Archive | gennaio 2011

Prime proteste in Saudi

Allagamenti con centinaia di morti non risparmiano nessuno in questi giorni:


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Prime proteste in Saudi

Allagamenti con centinaia di morti non risparmiano nessuno in questi giorni:



Ma che succedesse anche in Arabia Saudita era novità per me.
Leggendo in giro ho appreso che era già successo nel 2009, con fino a 500 morti, anche se il governo dopo ha abbassato il numero a 100 per evitare l’imbarazzo.

La colpa è solo della corrotta famiglia reale, che ha permesso la crescita della città di Jeddah fino a 4 milioni di abitanti senza la minima traccia di fogne e sistemi di depurazione delle acque.

Jeddah, il porto più grande nel Mar Rosso, non ha le fogne.

E come città di porto ha passato i secoli a ricevere viaggiatori da tutto il mondo, motivo per cui oggi conta come la città più aperta dell’Arabia Saudita. È in forte contrasto polemico con la chiusissima Riyadh, e le donne di Jeddah non sono costrette a portare il velo.

La reazione del governo è stato prima di smentire, e dopo di incolpare le vittime per non aver seguito gli ordini. La costruzione di case in molte zone è vietata, proprio per la mancanza di infrastruttura. Ma in Arabia Saudita ca 80% degli adulti non posseggono una casa, e non hanno scelta se non costruirsi la casa da soli. La causa è il prezzo altissimo per i pochi terreni adatti, perché la casa reale possiede da sola quasi tutto il paese. Pare che un qualsiasi membro della casa reale ha il diritto di espropriare terreno da un cittadino, per poi rivendergli il diritto di costruirsi la casa.

Gli allagamenti un anno fa non hanno cambiato nulla per Jeddah, che ora sta vivendo esattamente lo stesso disastro un altra volta. Solo che ora pare che gli abitanti si sono messi a protestare fisicamente, cosa totalmente vietata in Arabia Saudita.

Chiaro che un paese con la struttura demografica dell’AS non si può permettere che la gente scenda per strada. Cito me stessa:

La popolazione ora è di ca 28,6 milioni di persone, di cui 27,9 sotto i 65 anni. I maschi sotto i 65 sono 15 milioni. I lavori si trovano soprattutto nei servizi, con ben 71%. Un giovano maschio saudita ha praticamente nessuna possibilità di lavorare se per qualche motivo rimane tagliato fuori da un posto statale. La disoccupazione tra la popolazione saudita è di 11,6%, calcolando sui 9 milioni di uomini tra i 15 e 65 anni abbiamo la cifra di 1 milioni di uomini sauditi disoccupati.

Ci sono cifre non ufficiali che indicano la disoccupazione come 25%.

Una polveriera quindi. Ma a maggio quando ho scritto il post non pensavo realmente che il paese potrebbe fare rivolta.

Ma in realtà possiamo stare tranquilli ancora per un po’, non ci saranno rivoluzioni interne, perché almeno nel 2008 avevano ancora 430 miliardi di dollari in banca.

Se non per il fatto che una parte enorme di quei soldi vengono spese per la difesa. Una delle poche cose utili usciti da Wikileaks è stata la rivelazione che anche i sauditi e gli altri paesi arabi del golfo hanno una paura tremenda dell’Iran, ma non spiega comunque la cifra 8% del PIL sulla difesa.

Per me è il governo che si sta difendendo da tutti questi giovani uomini arrabbiati, esattamente quelli che stanno protestando in Tunisia e in Egitto. In tutti e tre i casi si tratta di paesi demograficamente complicati, con una fetta enorme delle popolazione maschile nell’età critica:



Proprio gli uomini tra i 20 e i 34 anni rappresentano un bel “muffin top” nella piramide. Uomini che potrebbero essere senza lavoro al 25% se preferiamo credere ai dati inufficiali, quindi impossibilitati a sposarsi e creare famiglia. Senza futuro in altre parole (aneddoto: in senegalese la parola per la morte di un uomo cambia in funzione dell’esistenza di figli o meno).

