Archive | novembre 2010

OT: conferenza stampa NASA

Per i romantici tra di noi:

Annuncio di una conferenza stampa NASA su una scoperta astrobiologica il 2 dicembre.

OT: conferenza stampa NASA

Per i romantici tra di noi:

Annuncio di una conferenza stampa NASA su una scoperta astrobiologica il 2 dicembre.

ERO(E)I e il prezzo del petrolio

C’è molta confusione su cosa sia veramente peak oil. Gli scettici ripetono che non esiste nessun pericolo per il nostro futuro energetico visto che che le riserve sono (e in effetti sono) ancora enormi, continuiamo a trovare giacimenti in posti nuovi, la tecnologia migliora e tireremo su quel petrolio senza problemi fra un paio d’anni, etc. Continua a leggere…

ERO(E)I e il prezzo del petrolio

C’è molta confusione su cosa sia veramente peak oil. Gli scettici ripetono che non esiste nessun pericolo per il nostro futuro energetico visto che che le riserve sono (e in effetti sono) ancora enormi, continuiamo a trovare giacimenti in posti nuovi, la tecnologia migliora e tireremo su quel petrolio senza problemi fra un paio d’anni, etc.Tempo fa ho scritto un post sulle materie prime e l’EROEI (Energy Returned On Energy Invested) che consiglio di leggere a chi non l’ha ancora fatto, se vuole cominciare a capire il nocciolo della questione peak oil.

Il nocciolo non sono i litri esistenti ancora sul pianeta, ma l’energia che dobbiamo spendere per tirarlo fuori dalla crosta.

Non perché il mio post sia qualcosa di eccezionale, ma perché il concetto EROEI sta al peak oil come la birra sta al Oktoberfest.

Se non volete leggere il mio post, leggete il wiki e poi andate a cercare su theoildrum. A me piacciono gli articoli di Nate Hagens.

Continuo.

La prima cosa da non fare è confondere l’EROEI con l’EROI – Energy Returned On Investment, perché li si riferisce all’investimento finanziario necessario per estrarre la risorsa.

Con EROEI si parla dell’energia necessaria per estrarre altra energia. Per molti è chiaro che non andremo mai a estrarre energia se l’EROEI è meno di uno <1. E può darsi che non useremo mai tanta energia per estrarne poca.

Ma se guardiamo l’EROI potrebbe avverarsi il contrario. Io sono convinta che useremo grandi quantità di energia meno nobile, come il carbone, per estrarre quantità sempre più piccole del nobilissimo petrolio, semplicemente perché non ce la caviamo senza. Vogliamo credere che non ci sarà neanche un aereo in cielo fra 30 anni?

Un EROEI <1 non è uguale a un EROI <1.

Le analisi EROEI sono impossibilmente complicati se dobbiamo includere ogni singolo passo nel processo di produzione:

Per esempio, se vogliamo produrre delle turbine eoliche, dobbiamo includere solo la produzione usata al interno della fabbrica, o anche l’energia necessaria per mantenere l’infrastruttura (strade, acqua, elettricità) che porta alla fabbrica? Dobbiamo includere il viaggio in macchina che l’operaio percorre da casa per arrivare alla fabbrica? Poi non tutte le parti vengono prodotte nella stessa fabbrica, ovviamente includeremo anche l’energia delle fabbriche dei sottofornitori, e l’energia necessaria per il trasporto delle parti alla fabbrica finale. E se non includiamo l’energia necessaria per le attività minerarie per estrarre i minerali necessari per le varie parti, le turbine non potranno proprio esistere. E portare il ferro dalla miniera in Brasile alla prima fabbrica in Cina…Se in qualsiasi punto di questa catena di produzione, dove ho anche tralasciato decine di passi, per qualsiasi motivo viene a mancare l’energia, non ci sono più le turbine eoliche.

Le prime fonti di petrolio avevano un EROEI di quasi 100. Le strutture per la trivellazione erano primitive ma il petrolio si trovava a pochi centinaia di metri sotto terra, e non costava quasi niente né in termini di energia di input, né in termini di investimento, per tirarlo fuori.

