Archive | settembre 2010

Riserve di Litio, Batterie, Prius

Mini E Scooter

L’industria automobilistica si è totalmente innamorata del litio. Anche se ci sono interessi industriali anche in altri tipi di batteria, per esempio al piombo, quando si parla di auto elettriche sono dominanti le ibride tipo Prius, alimentate con batterie al litio. Continua a leggere…

Riserve di Litio, Batterie, Prius

Mini E Scooter

L’industria automobilistica si è totalmente innamorata del litio. Anche se ci sono interessi industriali anche in altri tipi di batteria, per esempio al piombo, quando si parla di auto elettriche sono dominanti le ibride tipo Prius, alimentate con batterie al litio.

Le batterie dette accumulatori agli ioni di litio sono le migliori per durabilità e prestazioni, ma sofforono di una seria limitazione, la quantità di litio disponibile. La produzione sta aumentando, ma la domanda sta aumentando molto ma molto di più, e noi non potremo mai sostituire il parco macchine a diesel e benzina esistente con macchine elettriche basate su questo tipo di batteria.

Chile è il paese con più riserve di litio nel mondo.

Secondo la US Geological Survey (USGS), quasi 75% del litio mondiale si trova nelle Salar de Atacama, nel nord del Chile, ed è anche quello della maggiore qualità. Chile è anche il paese con la maggior produzione, 42%, una cifra regolata dalla Chilean Nuclear Energy Commission, visto che il litio è una risorsa strategica. Il Chile è un paese civilissimo con democrazia stabile, per cui sarà impossibile per qualche nazione con interessi forti a costringere il paese ad aumentare l’estrazione.

Anche in Bolivia ci sono grosse riserve, e vedremo se riescono a salvare dall’esplorazione l’antichissimo e unico ecosistema dove si trova il metallo. Per “fortuna” la situazione politica in Bolivia impedisce che imprese stranieri facciano dei tentativi.

Quindi per ora tutti i progetti di esplorazione si trovano in altri posti, soprattutto USA, Canada e Argentina.

Pensa, Chile e Bolivia sono i nuovi Arabia Saudita e Iran…

Il ricercatore William Tahil (formato pdf) del Meridian International Research ha calcolato la quantità di litio necessaria per alimentare tutte le macchine con batterie al litio:

  • La produzione di carbonato di litio è di ca 70.000 tonnellate p.a.
  • 17 milioni di Prius vendute all’anno (ogni anno vengono venduti 17 milioni di macchine negli US) consumerebbero 35.700 tonnellate di Li2CO3 p.a.
  • 60 milioni di PHEV20* (60 milioni di macchine vendute all’anno, nel mondo) consumerebbero 400.000 – 700.000 tonnellate di of Li2CO3  = 10 volte la produzione annuale di carbonato di litio.

*(PH = plug in hybrid, EV = electric vehicle, 20 = 20 miles o 32 km di autonomia, prima che riprende il motore a combustione)

Quindi ogni anno riusciremo a sostituire al massimo 10% delle macchine nuove con PHEV20.

Le riserve totali sono secondo Tahil 14 milioni di tonnellate, nella forma metallica, con i quali in teoria si possono produrre 74 milioni di tonnellate di carbonato di litio, quindi bastante per ca 600 milioni di macchine. Wow. Solo che il parco macchine mondiale è di 1 miliardo di unità, e sta crescendo.

È probabile che nei prossimi anni si raddoppi la produzione di litio, grazie ai tanti progetti di esplorazione, ma è una crescita spinta dalla domanda asiatica per consumer electronics, come notebook e cellulari.

Quindi stiamo per finire le riserve mondiali di litio in esattamente lo stesso modo in cui finiamo il petrolio.

Io personalmente sarei entusiasta di una macchina elettrica ricaricabile tutta mia (l’armadio dei giochi di mio figlio ne è pieno) ma per ora non ci credo anche per altri motivi:

Un chilogramma di petrolio greggio (diesel o benzina compresa) contiene circa 50 MJ (megajoule) di energia chimica. Gas fossile (gas naturale con un bell’eufemismo) contiene circa 55 MJ per chilogramma, e il carbone 20-35 MJ / kg.