Ora, la rivolta a Jeddah è mirata all’infrastruttura scadente della città, non (ancora) per la mancanza di pane e lavoro. Ma le autorità ha già rinchiuso centinaia di demonstranti.

La componente inaspettata di questa rivolta spetta al BlackBerry, usato dai protestatori per mandare messaggi di massa. Per chi non ha mai usato il BB: possiede la praticissima funzione di poter mandare gratuitamente messaggi a qualsiasi altro BB in tutto il mondo, tramite la rete BB.

È questa la scintilla quindi?

La posizione dell’Arabia Saudita è perfettamente chiara, dopo che ha sostenuto la causa di Mubarak criticando la rivolta in Egitto, e ricevendo Ben-Ali a braccia aperte. Il governo spera che così il messaggio ai  manifestanti è abbastanza chiara, e di mettersi tranquilli subito.

Perché ora è uscito un secondo messaggio di massa sui BlackBerry. Si tratta di uno sciopero di tutti i dipendenti privati e del governo, per settimana prossima.

Non credo assolutamente che ci sarà una rivoluzione in Arabia Saudita. Il governo ha troppo potere militare, e gran parte di questi giovani uomini senza lavoro tradizionale è impiegato nella difesa. È innegabile che l’agitazione nel mondo arabo si sta diffondendo. Meno facile prevedere che effetti avrà sulla situazione energetica.

Certamente dagli Stati Uniti non ci sarà nessun aiuto per i paesi in rivolta, visto che l’Arabia Saudita è il più grande fornitore di petrolio e il più grande compratore di armi americani.

Riassumendo lo spread

Volevo capire anch’io perché lo spread tra Brent e WTI è arrivato a più di 11 dollari.  È incredibile che gli americani che sono i più grandi consumatori di petrolio al mondo lo possono pagare 11$ meno degli europei.

Per quanto mi riguarda, ci sono alcuni variabili che potrebbero o contraddirsi, o darsi ragione e quindi rafforzare lo spread: Continua a leggere…

Riassumendo lo spread

Volevo capire anch’io perché lo spread tra Brent e WTI è arrivato a più di 11 dollari.  È incredibile che gli americani che sono i più grandi consumatori di petrolio al mondo lo possono pagare 11$ meno degli europei.

Per quanto mi riguarda, ci sono alcuni variabili che potrebbero o contraddirsi, o darsi ragione e quindi rafforzare lo spread:

1: Forse gli americani non pagano affatto il WTI?

Se i magazzini a Cushing sono talmente pieni di petrolio da creare questo enorme spread non è un bel segnale della ripresa dell’economia americana. Rispondo da sola: No, non è così, visto che comunque le ultime settimane hanno visto un declino dei magazzini, che ha riportato il prezzo nel area 85-90 dollari.

2: Forse gli americani non consumano molto WTI?

Il WTI non è facilmente trasportabile, perché arriva li a Cushing dove mancane altre pipeline per portarlo per esempio al golfo. Cushing è un collo di bottiglia. Gli americani consumano molto altro petrolio light, che arriva a Texas e viene venduto come Light Louisiana Sweet, che segue bene l’andamento del Brent. Il WTI si usa solo nel midwest. Ci sarà una nuova pipeline, la TransCanada, che farebbe del WTI un petrolio più facilmente trasportabile, ma questo evento è ancora qualche anno distante. Potrebbe darsi che il WTI non è più tanto utilizzabile come benchmark per il consumo americano.

3: Perché il Brent costa più del WTI (API 40) visto che il Brent (API 38) è di qualità peggiore?

Non è solo il Brent che ha lo spread, anche il Tapis (Malaysia) che è già arrivato a 104$ un paio di settimane fa, il Kuwait, il Venezuela, Urals, insomma tutti i petroli che vengono venduti in zone con maggiore domanda, come Cina e India. Il problema sta allora con il WTI, non con il Brent. Vedi punto 1 e 2.  Il collo di bottiglia fa in modo che il “mercato” non riesce a correggere la differenza dei prezzi.