Ora ci sono blogger che danno l’EROEI per petrolio e gas fossile da 8 a 11, dipende dal luogo.

Da 100 a 8 in 100 anni. Anche se il prezzo del petrolio dipende in parte dallo smart money che non sa più dove andare, è chiaro che comprare 12,5 barili per estrarre 100 costa di più che comprare 1 barile per estrarre 100.

Anche se avrebbero dato retta a Berlusconi al G20 che voleva vietare il trading di petrolio a chi effettivamente non può prendere consegna, per evitare la speculazione e la volatilità, il prezzo può solo salire, finché non vada  di nuovo contro il tetto di massima sopportazione economica con conseguente recessione.

E finché non arriviamo a quel tetto, per chi vuole proteggere il futuro economico dei figli, potrebbe essere una buona idea investire nel petrolio.

to be continued…

UE, i suoi funzionari, e i nostri soldi

Incredibile la notizia che la commissione europea ha aumentato gli stipendi del 3,7%.

Questa massa di burocrati carrieristi quasi anonimi (qualche rarissima eccezione c’è) è già dotata di superstipendi. Prendono da 2.600€ (segretari) a 18.000€ (capi dipartimento) e 20.000€ (capi commissione). Le tasse sono anche quelle molto democraticamente ca 8% su tutta la linea. Continua a leggere…

UE, i suoi funzionari, e i nostri soldi

Incredibile la notizia che la commissione europea ha aumentato gli stipendi del 3,7%.

Questa massa di burocrati carrieristi quasi anonimi (qualche rarissima eccezione c’è) è già dotata di superstipendi. Prendono da 2.600€ (segretari) a 18.000€ (capi dipartimento) e 20.000€ (capi commissione). Le tasse sono anche quelle molto democraticamente ca 8% su tutta la linea.

In più ricevono massicci sussidi per pagarsi la casa, e altre cose che riguardano le loro famiglie, assicurazioni mediche supercoprenti e la scuola dei figli pagata.

A dire la verità il Consiglio ha cercato di limitare l’aumento a 1,85%, ma la corte europea ha giudicato contro, visto che non esiste il motivo “grave e improvviso peggioramento della situazione economica”.

Hanno ragione, perché è certamente non improvviso il peggioramento della situazione economica. Se noi consumatori dei media tradizionali lo sappiamo da ca 1 anno che siamo dentro fino al collo, figuriamoci loro, che hanno accesso a tutti i numeri. Lo sanno da anni.

L’aumento degli stipendi è retroattivo ca 1 anno e mezzo, visto che la corte ci ha messo un bel po’ ad arrivare a un giudizio.

Il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, che nessuno veramente sa chi sia, e certamente non è stato eletto democraticamente, ora viene pagato 377.000€ all’anno, il doppio del primo ministro svedese Reinfeldt.

Esiste un post su un blog del daily mail molto interessante.

L’autrice Mary Ellen Synon descrive Rompuy come uno degli uomini più pericolosi dei nostri tempi, un cinico belga che vorrebbe trasformare tutta l’Europa in un gigantesco Belgio, cioè un paese costruito, dove il normale patriottismo è stato sottomesso e scambiato per un finto nazionalismo europeo.

Rompuy esprime chiaramente cos’è per lui il normale nazionalismo dei vari popoli: “The biggest enemy of Europe today is fear. Fear leads to egoism, egoism leads to nationalism and nationalism leads to war.”

Ci sono solo due paure qua, e nessuna c’entra con la definizione di nazionalismo di Rompuy. La prima paura che vedo io è quella che noi europei sentiamo nei confronti del macchinario gigante chiamato Unione Europea, che crea legge dopo legge per limitare sempre di più le nostre vite, che ha paralizzato i sistemi economici dei paesi che non erano pronti per adottare l’euro, che crea strutture di potere sempre più rigide per proteggere i funzionari e le loro famiglie.

