Ed ecco le parole di Monti che non volevamo mai sentire, perché equivalgono al fischio di partenza per la Golgata versò il bailout: Italia non ha bisogno di aiuto. Riferito da tutti i giornali in modi diversi, ma comunque è fatta.
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Già, l’Italia non ha bisogno di aiuto
Pubblicato da oronero su 13 giugno 2012
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Banche italiane con troppa leva
Pubblicato da oronero su 24 maggio 2012
Per chi si fosse chiesto esattamente perché Unicredit e Intesa San Paolo devono vendere, per ca 230 milioni di sterline, i loro 31 milioni di azioni nella London Stock Exchange, proprietario della borsa di Milano, togliendo così l’ultima goccia di sangue italiano alla borsa di Milano che così per ora risulta proprietà degli Emirati e del Quatar, il superblog ZeroHedge ha ieri pubblicato un grafico molto interessante: Leggi il seguito di questo post »
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Troppo lardo per la lotta?
Pubblicato da oronero su 22 maggio 2012
L’articolo wikipedia che parla delle proteste greche purtroppo non ci dice molto sulla distribuzione di età, sesso e ceto sociale dei manifestanti. Un riferimento dice “giovani e over 40 con famiglie”, un altro che i manifestanti erano distribuiti su tutte le età e disponibilità economiche.
Se io dovessi indovinare sulla demografia di chi sta cercando di manifestare pacificamente in piazza Syntagma, direi che è più presente la classe media, quella che ha tutto da perdere. Infatti, gli scioperi riguardano:
Greek unions, including those whose members dominate the country’s health, transportation, education, and government jobs began a 48-hour strike…
Journalists and a number of artists also stopped working in solidarity with the protest. Leggi il seguito di questo post »
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Uno primo sguardo sulla demografia italiana
Pubblicato da oronero su 20 maggio 2012
I post sull’obesità presente e futura del popolo americano ma non solo, visto che l’Italia è il paese più obeso dell’Europa, mi ha fatto riflettere sulla piramide demografica italiana, e le cose che si possono indovinare sul futuro guardando questi interessanti dati. Dati scaricabili da Istat, situazione al 1 gennaio 2011.
Eccoci qua la piramide, o meglio vaso cinese demografico, maschi in blu e femmine in rosso, anno per anno:
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Peak salute
Pubblicato da oronero su 16 maggio 2012
Prima: Per motivi multipli ultimamente non riesco a dedicare il tempo necessario per scrivere regolarmente sul blog. Mi dispiace.
Comunque, questa mattina su ZH ho trovato un’articolo con video che parla dell’epidemia di obesità che sta colpendo gli Stati Uniti. Il problema non è certo una novità, solo che ora si sono accorti di alcuni problemi legati all’obesità che prima non venivano considerati perché l’obesità era legato a fasce sociali deboli e senza voce politica.
Il video è un documentario prodotto dalla HBO, e fa parte di una serie di quattro. Il primo:
A nessuno è estraneo l’immagine dell’americano così ciccione che non riesce ad attraversare il supermercato, o Disneyland Orlando per esempio, senza l’aiuto di un golf cart elettrico. A questo punto 69% degli americani sono sovrappeso o obesi. Ca il 30% degli americani hanno un BMI sopra 30, la soglia per obesità.
Ma fino a un decennio fa il problema riguardava le zone urbani e rurali più povere, come il Bronx a New York e il cosiddetto profondo sud. Oggi quella relazione lineare tra povertà e obesità non esiste più. In tutte le fasce di guadagno gli americani sono ingrassati, ma le fasce abbienti sono ingrassati più in fretta, fino a praticamente distribuire la ciccia come una bella coperta democraticamente su tutto il paese.
Ovviamente con pesantissimi ripercussioni sull’economia del paese, con reazioni ipocritiche dei politici al seguito. Ormai le città sono incamminabili, i sobborghi non posseggono né marciapiedi né piste ciclabili. La famiglia media americana guarda più di 8 ore di televisione al giorno, di cui la metà è pubblicità per bibite zuccherati oppure cereali – cioè qualche specie di croccantini di glutine arricchito con fruttosio (“con fruttosio!”), uno zucchero molto più pericoloso del saccarosio, oli vegetali, aromi sintetici, vitamine sintetici, e coloranti sintetici.