Le batterie al litio contengono circa 0,5-0,7 MJ di energia al kg. Il limite teorico (che probabilmente non è realizzabile) è di circa 2 MJ / kg. Forse in futuro qualche tecnologia nuova porterà l’energia a 3 MJ / kg, ma siamo ancora molto lontani da quel risultato.

Rubo questo grafico da wikiepedia:

Nell’angolo in fondo a sinistra c’è la batteria al litio.

Anche se il motore elettrico è sostanzialmente più efficace (90%) rispetto ai motori a combustione interna (30%), le vetture elettriche hanno un raggio d’azione molto inferiore a quelle tradizionali. Se faccio il pieno di benzina, posso facilmente caricare bimbi e bagagli e viaggiare andata e ritorno Milano – Monte Carlo (ciao Titti!) . Quanti km vado con un’elettrica? A credere i produttori, 80km, non certo 600. Quante volte devo fermarmi per ricaricare? E dove? E quanto tempo perdo?

Manca totalmente l’infrastruttura per ricaricare, soprattutto per chi vive in città. Perché si continua a parlare dell’elettrico senza dare a noi “cittadini” la possibilità di usare la tecnologia? Chi vive in città è molto più motivato a comprare un veicolo elettrico, perché per lavoro viaggia meno chilometri, e vorrebbe probabilmente vedere meno inquinata e più silenziosa la sua città (spostando inquinamento e rumore alla centrale elettrica).

Dobbiamo assolutamente ridurre le emissioni di CO2, e dobbiamo assolutamente smettere di bruciare petrolio per andare 10 km in ufficio. I trasporti devono essere ripensati completamente, e la gente deve cambiare abitudini per quanto riguarda i viaggi. Intanto stanno aumentando le vendite di motorini, la gente è stufa del traffico e poi deve risparmiare gas. Fra un paio d’anni chi se lo può permettere, compra l’irresistibile Mini E Scooter della BMW.

Che però usa le solite batterie al litio, e non solo: Per accenderlo non basta più una banale chiave, ci vuole uno smartphone, che funziona anche come navigatore e music player. Ancora più litio. Chissà se ci vorrà litio anche per il casco, completo di microphono, cuffie, e connessione Bluetooth.

Molto ingenuo il giornalista che scrive che lo scooter potrà essere ricaricato durante una pausa caffè con le amiche al bar. Anche se il barista imprenditore aggiunge la bolletta al prezzo del caffè non credo sarà d’accordo con i 5 metri di cavo che faranno inciampare i suoi clienti.

Mobilitazioni varie

Il mondo è teso, e tra le notizie ufficiali e non ci sono sempre più riferimenti ai produttori di petrolio.


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Mobilitazioni varie

Il mondo è teso, e tra le notizie ufficiali e non ci sono sempre più riferimenti ai produttori di petrolio.


  • Il governo iraniano ha ammesso che il paese è totalmente nelle grinfie di Stuxnet, da Al-Jazeera. Secondo Al-Jazeera, la sofisticazione del worm è tale da sospettare che ci sia dietro un governo. Molto interessante è questo testo di Symantec dove dicono che in passato Stuxnet ha aumentato la pressione in una pipeline, non dicono quale, fino a farla esplodere con 1/5 della forza dell’atomica a Hiroshima.

  • Negli US, la 82nd airborne , anche conosciuta come All American, perché i suoi militari provvengono da tutti i 48 stati, è stata mobilizzata, secondo un video molto poco ufficiale.

La missione della 82a divisione è quello di, entro 18 ore dalla notifica, strategicamente distribuita, condurre attacchi con paracadute e di sicurare gli obiettivi chiave per il proseguimento delle operazioni militari a sostegno degli interessi nazionali degli Stati Uniti.

  • E poi abbiamo la Russia che ripete che non ci sarà un esercito russo nell’Artico, nonostante le ricchezze energetiche della zona. Tutto il personale militare russo nell’Artico lavorerà soltanto per la sicurezza della zona. Questo secondo il video del canale news inglese di Mosca:

La Russia vuole risolvere tutte le questioni pertinenti all’Artico con il dialogo, non con la forza, altrimenti il prezzo sarà alto:

  • Nel frattempo il Daily Telegraph descrive come anche gli US è vittima di incidenti stile guerra fredda, di cui si è già lamentata la Norvegia. Due giorni di fila, la USS Taylor ha subito intimazioni dai russi. Prima un aereo del tipo “Il-38 submarine hunter”, e poi un elicottero “Ka-27 submarine hunter” ha sorvolato la nave americana a meno di 70 metri, nel Barents Sea. Mosca non ha spiegato l’azione, ancora più strano visto che la nave americana stava tornando a casa dopo una celebrazione per la fine di WWII nel porto di Murmansk. Visto che entrambi i velivoli erano caccia di sottomarini si specula in qualcosa di nascosto sotto la USS Taylor.

