O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

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Combattiamo i BIC

Pubblicato da oronero su 7 marzo 2012

Per fortuna qualcuno ha avuto la prontezza di salvare l’ultimo video della campagna della commissione sovieto-europea, poi subito rimossa dalla commissione perché le persone vere che l’hanno visto hanno reagito con spavento e rabbia, con qualche sprazzo di divertimento.

Il video fa parte della campagna per l’allargamento dell’Europa, ovviamente con l’intento di aggiungere al più presto la Turchia. Così europea, così diversa…

Un’altro ovviamente: Come avrete sicuramente notato, nel video noi europei dobbiamo combattere solo tre dei quattro BRIC. Tra capoeira, kung fu e kalaripayattu manca il kosacco. Perché noi della Russia abbiamo bisogno. Qualsiasi indebolimento monetario dell’euro sforzato dalla nostra cara BCE deve rallentare solo il Brasile, la Cina e l’India, questi grandissimi stronzi che ci hanno rubato la crescita.

 

 

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Iran, economia di scambi per necessità o strategia nuova?

Pubblicato da oronero su 16 febbraio 2012

Sanzioni sono una spada a doppio taglio. Soprattutto se riguardano un paese del quale si è dipendente per una materia prima come il petrolio.  Ieri il Brent è andato a toccare i 120 dollari.

Intraday una settimana:

Intorno alle 13 il prezzo è schizzato su, per poi oscillare tra 118,50 e 119. Leggi il seguito di questo post »

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Ripensando BDY

Pubblicato da oronero su 7 febbraio 2012

Pochi giorni fa è arrivata la notizia, per me tramite Izabella Kaminska di Alphaville , che Glencore è riuscita a noleggiare una nave per commodity senza che l’operatore della nave guadagnasse qualcosa. Anzi, ha dovuto persino aggiungere 2000$ al giorno al costo di Glencore per il carburante. Un Panamax costa sui 25 mila dollari al giorno in carburante.

La nave si trovava nel Pacifico, senza nessuna possibilità di trovare un cargo, e quindi sarebbe conveniente portarla a -2000$ al giorno in Europa dove potrebbe aspettare altri cargo.

Anche D/S Norden A/S ha per la prima volta in 25 anni noleggiato un Supramax pagando solo carburante, ma zero in noleggio.

Il Baltic Dry Index rispetto al picco in ottobre ha perso il 70%, ora è a 648 punti. Spesso si dice, e anch’io l’ho detto, che i livelli bassi dipendono in parte dalla quantità di navi nuove ordinate negli anni di boom, e che lentamente vengono completate.

Livelli bassi, ok, ma non bassissimi. Che l’OCSE è in pieno declino lo sapevamo già da tempo. Ma un’Asia totalmente senza domanda è un fattore nuovo. Ora si comincia a sussurare che avranno problemi le banche prestitrici, che potrebbero affrontare perdite di 100 miliardi di dollari. Perché le bancarotte ci saranno. Googelando “shipping banks” viene fuori DNB, Nordea, Unicredit, ma anche HSBC e RBS.

f (PILCina) = 0 ?

E quando sarà negativo che succede?

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Martedi nero

Pubblicato da oronero su 1 novembre 2011

Giovedi sapevo di avere ragione. Venerdi pure, anche quando i mercati hanno überreagito di gioia. Poi pensavo che le borse avrebbero messo qualche settimana a capire cosa significa il hair cut di 50, o meglio, minimo 50% sul debito greco.

Cioè un grandissimo credit crunch. In italiano: scenario deflazionistico, o semplicemente molto meno soldi in giro da spendere sulla borsa. Leggi il seguito di questo post »

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Cina: preparatevi al tuono dei cannoni

Pubblicato da oronero su 25 ottobre 2011

Intorno alla Cina ci sono acque molto ricche di pesci ma potenzialmente anche ricche di petrolio e gas. Sia il South China Sea in condivisione col Vietnam e le Filippine, che l’East China Sea con interessi del Giappone, del Taiwan e della Corea vengono da anni contesi dai paesi della regione, appunto in contrasto con la Cina.

Oggi sul Global Times, un giornale grande con legami forti al partito comunista, viene spiegato come intende reagire la Cina se i paesucci intorni al gigante non la smettono di dare fastidio.

If these countries don’t want to change their ways with China, they will need to prepare for the sounds of cannons.

