O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

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Argentina e peak oil

Pubblicato da oronero su 18 aprile 2012

Fino a qualche giorno fa la Repsol possedeva il 57% di YPF, la famiglia argentina Eskenazi il 25,5% che non sarà toccato dalla nazionalizzazione, altri investitori privati il 17%, e lo stato argentino il 0,02% più un’azione speciale che gli dà il diritto di veto nei consigli d’amministrazione.

Secondo il piano, lo stato argentino avrà da subito il 51%, prendendoli da Repsol. I 51 saranno divisi tra lo stato con 26%, e i governi locali delle province produttrici di petrolio con 25%.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales è l’azienda più grande dell’Argentina, fondata nel 1922 da Enrique Mosconi con l’intento di nazionalizzare il petrolio. Secondo wikipedia questo piano è fallito per colpa della rivoluzione di settembre  nel 1930, in parte sponsorizzata da “foreign oil trusts”. Sotto la dittatura militare 1976-1983 è stata talmente malgestita che poi nel 1989 il congresso ha votato per la privatizzazione, voluta anche da Néstor e Cristina Kirchner.

Il processo ha avuto inizio nel 1991 sotto Carlos Menem, e nel 1993 l’80% di YPF è stata venduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 lo stato argentino ha venduto quasi tutto il resto, dando la possibilità agli Eskenazi e altri privati a investire nell’azienda. Per fargli entrare come investitori, Néstor Kirchner ha negoziato dei dividendi estremamente generosi, che in pratica significa che gli investitori sarebbero stati ripagati in pochissimo tempo.

Ma uno dei motivi dati dal governo argentino in questi giorni per il recupero sono proprio quei 90% dei guadagni che l’azienda distribuisce agli azionisti in forma di dividendi, così togliendo all’azienda la possibilità di investire in esplorazione e produzione. Quindi Cristina con questa mossa fa un 180 gradi sul marito riverito.

I 14% di diminuzione della produzione di petrolio dal picco nel 1999 ad oggi sarebbero colpa dei mancati investimenti, dati EIA:

E questo proprio mentre l’Argentina cresce e ha sempre più bisogno di energia. Una specie di complotto. Dal grafico sopra si vede che l’esportazione di petrolio scende molto più rapidamente di quanto scenda la produzione. Di nuovo il nostro amico ELMo al lavoro.

L’Argentina ha di recente trovato grandi giacimenti di idrocarburi shale, e dagli articoli FT sembra che si tratti di tre quarti petrolio e un quarto gas. Questi giacimenti sono stati pomposamente presentati alla stampa come inizio della nuova era d’oro del petrolio argentino. Peccato che la stampa non sappia mai fare i conti.

Se un giacimento shale contiene 927 milioni di barili di petrolio equivalente, e con la tecnologia di oggi ne possiamo estrarre 4% e con la tecnologia di domani al massimo 15%, al massimo avremo alla fine estratto 140 milioni di barili. In un mondo che consuma 90 milioni di barili al giorno. *slurp*

Quindi no, lo shale non invertirà la discesa della linea azzurra nel grafico sopra.

Ancora peggio è che l’Argentina comunque deve importare tanti prodotti petroliferi. E giudicando dal grafico creato con dati IMF, questi costano ben più caro di quelli che il paese è in grado di esportare.

Nel 2011 le due linee si sono incrociate con un’impennata del costo del petrolio importato. Tre miliardi di USD di differenza.

Ovvio che la Kirchner è arrabbiata. Ha appena scoperto peak oil. In un anno il costo per l’Argentina è raddoppiato, diminuendo così tanto il surplus della bilancia commerciale negli ultimi mesi del 2011 che a inizio 2012 il governo ha limitato il commercio per proteggere le imprese locali. È soprattutto l’Uruguay a soffrirne, visto che il paese esporta praticamente solo in Argentina.

L’Argentina ha già provato più volte a togliere i sussidi all’energia, che nel 2010 equivalevano al valore del petrolio esportato, 6,5 miliardi di dollari. Ma quando nel 2009 c’è stato il tentativo di far pagare di più ai privati sono diminuiti troppo i consumi. Questa volta il stratagemma geniale è di chiedere alla gente se se la sentono di pagare qualcosina in più o no. Una personalizzazione dei sussidi.

Ma togliere i sussidi a industria e privati in un paese dove 10 anni fa le banche hanno dimostrato da che parte stanno è un po’ come farsi la pipì adosso, bello caldo all’inizio ma presto solo bagnato e freddo. I soldi rimaranno semplicemente nei materassi invece di essere investiti.