Stuxnet, Bashehr, Fine di WW III

Ho sofferto l’attacco di un virus/malware/trojan e chissà cos’altro incredibilmente cattivo, infatti per la prima volta non sono riuscita a cavarmela da sola, a salvare il mio notebook.

Dal primo attacco alla pulizia finale ci ho messo più di una settimana, ed è solo grazie all’incredibile impegno degli aiutanti del sito Major Geeks che il computer ne è uscito illeso. Thanks Major Geeks! Continua a leggere…

Stuxnet, Bashehr, Fine di WW III

Ho sofferto l’attacco di un virus/malware/trojan e chissà cos’altro incredibilmente cattivo, infatti per la prima volta non sono riuscita a cavarmela da sola, a salvare il mio notebook.

Dal primo attacco alla pulizia finale ci ho messo più di una settimana, ed è solo grazie all’incredibile impegno degli aiutanti del sito Major Geeks che il computer ne è uscito illeso. Thanks Major Geeks!

Per ringraziarli c’è l’opzione di comprare una delle orribili magliette che vendono dal sito, io ho scelto invece di aggiungere dei soldi al circuito KIVA. Pazienza.

Passando una settimana di tempo dentro il sito majorgeeks non ho potuto non notare l’enorme quantità di persone che chiedevano aiuto tutti i giorni, con più o meno gli stessi problemi miei. Si dice in giro che la situazione sta peggiorando esponenzialmente, nonostante i sempre migliori software spesso gratuiti che vengono aggiornati più volte al giorno.

Cercando informazioni sulla situazione virus,  mi sono imbattuta nella seguente notizia:

Un anno e mezzo fa, la Microsoft è stata avvisata di una pericolosa vulnerabilità nel Windows Print Spooler

A quanto pare è stata una rivista polacca che nel aprile 2009 ha dettagliatamente descritto la vulnerabilità e come sfruttarla per “rapire” computer con sistema operativo Windows. Io non sono riuscita a trovare quel documento online, ma Computerworld dice che loro ne sono in possesso.

Microsoft ha ammesso che la vulnerabilità è stata discussa a livello di programmatori e hacker, ma l’azienda non è stata avvisata ufficialmente dell’esistenza di un pericolo.

(Per un anno e mezzo hanno aspettato che Symantec gli scrivesse una mail?)

Invece, il bug è stato indipendentemente ritrovato da Microsoft solo a luglio 2010, durante le investigazioni di Stuxnet da parte di Kaspersky Lab e Symantec (entrambi producono ottimi prodotti di sicurezza).

Dal aprile 2009 (e chissà se non lo sapevano già prima) fino a giugno 2010 la Microsoft ha volutamente lasciato aperto un buco di sicurezza, e solo quando due operatori indipendenti hanno dato l’allarmo, Microsoft ne ha ammesso l’esistenza. Il patch del 15 settembre MS10-061 dovrebbe mettere a posto la vulnerabilità, scaricatela con Windows Update.

Questo particolare virus, Stuxnet, è riuscito a usare altri due buchi di sicurezza Windows, e Microsoft dice che verranno patchati. In futuro, ma non si sa quando.

Quindi, chi è questo Stuxnet che la Microsoft è tanto contenta di ospitare nei nostri computer?

È il virus più pericoloso mai visto. Ma tranquilli, se non sei una fabbrica, non ti ammazza:

In questo report affascinante viene descritto come alcuni esperti di cyber security hanno scoperto la prima super-arma cyber, creata per distruggere fisicamente un impianto industriale. Quale impianto non si sa, una fabbrica, una raffineria, o forse un impianto nucleare.

