Just-In-Time fermo (di nuovo)

E di nuovo vediamo che non funziona la società just-in-time, e che una grande parte dei prodotti tecnologici soffrono di not-in-time dopo solo una settimana di crisi. La società just-in-time prevede che il magazzino contenga prodotti e componenti per la produzione di massimo una settimana.

Finora questo approccio ha funzionato alla grande. Just-in-time permette la massima flessibilità all’azienda che praticamente a base settimanale può adattare la produzione alla domanda.

Un anno fa abbiamo visto che i grandi produttori di macchine in Europa non potevano andare avanti quando l’erruzione del vulcano islandese ha fermato il traffico aereo. I componenti non arrivavano in tempo.

Quest’estate i grandi incendi in Russia hanno raddoppiato il prezzo del grano in un solo mese, quando i russi hanno dichiarato che non avrebbero più fatto parte del flusso mondiale del grano fermando l’esportazione. I fondi alimentari a livello globale reggono poche settimane senza input di scorte.

Ora è uno tsunami+terremoto in Giappone che ferma tantissimi produttori high-tech giapponesi. Il problema è più grave, perché non si tratta di spedire prodotti una volta il traffico riprende, si tratta proprio di impossibilità di produrre. Per mancanza di corrente, per danni all’infrastruttura, per mancanza di personale.

Il clima sempre più imprevedibile, non più chiamato “global warming” ma “global weirding” per l’impossibilità di prevedere le prossime mosse, e l’aumento di eventi sismici, soprattutto intorno alla “ring of fire” (Haiti, Chile, Christchurch, Giappone, Cina, a quando la California?) creano ulteriore stress sulle nostre infrastrutture bisognose di manutenzione per mancanza di soldi. Quando si aggiungerà l’impossibilità per alcuni paesi di imprtare il petrolio quando non ci saranno abbastanza esportatori questo modello di economia just-in-time sarà completamente finito.

Chi non vuole ancora crederci farebbe meglio a leggersi il documento della Lloyds, creata insieme alla Think tank Chatham house. Scaricatelo qua .

Ecco alcuni esempi di chi non riesce più a produrre:

  • Sony, videocamere digitali, macchine fotografiche, microfoni e televisori, operazioni sospese fino alla fine di marzo. L’azienda sta cercando nuovi fornitori degli stessi prodotti.
  • Volvo probabilmente questa settimana deve fermare la produzione di macchine. L’azienda riceve ca il 10% dei componenti dal Giappone.
  • Apple, iPAD 2, il vetro. Ma si tratta anche della memoria flash della Toshiba, la memoria RAM della Elpida Memory, una bussola elettronica prodotta dalla AKM Semiconductor e altri componenti elettronici. Ce la faremo a sopravvivere senza il nuovo iPAD2?

Bloomberg ha tutta la lista impressionante dei produttori giapponesi fermi o chiusi.

Ci sono molti nomi importanti e conosciuti a tutti, Toshiba, Suzuki, Sony, Shiseido, Seiko, Sapporo, Pioneer, Panasonic, Nissan, Nikon, Nestlé, Mitsibushi, Mazda, Kirin, Kikkoman, Isuzu, Honda, Hitachi, Fujitsu, Daihatsu, Canon, Bridgestone, Asahi. E altri.

Un’altra questione è il cibo. L’infrastruttura danneggiata crea problemi quando le zone colpite devono essere riforniti, e i scaffali nei supermercati, quelli ancora aperti, sono vuoti. Nel paese non manca certo il cibo, è solo difficile farlo arrivare nei posti giusti.

Il vero “food shortage” arriverà in Giappone quando la domanda dalla Cina e altri paesi asiatici in forte espansione farà concorrenza a quei 40% di alimenti importati in Giappone, soya, pesce, manzo, insomma il benessere al quale i Giapponesi si sono abituati dopo la guerra. Ma li non ci siamo ancora arrivati.

Nonostante lo tsunami di notizie economiche allarmanti che arrivano dal Giappone il Nikkei da 4 giorni sale con percentuali notevoli. L’unica cosa che non manca sono soldi freschi di stampa da “iniettare” sul mercato. BoJ finora 40 bilioni di Yen.

5 responses to “Just-In-Time fermo (di nuovo)”

  1. Fabio says :

    Scusa Anna ma mastico poco di economia e credo che la mia domanda ti farà sorridere. Sento dire che BoJ ha aiutato il mercato azionario a non precipitare immettendo un sacco di miliardi di yen. Ma concretamente cosa significa? Hanno per caso comprato azioni? Mi parrebbe una cosa stranissima. E se l'hanno fatto, quali azioni hanno comprato? Un po' di questo e un po' di quello?

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  2. oronero says :

    La banca centrale giapponese non può più abbassare i tassi d'interesse perché sono già praticamente a zero, quindi non funziona questo normalissimo modo “keynesiano” di controllare l'economia, ma invece sono costretti ad aumentare la base monetaria comprando obbligazioni di stato. I soldi in questo modo “iniettati” appunto dovrebbero aiutare le banche di tutte le taglie a dare prestiti alle imprese che avranno bisogno di aiuto per ricostruire le loro attività, e a dare prestiti a persone private per ricostruirsi la vita. Invece gran parte finisce in borsa, gonfiandola con soldi che valgono sempre meno. Ma così si tranquillizza il resto del mondo.
    Infatti i famosi Quantitative Easing I e II americani sono dietro a questi due anni di straordinaria rendita borsistica negli Stati Uniti, a giugno probabilmente annunceranno il QE III, quindi un altro anno di S&P in salita…o no? un bel giorno tutti quanti insieme si renderanno conto che i loro soldi sono solo degli stracci di cotone e lino. Psicologia di massa.

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  3. Pinnettu says :

    Il tutto viene fatto nella consapevolezza che a lungo andare si rischia di far partire un processo inflattivo molto serio. Con conseguente inevitabile aumento dei tassi.

    Aumento dei tassi che potrebbe interrompere significativamente i flussi creditizi. Già oggi il mondo finaziario è terrorizato dal possibile aumento dei tassi da parte della BCE, di 0,5 punti, portandoli al 1,5%.

    Pensate per il sistema produttivo cosa significherebbe per esempio un tasso anche solo al 5%. Molti sarebbero praticamente costretti a chiudere le linee di credito con le banche.

    Crediti senza i quali oggi, almeno in Italia, nessun imprenditore è capace di finanziare la propria attività.

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  4. Fabio says :

    Grazie per la risposta. Continua a rimanere per me misterioso come i soldi “nuovi” usati per acquistare i bund finiscano poi sui mercati azionari. Ma cercherò di migliorare le mie conoscenze in materia senza rompere ulteriormente le scatole 🙂 Ma quanto può durare tutto questo? Lo smart money alla fine non mi sembra tanto smart e potrebbe finire come nella repubblica di Weimar quando ci volevano qualche miliardo di marchi per comprare il pane e la gente usava le cariole come portafoglio http://www.youtube.com/watch?v=WI1i5yhwOz8&feature=related
    Saluti

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  5. oronero says :

    La FED usa i soldi per comprare i bond dai Primary Dealer, alcune grandi banche che sono market maker e che quindi guadagno sempre. FInché c'è un flusso regolare dalla FED ai market maker la borsa americana continua gonfiandosi, appena strozzano il flusso si rallenta e poi crolla, come è avvenuto nel 2007.

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