E a perderci sono tra l’altro le case assicuratrici, che per preservare i loro margini di guadagno devono chiedere premi più salati agli obesi, perché questi, a differenza dei normopesi, misurato come BMI – body mass index, in effetti si ammalano abbastanza spesso. Diabete 2 che porta a problemi circolatori con cecità e amputazioni, trapianti di vari organi interni rovinati da strati di grasso, cuori che non reggono, arti che non reggono e che devono essere sostutuiti, e infine problemi di fertilità.
L’obesità costerebbe ca 150 miliardi di dollari all’anno. La metà di questi viene pagata dalla sanità pubblica, Medicaid e Medicare. Questo per una generazione che era normale da bambini. Ormai però il 19% dei bimbi americani sono obesi, creando grosse preoccupazioni per il futuro:
Skyrocketing health care costs we don’t have solutions for…
Our position in the world…we have been weakened by this overweight problem that we have…
Ah già. Sono ormai così grassi che non riescono a lavorare.
We’re going to have a productivity crisis.
Semplicemente non ci saranno persone abbastanza sane da assumere. E le aziende, come gli assicuratori, chiedono ai sovrappeso contributi maggiori per tutelarsi.
Siccome l’Europa segue sempre i trend statunitensi, possiamo aspettarci anche qua costi maggiori per chi decide di pesare sui conti pubblici. Se in forma di imposte sui cibo-spazzatura o in forma di ticket salatissimi dipende da quanto sarà forte il lobby alimentare.
Visto che è difficile qualificare il cibo-spazzatura, io scommetto sul ticket, o forse una combinazione di ticket e imposta. Perché se oggi i 5 milioni di obesi italiani costano 8, 3 miliardi all’anno, i 20 milioni del 2025 costeranno 33 miliardi.
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L’effetto del Export Land Model sull’Italia
Pubblicato da oronero su 26 marzo 2012
L’esercizio di oggi è di quantificare l’effetto del ELM sull’Italia, cercando di capire per quanti anni l’Italia può ancora importare petrolio. Di petrolio ce ne al mondo, ma ancora non sappiamo se ci sarà sempre un mercato.
Per prima cosa bisogna capire quanto petrolio viene prodotto nel mondo. Includendo anche i recenti “altri liquidi”, quelli per i quali usiamo tanta energia per produrli quanta ne viene fuori. Pazienza, è energia meno pregiata.
Per i miei scopi devo fare una previsione della produzione futura. Dal grafico si vede che la produzione di petrolio vero e proprio è ferma dal 2005. Visto che ormai anche la IEA è convinta che il plateau di produzione di petrolio convenzionale sia stato raggiunto, stimo=indovino fino al 2015 un aumento di 0,5% all’anno, poi un declino di 1,5% all’anno. Comunque molto meno di per esempio quei 6% di declino annuale dei giacimenti nordatlantici. È pur sempre possibile che arrivino gli unicorni a produrre petrolio pesante e sabbioso al ritmo di un petrolio convenzionale.
Il processing gain pare in lieve aumento sulla produzione di greggio. Dal 1980 ad oggi è raddoppiato, anche se lo sviluppo dal 2004 è rallentato.
Non sapendo quanto si possa migliorare ancora, lo stimo a quel 3% degli ultimi 6-7 anni.
La produzione di natural gas plant liquids sta crescendo, ma purtroppo non riesco a trovare i numeri sulle riserve. Si tratta di gas fossile con una quantità importante di idrocarburi pesanti, frazionabile in alcuni gas diversi e infine benzina. Lascio crescere questa categoria di 2% per ancora un decennio e poi diminuire al ritmo di 1,5%.
Gli “Other liquids” sono cresciuti in media 2,5% dal 2000 ad oggi. Li faccio crescere di 2,5% all’anno, da qua e per sempre, perché sono certa che ne verranno sempre prodotti di più, anche quando non avremo petrolio. Il petrolio finisce, le braccia no.
Il tutto si presenta così:
Totalmente irrealistico, come tutte le stime. Forse l’Africa è davvero la nuovo Arabia. Oppure non lo è e allora il declino di produzione sarà molto più rapido di quanto disegnato da me.