4: Se la domanda americana in realtà è forte, e gli americani stanno pagando caro il petrolio come tutti gli altri (comprando in realtà più LLS di WTI), questo potrebbe portare a un aumento anche del prezzo del gas, a lungo termine. Se qualcuno se ne accorge. Oppure quando ci sarà la pipeline nuova che farà aumentare il WTI, quindi aumenterà la domanda per il gas. Ovviamente io non ci credo in un aumento del gas, ne stanno producendo troppo negli US.

5: Il Brent è in fortissmo declino e la domanda europea e cinese è sempre forte. Quindi esiste anche una relazione normale tra domanda/offerta.

Lo spread al contrario, cioè con Brent più costoso del WTI ha avuto inizio intorno al 2006, proprio quando il Brent ha cominciato il suo declino. Prima il premio riguardava il WTI.



Ma dal grafico prodotto con i dati EIA si vede che intorno al 2006 lo spread ha cominciato a invertirsi.

Allo stesso tempo la produzione di petrolio nel mare del nord è scesa sotto i 5 milioni di barili al giorno:



Il declino è piuttosto rapido.

Se si trovano altri giacimenti enormi nel mare del nord lo spread diminuirebbe. Ma tanto sappiamo che non succederà.

Il forte declino del Brent lo rende più indifeso alle speculazioni. Meno navi viaggiano con il Brent, più diventa facile per un singolo operatore comprarsi una bella fetta di quel petrolio, diciamo il 30%, come ha fatto Hetco ora con il petrolio con consegna febbraio.

Anche il Brent sta perdendo di importanza come benchmark quindi. La produzione ora è meno della metà del 2000.

Come dice Isabella Kaminski di FT Alphaville, bisogna creare un nuovo benchmark, ma non esiste il petrolio adatto:

For a start, any internationally respected oil benchmark has to match certain criteria. Above all: quality, volume, independence, transparency and consistency.

Finding a crude blend that can do that is not so easy. There really isn’t enough independent light sweet crude in the world.

6: L’aumento dello spread dipende dalla domanda più forte per il Brent e dalla domanda più debole per il WTI, movimenti resi più pronunciati dalla speculazione.

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Io credo nei punti 5, 3 e 2. E forse un po’ nel punto 6.

Cosa penso dell’inflazione

In molti si chiedono come prevedere il prossimo crollo. Questo ovviamente perché qualche parte dei soldi sono stati investiti in azioni, oppure obligazioni, futures su gas e altre commodities, anche qualche oncia di oro, e ormai anche argento, per non perderli tutti all’inflazione. Prevedere il crollo è necessario per tirare fuori i soldi in tempo, rimanere liquidi, per poi reinvestirli quando crediamo che si è raggiunto il fondo. Continua a leggere…

Cosa penso dell’inflazione

In molti si chiedono come prevedere il prossimo crollo. Questo ovviamente perché qualche parte dei soldi sono stati investiti in azioni, oppure obligazioni, futures su gas e altre commodities, anche qualche oncia di oro, e ormai anche argento, per non perderli tutti all’inflazione. Prevedere il crollo è necessario per tirare fuori i soldi in tempo, rimanere liquidi, per poi reinvestirli quando crediamo che si è raggiunto il fondo.

Ve lo dico subito: io non ho nessun metodo per prevedere il crollo. Se qualcuno ce l’ha è benvenuto a condividere.

I soldi li abbiamo investiti in vari modi nonostante sappiamo che ci sarà un altro crollo dei mercati finanziari con un altro “demand destruction” per quanto riguarda gli idrocarburi. Questa volatilità è molto difficile da gestire mentalmente e anche i mainstream media (msm) non ci aiutano, nel loro ottimismo obbligatorio per i dati macro statunitensi. I media tradizionali non gestiscono molto bene le complessità perché non possono permettersi di speculare a vanvera come per esempio spesso mi permetto io.