La seconda paura è quella dei funzionari che hanno tutto da vincere se la UE continua incambiata e tutto da perdere il giorno in cui ci stufiamo.

Non ci sono europei che iniziano le guerre, solo politici che hanno paura di perdere il potere, e che vogliono espandere il proprio potere. Non esiste nessun Germania contro Francia, ormai si tratta di europei contro funzionari UE.

Oggi c’è un unico politico del parlamento europeo che regolarmente manda Rompuy a quel paese. Si chiama Nigel Farage.

In questi giorni è certamente facile farsi strada per un esponente di un partito anti-EU e populista, ma mi trovo perfettamente d’accordo con il punto di vista di Farage che la UE non è democratica, che non ci coinvolgono nelle decisioni più importanti (leggi trattato di Lisbona) e che stanno sprecando i nostri soldi per niente.

You’ve been in office for one year and in that time the whole edifice is beginning to crumble, there’s chaos, the money’s running out – I should thank you; you should perhaps be the pin-up boy of the Eurosceptic movement.

World Energy Outlook e l’OCSE

Backcasting.

Nel precedente post sul WEO  – World Energy Outlook – della IEA ho descritto come devono fare backcasting per arrivare a dei numeri decenti per il nostro consumo di energia nel 2035. Backcasting significa che hanno deciso come sarà il mondo fra 25 anni, e ora gli resta solo disegnare la curva tra il punto di partenza (oggi) e il punto di arrivo (2035). Continua a leggere…

World Energy Outlook e l’OCSE

Backcasting.

Nel precedente post sul WEO  – World Energy Outlook – della IEA ho descritto come devono fare backcasting per arrivare a dei numeri decenti per il nostro consumo di energia nel 2035. Backcasting significa che hanno deciso come sarà il mondo fra 25 anni, e ora gli resta solo disegnare la curva tra il punto di partenza (oggi) e il punto di arrivo (2035).

Più spesso le think tank si occupano di forecasting, cioè usano i dati del passato per estrapolare il futuro. Backcasting è il contrario. Si prende una decisione sul futuro, dopodiché si adatta lo sviluppo il necessario per arrivare al punto deciso.

Il WEO contiene come già detto dei grafici intriganti, nel senso che dimostrano una cosa, mentre il testo sotto dice tutt’altro. Questo perché la IEA è perfettamente consapevole del non vorrei dire crollo sistemico, anche se sono ormai tanti i blogger che ne parlano, alle nostre porte. La IEA tuttora è costretta a minimizzare i rischi per i già menzionati rischi politici.

Questa è la prima volta che la IEA, consapevole di peak oil da più di un decennio, ha preso quella frase in bocca.

Uno dei grafici che vale la pena guardare più da vicino è questo:

Praticamente ci dice quanta energia in più o in meno che possiamo consumare fino al 2035. Ma ricordiamoci che si tratta dello New Policies Scenario, in cui effettivamente facciamo degli sforzi grandi per migliorare il futuro.

Nessuno può fermare la crescita della Cina e dell’India, che aumenteranno moltissimo i loro consumi energetici nei prossimi 25 anni. Tra il 2000 e il 2008 la crescita media del PIL cinese era del 10% (giù a 6,7 nel 2009 ma già oltre 11% nel 2010). Anche se questo numero dovesse scendere 3 punti a 7% abbiamo un raddoppiamento dell’economia ogni decennio, con i consumi energetici a seguito.

Secondo la IEA il consumo di energia dei non-OCSE potrà crescere del 75% in 25 anni, trainati dalla Cina, e quella OECD del 36%.

Come già detto i tecnici IEA sanno da anni che peak oil e peak coal limiteranno il consumo mondiale di energia. Bisogna solo decidere dove.

La IEA ha deciso che siamo noi occidentali che ci dobbiamo limitare. Giusto, ne usiamo molto più del resto del mondo.