È da giugno che Stuxnet viene studiato intensamente, ma è troppo complesso, troppo grande, troppo criptato per essere capito completamente. Si crede che abbia già infettato 45.000 sistemi industriali in tutto il mondo. È il primo malware creato unicamente per infettare software detto “supervisory control and data acquisition” (SCADA), usato per controllare impianti chimici, fabbriche, impianti elettrici e linee di trasmissione. Questo gli esperti sono riusciti a capire subito.

Non si capisce invece esattamente che cosa cercherà di controllare, se temperature, pressione, valvole, o altro. E non si sa ancora quale impianto sia il suo bersaglio.

Stuxnet è un attacco diretto 100% informatico, con lo scopo di distruggere un processo industriale, nel mondo fisico”.

Un missile nel mondo virtuale, con la capacità di far fuori uno specifico impianto del nemico.

Tutta roba vecchia che non serve più.

I sistemi infettati non vengono distrutti, anche se molti hanno cominciato a funzionare male. Stuxnet non riposerà finché non ha trovato l’impianto giusto, quello per cui ha la chiave. La grande maggioranza dei computer infettati si trovano in Iran, Pakistan, India, e Indonesia, con Iran nel epicenter.

Infatti ci sono speculazioni sul fatto che il tanto discusso impianto nucleare Bashehr non è ancora riuscito ad avviare l’operazione, nonostante innumerevoli tentativi, dall’autunno scorso. Ora addirittura danno la colpa alle temperature alte. Secondo gli esperti è probabile che Stuxnet abbia infettato e distrutto il sistema di controllo di Bashehr. Il fatto che il virus si trova anche fuori dall’Iran dipenderebbe dal costruttore russo dell’impianto iraniano che ha clienti anche in quei paesi. Pare che basti una chiavetta USB per distruggere un impianto nucleare.

Stuxnet fantascienza o no, gli US hanno già dichiarato la guerra finita, aprendo ben 4 filiali di banche americane a Teheran:

Chissà se l’Iran non avrebbe preferito i missili alla Goldman Sachs.

Unione Petrolifera e i fondi sovrani

Ovviamente non ho continuato a leggere la versione inglese, dopo le letteralmente incredibili affermazioni sulle riserve preferisco rimanere italiana. Anche più comodo perché non devo tradurre. Continua a leggere…

Unione Petrolifera e i fondi sovrani

Ovviamente non ho continuato a leggere la versione inglese, dopo le letteralmente incredibili affermazioni sulle riserve preferisco rimanere italiana. Anche più comodo perché non devo tradurre.

Ho trovato molto interessante la spiegazione del picco del prezzo avvenuto nel 2007.

Ci sono due campi qua:  “peak oil” e “speculazione”.

Per “peak oil” ho già letto mille volte in giro per Internet che nonostante il prezzo continuasse a salire, OPEC e Russia e Messico etc non sono stati in grado ad aumentare la produzione. Gli scrittori aggiungono sempre grafici belli convincenti, e infatti anch’io sono stata in grado a produrre gli stessi grafici, produzione con sovrapposto il prezzo, autoconvincendomi senza problemi. I numeri non mentono.

Nel campo opposto, “speculazione”, non ho mai trovato una spiegazione. Gli scrittori “anti-peak” tendono a urlare SPECULAZIONE senza poi dire chi e come. Forse è per quello che “peak oil” così rapidamente convince chi comincia a informarsi. Qua per la prima volta vedo nero su bianco una possibile spiegazione alternativa, o nel caso del documento dell’Unione Petrolifera, complementare, al picco del prezzo del 2008: I fondi sovrani.

I fondi sovrani sono quei fondi dove i produttori intelligenti di petrolio, come la Norvegia e l’Arabia Saudita, parcheggiano i soldi derivanti dal petrolio per proteggere le generazioni future, quando non ci sarà più il petrolio. OT: La Norvegia ultimamente sembra un po’ meno intelligente, visto che hanno deciso ora proprio ora di investire massicciamente in titoli greci. Il parcheggio infatti di solito avviene tramite titoli di stato esteri e valute estere, soprattutto dollari.

I fondi sovrani quindi sono la prova migliore che peak oil è la realtà. Se il petrolio fosse infinito, nessuno avrebbe bisogno di proteggere le generazioni future.

Ormai le SWF (Sovereign Wealth Funds) sono 51 e controllano 4.000 miliardi di dollari, $4.000.000.000.000. Nel 2007 controllavano 3.000 G$, quindi sono cresciuti 30% in questi tre anni.