Conflicts and disputes over the sovereignty of the seas in East Asia and South Asia are complicated. No known method exists to solve these issues in a peaceful way.

In realtà si tratta di molestie da parte dei cinesi, che in misura crescente mandano pescherecci ma anche “pescherecci” in acque territoriali di altri paesi, che poi si sentono giustificati a sequestrare tutti questi pescherecci. L’ultimo episodio sono 25 piccole barche sequestrate dalle Filippine.

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Un paio di notizie per mercoledi mattina

Pubblicato da oronero su 28 giugno 2011

Ovvero notizie dal mondo che mi hanno particolarmente interessato tra ieri e oggi.

Cina: Prontamente due giorni dopo l’annuncio della IEA sulle SPR, sono stati diminuite o addirittura abolite le tasse d’importazione su una trentina di prodotti e materie prime, tra l’altro gasolina. Mi sembra ovvio che stanno cercando di fermare il flusso di materiali verso l’estero, migliorando il bilancio importando di più, e anche combattendo l’inflazione. Per esempio il diesel non sarà più tassato.

• Sempre la Cina sta investendo pesantemente in Canada. Soprattutto se gli Stati Uniti non costruirà la (in)famosa pipeline Keystone XL ci sarà molto più petrolio per i cinesi. Solo il 22% delle riserve mondiali sono aperte a investimenti privati (il resto è nelle mani dei governi) e di questi, 52% sono le sabbie di Alberta. Per ora l’unico mercato esterso sono gli US. Ma ora Sinopec comincia la costruzione, insieme alla Enbridge, di una pipeline da Alberta fino alla costa pacifica.

“They are sitting there saying if you need money, we’ve got money; if you need expertise, we’ve got that; whatever you need we’ve got,” Snelgrove said.

Ovviamente gli americani sono preoccupati di fronte all’avanzamento cinese, ma ci sarebbe abbastanza petrolio per tutti. Investendo, i cinesi fanno crescere la torta da dividere, e, aspetta un po’, aprono la prima filiale estera del loro $300 miliardi sovereign wealth fund China Investment Corp a Toronto. Il fondo ha già investitio 1,5 miliardi di dollari + 800 milioni di dollari negli ultimi due anni. Oltre a quello, la Sinopeco ha comprato 9% della Syncrude per 4,6 miliardi di dollari, e 1,7 miliardi per una parte delle Athabasca Oil Sands.

Svezia: La storica azienda automobilistica SAAB sta fallendo. Sono mesi che waltzerano sulle pagine dei giornali perché i fornitori non vengono pagati, mesi che il mitomano Victor Muller, che ha comprato l’azienda solo per salvare la sua azienda olandese Spyker racconta bugia su bugia. I fornitori hanno continuato a lavorare, fidandosi dello storico marchio. Venerdi scorso finalmente è arrivata la non-notizia che non potevano più pagare gli operai. Mancano 35 milioni di corone per gli stipendi. Muller nel frattempo è rimasto solo nel consiglio d’amministrazione. Ha cominciato a trattare con il criminale finanziere russo Vladimir Antonov, uno dei piú grandi azionisti di Spyker, ma non voluto dalla banca europea d’investimenti e dal governo svedese. Un salvataggio parziale è arrivato da un’impresa che ha comprato la metà degli azioni della società immobiliare della SAAB per 255 milioni di corone. La metà non venduta è la sicurezza chiesta dal tesoro svedese per un prestito di 280 milioni di corone, dei quali la SAAB ha già ricevuto 217. I debiti ai fornitori ammontano a 75 milioni di corone. I conti non tornano e la gente non compra le macchine SAAB.

Danimarca: È fallita già la seconda banca danese. Qualche mese fa è successo alla Amagerbanken, ora è la Fjordbank Mors, che non riesce a rispettare i requisiti sulla quantità di capitale. Quando è morta la Amagerbanken, la società di rating Moody’s ha abbassato il rating sulle banche danesi. Bisogna ricordarsi che Moody’s e gli altri abbassano il rating sempre solo dopo un crollo, mai prima. Qualcuno potrebbe offendersi. Probabilmente questo ha reso più difficile avere finianziamenti da banche estere, e anche tra banche danesi. Nessuno vuole rimanere con il jack nero. Secondo un giornale danese ben 10 banche danesi potrebbero crollare entro l’anno, con giganteschi ripercussioni diretti sulla popolazione, visto che in Danimarca vige il Bankepakke 3 (perfettamente traducibile direi) che dice che nessuna banca verrà salvata dallo stato.

