Non andrai in pensione

Via ZeroHedge impariamo che secondo Maplecroft, un’azienda nel settore risk analysis e risk managament, l’Italia è a rischio estremo di pressioni economiche causate dal tasso delle nascite bassissimo, l’aspettativa di vita altissima, e un settore pubblico indirizzato a prendersi cura della popolazione sempre più anziana.

Maplecroft ha sviluppato un indice chiamato il “Fiscal Risk Index”, che elenca 163 paesi paragonando i dati sulla demografia, livelli di debiti dei privati, e le spese dello stato per sanità e pensioni.

“Acording to a new ranking of 163 countries, Europe’s big economies, including France, Germany, Italy, Sweden and the United Kingdom, are the most exposed to fiscal risk due to their ageing populations, substantial levels of debt and high public spending on health and pensions.”

Una bomba che sta per esplodere. Dei paesi a “extreme risk” ben 12 sono europei, e l’Italia è al primissimo posto.

Il debito privato in Italia non è molto alto, ma il debito pubblico è uno dei più alti al mondo, e lo stato spende cifre enormi per la sanità pubblica e le pensioni. La “dependency ratio” dell’Italia è altissima, 62%. Significa che per ogni 100 persone in età lavorativa, ci sono 62 che si grattano l’ombelico. Il Giappone prende la medaglia d’oro, con 72%.

Dopo l’Italia seguono il Belgio, la Francia e la Svezia.

Se uno si chiede come mai la tigre europea, la Svezia, potrebbe essere a rischio fiscale, basta guardare l’enorme debito privato. Esattamente come gli americani gli svedesi hanno mutuizzati la prima casa per comprarsi la seconda casa, o la barca, o i viaggi in Thailandia. Keep up with the Joneses.

Il problema vero è la longevità. Alcuni paesi come il Giappone, l’Italia e la Svezia si contestano da anni il primato, ma bisogna chiedersi se si tratta veramente di prendere la medaglia, visto che le due generazioni che si trovano in mezzo devono tirare su figli e nipoti, lavorare, e curare anziani, tutto in contemporanea.

In Europa la proporzione di persone 65+ attivi sul mercato del lavoro è la più bassa al mondo, con 1,4% per la Francia e 11,7% per la Svezia. La media mondiale è del 28%. Sarebbe la combinazione tra età pensionabile bassissima, che spinge persone in perfetta salute a lasciare il lavoro, e la discriminazione dovuta all’età. Chi non conosce una persona che un mese dopo la pensione ha sentito i primi problemi di cuore per lo stress psicologico di non avere più nessun posto “nel mondo”?

Maplehurst prevede che il settore privato si prenderà parte del carico pubblico:

“Governments in high risk countries may need to rely on business to help them absorb the costs. At the very least, governments will need the private sector to recruit and retain older workers and provide for more generous pension arrangements.”

Ora che i baby-boomer nati negli anni ‘40 e fra poco anche quelli degli anni ’50, cominceranno a pesare seriamente sulla sanità pubblica verranno senza dubbio aumentate le tasse per noi nati negli anni ‘60, ‘70 e ’80. Altrimenti si va in bancarotta:

”Without significant adjustments, such as raising taxes or reducing spending, countries risk going bankrupt.”

Poi devono ridurre le spese. Purtroppo una parte la sta già pagando i nostri figli se frequentano la scuola pubblica. Poco inglese, tantissima religione, materiali e carta igienica che compriamo noi genitori. È solo questione di tempo per quando cominceranno a chiudere le università.

Non possiamo, almeno a breve termine, fare a meno delle cure, della sanità, quindi un’altra spesa che andrà ridotta è la pensione.

Si vede sull orizzonte che:

  • L’età della pensione di vecchiaia aumenta a 70 anni da 65.
  • L’età della pensione di anzianità si prende dopo 40 anni di contribuzioni, non 35 come oggi. Invece di richiedere la pensione dai 60 ai 63 anni (dipende dal tipo di contratto), si andrà a 65 a 68 anni.
  • Il criterio “prescindendo dall’età, con 40 anni…” verrà aumentata a 45. Se uno comincia a 18, avrà almeno 58 anni prima di vedere i soldi, e non 53 come oggi.