Certamente avremmo potuto mettere i soldi nel materasso, oppure lasciarli in banca così come sono, invece di investirli e così facendo spingere ulteriormente lo sviluppo economico in avanti. Ogni sviluppo ormai è insostenibile, e dovremmo restringere, rimpicciolire l’economia per avere qualche speranza di salvare il pianeta. Ma questo è un altro post, quando troverò il tempo.

Invece, siamo li a sperare di salvare qualcosa dello stipendio dall’inflazione per il futuro proprio o quello dei figli.

Un inflazione che tra l’altro è più alta di quanto ci dicono. L’inflazione presentata regolarmente dai media è il CPI, il consumer price index,  che in realtà è solo un sintomo dell’inflazione.

La vera inflazione invece è l’aumento dell’offerta di moneta a un ritmo più elevato rispetto alla crescita economica, risultando in prezzi più alti di prodotti, servizi, e asset come azioni e case. Più soldi in giro che inseguono la stessa quantità di prodotti.

Per i vari governi è molto importante tenere il CPI più basso di quanto sarebbe veramente, perché ci vengono corrette per esempio le pensioni. Ci vengono corrette tante spese pubbliche, e anche gli interessi sulle obbligazioni protette contro l’inflazione, in inglese “Inflation-indexed bond”, in Italia i BTP€i, i Buoni Poliennali del Tesoro.

Così il governo lentamente riesce a risparmiare continuando a rassicurarci che “le pensioni seguono l’inflazione” ma la nonna ogni anno compra una bistecchina più piccola, oppure “la scuola ha avuto i soldi” ma i libri li comprano ormai i genitori. Per quanto riguarda i buoni del tesoro, ci danno interessi troppo bassi perché non vengono venduti su un mercato che potrebbe correggere la situazione.

Un altro effetto del CPI tenuto basso sono gli interessi delle banche centrali che vengono fissati troppo bassi liberando troppi soldi che poi creano le bolle finanziarie.

E per finire, si usa il CPI per correggere anche il PIL. Il PIL viene corretto per l’inflazione, ovvero il CPI, e più basso è il CPI, più alto risulta il PIL.

Gli americani sono dei grandiosi manipolatori del CPI. Esiste un sito chiamato shadowstats, che pubblica un grafico del CPI attuale contro il CPI come sarebbe se calcolato con i criteri originali del 1980. Questi criteri sono stati cambiati tantissime volte, proprio perché il governo americano ogni anno aveva esigenze diverse.

http://www.shadowstats.com/alternate_data/inflation-charts

Secondo il grafico con i criteri originali, gli Stati Uniti hanno avuto due periodi, intorno al 2006 e poi nel 2008, di iperinflazione sopra i 10%.

Se il PIL americano fosse stato corretto per il CPI vero si vedrebbe una recessione con PIL negativo dal 2000 in poi e non soltanto nel 2009.

Non credo che i CPI europei sono così manipolati come quello americano. Ma è facile togliere peso nel paniere a per esempio una medicina se questa è aumentata troppo dall’anno scorso. Un altro metodo che tiene il CPI basso è fare quello che fa per esempio anche il ristorante dell’IKEA: sostituzione. Nel paniere finisce più pollo che filetto di manzo. O nel caso dell’IKEA, prima una polpetta in meno. Poi meno carne nelle polpette. Poi tolgono la bibita inclusa. Etc. Piccolissime sostituzioni in basso di cui quasi non ti rendi conto perché ti abitui da una visita all’altra.

Direi che per la maggioranza delle persone l’inflazione vera è più alta di quella indicata dal CPI, perché le uniche cose che tendono a diminuire di prezzo sono computer, televisori e telefoni, cose che non si comprano ogni anno. Se per caso dovessere aumentare di prezzo diciamo del 5%, viene automaticamente corretto in giù a forse 3%, perché per 2% si tratta di “miglioramenti tecnologici”, quindi per gli istituti di statistica una deflazione, non inflazione.