• Occio alla Svezia. Si dice in rete che ha cominciato lo scoppio della bolla immobiliare. Le vendite di case in tutto il paese stanno rallentando, la gente non si indebita più alla stessa velocità, gli agenti immobiliari tolgono e rimettono più volte lo stesso oggetto per nascondere il fatto che non è stato venduto subito. La solidissima Svezia, l’economia tigre, soffrirà parecchio perché gli svedesi sono tra i più indebitati al mondo. E questo senza avere neanche uno stipendio in banca. I relativamente ricchi operai SAAB per esempio sono in fila alla banca, ora che sono senza lavoro, perché non hanno mai messo via i soldi per le emergenze. I soldi della cassa integrazione ci saranno, ma nel frattempo non possono pagare la luce, perché non hanno neanche 1000 euro in banca. È una malattia svedese, la totale fiducia nel sistema che si prenderà cura di te.

• In Grecia stanno preparando quello che sembra un intervento militare, in quanto vogliono mandare i tanker a proteggere il potere, cioè le banche. Mandano l’esercito perché non ci sono abbastanza poliziotti per fare il lavoro. Dall’Athens News:

“A return to the drachma would mean that the next day banks would be surrounded by people trying to get their money out. The army would have to use tanks to protect (the banks) because there wouldn’t be enough police to do it.”

La Grecia non ha né petrolio, né oro, quindi non ci sarà nessun tipo di intervento da parte della NATO per proteggere la popolazione civile, quando la gente deciderà di attaccare le banche per riuscire a comprare oro prima che sia troppo tardi.

• Ultima cosa: Ovviamente il greggio e la benzina hanno già cominciato a riprendersi. Qualcuno si è messo a fare i conti, che anche con 2 milioni di barili in più al giorno per un mese, non tornano. Scommettiamo che non verranno mai neanche rilasciati i 60 milioni di SPR? Altro che WTI a $90.

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SPR e il prezzo del petrolio

Pubblicato da oronero su 24 giugno 2011

E il prezzo del Brent/WTI & co. “crolla”.

Prima i fatti: Il 23 giugno la IEA annuncia  che verranno rilasciati 60 milioni di barili di petrolio sul mercato, gradualmente su un periodo di 30 giorni.

Già ad aprile mi sembra avevano accennato alla possibilità di aprire i rubinetti. La situazione in Libia ogni giorno toglie 1,5 milioni di barili della migliore qualità, le raffinerie in Europa sono sotto stress pesante, a New York ovviamente arriva sempre meno di questa qualità, mentre a Cushing c’è sempre quel maledetto collo di bottiglia del WTI. Nel frattempo sono usciti i numeri BP che dimostravano che nel 2010 abbiamo consumato molto più greggio di quanto veniva prodotto, e che il resto veniva coperto dai cosiddetti liquidi, come l’etanolo prodotto dal granoturco.

Siamo quindi arrivati al punto in cui produciamo un carburante, l’etanolo, spendendo la stessa quantità di energia per la sua produzione, di quanto poi contiene lui stesso.  Ovviamente nella catena di produzione di questo liquido da usare come carburante nei serbatoi degli automezzi, si usa anche il gas e il carbone, che non si possono mettere nel serbatoio. In futuro i serbatoi saranno sempre più importanti della fame.

Almeno 30 dei 60 milioni di barili di riserva strategica rilasciati saranno americani.

Da dove verranno gli altri 30 per ora è un mistero. Giappone (300mln di barili), dubito. Dalla Germania (108), Francia (30) o la Spagna (17)? O forse dalla Corea del Sud (73)? Io non so chi ha il potere di decidere dove verranno aperti i rubinetti.

Il petrolio americano sarà offerto in un unico batch, non gradualmente come detto prima, al miglior offerente. Il prezzo base sarà comunque di $112,78 al barile. Il prezzo alto dipende dal fatto che si tratta di qualità LLS – Light Louisiana Sweet.

Ora il gossip:

La prima cosa che à venuto in mente a tutti è la felicità della Cina di fronte a questa notiziona. Si sa che la Cina ha cominciato con molto ritardo rispetto all’occidente nel creare una propria SPR – Strategic Petroleum Reserve, e che intendono creare una riserva di 3 mesi, secondo l’articolo Reuters citato da ZH.