Solo che la crescita non-OCSE è talmente forte che non solo ci dobbiamo limitare, ma anche diminuire l’uso di queste fonti per far quadrare i conti. Esattamente come suggerito dal grafico sopra. L’occidente deve ridurre i consumi di carbone e petrolio di 400Mtoe per entrambe le fonti energetici fino al 2035. Sono 800 Mtoe in totale. Ovviamente in compenso useremo un mix di rinnovabili, gas e nucleare. Dal grafico sembrerebbero ca 1100 Mtoe di energia da altri fonti che andranno a sostituire le 800 Mtoe carbone/petrolio, quindi si, crescità di ca 36%.

1100 Mtoe di crescita energetica totale nell’area OCSE, diviso 25 anni = 44 Mtoe all’anno da fonti rinnovabili, biomasse, nucleare, e gas fossile. Esplorerò la questione in un altro post.

Attualmente l’OCSE consuma 45.000.000 di barili di prodotti petroliferi al giorno (dati EIA). Questo corrisponde a 6.140.000 tonnellate al giorno, o 2.240.000.000 tonnellate all’anno = 2.240 Mtonnellate.

400 Mt da risparmiare in tutto, divise 25 anni, fanno 16 Mtoe all’anno. Non sembra certo tanto rispetto alle 2.240 bruciate ogni anno.

Bastano 0,06% in meno all’anno per avere un risparmio complessivo di 2.988 kbarili o ca 420 Mtoe.

Per ridurre i consumi di petrolio di 16 Mt all’anno, che è veramente pochissimo, basta aspettare che i prezzi del petrolio lentamente salgono, tanto anche T. Boone Pickens prevede 95$ per la fine del 2011. Come dice lui, già ora il consumo è più grande della produzione e l’unico modo per controllare il consumo e far salire i prezzi.

(Ed è qua che io mi perdo. Il consumo è già più grande della produzione, e noi dobbiamo solo diminuire il consumo di 0,06% all’anno? Mentre i non-OCSE aumentano il consumo?)

Facendo finta che circumnavighiamo elegantemente peak-oil diminuende di soli 0,06% all’anno, avremo comunque sempre più bisogno di prodotti petroliferi per l’agricoltura, visto che le raccolte in tutto il mondo saranno sempre meno sicure, e dobbiamo cercare di hedgare la nostra alimentazione coltivando cibo più vicino a noi. Gli agricoltori europei diventeranno il nuovo ceto sociale “in” visto che le loro terre saranno presto il più prezioso asset sulla terra. A parte il petrolio. Ci sono già fondi che stanno trasformando l’intera Romania in terra agricola.

Questo significa che i trasporti privati devono diminuire più di quei 16 Mtoe, per fare spazio all’agricoltura. Per semplificare assumo che il nostro consumo di plastica rimane invariato, e che tutta la diminuzione riguarda carburanti.

E per quanto riguarda il carbon la situazione è la stessa.

Nel 2009 abbiamo consumato poco meno di 2,4 miliardi di short tonnes x 0,907186 = Sono 2.177 Mt

Se 1 Mt di carbone equivale a 0,64 Mt di petrolio abbiamo 2.177 Mt carbone = 1.393 Mtoe all’anno.

Non dovrebbe essere troppo complicato togliere 16 Mtoe all’anno neanche qua. Basta che ogni anno spostiamo un’altra fabbrica FIAT in Tunisia.

Prossima fermata la Mongolia

I sicuramente bravissimi geologi sovietici non hanno lasciato dietro segreti solo in Afghanistan, ma anche nella Mongolia. I sovietici hanno cominciato l’esplorazione del vicino di casa già negli anni quaranta, e trovato vari giacimenti non hanno perso tempo nel creare un patto per l’esplorazione del petrolio con la Mongolia, chiamato MongolNeft. Il patto, stabilito nel 1947 dava solo il 20% del petrolio alla Mongolia, il resto andava alla Russia, in totale ca 1 milione di tonnellate, poco più di 7 milioni di barili. Continua a leggere…

Prossima fermata la Mongolia

I sicuramente bravissimi geologi sovietici non hanno lasciato dietro segreti solo in Afghanistan, ma anche nella Mongolia. I sovietici hanno cominciato l’esplorazione del vicino di casa già negli anni quaranta, e trovato vari giacimenti non hanno perso tempo nel creare un patto per l’esplorazione del petrolio con la Mongolia, chiamato MongolNeft. Il patto, stabilito nel 1947 dava solo il 20% del petrolio alla Mongolia, il resto andava alla Russia, in totale ca 1 milione di tonnellate, poco più di 7 milioni di barili.