Se vogliamo credere a shadowstats non possiamo credere ai dati macro sull’economia americana, che si trova allora in una permarecessione. Le borse europee di solito seguono come un cagnolino l’andamento del mercato americano, quindi è principalmente li che cerco di capire la correlazione prezzo del petrolio – prossimo crollo.

L’ottimismo borsistico è sempre più palpabile e le monetine si concentrano tutti sul bordo della slot machine senza cadere giù, ancora per qualche giorno o settimana, o addirittura mese. Chissà. In ogni caso non è facilissimo proteggersi dall’inflazione investendo, perché quando va bene lo stato si prende una percentuale del guadagno nominale, non di quello reale. Quindi anche se i tuoi soldi sono cresciuti da 100 a 150, quando realizzi il guadagno devi pagare ca 12% di tasse su quegli 50, e non su diciamo 45 che sarebbe ormai il loro vero valore, visto che mentre i soldi crescevano perdevano di potere d’acquisto.

Le banche & Co. ci vorrebbero sempre fermi nella barca, “tranquilla signora, il mercato è sempre solo andato su”, oppure ” tranquilli, tanto lei investe a lungo termine…”, solo che io soffro veramente tanto di mal di mare.

Altre riserve inesistenti

Poco tempo fa è arrivata la notizia che gli Stati Uniti si sono visti costretti a ridurre le  riserve di petrolio non ancora scoperte,  le riserve “undiscovered”, di vari miliardi di barili.

Per chi si chiede cosa sarebbero gli “undiscovered” esiste un grafico usato dalla International Energy Agency nel World Energy Outlook recensito da me:



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Altre riserve inesistenti

Poco tempo fa è arrivata la notizia che gli Stati Uniti si sono visti costretti a ridurre le  riserve di petrolio non ancora scoperte,  le riserve “undiscovered”, di vari miliardi di barili.

Per chi si chiede cosa sarebbero gli “undiscovered” esiste un grafico usato dalla International Energy Agency nel World Energy Outlook recensito da me:



Il triangolo azzurro tra le NGL e i giacimenti trovati ma ancora da sviluppare rappresenta tutti quei giacimenti che dobbiamo ancora trovare.

Nel 2035 questi giacimenti dovrebbero darci ca 20 milioni di barili al giorno per compensare per i giacimenti già sviluppati che si stanno svuotando.

Solo che non stiamo minimamente trovando quelle quantità di petrolio.

Ora anche la democrazia trasparente Norvegia ha ridotto le riserve “undiscovered”.

A differenza dei non-democratici e opachi paesi dell’OPEC che continuano ad aumentare le riserve, vediamo qua come agisce un paese serio.

La Norvegia ha investito sempre di più nell’esplorazione del Mare del Nord per contrastare la vertigginosa discesa di produzione del Brent.



Ma non ha funzionato. Quindi la cifra di pura fantasia di riserve “undiscovered” di 20,8 miliardi di barili sono ufficialmente diventati 16,4 miliardi di barili. Meno 4,4 miliardi di barili o ca 51 giorni di consumo mondiale. Anche la cifra 16,4 è pura fantasia, perché senza dubbio prima o poi anche questa cifra verrà corretta in giù.

Notizie come questa, che Statoil o qualcun’altro ha trivellato un pozzo sperimentale nel Mare del Nord senza trovare niente, sono sempre più frequenti.

E così succede che una piccolissima scoperta di petrolio diventa la più grande in 10 anni. Ho scritto il post su Encore Oil il 28 giugno.



Su notevoli 179% sulla notizia che è stato trovato l’equivalente di un giorno e mezzo di consumo di petrolio.