Solo un anno fa si diceva che la Cina stava creando l’infrastruttura per ben 6 mesi di riserve, non so se queste erano voci, o se hanno deciso che non era un obiettivo raggiungibile. Pare che alla fine del 2010 le loro riserve erano sufficienti per 39 giorni di consumo, questo dopo quattro anni di shopping pesante in giro per il mondo. Il prezzo del petrolio stava diventando insopportabilmente alto. Se ora crolla, buon per loro, perché saranno tra i compratori.

Se succederà così, il petrolio alla fine sarà stato tolto dal suo primo magazzino cioè la roccia, poi immesso in un magazzino americano sempre sotto terra (underground salt caverns), poi tolto da queste salt caverns, trasportati in navi attraverso mezzo mondo, e infine immesso in un magazzino cinese. Si direbbe che siamo disperati.

Anche le Filippine un paio di giorni fa hanno annunciato l’inizio di una riserva strategica, dove le compagnie petrolifere dovranno tenere 15 giorni, e le raffinerie 30 giorni di riserve. E pensa che l’India non ha neanche cominciato ancora.

La seconda cosa che è venuto in mente a tutti è la necessità di Obama di un pool di votanti abbastanza felici per le sue politiche da votarlo ancora. Anche se dovrebbe sapere che ci vogliono -$10 dollari sul barile per abbassare la benzina di miseri 20 centesimi. Una mossa geniale dall’amministrazione che si rifiuta di costruire una pipeline dal Canada (Keystone), e invece apre le riserve strategiche per venderle alla Cina. Nel senso che l’unica scarsità in vista è quella dei voti per Obama.

La terza cosa etc è la possibilità che gli US si preparino a un’altra guerra, o che gli US sappiano di un conflitto in arrivo in un altro paese produttore.

La quarta è che l’Arabia Saudita ha bisogno di buttare fuori l’Iran dal gioco, prima che ad agosto mettono in linea Bushehr.

La quinta è che si tratta di una specie di QE3 in quanto un prezzo più basso del petrolio potrebbe spingere le borse, o almeno tenerle su, proprio ora che il QE2 sta per finire.

Gli altri 30 milioni di barili, se sarebbero rilasciati in Europa, gradualmente, e non venduti in Cina, potrebbero regalarci un momento di sollievo. Se si rilasciano anche solo 500.000 barili al giorno, il sollievo non può durare più di 2 mesi.

Sappiamo anche che l’Arabia Saudita non è riuscita a sostituire il petrolio perso, sia perché non producono le qualità necessarie, sia perché non hanno la capacità di riserva.

C’è quindi una scarsità strutturale

Nel 2008 quando il prezzo è crollato,  centinaia di progetti per l’esplorazione sono stati abbandonati da un giorno all’altro. Questo potrebbe aver rinforzato il problema della scarsità strutturale che stiamo vivendo ora. Se il petrolio si deprezza in continuazione potremmo commettere esattamente lo stesso errore ancora una volta.

Per quanto ho potuto leggere sui vari blog di finanza che frequento, non c’era praticamente un fondo che non fosse long petrolio. Sarà che hanno abbandonato a breve termine queste posizioni, senza comunque scendere sotto i livelli del dicembre 2010, ma torneranno molto presto ad accumulare posizioni long. Perché ora ci sarà di nuovo petrolio da usare come hedge da parte di chi vende i contratti long, mentre prima, appunto, scarseggiava.

Un paio di settimane fa, avevo tirato giù i dati per gli stock americani del petrolio, volevo vedere se esisteva una correlazione prezzo – stoccaggio.

Tracciando il prezzo del WTI contro il settimanale di stoccaggio, escluso il SPR, dal 1986, non ho trovato nessuna correlazione.

Dal 2000 in poi è positiva, ma debole, 0,48:

Quindi quando Reuters esce con un “prices go up on inventory” in realtà non è che a nessuno frega più di tanto di quel inventory.

Mentre per il prezzo del WTI tracciato contro lo Strategic Petroleum Reserve c’è sempre stata un’altissima correlazione, nel senso che il prezzo ha sempre reagito fortemente a cambiamenti nelle riserve:

Storicamente, dal 1986, abbiamo una correlazione di 0,86, altissimo.

Dal 2000 in poi il prezzo del petrolio ha sempre reagito al SPR, anche se meno forte, con una correlazione di 0,8 tra prezzo e quantità di barili nelle riserve.