Per capire poi quanto di questo petrolio è esportabile devo detrarre il consumo dei produttori del petrolio. Molti dei produttori stanno ancora aumentando il consumo di petrolio, in parte perché il petrolio viene prodotto in paesi poco industrializzati e stanno giusto incominciando a tagliarsi fette di torta, in parte perché tanti di quei paesi sono poco o per finta democratici, dove l’unico modo per tenere tutti belli tranquilli è garantire alla popolazione energia a basso costo grazie a sostanziose sovvenzioni. Soprattutto i paesi arabi hanno avuto crescite del consumo esponenziali negli ultimi decenni. Il grafico multiplo rende l’idea, tutto in migliai barili al giorno:
Nel prossimo grafico ho tracciato la produzione mondiale di petrolio, linea blu, contro il petrolio teoreticamente disponibile per l’esportazione tolto il consumo di alcuni grandi produttori. Ho stimato per Arabia Saudita e Russia una crescita del consumo di 2,5% all’anno per un decennio, e poi decrescita di 1% per il resto del periodo. Stati Uniti da subito -1% all’anno, dati EIA fino all 2011:
Ovviamente poi bisogna togliere il consumo del Messico (-1%), Cina (2,5% per 5 anni, poi -1%), Brasile (2,5%, -1%), Canada (-1%), Iran (2,5%, -1%), Iraq (2,5%, -1%), UAE (2,5%, -1%), Venezuela (2,5%, -1%), Kuwait (2,5%, -1%)e Indonesia (2,5%, -1%). Tutti produttori che avranno precedenza sul mercato del petrolio. E vogliamo competere con la Germania? Via anche il consumo della Germania. E poi via il consumo del produttore di materie prime Australia, il consumo del pur sempre forte Giappone, Africa – sempre materie prime sono, India, Corea del Sud, Francia e Granbretagna.
Dopo i consumatori forti rimane questa quantità di petrolio sul mercato:
Italia a questo punto deve solo competere sul mercato petrolifero con: Grecia, Spagna, Polonia, Turchia, Svezia, Norvegia, Finlandia, e altri europei piccoli consumatori o deboli economicamente, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Argentina, il resto del Sudamerica, altri paesi orientali e mediorientali etc., insomma tutto il resto del mondo.
Dal 1992 al 2006 questi paesi hanno aumentato stabilmente ma lentamente il consumo di petrolio:
Ma dopo il 2006 come gruppo il consumo si trova su un plateau. Alcuni di questi paesi sono più deboli degli altri e faccio decrescere il consumo di 0,5% all’anno, come gruppo.
Riassumo. La produzione di petrolio aumenta di 0,5% fino al 2015 e poi declina. Arabia Saudita, Cina, India, Russia, Africa e alcuni altri paesi aumentano il consumo di 2,5% per alcuni anni e poi decrescono. Per l’area OCSE ho deciso per una decrescita di 1% da subito. Economie deboli decrescita.
Infine, per l’Italia scometto su una decrescita del 2% all’anno, d’ora in poi.
E allora la quantità di petrolio disponibile sul mercato tracciato contro il consumo dell’Italia, si presenta così:
A giudicare dal grafico è dal 1995 ca che l’Italia un po’ deve lottare per avere quei barili in più. Quali sono i paesi che non se lo sono potuto permettere, lasciando sul mercato i barili pescati dall’Italia?
Con i miei parametri molto miti è solo dal 2024 che mancherà permanentemente un surplus sul mercato delle esportazioni. Ovviamente i guai non iniziano nel 2024, ma molto prima. È probabile che gli Stati Uniti useranno forza per avere il petrolio che manca. E qualsiasi petrolio in più, grazie a shale oil e greggi pesanti canadesi, andrà alla Cina.
L’Italia ha comunque pochissimi anni di finestra per cambiare l’infrastruttura del paese in uno non dipendente dal petrolio. Vorrei vedere un piano del Dipartimento dell’energia, e un altro dell’esercito, e uno delle varie difese civili, e poi certamente i piani d’urto dei comuni. Avanti, mandatemeli!
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Fisiocrazia/ON
Pubblicato da oronero su 27 febbraio 2012
Questo inverni i greci sono andati giù pesanti sulle proprie foreste. Tagliano gli alberi in misura crescente da usare nelle stufe, perché gli olii combustibili usati per scaldare le case greche costano il doppio di qualche anno fa. Gli ecosistemi forestali non sono ancora minacciati, ma nel 2011 sono stati denunciati 1500 casi di abbattimenti illegali. Già ai prezzi attuali ogni anno si perdono il 10% dell’area forestale, e il futuro delle foreste sembra molto incerto in mezzo a disoccupazione di massa e economia in contrazione galoppante.