Alcuni protagonisti dei post in %

Mi sono ricordata che ogni tanto ho anche incluso qualche azienda del settore nel mio blog. Sarebbe interessante vedere come si sono sviluppate in borsa e se avevo ragione o no, quando raramente ho espresso un’opinione. Io seguo praticamente solo la borsa di Stoccolma e i grandi vincitori dell’anno sono le industrie pesanti, con l’indice su quasi 50%. Questo nonostante la corona sia sempre più forte, chissà cosa succede quando la gente se lo ricorderà che l’esportazione soffre. Continua a leggere…

Alcuni protagonisti dei post in %

Mi sono ricordata che ogni tanto ho anche incluso qualche azienda del settore nel mio blog. Sarebbe interessante vedere come si sono sviluppate in borsa e se avevo ragione o no, quando raramente ho espresso un’opinione. Io seguo praticamente solo la borsa di Stoccolma e i grandi vincitori dell’anno sono le industrie pesanti, con l’indice su quasi 50%. Questo nonostante la corona sia sempre più forte, chissà cosa succede quando la gente se lo ricorderà che l’esportazione soffre.

Al secondo posto per il 2010 c’è il “SX10 Energi_PI”, l’indice per le aziende nell’energia. Nel 2009 aveva fatto il +67%, nel 2008 -46% (-60% dal massimo a luglio 2008), -12% nel 2007, nel 2006 prima 46% fino al picco metà maggio, da li -20%, quindi in totale +15%… Se qualcuno nel 2010 ha investito nell’energia senza guadagnarci si è perso un’occasione (e dovete scusarmi signori long-sul-gas ma parlo solo di azioni e non di futures) ma non ho mai scritto qualcosa sulle aziende di Stoccolma, perché mi interessa più scrivere delle aziende che appaiono nelle notizie che mi interessano.

Non posseggo azioni in nessuna delle aziende descritte sotto.

In ordine come mi vengono in mente:

BP. Su BP non ho scritto quasi niente ad aprile/maggio, ho solo pensato un sacco. Ammetto di aver pensato erroneamente che non si sarebbe ripreso. Ero tra i sostenitori di Matt Simmons, convinta che l’azienda avrebbe fatto un Lehman (not too big to fail). Invece è li, con una lento ma stabilissima ripresa. Dal minimo a giugno +70%, mancano 30% e siamo al livello pre-Macondo. Dal mio post il primo maggio -1,9%.



Transocean. Ho scritto il 5 maggio che si sarebbe ripresa subito. Non sapevo ancora veramente quanto era grave l’incidente, e che ci sarebbe stato il fermo delle trivelle nel golfo del Messico. Ora si sta riprendendo esattamente come la BP. Un +65% dal minimo a giugno, qua mancano ancora 20% al massimo della fine di aprile. Ci arriveremo sicuramente perché in fondo non possiamo rinunciare al deep sea drilling. Dal mio post il 5 maggio +6,9%.



Petroceltic. L’azienda che opera i giacimenti italiani. Ha fatto un viaggio in giù ed ora è esattamente allo stesso livello dell’aprile pre-minicrisi. Proprio oggi ha fatto un bel salto del 5%. Anche li medie mobili nel ordine giusto da due mesi ormai. Dal mio post il 23 aprile +5%.



Chevron. Il 7 aprile ero decisamente entusiasta del fatto che la Chevron investisse pesantemente nel fotovoltaico. Da li ha fatto prima +6%, poi durante la crisi -18%, e dal minimo a luglio +35%. Quasi 20% dal 7 aprile.



Alliance Oil. Mi interessa tutto quello che c’entra con la ESPO, e Alliance è un’azienda che guadagnerà tantissimo quando sarà pronta. Io personalmente non investirò mai in un’attività che si trova in un paese anti-democratico, schizofrenico e completamente opaco come la Russia, ci sono troppi rischi politici. Rimane però una specie di innamoramento. Alliance ha fatto un viaggio torturato quest’anno. Dal massimo il 7 aprile ha perso 32%, e dal minimo il primo luglio è su 40%. Dal mio articolo il 17 marzo +1,7%.



Ivanhoe Energy. Nel mio post sulla Mongolia il 22 novembre ce n’erano anche altre aziende ma questa è la più importante. La sua discesa è incominciata addirittura prima che la BP togliesse il tappo alla vasca da bagno, e aveva un massimo a metà marzo dal quale ha perso 60% fino al 25 agosto. Da li è su 110%. Dal mio post il 22/11 su 42%.



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