Ma se guardiamo il grafico sopra, si vede che a gennaio 2004 la relazione tra i due comincia a indebolirsi. Dal 2008 in poi non abbiamo più nessuna correlazione. Non so da che cosa dipende, ma per me è un ulteriore indizio che i mercati si renderanno presto conto di aver reagito troppo velocemente, nel far scendere i prezzi bruscamente.

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Siccità, raccolte e elettricità

Pubblicato da oronero su 5 giugno 2011

Come avevo previsto,  ovvero cercato di indovinare, all’inizio di aprile, stanno ora arrivando molte notizie negative per le raccolte di quest’anno. Per iniziare con il paese dove vivo, il Brasile, vediamo che la siccità sta minacciando le raccolte del mais. Già a metà maggio erano molto preoccupati, con stime di perdite intorno ai 3 milioni di tonnellate. Ora Agrimoney scrive che potrebbe trattarsi di 4 milioni di tonnellate. Molti produttori si aspettano perdite fino ai 40%.

La siccità all’interno del Brasile è cominciato con tre settimane di anticipo, un fattore che si è sommato al ritardo della semina su almeno la metà dell’areale. La semina ha ritardato perché la soia è stata raccolta con ritardi, ovviamente anche questo è avvenuto per il maltempo.

 ”The climate is disturbing,” Carlos Favaro, Aprosoja director, said.

I 4 megatonnellate in meno saranno particolarmente sentiti visto che la domanda per il bioetanolo sta aumentando. Gli Stati Uniti hanno anche loro grandissimi problemi con la semina, almeno 1 milione di ettari, possibilmente fino a 5 mega-ettari in meno rispetto all’anno scorso.

 <lampadina> Ecco perché la EIA non aggiornerà più le statistiche sul petrolio e le altre fonti di energia: mancheranno milioni di tonnellate di etanolo da inserire come petrolio </lampadina>

Anche gli agricoltori in Francia si stanno preparando per una siccità da record, la peggiore in 50 anni con il 70% in meno di pioggia, che colpirà sia grano che mais.

La Francia è il più grande produttore agricolo dell’Europa. Si pensa che la siccità potrebbe superare quella del 2003, con la differenza che ora gli agricoltori non hanno più fondi di riserva, né in banca, né nei magazzini di grano.

France needs a “proper national policy on the rational, reasonable use of water,” Menard said. “Food security is at stake.”

La siccità in Francia farà pressione su tutti i grani in Europa, visto che si tratta del maggiore esportatore, che quindi guida i prezzi.

Secondo la Comunità Europea la raccolta europea ha perso il 10%, e il ICG – International Grain Council abbassa la sua stima mondiale del grano di 5 milioni di tonnellate, a 667 milioni. La domanda è stimata a 669 milioni (scusate, link in svedese).

Anche la Germania ha problemi, come la Gran Bretagna, il Belgio, insomma, tutti quanti. Gli agricoltori tedeschi hanno paura – non ha mai prima piovuto così poco ovvero, almeno non dal 1893. Già 20% della semina è stata distrutta e cercano di salvare il salvabile con l’irrigazione. La siccità ha fatto sopravvivere molti parassiti che si mangiano quello che è rimasto.

In Germania sono a rischio le raccolte di canola, e di malto. Manca soprattutto il malto di qualità che serve per la produzione di birra, perché le raccolte in Canada e in Australia erano già andati male l’anno scorso.

In Europa dobbiamo anche preoccuparci del vino. Non è una cosa che seguo, ma margini decrescenti potrebbero buttare fuori tanti produttori piccoli.

Il 30 maggio è arrivata la notizia che la Russia ha deciso di eliminare lo stop alle esportazioni di grano e il prezzo è scese subito di 5%. Ma poi si è ripreso, visto che i 20 milioni di tonnellate per l’export il lunedi, si sono trasformati in 10 milioni già il giorno dopo, il 31.

Secondo me, se non arrivano le pioggie per la fine di giugno, anche quest’anno non esporteranno niente. Ma non si sa mai. Le riserve di grano del paese è tanto un segreto come quelle di petrolio dell’Arabia Saudita:

“Have farmers and merchants been squirreling away grain in preparation for flooding onto export markets when trade resumes? “

Direi di no, ma possono sempre sperare.