Poi è successo che i russi hanno scoperto petrolio anche in Siberia. Un pochino meno lontano, e soprattutto non c’era bisogno di regalare petrolio a nessuno che non fosse russo. Nel 1969, dopo solo venti anni di produzione, i giacimenti mongoli sono stati abbandonati, e la Mongolia ha dovuto importare il petrolio dalla Russia, in assenza di know-how tecnologico per trovare e estrarre il petrolio sul proprio suolo.

Con la caduta dell’impero sovietico i sussidi al petrolio sono stati abbandonati e di fronte ai prezzi di mercato i mongoli hanno dovuto prendere la decisione di sviluppare un’industria petrolifera propria. Dal 1993 il paese ha cominciato la produzione sotto la nuova legge del 1991, incambiata fino ad oggi. All’inizio la Mongolia ha anche speso una cifra notevole, ca 9 miliardi di dollari (due volte il PIL nazionale), in attività promozionali per aumentare la presenza straniera nel paese, un’impresa che è riuscita solo parzialmente, per mancanza di infrastrutture funzionanti, la vicinanza alla Siberia e il praticamente non-esistente mercato interno che non è sembrato molto allettante agli investitori. Questa situazione è cambiata dal 2004 ca quando investitori hanno cominciato a capire le necessità della Cina.

Oggi ci sono nel paese alcune compagnie petrolifere straniere che cercano e producono petrolio, e probabilmente saranno sempre di più. La Mongolia è un immenso paese, grande come 5 Italia, con soli 2,9 milioni di abitanti di cui il 38% vive a Ulan Bator, altri 30% sono nomadi. È il paese più sparsamente popolato della terra. Quindi non esistono ostacoli geografici, come città e strade, alla trasformazione del paese in un gigantesco formaggio svizzero di buchi di trivellazione. Il petrolio che si trova nella Mongolia non è né deep-water, né ultra-heavy. È a pochi migliaia di metri sotto terra, e di qualità convenzionale con un API intorno ai 28.

Corre voce in Internet che le riserve mongole ammontano a 6 miliardi di barili di petrolio (cifra che non sono riuscita a verificare), alla pari di Azerbaijan o la Norvegia. Invece ci sono informazioni che sarebbero solo 320 milioni di barili, oppure 1,5 miliardi di barili, stima fatta dalla Exploration Institute of the Chinese National Oil Corporation.

Entrambe le cifre sono sciocchezze se guardiamo il consumo giornaliero mondiale di 86 milioni di barili. Ma per un paese che è stato abusato dalla Russia per decenni si poteva trattare di un’opportunità unica per invertire la fortuna del paese, fortuna intesa come crescita economica basata sul petrolio a buon mercato. E invece…

La Cina sta già cercando e producendo petrolio in Mongolia tramite le NOC Sinopec e PetroChina. Il petrolio prodotto dalla PetroChina nel Block XIX è già per strada verso la Cina nel momento in cui viene estratto. Anche la Cina è da anni dipendente dalla Russia, fino al punto di aver costruito una pipeline da Skovorodino (parte di ESPO) per importare 15 milioni di tonnellate all’anno fino al 2030. Con il petrolio della Mongolia la Cina sarà meno dipendente dalla Russia. La Mongolia, che avrebbe potuto usare il petrolio per sviluppare l’industria del paese, con il suo PIL di 1.500 dollari pro capite (Italia 35.500 dollari), invece lo ha già praticamente venduto alla Cina.

