Prossima fermata la Mongolia

I sicuramente bravissimi geologi sovietici non hanno lasciato dietro segreti solo in Afghanistan, ma anche nella Mongolia. I sovietici hanno cominciato l’esplorazione del vicino di casa già negli anni quaranta, e trovato vari giacimenti non hanno perso tempo nel creare un patto per l’esplorazione del petrolio con la Mongolia, chiamato MongolNeft. Il patto, stabilito nel 1947 dava solo il 20% del petrolio alla Mongolia, il resto andava alla Russia, in totale ca 1 milione di tonnellate, poco più di 7 milioni di barili.

Poi è successo che i russi hanno scoperto petrolio anche in Siberia. Un pochino meno lontano, e soprattutto non c’era bisogno di regalare petrolio a nessuno che non fosse russo. Nel 1969, dopo solo venti anni di produzione, i giacimenti mongoli sono stati abbandonati, e la Mongolia ha dovuto importare il petrolio dalla Russia, in assenza di know-how tecnologico per trovare e estrarre il petrolio sul proprio suolo.

Con la caduta dell’impero sovietico i sussidi al petrolio sono stati abbandonati e di fronte ai prezzi di mercato i mongoli hanno dovuto prendere la decisione di sviluppare un’industria petrolifera propria. Dal 1993 il paese ha cominciato la produzione sotto la nuova legge del 1991, incambiata fino ad oggi. All’inizio la Mongolia ha anche speso una cifra notevole, ca 9 miliardi di dollari (due volte il PIL nazionale), in attività promozionali per aumentare la presenza straniera nel paese, un’impresa che è riuscita solo parzialmente, per mancanza di infrastrutture funzionanti, la vicinanza alla Siberia e il praticamente non-esistente mercato interno che non è sembrato molto allettante agli investitori. Questa situazione è cambiata dal 2004 ca quando investitori hanno cominciato a capire le necessità della Cina.

Oggi ci sono nel paese alcune compagnie petrolifere straniere che cercano e producono petrolio, e probabilmente saranno sempre di più. La Mongolia è un immenso paese, grande come 5 Italia, con soli 2,9 milioni di abitanti di cui il 38% vive a Ulan Bator, altri 30% sono nomadi. È il paese più sparsamente popolato della terra. Quindi non esistono ostacoli geografici, come città e strade, alla trasformazione del paese in un gigantesco formaggio svizzero di buchi di trivellazione. Il petrolio che si trova nella Mongolia non è né deep-water, né ultra-heavy. È a pochi migliaia di metri sotto terra, e di qualità convenzionale con un API intorno ai 28.

Corre voce in Internet che le riserve mongole ammontano a 6 miliardi di barili di petrolio (cifra che non sono riuscita a verificare), alla pari di Azerbaijan o la Norvegia. Invece ci sono informazioni che sarebbero solo 320 milioni di barili, oppure 1,5 miliardi di barili, stima fatta dalla Exploration Institute of the Chinese National Oil Corporation.

Entrambe le cifre sono sciocchezze se guardiamo il consumo giornaliero mondiale di 86 milioni di barili. Ma per un paese che è stato abusato dalla Russia per decenni si poteva trattare di un’opportunità unica per invertire la fortuna del paese, fortuna intesa come crescita economica basata sul petrolio a buon mercato. E invece…

La Cina sta già cercando e producendo petrolio in Mongolia tramite le NOC Sinopec e PetroChina. Il petrolio prodotto dalla PetroChina nel Block XIX è già per strada verso la Cina nel momento in cui viene estratto. Anche la Cina è da anni dipendente dalla Russia, fino al punto di aver costruito una pipeline da Skovorodino (parte di ESPO) per importare 15 milioni di tonnellate all’anno fino al 2030. Con il petrolio della Mongolia la Cina sarà meno dipendente dalla Russia. La Mongolia, che avrebbe potuto usare il petrolio per sviluppare l’industria del paese, con il suo PIL di 1.500 dollari pro capite (Italia 35.500 dollari), invece lo ha già praticamente venduto alla Cina.