In questo lunghissimo elenco di paesi con problemi di raccolte non può mancare la Cina. Per esempio soia – 800 mila tonnellate, il 5%. La Cina centrale sta vivendo la peggiore siccità in 50 anni. Le precipitazioni intorno allo Yangze sono dai 40 ai 80% in meno del normale, minacciando le piantagioni di riso, che richiedono moltissima acqua.

Non solo. Lo Yangtze è il fiumo più lungo della Cina, e ospita numerosi impianti idroelettrici. Il livello di acqua nel fiumo è 6 metri meno del normale.

Secondo il FT le siccitá stanno peggiorando da un decennio. Quest’anno l’atteso monsoon non si è proprio fatto vedere. Hanno anche provato a creare pioggia artificialmente, perché ormai manca addirittura l’acqua da bere.

“Lots of villagers don’t have water to drink,” Chen Tianlin, a rice farmer in Jielin village, Hubei province, told the Financial Times.

1400 laghi sono stati dichiarati morti.

Ora, per salvare il riso, e anche la gente si spera, hanno cominciato a svuotare la Diga delle Tre Gole di un metro al giorno. Lo svantaggio si traduce in una minore produzione di elettricità. Ca il 20% dell’elettricità in Cina è idroelettrico, ma la siccità, che è iniziata già questo inverno, ha ridotto la produzione di un quinto. Si stima che durante l’estate produrranno il 3% in meno, che potrebbe non sembrare tanto, se non si trattasse di una media nazionale. Le perdite di corrente si concentrano nelle zone maggiormente industrializzate. E infatti, il carbone, che dovrebbe produrre gli altri 80%, è diventato scarso anche lui. Il prezzo è aumentato di 20% rispetto all’anno scorso e più della metà degli impianti sono in perdita.

Riso o elettricità? Riso!

O forse no, visto che l’industrializzazione in Cina ha ridotto i terreni agricoli di 8,33 milioni di ettari in 12 anni, secondo Bloomberg. Ma sono in tanti e devono mangiare:

“A 5 percent shortfall in China’s overall grain harvest would potentially require 20 percent of current global grain exports to meet the country’s annual needs.”

All’inizio dell’anno ho letto varie volte, anche se ora non mi metto a cercare gli articoli, che i prezzi alimentari nel 2011 sarebbe stato più bassi. Credo Grantham ci sia messo anche lui a prevedere prezzi in discesa. Se la siccità continua nelle prossime settimane potremmo invece vedere un’esplosione dei prezzi  soprattutto del mais e del grano da questi livelli.

Comunque, la scarsità di elettricità è causata anche da una crescente domanda. Il consumo gli ultimi anni è cresciuto di ca 12% all’anno, spinto dalla crescita economica. Ma sappiamo tutti che crescita infinita non è possibile in un mondo finito. Prima o poi la crescita sbatte la testa contro uno dei limiti naturali. In questo momento la Cina soffre limiti sull’elettricità, sull’acqua, sul grano, sulla soia.

È impossibile che la crescita cinese continui come gli anni scorsi. Le interruzioni giornaliere all’elettricità in alcune zone industriali devono ridurre il PIL per forza. Non ci sto leggendo niente nelle stampe nostrane. È importante per l’economia globale che la “fabbrica mondiale” stia soffrendo? Penso di si. Mi aspetterò numerosi revisioni del PIL cinese.

———Disclaimer

Io sono long ristrambamento globale antropogenico. Seguo l’eccezionale Joe Romm su climateprogress. Quello che ci sta succedendo, e non sto parlando della costruzione della diga più grande del mondo, l’abbiamo provocato noi stessi. La grande calma con la quale noi stessi poi stiamo analizzando la situazione è straordinaria. Come se davvero pensassimo nel sottoconscio, e come collettivo, che il mondo starebbe meglio senza di noi.

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Yemen ha fatto il salto a guerra civile?

Pubblicato da oronero su 3 giugno 2011

La porta posteriore dell’Arabia Saudita si chiama Yemen, in questi giorni scossa da proteste molto violenti e sanguinosi, che forse proprio oggi il 3 giugno hanno fatto il salto da proteste a guerra civile.  La notizia della morte di Saleh, diffusa dall’opposizione, è stata smentita subito, e il presidente ha fatto sapere tramite una nota scritta che è vivo. Almeno uno dei governi occidentali, quello britannico, consiglia ai connazionali di lasciare il paese mentre operano ancora i voli commerciali.