I fondi dei produttori di idrocarburi sono cresciuti immensamente con la rapida ascesa dei prezzi dal 2004 fino ad oggi, e si stima che nel 2015 i fondi controlleranno 12.000 G$.

Il problema è che la grande maggioranza dei fondi si trovano in paesi non democratici, sono totalmente intrasparenti, non rilasciano informazioni, e si teme che vengano gestiti politicamente, con effetti destabilizzanti per la geopolitica. Qualsiasi banca o istituto di credito europeo o americano in difficoltà può essere facilmente comprato da qualsiasi fondo cinese o arabo. Infatti nel 2007 sia Merrill Lynch che Citigroup sono stati i bersagli di alcuni di questi fondi sovrani, che sono entrati con 70 miliardi di dollari. La maggiore liquidità dei fondi d’investimenti, hedge funds e altri ha creato pressione sulle materie prime, non solo gli idrocarburi. La quantità di WTI scambiata sul Nymex nel 2007 era di 482 milioni di barili al giorno, più del doppio che nel 2004, e 600 volte più della quantità fisicia effettivamente negoziata.

Quindi, i fondi sovrani hanno bisogno di investire, entrano pesantemente nelle banche occidentali, la liquidità in più crea pressione sulle materie prime, le transazioni aumentano di 160%, il prezzo del petrolio di 170%.

Il PIL italiano nel 2008 era di 1.272 miliardi di euro, soltanto il doppio del fondo più ricco, il Abu Dhabi Investment Authority. Potrebbero comprarsi gran parte dell’Italia, se fosse in vendita, quando per esempio hanno finito l’acqua, e usare la nostra.

Peak Oil e il mistero dell’Unione Petrolifera

Chi si aggiorna regolarmente sul petrolio non si sarà persa la notizia che anche la Bundeswehr ora è riuscita a far trapelare un segretissimo report sul panico della difesa tedesca di fronte al picco del petrolio. La Merkel ringrazia l’anonimo trapelatore, con il popolo tedesco preparato al peggio sarà più facile far passare delle nuove leggi poco appetibili. Il report tedesco è adorabilmente tedesco, terra terra senza mezzi termini. Continua a leggere…

Peak Oil e il mistero dell’Unione Petrolifera

Chi si aggiorna regolarmente sul petrolio non si sarà persa la notizia che anche la Bundeswehr ora è riuscita a far trapelare un segretissimo report sul panico della difesa tedesca di fronte al picco del petrolio. La Merkel ringrazia l’anonimo trapelatore, con il popolo tedesco preparato al peggio sarà più facile far passare delle nuove leggi poco appetibili. Il report tedesco è adorabilmente tedesco, terra terra senza mezzi termini.

E mi sono incuriosita. Che cosa potrebbero pensare in Italia, della questione picco?

Allora ho passato parte del weekend lungo per l’indipendenza del Brasile leggendo il Annual Report 2010 dell’Unione Petrolifera, pubblicato in inglese all’inizio di agosto e scaricabile sotto “news”.  È una traduzione del testo in italiano, pubblicato alla fine di giugno.

L’UP è un associazione delle aziende che operano nel settore petrolio e energia in Italia. Il presidente è Pasquale De Vita, carriera in ENI, IP e Agip, e i vice sono Alessandro Garrone – AD di ERG, Alessandro Gilotti – presidente di Kuwait Petroleum Italia, Gian Battista Merlo – presidente ExxonMobil Italia, e Umberto Scarimboli – AD di API e IP.

Quindi un’associazione guidata dal massimo expertise italiana sul petrolio, e mi interessa moltissimo sapere cosa ne pensano della possibilità dell’esistenza di un momento in cui la produzione mondiale di greggio sarà al suo massimo (e quindi dopo scenderà).

Cercando velocemente nel testo inglese neanche una traccia del termine “peak oil”, ma non ha importanza, ci sono tanti modi per descrivere il fenomeno senza usare parole che in tanti trovano allarmisti.

Il report comincia con una panoramica della situazione economica globale e l’andamento del mercato petrolifero. Niente di nuovo, lo sapevamo che non siamo più i signori della terra:

In termini di spinta economica dello sviluppo mondiale i paesi maturi hanno visto il loro ruolo centrale sparire.