L’ambiente relativamente buono di cui gode la Grecia con ca 30% del territorio nazionale coperte da foreste, nonostante l’alta densità della popolazione di 84 persone/km2 è quindi minacciato dalla neopovertà. Il paese non è mai stato tra quelli che attraggono con forza materie prime a basso costo per la produzione industriale di prodotti i cui prezzi finali di gran lunga superano il valore delle materie prime che li compongono. Creando l’attivo della bilancia commerciale. Come la nazione industriale Italia e i suoi notevoli 35% di foreste con 200 persone pro km2. O la nazione industriale Svezia, 69% del territorio nazionale coperto di foreste con 21 persone/km2, e un bisogno di riscaldamento che supera ampiamente quello della Grecia.
L’ambiente buono di questi tre paesi, nei loro rispettivi limiti geografici e fisici, è stato reso possibile da due secoli di uso di combustibili fossili. Solo così abbiamo potuto liberare le nostre foreste da millenni di deforestazione per scaldare le case e liberare terreni per sfamare la popolazione in crescita. La Svezia oggi ha ca il 60% più foresta di cento anni fa. In Italia le foreste negli ultimi 25 anni sono cresciuti del 20%. Il merito è sia dei guadagni di efficacia dell’agricoltura nazionale, sia dallo spostamento di agricoltura nazionale in paesi dove terreno e manodopera costano meno che da noi. In Svezia l’esportazione di prodotti forestali è diventato uno dei pilastri dell’economia.
Durante gli ultimi 200 anni le regioni industrializzati del mondo hanno vissuto di combustibili fossili, sviluppando teorie economiche distaccate dai limiti fisici che ci impone la superficie terrestre produttiva.
Ora le nazioni, dai quali eravamo abituati a comprare ferro e petrolio e rame e riso a basso costo, la Cina, l’India, il Brasile, e perché no, l’Australia, anche lei intesa come fornitore e sostenitore dell’economia dell’impero britannico, vogliono sviluppo. Lo stesso sviluppo che abbiamo avuto noi, rinunciando alla fisiocrazia e scambiando inequamente proprio con questi paesi le materie prime che poi gli venivano rivendute in forma di aumentata entropia.
La Grecia sta già spolverando la fisiocrazia, come primo paese del vecchio occidente. Rinunciano al fossile, cercano di vivere dai flussi e fondi che il sole ci ricrea ogni anno. Ma scopriranno presto che l’iraggiamento solare, falde aquifere, terreni ecologicamente produttivi che bastavano a 1 milione di persone non bastano per 10 milioni.
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Aspettando la Grecia
Pubblicato da oronero su 6 febbraio 2012
Ormai sono due anni che aspettiamo il default della Grecia. Quando scrivo aspettiamo, intendo tutti quelli che a un certo punto hanno letto “This time is different – Eight Centuries of Financial Folly” di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff.
Le borse che seguo sono giusto un filino in rosso, non sembra che si aspettino niente di tragico neanche oggi.
Comunque, con i popcorn in mano mi sono scaricata dal sito della BIS i dati per il debito greco, per chi vorrebbe controllare i numeri, si tratta delle detailed tables, tabella 9E.
In caso di default, la batosta si prende anche l’Italia, con 1,87 miliardi di dollari in mano greche. Insieme a banche e non-banche privati si arriva a quasi 4 miliardi di dollari.
Chiaramente niente contro la cifra prestata dalla Germania, 12,4 miliardi di dollari solo nel settore pubblico.
Ma anche Stati Uniti, Gran Bretagns, Spagna e Belgio sono messi male.
Per non parlare delle banche greche che ne possiedono per 62 miliardi di dollari.
E si dice che la BCE possiede 40 miliardi di dollari di debito greco, prestando anche 90 miliardi alle banche greche, quelle che falliranno.
Altro che Unicredit. Pensa se la BCE deve ricapitalizzare.
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Il mercato elettrico italiano, #2
Pubblicato da oronero su 30 gennaio 2012
Continuo dal primo post.
Per capire qualcosa sul consumo di elettricità in Italia a lungo termine, faccio come sempre cominciando da quello storico.