Una domanda ancora molto aperta è a quale prezzo la YPF verrà ricomprata. Il valore in borsa era oggi 9,68 miliardi di dollari, ma solo un mese fa valeva il doppio. La Repsol, saggia dell’esperienza boliviana e Evo Morales che nazionalizzava il petrolio se la sentiva che qualcosa stava per succedere, e ha segretamente cercato di vendere la sua parte in YPF ai cinesi, specificamente Sinopec, il loro vecchio partner nelle vicende brasiliane.

Ma non hanno fatto in tempo, e ora possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata dall’Argentina. ExxonMobil tramite arbitraggio internazionale ha appena ricevuto 900 milioni per gli asset venezoleni nazionalizzati, ca il 10% del loro valore.

E pare che la famiglia oligarca Eskenazi non potrà più ripagare i debiti una volta che i dividendi YPF le verranno tolti, e così si libereranno automaticamente anche i loro 25%.

È un gran casino tutta questa storia, e un forte richiamo che se investiamo in compagnie petrolifere, almeno scegliamo quelli basati in democrazie occidentali maturi, che ancora per un po’ potranno lavorare tranquilli.

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Kirchner, ridete con me

Pubblicato da oronero su 18 aprile 2012

Il presidente dell’Argentina Cristina Kirchner ha deciso di recuperare la compagnia petrolifera YPF, facendo naturalmente incavolare la Spagna, alla quale è stata praticamente regalata durante la follia neoliberale degli anni ’90. Bellissima simmetria.

Articolo pacato da IlSole, volgarità da MilanoFinanza, che farebbe ridere (chi non ha voglia di leggere la lettera “vibrante” di Monti?) se non fosse per gli attacchi ad feminam, sicuramente contro ogni codice etico di giornalismo occidentale. Chissà se si possono denunciare? Ma questo presuppone che gli autori siano giornalisti.

L’economia argentina è crollata nel 2001. Il tutto è incominciato con Menem e il peg del peso al dollaro. Un po’ come hanno fatto i PIIGS, solo che nel nostro angolo del mondo le valute nazionali sono state addirittura scambiate con la nuova valuta, l’euro. È molto più difficile uscire dall’euro, che semplicemente togliere il peg da una drachma.

Da piccolo importatore di tessili e alcuni generi alimentari, e grande esportatore industriale, il peg al dollaro ha lentamente ucciso la bilancia commerciale dell’Argentina. Il paese è diventato sempre più dipendente da importazioni e il debito nazionale è schizzato in alto.

L’agenda neoliberale che ha portato al disastro nel 2001 è stata fortemente voluta da IMF, UE e gli US. La compagnia del gas è stata ceduta à 1/10 del suo valore, quella petrolifera alla metà. Nella svendita di queste e tante altre compagnie era compreso che lo stato argentino avrebbe provveduto alle centinaia di migliai di persone che i nuovi proprietari europei ed americani avrebbero licenziati. I soldi dalle svendite non coprivano per niente i costi della disoccupazione.

Nel 2001 la situazione era diventata insopportabile, chiaramente il peg sarebbe fallito. Le obbligazioni argentine venivano vendute short, gli spread aumentavano, e gli argentini hanno cominciato a spostare i soldi all’estero. Il paese aveva sempre meno accesso ai mercati di capitali. Sembra tutto così tremendamente familiare.

Nel dicembre del 2001 la situazione per le banche non era più sostenibile e il governo ha imposto il Corralito, congelando tutti i conti per un anno, e distruggendo la classe media.

La tua famiglia se la caverebbe se da un giorno all’altro i tuoi conti in banca sono chiusi a chiave? Se poi in pochissimo tempo i prezzo alimentari aumentano di 200%? Con due bimbi, un conto alimentare da 600 euro al mese che diventa 1800 euro, senza che tu possa accedere ai tuoi risparmi? Tante famiglie si, ma tante no. Durante il periodo più buio  nel 2002 8 milioni di persone hanno vissuto con meno di 2 dollari al giorno, e 80% dei bambini soffrivano di malnutrizione.

In un decennio l’Argentina è andato da decima economia al mondo, stella del America del Sud, a essere un posto dove i brasiliani vanno per fare spesa.