Solo la stabilità delle economie non-OCSE (820 mila b/d) ha permesso di contenere la perdita complessiva con la domanda di petrolio dalla Cina e dall’India, in aumento del 7,9 e del 5,5 % rispettivamente.

Segue la tabella dei 50/cinquanta maggiori compagnie petrolifere, NOC e privati, e la diminuzione media di 15% negli investimenti petroliferi, per colpa del crollo del mercato.

Dopo parla delle raffinerie e come hanno perso gran parte dei loro margini in questi due anni. La stima per il 2015 però è di 10 milioni di b/d di capacità in più, localizzato in Asia, visto che la domanda verrà da li. Saranno soprattutto concentrati sugli heavy crudes. Gli vantaggi dei paesi asiatici sarebbero la mancanza di legislazione ambientale, una notevole capacità finanziara, mercati in espansione, parco macchine in crescita esponenziale.

In meno di 10/dieci anni i players sul mercato sono cambiati radicalmente…

Poi come dal nulla il colpo anti-peak:

Rispetto ad alcuni anni fa, ci sono meno dubbi sulla futura disponibilità di petrolio, anche se enormi investimenti saranno necessari per raggiungere questo obiettivo.

Secondo gli esperti, in qualunque modo la situazione si evolve, continueremo ad avere petrolio per il resto del XXI secolo

Lo United States Geological Survey stima la quantità totale di petrolio convenzionale esistente nel mondo a 7.000-8.000 miliardi di barili

…petrolio non-convenzionale, la cui quantità è almeno pari a quella del petrolio convenzionale.


Quindi le stime italiane sono di 16.000 miliardi di barili ancora tutti da usare! Con un consumo giornaliero di 86 milioni (livello di oggi) in effetti abbiamo ancora 500 anni di petrolio. Cifra molto diversa dalle stime dell’EIA di 1.300 miliardi di barili, che basterebbero per altri 42 anni.

E poi producono questo grafico sulla produzione di petrolio:

Nel 2020 un bel 35 milioni di barili al giorno verranno prodotto da giacimenti ancora da scoprire (area azzurra chiara).

E dove si trova il mistero?

Per controllare alcune frasi ho deciso di scaricare la versione italiana. Solo che le frasi non si trovavano dove mi aspettavo, perché i due testi sono molto diversi. I capitoli hanno gli stessi nomi, ma il contenuto diverge ovunque, ma soprattutto in un punto importantissimo: il testo italiano parla anche di peak oil.

A pagina 11 elencano i fattori fondamentali e non-fondamentali per il rialzo dei prezzi del petrolio:

Sotto i fondamentali c’è la ridotta spare capacity dell’OPEC, la sempre peggiore qualità del greggio e l’aumento dei costi di estrazione. Sotto i non-fondamentali c’è “Effetto ‘Peak Oil’”.

E non c’è traccia di quei 14.000 – 16.000 miliardi di barili di riserve inseriti un mese e mezzo dopo nel testo inglese. C’è solo una tabella dove indicano le riserve come 181.678 milioni di tonnellate, quindi sono andata qua per convertirli in barili, e ovviamente viene fuori 1.300 miliardi di barili. 42 anni.

E poi:

In una fase in cui la domanda di energia è destinata a crescere e la scoperta di nuove risorse è più difficile che in passato, le IOC vedono ristretto il loro margine di azione. Le attese delle major sono per un aumento della produzione, oggi sicuramente meno ottimistiche rispetto a qualche anno fa.

Spiegano anche chiaramente che cosa è successo nel 2007:

La produzione non ha saputo adeguarsi con la necessaria rapidità a questa maggiore domanda, creando perduranti situazioni di squilibrio, particolarmente evidenti nell’ultimo trimestre del 2007, in cui il deficit di offerta è stato di 0,5 milioni barili/giorno.

Per riassumere: Il testo in inglese ha meno dubbi sulla futura disponibilità di petrolio, il testo in italiano dice che la scoperta di nuove risorse è più difficile che in passato.

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E io non riesco proprio a capire che cosa l’Unione Petrolifera possa guadagnare facendo credere agli eventuali lettori stranieri che l’Italia vede un futuro pieno di petrolio. Il testo più vecchio, di fine giugno, in italiano, è così tanto più realista.