Grazie a Terna il compito del data mining è meno pesante del solito. Bravi. Anche se in formato pdf, ma facilmente e pulitamente trasformabile in excel senza i soliti misteriosi trasformazioni in date maya.
Il termoelettrico tradizionale è presente sin dall’inizio, ma è nel dopoguerra 1948-49 che si vede il salto di quantità. Mentre l’idroelettrica raddoppia dal 1950 al 1970 – da 20mila a 40mila GWh, nello stesso periodo il termoelettrico aumenta del 3.400%, da 2mila GWh annuali ca a 70mila.
Dopodiché l’idroelettrica rimane praticamente uguale, anche per il disastro Vajont nel 1963, mentre la termoelettrica aumenta stabilmente fino al 2007 con 266mila GWh, nel 2010 scesi a 231mila.
Dal 1950 abbiamo una crescita dell’energia elettrica prodotta lorda di ca 1.100% ca.
Il mio grafico parte nel 1950, ma era dal 1944 che Italia produceva più elettricità di quanto consumava. Nel 1983 questo trend positivo si è interrotto. Il fabbisogno nazionale ha superato la produzione, nonostante il potenziamento del termoelettrico tradizionale tra il 1986 e 1987, che copriva la perdita del nucleare.
Lo stesso anno, il 1983, parte anche sul serio il deficit con l’estero, il saldo scambi con l’estero. Tra il 1982 e il 1984 la voce “Saldo scambi con l’estero” è aumentata da 7mila a 21mila GWh:
Il peggio è stato raggiunto nel 2002 – 2003 con 51mila GWh importate. Durante questi anni è anche aumentato tantissimo il bisogno di elettricità per i servizi ausiliari, cioè la gestione della rete di trasmissione e pompaggio:
Picco sempre nel 2002 – 2003. Poi lenta discesa per i costi della gestione, e rapida discesa per i pompaggi. Dal 2003 l’elettricità prodotta è aumentata del 2,8%, mentre quella usata per i pompaggi è scesa di 58%. Senza aver trovato una spiegazione in rete, posso solo pensare che si tratta di maggiore e più efficace utilizzo di un minore numero di impianti, visto che Italia in realtà è provvista si sovracapacità.
Per quanto riguarda la popolazione invece sappiamo che è cresciuta del 25% nel periodo 1950 – 2010, da 47milioni a 59milioni. Cercando di trovare qualche rapporto interessante tra crescita popolazione e crescita produzione elettricità, ho creato questo grafico:
Sembrerebbe un classico comportamento da bolla: Prima una crescita abbastanza tranquilla, dal 1950 al 1975. Ad ogni individuo in più corrispondono 14mila KWh di aggiunta di produzione. Dal 1975 al 2002 crescita asintotica, la popolazione non va oltre i 57milioni indipendentemente da quanto cresce la produzione di elettricità. Ad ogni individuo in più corrispondono 84mila KWh. Poi il plateau, dove ci troviamo ora. Non importa quante persone arrivano sulle sponde italiane e quante ci nascono, l’elettricità prodotta è quella che è. Resta da vedere se arriva la discesa rapidissima, dove ogni anno la popolazione aumenta, ma l’energia elettrica diminusce.
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Il mercato elettrico italiano, #1
Pubblicato da oronero su 23 gennaio 2012
Ho pensato di esplorare il mercato dell’elettricità in Italia, il prezzo, l’infrastruttura e altre cose che ci riguardano, forse anche le utilities, e cosa succede dai nostri vicini di casa. Questa è la prima parte.
- Produzione e consumo di elettricità in Italia
Mini-lezione di fisica: la stragrande maggioranza di elettricità viene prodotta tramite la messa in moto di una turbina che aziona un generatore che produce elettricità. Per mettere in moto la turbina il modo più usato globalmente consiste in bruciare un combustibile adatto, così facendo bollire dell’acqua che si trasforma in vapore che gira la turbina. Questo si chiama termoelettricità convenzionale. Anche negli impianti nucleari si crea vapore per far girare una turbina. Purtroppo a volte questi impianti esplodono con tragici danni all’ambiente. Se non vanno bene questi metodi si può usare anche il vento per girare la turbina come nell’energia eolica, oppure acqua come negli impianti idroelettrici. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato in: Elettricità | Contrassegnato da tag: Consumo di elettricità, Italia, Mercato elettrico, Produzione di elettricità | 6 Commenti »
















