non può vendere niente agli operatori privati. I trader a Mosca hanno problemi:

“We have been sitting practically empty for the whole month of April. There is absolutely nowhere to buy fuel,” the director of the Serpukhov tank farm in southern Moscow said.

Ironicamente una grande parte della benzina ancora in vendita viene spesa da camionisti e automobilisti in disperata ricerca di distributori ancora in grado di vendere. Ci sono chilometri di code davanti ai distributori.

Le esportazioni del prodotto raffinato erano di 2,14 milioni di tonnellate nel primo trimestre, il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2010. Questa quantità aggiuntiva ha aiutato a controllare il prezzo qua da noi, visto che 600.000 tonnellate in più al trimestre per il mercato europeo si traduce in 813 milioni di litri.

La produzione di greggio è rimasta invariata da ca 1 anno, mentre la produzione di carburante sembra di essere stata aumentata di ca 50.000 barili al giorno un anno fa. La benzina in Russia costa ca 0,88€ al litro, un prezzo bassissimo che non rispecchia la scarsità dell’offerta su scala globale. Si vede che non hanno la capacità di produrre di più, nessuna capacità di riserva quindi.

Il più grande produttore di petrolio al mondo non riesce a fornire i propri autmobilisti con abbastanza carburante.

E infatti, da maggio in poi le esportazioni sono vietate.

“In May companies will not be exporting. All volumes will be supplied to the domestic market,” he said at an oil product meeting.

Lasceranno anche che il prezzo aumenti del 5%. Non abbastanza per evitare un mercato nero, aumento dei furti, e devalutazione del rublo.

Cosa succede al prezzo della benzina in Europa quando da un mese all’altro vanno a mancare (2,14 milioni di tonnellate / 3 mesi = ) 713.000 tonnellate di benzina?

Prestiti, Basilea e Banche

Per scappare un momento dal petrolio mi sono letta il documento Moody’s su Basel III, scaricabile da wikipedia.

Ci sono migliaia di documenti su Basilea II e III in rete, avete solo l’imbarazzo della scelta.

Basel III sono i nuovi standard regolatori basati su Basel II, che dovrebbero rendere le banche più resilienti in caso di una nuova crisi finanziaria, magari creata da un prezzo del petrolio in impennata. Per dire che non riusciamo a scappare dal petrolio mai. Continua a leggere…

Prestiti, Basilea e Banche

Per scappare un momento dal petrolio mi sono letta il documento Moody’s su Basel III, scaricabile da wikipedia.

Ci sono migliaia di documenti su Basilea II e III in rete, avete solo l’imbarazzo della scelta.

Basel III sono i nuovi standard regolatori basati su Basel II, che dovrebbero rendere le banche più resilienti in caso di una nuova crisi finanziaria, magari creata da un prezzo del petrolio in impennata. Per dire che non riusciamo a scappare dal petrolio mai.

I standard Basilea non sono vincolanti per se, ma la comunità europea ha deciso di incorporarli nella legislazione. Questo rende le norme vincolanti per l’Italia. L’idea dietro Basel II e Basel III è che le banche devono avere abbastanza capitale alle spalle per poter smantellare le attività in un modo dignitoso, evitando una situazione “Too Big To Fail” – Lehman Brothers nel 2008 , quando il crollo della storica banca in un attimo ha spazzato via la fiducia tra gli operatori bancari in tutto il mondo e la crisi è diventata viralmente globale.

Nella versione III per esempio verrà aumentata il requisito di capitale (capital requirements, come tradurlo?) da 4% a 6% nel 2015. Un minuscolo miglioramento.

Quando le banche si inventono credito da darti nella forma di un mutuo, devono possedere una certa quantità di contanti come sicurezza. Con Basel III dovranno avere un pochissimo di contanti in più, ma sono sempre liberissimi a inventare un sacco di credito per indebitarci tutti quanti, quando invece di fallire verranno salvati dai soldi delle tasse nostre. Il capitale totale necessario per creare un mutuo non cambia, è sempre 8%. Quello che cambia è la quantità di capitale primaria Tier 1, cioè i soldi di qualità, contanti e azioni nel bilancio. Quindi dal 2015 almeno 6% di roba buona, e solo 2% di asset tossici.