Né la BP né la EIA mi danno informazioni sulla quantità effettivamente prodotta nella Mongolia, e sul consumo siamo intorno ai *rullo di tamburi* 17.000 barili al giorno. Talmente poco che non può essere vero, tipo Martinique o Guadeloupe.

Se la Mongolia non usa il petrolio per sviluppare l’industria, magari perché si aspetta sempre maggiori introiti dalle attività minerarie (oro, rare earths, rame, carbone ed altro), si può sempre sperare che creino un sovereign wealth fund. Per ora non sono sulla lista. Ancora non producono abbastanza petrolio, e probabilmente devono ripagare il resto del notevole debito fatto con la Russia.

Mongolia attualmente ha emesso 27 blocchi, di cui 18 sono già Production Sharing Contracts, e 5 sono ancora in ballo. Production Sharing significa che dopo che la compagnia petrolifera ha pagato tutte le sue operazioni si divide il profitto del minerale/idrocarburo prodotto con il governo che gli ha concesso il contratto. Secondo Wikipedia di solito 80% vanno al governo e 20% all’impresa. Siccome c’è un limite di tempo entro il quale la compagnia di esplorazione e produzione può partecipare alla licenza, è necessario ripagarsi tutti i costi durante la durata del contratto. I contratti durano da 5 a 30 anni e le aziende più piccole potrebbero avere difficoltà di sopravvivenza. In questi casi spesso la produzione iniziale viene messa a parte perché l’impresa possa usarla per ripagare i debiti. Questa parte del petrolio si chiama cost oil, a differenza del profit oil che è quello che poi viene diviso tra governo e impresa.

Ho cercato di capire quale sono le aziende che operano nel paese, visto che la Mongolia non sembra di possedere una NOC.

Una è la multinazionale Ivanhoe Energy, che tramite un merger della sua filiale Sunwing con la PanAsian Energy, filiale di PanAsian Petroleum è venuto in possesso della licenza del Block XVI di 16.000 km2, nel Nyag Basin. La Sunwing è esperta in operazioni nel est asiatico. Il merger fa parte dell’ambizione della Ivanhoe di diventare un operatore importante in Asia, con filiali indipendenti quotati sulle borse regionali.

Un’altra è la Petro Matad, che sta trivellando nel Block XX e esplorando nei Block IV e V, tutti nel Tamtsag Basin. I blocchi IV e V coprono insieme più di 70.000 km2, tre volte la Lombardia. Block XX è grande 14.250 km2

Fino a luglio questa minuscola compagnia con un market cap di 200 milioni di sterline valeva meno di 50 pennies sulla borsa di Londra, ma dopo la notizia che il pozzo DT-1 contiene petrolio l’azione è salita quasi a 180. Oggi l’azione vale ca 109 pennies, giù sulla notizia che il terzo pozzo trivellato non è fisicamente collegato ai primi due. Ora la compagnia deve fermare la trivellazione per colpa dell’inverno rigido.

Il sito comunque non da nessun indizio sulla quantità di petrolio esistente nel blocco 20.

Anche la Manas Petroleum della Svizzera sta esplorando i blocchi XIII e XIV nel East Gobi Basin, cioè nel famoso deserto Gobi. Sul sito leggo che lo stato mongolo ha diritto a 12,5% in forma di royalty interest, che secondo Schlumberger significa possesso di un percentuale della produzione dopo che tutti i costi sono stati pagati. Il sito della Manas è molto più generoso con le informazioni rispetto alle due imprese più grandi, qua tante informazioni sull’esplorazione seismica, e anche qualcosa sulle eventuali riserve.

Io non ho azioni in quelle aziende ma ormai sono curiosa sul business in Mongolia. Per continuare l’esplorazione in quelle terre immense avranno bisogno di sempre più soldi, quindi faranno OPA dopo OPA per sopravvivere, fino a esasperare tutti gli azionisti, oppure faranno partnership con aziende più grandi, oppure verranno comprati dai cinesi appena trovano qualcosa di veramente interessante.