Questa settimana le forze governative avevano già ucciso più di 50 persone, e almeno 350 dall’inizio delle proteste, ed a posteriori sembra chiaro che prima o poi ci sarebbe stato un tentativo di uccidere Saleh. Poco sorprendente non sono bastate le assicurazioni di Saleh a febbraio di non farsi rieleggere nel 2013, e di non farsi seguire da suo figlio. Saleh durante tutto il periodo delle proteste non ha smesso di lavorare su un’emendamento della costituzione che lo renderebbe presidente a vita.

Come anche nel caso della Siria, il paese ha fortissimi legami all’ex Unione Sovietica e alla Cina, motivi per cui il massimo dell’intervento occidentale saranno i soliti embargo al commercio. In un voltagabbana particolarmente poco elegante il ministero dell’estero britannico per esempio ha deciso di non esportare più armi in Yemen:

“It said licenses will not be issued when officials judge that there is a risk that the exports may provoke regional or internal conflicts”

I yemeniti sono poverissimi. Metà della popolazione vive con 2$ dollari o meno al giorno, e un terzo della popolazione soffre di fame. Per colpa della scarsa presenza di petrolio su suolo yemenita, il paese non ha avuto lo sviluppo dell’economia e dell’educazione di alcuni suoi vicini. Nonostante questo, l’economia dipende dalla tassazione sul petrolio, 70% degli introiti dello stato, e responsabile anche di 25% del PIL. Ufficialmente la disoccupazione è di 35%, questo su una popolazione di 24 milioni, stimata a raddoppiare per il 2035.

Ovviamente non sarà possibile sostenere una crescita della popolazione, se già ora, quando un pochino di soldi ci sono ancora, 35% (o, chissà, 50%?) della popolazione è senza lavoro, e i bimbi già muoiono di fame. Siamo all’inizio della contrazione, e un paese che non può sostenere il popolo durante gli anni ricchi, non lo farà certo quando andranno a mancare gli introiti dello stato.

Lo Yemen ha già superato peak oil nazionale, dal 2000 al 2004 ca. Ancora per qualche anno il paese sarà in grado di esportare qualche migliaia di barili al giorno, ma il paese è un perfetto esempio dell’Export Land Model. Negli ultimi quattro anno l’esportazione è diminuita in media di 20% all’anno, e si crede che il petrolio yemenita sarà esausto per il 2017. Come dice l’articolo del LA Times citato sopra, il paese è da tempo una perfetta polveriera.

Una qualche speranza arriva come al solito dal gas naturale, che ovviamente non potrà salvare il paese, solo spostare la massima sofferenza qualche anno in la. In Egitto non ha certo evitato il conflitto.

Aneddoto: Quel poco petrolio prodotto fino al 2009 era nelle mani della ormai famosa Arcadia, in questi giorni indagata per aver manipolato il prezzo del petrolio durante l’estate del 2008. Secondo Wikileaks il capo tribale Hamid Al-Ahmar si è vantato con un funzionario americano di prendere 50.000$ al mese da Arcadia, probabilmente per i suoi servizi da agente, che permetteva ad Arcadia di comprare il petrolio sottocosto. I metodi di Arcadia e al-Ahmar includerebbe minacce ad altre compagnie come BP di rapire i loro rappresentanti.

Secondo Arcadia è tutta una montatura per danneggiare al-Ahmar, visto che la sua tribù si trova da sempre in opposizione al governo. Dopo che il governo ha cambiato il processo di offerta, altri operatori hanno potuto entrare sul mercato, principalmente Unipec (Cina), Trafigura (Svizzera) e BP.  Ricordiamoci comunque questo nome, potrebbe essere il capo del governo dei ribelli, e anche il prossimo presidente (a vita) dello Yemen.

Già, la guerra civile. Anche se lo Yemen non produce tanto petrolio, lo trasporta attraverso il proprio territorio, ovvero il mare.

Crescono i timori che il Bab al-Mandab, lo stretto yemenita, sarà bloccato in qualche modo. La navigazione in quelle acque è molto difficile – Bab al-Mandab in inglese significa “Gate of tears”. Lo stretto si trova tra lo Yemen, Djibouti e Eritrea, e connette il Mar Rosso con il Golfo di Aden e il Mare Arabo. Buttiamo dentro anche parole come Corno di Africa, collo di bottiglia, Medioriente, link strategico, pirati somali, Mediterraneo e Oceano Indiano, e il quadro è completo.