Ma, a differenza della Grecia, l’Argentina ha potuto fare il default nel 2002 dopo i 4-5 anni di recessione, fermare i pagamenti, e cercare di recuperare gli anni persi. La svalutazione del peso di ca 70% ha immediatamente cominciato a porre rimedio al problema esportazioni, possibilità inesistente per i paesi nell’euro che avrebbero fatto meglio a starsene fuori. Noi possiamo solo subire folli aumenti delle tasse o folli tagli alla scuola pubblica, alle pensioni e alla sanità, o alla fine comunque lasciare l’euro, oppure tutte quelle opzioni insieme.

Praticamente negli stessi anni è anche incominciata la grande ripresa economica dell’OCSE, con forti aumenti dei metalli, del petrolio, dei cereali, dando ulteriore spinta alla ripresa economica dell’Argentina. Dal 1999 al 2002 le esportazioni erano ferme, per poi crescere fino al 2008 con un picco nel 2005 di 15%. Purtroppo per l’Argentina il paese sta aumentando le importazioni più velocemente delle esportazioni.

dati IMF:

Per ora nessun problema, il PIL è in crescita esponenziale:

La bilancia commerciale è positiva ormai da anni:

Quindi soldi nelle casse dello stato argentino ci sono, quando non vengono sprecati in burocrazia e corruzione. Non esiste un’urgenza economica per la mossa YPF, se non una necessità di un voto popolare di fronte alle accuse di corruzione, di manipolazione dei dati dell’inflazione ed altro. Ripiegando come tanti altri capi di stato in difficoltà sull’orgoglio nazionale e l’autonomia energetica, per qualche secondo ci si dimentica delle tensioni interni. E in questo caso non ho proprio nessuna simpatia per le tante aziende che tramite intimidazioni e tangenti sono riusciti a dividersi la torta Argentina vent’anni fa.

cont.

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Razionamento diesel

Pubblicato da oronero su 19 marzo 2012

Quando in settembre ho capito che avrei avuto bisogno di muovermi ogni tanto in macchina, e che non mi interessava né car pooling né noleggio, perché non abbastanza flessibili, mi sono messa come di consueto a fare dei calcoli per capire se conveniva diesel o benzina. Che non sarebbe stata elettrica è ovvio.

Con le distanze che faccio non c’era nessun motivo per prendere una diesel, di qualsiasi modello, invece della versione benzina.  2.000 € in più se non 3.000 sul prezzo – anche se usata, manutenzione più onerosa, nessun interesse a rivenderla su un mercato convinto che solo il diesel valga, l’assicurazione più cara, tutte considerazioni che pesavano negativamente sul lato diesel.

Poi però, da picchista, mi sono detta che in fondo il diesel conviene perché lo puoi produrre anche senza petrolio. Se nel 2030 non esiste più il mercato esportazione del petrolio, è ragionevole pensare che già fra qualche annetto ci siano razionamenti della benzina. Ancora non abbiamo inventato la macchina del tempo. Quindi non possiamo spedire indietro nel tempo 40 milioni di anni la quantità di denaro necessaria per aumentare la produzione alla fonte, con una sana operazione domanda/offerta.

Con un razionamento della benzina possibile, meglio forse comprare una macchina diesel: Soia, colza, mais, grassi animali, olio commestibile usato. Tutto può alimentare il motore diesel. Anche se quello fatto con olio commestibile meglio usarlo solo in Hawaii che a Stoccolma, perché d’inverno si solidifica.

Tutti i motori diesel in Europa e anche gli US devono accettare come minimo 5% di biodiesel, e la Scania produce motori che arrivano al 100% sin dal 1996. È probabile che non siano i motori diesel a essere il problema ma piuttosto altre parti collegati al motore. Cioè anche se la macchina non è certificata biodiesel 100%, il motore stesso non avrebbe problemi. Lasciando a parte il discorso etico dei terreni agricoli riservato ai combustibili. Siamo già talmente oltre.

E li ero già bella convinta del diesel. Se non fosse per qualche perplessità. Se di solito sono convinta che tutti sbagliano sempre, anche in questo caso dovrebbero sbagliare. Quindi comunque benzina?

Il ragionamento iniziava dalla Scania. I camion che trasportano tutte le nostre merci, materie prime e anche il nostro cibo in giro per Europa hanno bisogno di diesel. E il parco macchine europee, sempre più diesel. Ultimamente sembra che non ci sia nessuno che compri macchine a benzina.