Sarebbe in perfetta relazione all’aumento dell’aspettativa di vita, che ora ha superato gli 80 per gli italiani:

9 responses to “Non andrai in pensione”

  1. poldo alias marco says :

    Bisognerebbe dare ai nuovi assunti l'opzione di guadagnare tutto lo stipendio mensile, compresi i contributi, in oro fisico, in questo modo uno può decidere se risparmiare e consumarne una parte da vecchio o spendere tutto subito.
    Perchè non si fa in questo modo? Se uno si spende tutto prima è meglio per lui che se la spassa da giovane, ed è meglio per la collettività perchè così i consumi aumentano.

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  2. oronero says :

    perché non esiste abbastanza oro fisico.

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  3. Leonardo says :

    Si dice spesso che i contributi pagati dai lavoratori non sono sufficienti per pagare le pensioni… il problema e' che non dovrebbe essere cosi'. Dove sono finiti i contributi pagati dagli attuali pensionati? Dovrebbero essere stati conservati, o meglio investiti dal sistema paese per creare sviluppo. I frutti di questi investimenti avrebbero potuto/dovuto pagare le attuali pensioni. Invece non e' stato cosi'. E vista l'emergenza non sara' cosi' neppure in futuro. Ecco il fallimento dei nostri sistemi pensionistici!

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  4. andreaX says :

    Se l'aspettativa di vita media delle persone è aumentata è gisuto che aumenti tutto in proporzione, compresa la durata dell'età lavorativa. E' chiaro che l'idea di andare in pensione più tardi non mi fa piacere per niente ma è giusto che sia così, è il prezzo da pagare in cambio di una vita più lunga: più lunga l'infanzia, più lunga l'adolescenza, più lunga la vita lavorativa, più, lunga la pensione.
    Quello che mi da fastidio è l'idea che il problema sia il calo demografico, questo in se per se non è affatto un problema. Se partiamo dal presupposto corretto che ogni lavoratore mette da parte i soldi che poi avrà a disposizione durante la vecchiaia il sistema funziona perfettamente.
    Viceversa se partiamo dal presupposto sbagliato che siano i lavoratori giovani a dovere mantenere i lavoratori vecchi ormai in pensione è chiaro che un sistema così sbilanciato è destinato a fallire, specialmente se la popolazione cala, ma fallirebbe comunque perchè anche se la popolazione aumenta bisogna vedere poi se trova lavoro, i disoccupati non aìutano di certo a dare contributi ai pensionati, e nemmeno a se stessi.

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  5. oronero says :

    Si potrebbe pensare a una soluzione dove i pensionati possono lavorare senza pagare le tasse, se non prelevano la pensione. Non so però se è autofinanziante.

    Nel frattempo tutto il sistema è da radere al suolo, per essere ricostruito in un modo sostenibile, indipendente dalla distribuzione demografica del paese.

    Anche perché la grande “Völkerwanderung” (migrazione) alle nostre porte certamente riporterà la piramide demografica alla forma giusta, ma questo significa solo spostare il problema alle generazioni future.

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  6. Fabio says :