In mezzo al canale c’è pure un’isolotto, che lo divide in due parti, quella a est larga 3 km e quella a ovest larga 25 km. Tutto il traffico dal golfo deve passare prima per il Bab al-Mandab prima di arrivare al Suez Canal o la pipeline Sumed. Nel 2008 4 milioni di barili al giorno passavano nello stretto, nel 2009 3,2 milioni, per poi essere indirizzati verso Europa e gli Stati Uniti.

Leggete anche il mio post sulle pipeline.

Durante un intensificazione dei conflitti ci sarebbe quindi il rischio che lo stretto Bab el-Mandab verrà bloccato in qualche modo. La zona era già instabile, non solo per i due attacchi terroristici alla USS Cole nel 2000, e al tanker francese nel 2002, ma perché la crescente attività dei pirati somali seriamente minaccia i tanker di petrolio. La pirateria costa fino a $12 miliardi all’anno quando i tanker devono essere non solo assicurati ma anche riscattati perché i loro carichi di petrolio valgono dai 60 milioni ai 200 milioni di dollari.

Abbiamo già visto che l’Arabia Saudita non riesce ad aumentare la produzione, nonostante si stia ancora vantando di essere swing producer. Cosa succederà al prezzo del petrolio se da un giorno all’altro mancheranno 3 milioni di barili all’occidente? I navi ci metteranno quante settimane per circumnavigare l’Africa?

Ma io la vedo improbabile che l’opposizione a Saleh cercherebbe di distruggere una delle poche fonti di introiti del paese. Lo stesso al-Ahmar ha costruito la carriera sul petrolio. Qualsiasi leader del paese non può farne a meno. Lo so, l’abbiamo già detto per la Libia, ma non è meno vero questa volta, anche se poi a livello dei manifestanti non ci si rende conto dell’economia petrolifera.

Potrebbe anche succedere che il conflitto cambi significato e diventi una guerra per il futuro controllo di quello che ci potrebbe essere: Secondo la US Geological Survey i giacimenti che hanno creato il Medioriente come lo conosciamo oggi non finiscono a sud con il confine dello Yemen. Invece si estenderebbe a sud e a ovest della costa sotto il Golfo di Aden e potrebbe contenere altri 30 miliardi di barili di petrolio, dieci volte le riserve dello Yemen fino ad oggi. Almeno secondo una storia di Energy and Capital che viene in questo momento copiato da una decina di siti, però non sono riuscita a verificare questi dati.

Se fosse vero, che la US Geological Survey abbia revisionato i dati sulle riserve “africane”, allora queste saranno dello Yemen, della Somalia , o forse della Cina?

“Beijing hopes to establish a permanent naval base in the Gulf of Aden/Arabian Sea. The most likely option is the Yemen port of Aden, since the other alternatives – Oman and Djubouti, have strong ties with NATO and Washington.”

Gli investimenti della Cina in Africa vanno molto oltre il normale, prestando miliardi di dollari ai paesi ricchi di minerali e idrocarburi per costruire la loro infrastruttura. Non ci sono molti dubbi che i prestiti verranno ripagati appunto con le ricchezze sottoterra, e se la stessa cosa vale per lo Yemen, potrebbero presto vedersi dipendenti dalle banche cinesi. I cinesi per esempio ora vorrebbero lavorare su un upgrade delle vecchie raffinerie yemenite, probabilmente per far fronte alla maggiore produzione di greggi pesanti rispetto a quelli leggeri.

Il nuovo petrolio ultra-deep sarebbe leggero e poco zolforoso.

Se poi ci si riesce a tirare su il petrolio in quella zona è tutta un’altra questione. Il golfo dell’Aden si trova sopra il confine tra due piatti tettonici, che ultimamente ci mettono tutto per allontanarsi l’uno dall’altro. Si sono registrati un centinaio di terremoti a 10 – 15 km di profondità, con inizio a novembre l’anno scorso.

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Oro e inflazione

Pubblicato da oronero su 18 aprile 2011

Anche l’oro giallo mi piace, ma non ne scrivo molto perché troppo spinosa la questione. Faccio un eccezione per una notizia abbastanza curiosa, un cosiddetto game changer. Da zerohedge.

La University of Texas ha deciso di prendere in consegna l’equivalente di 1 miliardo di dollari in oro. Leggi il seguito di questo post »

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