In rete c’è chi dice che le banche, di fronte a minor guadagni risultanti da Basel III, non faranno altro che spostarsi in Africa e in Asia, regioni dove di Basel III non gliene frega niente a nessuno. Così si rifaranno i margini.

Basandosi su quegli 8% di capitale totale, le banche calcolano quanti soldi devono veramente esserci dietro un certo investimento. Per fare questo calcolo usano un fattore chiamato peso del rischio di credito, “weight of risk” in inglese.

Per esempio comprare obbligazioni di stato nella propria valuta viene di solito dato il weight of risk 0%, quindi è considerato totalmente sicuro al 100%. E prestare soldi a un paese con rating AAA o AA è considerato privo di rischio, con weight of risk 0%. Stupidamente durante e dopo la crisi è venuto fuori che gli asset AA e AAA tenuti delle banche americane e europee erano parzialmente basati su mutui ad altissimo rischio, calcolati male. Pochissime persone erano in grado di capire quanto erano veramente tossici, questi mutui sub-prime (cioè non AAA o AA), e anche le banche non ci vedevano chiaro. Anzi, direi che la luce era proprio spenta.

Per il tuo mutuo c’è un altro weight of risk, calcolato dalla banca centrale basato sullo storico. Se in passato spesso i mutui di un certo paese non venivano ripagati, cioè andavano male, una banca centrale aumentava questo fattore. Ma se durante gli ultimi diciamo venti anni i mutui venivano sempre ripagati, magari perché c’era una bella espansione dell’economia, il “weight of risk” diminuiva.

In una pubblicazione dalla banca centrale svedese ho trovato il grafico per i weight of risk per i mutui nei vari paesi europei:

Quello italiano è 20%. Sulla media.

Se ti fai dare un mutuo di 100.000 euro, il capitale che la banca deve tenere viene calcolato come 100.000 x 0,2 x 0,08 = 1.600 euro, quindi 1,6% del tuo mutuo sono soldi realmente esistenti. Un effetto leva di 62,5 a 1.

In pratica significa che appena la banca perde più di quel 1,6% sul tuo mutuo, realizza una perdita.

In Spagna, con un rischio a 35%, il capitale necessario sarebbe 100.000 x 0,35 x 0,08 = 2.800 €, il  2,8%.

Si vede che storicamente c’è stato meno rischio di emettere un prestito in Italia, che in Spagna.

Ma finché il rischio per le banche non aumenti vertigginosamente, e quindi le banche perderebbero l’effetto leva sul tuo mutuo, continueranno a prestare soldi come investimento per loro considerati praticamente senza rischio, creando le famose bolle immobiliari.

Se ho capito bene la cosa che salva l’Italia da una bolla vera è che gli italiani a differenza di altri europei hanno comprato e continuano a comprare il mattone con soldi guadagnati e risparmiati, e non con mutui enormi. In Irlanda il mercato immobiliare è crollato alla fine del 2006, e quattro anni dopo le banche non erano più solide. La sicurezza per un mutuo è l’immobile stesso, ma quando l’immobile vale 50% del prezzo pagato, la banca prima o poi deve ridurre qualcosa sul bilancio. Da notare è che l’immobile può valere 50% sulla carta, ma essere di fatto invendibile, e quindi valere 0. Ci sono intere zone negli Stati Uniti, Detroit per esempio, dove le banche preferiscono non cacciare con la forza i mutuatari criminosi perché allora sarebbero costretti a vendere questi asset, e si vedrebbe che in realtà non valgono più niente.