    Ho ascoltato un’analisi molto originale del problema pensionistico fatta dal sociologo e economista Bernard Friot, (http://www.la-bas.org/article.php3?id_article=1979 in francese) nell’autunno scorso, quando ci sono state le manifestazioni contro la riforma pensionistica in Francia. L’analisi è fatta per la Francia, ma credo valga per tutti i paesi EU15. Vi riporto una mia personale, spero non troppo scadente sintesi.
    L’argomento portato a favore della riforma del sistema pensionistico in Francia è il seguente: nel 1960 c’erano 4 attivi per pensionato, nel 2010 ce n’erano 2, nel 2050 ci sarà un attivo per pensionato. Questo comporta il fatto che il peso delle pensioni diventa insostenibile per l’economia e che quindi bisogna riformare il sistema proprio per preservare il sistema pensionistico, destinato altrimenti a scomparire.
    Ora Friot parte proprio da questo punto per rovesciare il discorso. Il fatto stesso che si è passati tra il 1960 e il 2010 da 4 a 2 attivi per pensionato senza problemi visto che il PIL è nel frattempo aumentato da 1000 a 2000 Mld euro (in moneta corrente) dimostra che si tratta di un falso problema. Nel 1960 le pensioni pesavano per 50 Mld, pari al 5% del PIL. I rimanenti 950 Mld erano disponibili per salari, profitti e tutte le altre spese. Nel 2010 il montante delle pensioni è salito a 260 Mld pari al 13% del Pil. Questo lascia 1740 Mld per salari, profitti e tutto il resto. 1740 Mld contro 950 Mld quindi. Nel 2050 le previsioni del C.O.R. (conseil orientation retrait, struttura governativa per lo studio del sistema pensionistico) danno 1 attivo per 1 pensionato ed un PIL a 4000 Mld euro. Il C.O.R prevede una spesa per le pensioni pari al 15% del Pil. Ma Friot auspica invece che essa possa salire al 20%, quindi ad 800 Mld di euro, lasciando 3200 Mld per salari, profitti e altro. Questo livello è ben superiore all’attuale e quindi Friot afferma che il problema pensionistico non c’è. Corrobora l’affermazione indicando che il sistema pensionistico retributivo francese è sano non avendo mai sofferto di bilanci in deficit dalla data data della sua creazione sotto Vichy nel 1941.
    Il problema secondo Friot è che, mentre tra il 1941 e il 1996 c’è stato un aumento annuo del peso dei contributi pensionistici pagati dai datori di lavoro pari allo 0.5 % del PIL, dal 1996 non c’è stato più alcun aumento dei contributi pagati dai datori di lavoro (notare che ciò avveniva in concomitanza alla riforma Dini in Italia (1995) con passaggio dal sistema retributivo al contributivo). Il 7% di PIL perduto lo si ritrova nei dividendi societari delle imprese che sono passati dal 2% al 9% del PIL. Quindi, sostiene Friot, si può tornare ad una situazione sana tornando ad aumentare i contributi che i datori di lavoro devono versare di un 0.5% annuo.
    A me questa analisi, certo rivoluzionaria e contraria a tutto quello che si sente dire in giro e che ho letto nei vostri post, mi trova d’accordo. A pensarci bene, l’aumento di produttività legato al progresso tecnologico è innegabile, quindi perché non dovrebbe essere sufficiente 1 lavoratore per ogni pensionato? Certo il discorso cade se gli azionisti vogliono continuare ad incassare, caschi il mondo, il 15% di profitti anno, e per far ciò si è disposti a tagliare al massimo salari e contributi pensionistici. Ma tutto ciò è ineluttabile? Forse no, basta farsi due conti.

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  7. oronero says :

    La crescita del PIL è perfettamente collegato alla crescita di estrazione di petrolio (tranne forse per la Cina, dove la crescita sembra collegata alla velocità di stampa della FED). Ora sappiamo tutti che questa crescita dell'estrazione sta per rallentare molto, per poi fermarsi, e diminuire. In tanti pensano che la crescità si sia già fermata, visto che non riusciamo in nessun modo a produrre sopra i livelli del 2005.

    Hubbert ha pubblicato la sua famosa teoria sulla fine del petrolio negli anni 50. Lui usava la bell curve dove l'ascesa è uguale alla discesa.

    Gli esperti oggi pensano che la discesa non sarà niente di simile all'ascesa, ma brusca e ripida.

    Il petrolio non può essere sostituito da niente per quanto riguarda ritorno sull'investimento.

    Quindi non possiamo estrapolare sulla crescita del passato per capire il futuro. I PIL degli OCSE cresceranno sempre meno velocemente, per poi fermarsi, diminuire, diventare negativi.

    Questo mentre l'energia peserà sempre di più sul PIL. 25% di peso sul PIL in spesa energetica non sembra irragionevole per il 2050.

    Friot appartiene ovviamente alla maggioranza degli economisti che credono che la crescita debba continuare, mentre è chiaro che non sarà né possibile, né auspicabile, continuare a sperperare le ricchezze della terra, che sono finibili.

    Lui sta già usando quel secondo pianeta che non abbiamo ancora trovato.

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  8. Pinnettu says :

    Queste proiezioni fanno il paio con i vari outlook trentennali che le agenzie che si occupano di enrgia stilano periodicamente, parlando di fantomatici barili di cui ancora non si conosce neppure l'esistenza.

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  9. Fabio says :

    Condivido con te che Friot, come anche il C.O.R, l'FMI, l'OCSE e tutta l'allegra compagnia di governatori centrali e capi di stato non considera che la crescita economica non potrà continuare indefinitivamente. Quello che però apprezzo nell'analisi di Friot è che mostra, con argomenti a mio avviso validi, i limiti del pensiero economico dominante riguardo le pensioni. Questo approccio critico si può applicare ad altro, a cominciare come dici giustamente tu dal concetto stesso di crescita illimitata, che è purtroppo alla base della nostra società.

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