Né la BP né la EIA mi danno informazioni sulla quantità effettivamente prodotta nella Mongolia, e sul consumo siamo intorno ai *rullo di tamburi* 17.000 barili al giorno. Talmente poco che non può essere vero, tipo Martinique o Guadeloupe.

Se la Mongolia non usa il petrolio per sviluppare l’industria, magari perché si aspetta sempre maggiori introiti dalle attività minerarie (oro, rare earths, rame, carbone ed altro), si può sempre sperare che creino un sovereign wealth fund. Per ora non sono sulla lista. Ancora non producono abbastanza petrolio, e probabilmente devono ripagare il resto del notevole debito fatto con la Russia.

Mongolia attualmente ha emesso 27 blocchi, di cui 18 sono già Production Sharing Contracts, e 5 sono ancora in ballo. Production Sharing significa che dopo che la compagnia petrolifera ha pagato tutte le sue operazioni si divide il profitto del minerale/idrocarburo prodotto con il governo che gli ha concesso il contratto. Secondo Wikipedia di solito 80% vanno al governo e 20% all’impresa. Siccome c’è un limite di tempo entro il quale la compagnia di esplorazione e produzione può partecipare alla licenza, è necessario ripagarsi tutti i costi durante la durata del contratto. I contratti durano da 5 a 30 anni e le aziende più piccole potrebbero avere difficoltà di sopravvivenza. In questi casi spesso la produzione iniziale viene messa a parte perché l’impresa possa usarla per ripagare i debiti. Questa parte del petrolio si chiama cost oil, a differenza del profit oil che è quello che poi viene diviso tra governo e impresa.

Ho cercato di capire quale sono le aziende che operano nel paese, visto che la Mongolia non sembra di possedere una NOC.

Una è la multinazionale Ivanhoe Energy, che tramite un merger della sua filiale Sunwing con la PanAsian Energy, filiale di PanAsian Petroleum è venuto in possesso della licenza del Block XVI di 16.000 km2, nel Nyag Basin. La Sunwing è esperta in operazioni nel est asiatico. Il merger fa parte dell’ambizione della Ivanhoe di diventare un operatore importante in Asia, con filiali indipendenti quotati sulle borse regionali.

Un’altra è la Petro Matad, che sta trivellando nel Block XX e esplorando nei Block IV e V, tutti nel Tamtsag Basin. I blocchi IV e V coprono insieme più di 70.000 km2, tre volte la Lombardia. Block XX è grande 14.250 km2

Fino a luglio questa minuscola compagnia con un market cap di 200 milioni di sterline valeva meno di 50 pennies sulla borsa di Londra, ma dopo la notizia che il pozzo DT-1 contiene petrolio l’azione è salita quasi a 180. Oggi l’azione vale ca 109 pennies, giù sulla notizia che il terzo pozzo trivellato non è fisicamente collegato ai primi due. Ora la compagnia deve fermare la trivellazione per colpa dell’inverno rigido.

Il sito comunque non da nessun indizio sulla quantità di petrolio esistente nel blocco 20.

Anche la Manas Petroleum della Svizzera sta esplorando i blocchi XIII e XIV nel East Gobi Basin, cioè nel famoso deserto Gobi. Sul sito leggo che lo stato mongolo ha diritto a 12,5% in forma di royalty interest, che secondo Schlumberger significa possesso di un percentuale della produzione dopo che tutti i costi sono stati pagati. Il sito della Manas è molto più generoso con le informazioni rispetto alle due imprese più grandi, qua tante informazioni sull’esplorazione seismica, e anche qualcosa sulle eventuali riserve.

Io non ho azioni in quelle aziende ma ormai sono curiosa sul business in Mongolia. Per continuare l’esplorazione in quelle terre immense avranno bisogno di sempre più soldi, quindi faranno OPA dopo OPA per sopravvivere, fino a esasperare tutti gli azionisti, oppure faranno partnership con aziende più grandi, oppure verranno comprati dai cinesi appena trovano qualcosa di veramente interessante.

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