Un altro grafico rubato dalla banca centrale svedese, dove purtroppo manca la curva per l’Italia, dimostra chiaramente dove c’è stata bolla e dove no. Costo corrente del mattone in vari paesi:

La bolla immobiliare è scoppiata in Spagna, in Irlanda, e negli Stati Uniti. In Germania non scoppierà niente, e in Svezia deve ancora scoppiare. Alcuni dati indicano che la Svezia si trova in cima proprio ora. Ho letto da qualche parte che un paese può aspettarsi una crisi finanziaria ca 2 anni dopo lo scoppio immobiliare. Quindi direi che si possa continuare a credere nell’economia “tigre” svedese ancora per due anni.

La Germania per fortuna loro ha il mercato immobiliare più noioso del mondo. Acquisti una casa, e la rivendi 10 anni dopo a esattamente lo stesso prezzo, un pochino aggiustato per l’inflazione, quindi in realtà (ed è sempre stato così) ci hai perso. Amici tedeschi lamentavano questo fatto. Non hanno mai potuto guadagnarci, e ora invece ci perdono brutalmente, perché le banche tedesche, invidiose delle bolle altrui, hanno comprato debiti nei paesi adesso in grandissima crisi.

So che la bolla è scoppiata anche in Danimarca e in Estonia, perché almeno due delle tre grandi banche svedesi sono enormemente esposti verso l’Estonia, dove il 12% dei mutui sono a rischio di default, quindi i giornali ne parlano.

Ieri c’era sul Sole24Ore un articolo che parla proprio del credito emesso delle banche italiane, quindi non solo mutui, ma tutti i prestiti. Tra il 2009 e il 2010 i prestiti a rischio sono aumentate da 80,87 miliardi a 91,44 miliardi, un aumento notevole direi, di 13%. Come ci si deve aspettare dai MSM l’articolo è cautamente positivo, sottolineando il fatto che la maggioranza dei prestiti sono diventati rischiosi nella prima metà del 2010, e non nella seconda metà.

Comunque questi 91 miliardi rappresentano il 6,24% dei prestiti, contro il 5,6% a rischio nel 2009. La situazione peggiore la vive la Monte dei Paschi, con 7,28% di prestiti tossici, mentre le banche meno a rischio sarebbero Mediolanum e la Generali, perché poeticamente “guardano negli occhi l’imprenditore o il mutuatario, piuttosto che sfruttare automatici iter di backoffice nell’erogazione del prestito…”

In ogni caso l’articolo dice anche che a febbraio la situazione era deteriorata di altri 1,3% rispetto a gennaio, siamo a quasi 93 miliardi di € a rischio. Rallenta, ma cresce. Azioni bancari, qualcuno?

Quindi la mia privatissima conclusione è che almeno una parte di Basilea III spara di lato. Se i requisiti di capitale vengono ancora messe in relazione con asset risk-weighted, quando questi rischi vengono calcolato su uno storico che non dice niente sul futuro, perché il futuro sarà completamente diverso dal passato, allora le banche continueranno a prestare soldi a paesi e privati che non potranno ripagare, facendo fallire prima o poi anche qualche banca italiana.

Mappa disastri

Ecco un servizio notevole dell’ungarica “National Association of Radio Distress-Signalling and Infocommunications”. La mappa si presenta così:

E potrebbe essere utile per seguire in diretta gli innumerevoli cigni neri che ormai ci colpiscono giornalmente – da parassiti nell’acqua comunale in Västerbotten, al disastro nucleare in Giappone, ai morti di massa degli animali in tutto il mondo.

Enjoy.

Mappa disastri

Ecco un servizio notevole dell’ungarica “National Association of Radio Distress-Signalling and Infocommunications”. La mappa si presenta così:

E potrebbe essere utile per seguire in diretta gli innumerevoli cigni neri che ormai ci colpiscono giornalmente – da parassiti nell’acqua comunale in Västerbotten, al disastro nucleare in Giappone, ai morti di massa degli animali in tutto il mondo.

Enjoy.