I prezzi diesel in Italia hanno quasi raggiunto il livello della benzina, la differenza è di soli 9 centisimi ca. In Svezia durante l’autunno scorso il prezzo del diesel ha superato quello della benzina. I 5 centesimi di dfferenza hanno generato articoli sui giornali nazionali.  Adesso in primavera la situazione è tornata normale nel senso che la benzina costa di nuovo più del diesel. Diesel più caro della benzina era accaduta prima soltanto durante l’inverno 2007-2008.

Secondo l’articolo svedese di novembre il motivo della corsa del diesel è la mancanza di capacità produttiva delle raffinerie europee, insieme al rinnovo del parco macchine europee, sempre più diesel. Un decennio di prezzi diesel bassi e motori diesel sempre più efficaci hanno indotto i consumatori a eguagliare diesel con risparmio.

Ma non è così, come abbiamo potuto vedere già due volte. L’economia del 2007 non tornerà mai più, ma è bastata una finta ripresa per spingere il diesel insù durante l’inverno passato. Per far abbassare di nuovo il diesel ai prezzi convenienti ci vorrebbe una nuova crisi finanziaria, come quella che ha corretto i prezzi diesel 3,5 anni fa, quando per alcuno mesi l’industria europea ha recitato al rallentatore.

Alla fine ho preso una macchina a benzina fidandomi di alcuni noti controindicatori, di cui la mia stessa propensità verso il diesel. (E poi è ovvio che non potevo perdermi l’offerta di una A-Klasse a 4000€ con soli 10mila km alle spalle.)

Ed è questa settimana con soddisfazione un poco amara che vedo che Aleklett mi dà ragione. È uscito su una rivista di economia e investimenti un articolo dal titolo leggermente minaccioso “La minaccia razionamento del diesel”. Oggi pare sia anche uscita sul blog in inglese.

Praticamente Aleklett è convinto che se vuoi guidare fra 10 anni devi comprare una macchina a benzina. Questo perché negli ultimi 5 anni la produzione di petrolio è solo leggermente aumentata, ma la quantità di petrolio sul mercato libero è diminuita drasticamente.  In soli 5 anni più di 8% del petrolio è sparito dalla piazza, perché i paesi produttori lo tengono sempre più stretto.

Questo mentre Chindia&Co ha aumentato l’importazione di 3 milioni di barili al giorno. L’area OCSE ha perso 15% del petrolio liberamente acquistabile.

La difficoltà di reperire petrolio a basso costo, e la mancanza di compratori dei prodotti petroliferi in una Europa in recessione ha già chuiso parecchie raffinerie. Ma un conto è la benzina per le macchine dei privati, un conto è il diesel per l’industria alimentare, agricola, manufatturiera, logistica. Secondo un  manager delle raffinerie Preem, l’impresa svedese piú grande del settore, con una capacità di 18 milioni di m3 all’anno, oggi in Europa mancano all’appello 30-40 milioni di metri cubi di diesel.

Il diesel mancante viene comprato negli Stati Uniti, che poi da noi compra la benzina che serve agli americani. Un equilibrio delicato che potrebbe rompersi se gli americani cominciano a scommettere seriamente sul diesel.

La conseguenza delle necessità dell’industria, della mancanza di raffinerie, e della probabile domanda futura statunitense secondo Aleklett è un razionamento del diesel entro 10 anni. La IEA per il 2012 stima un’aumento della domanda per il diesel a 1,6%.

Cosa arriva prima allora, razionamento diesel o benzina?

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Alitalia. Se li conosci li eviti.

Pubblicato da oronero su 9 novembre 2011

Agg. 10 novembre: Dopo aver contattato l’ufficio stampa di Alitalia, perché sono gli unici indirizzi email di Alitalia che si trovano in rete, e visto che l’assistenza non poteva fornirmi un indirizzo mail valido perché “Alitalia non ha gli indirizzi mail, signora”, mandando loro un sincero augurio di buona lettura del post sul mio blog e anche su rischiocalcolato, sono stata contattata, prima telefonicamente e poi via mail, dal Customer Center, che mi ha gentilmente offerto un voucher di 100€ da spendere su un viaggio con Alitalia entro un anno. Grazie, Alitalia, ci penserò. Leggi il seguito di questo post »

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Krugman, Michio: gli alieni arriveranno, armati

Pubblicato da oronero su 18 agosto 2011

Disclaimer: È metà agosto quindi mi permetto una pausa abbassando per una volta coscientemente la guardia contro le teorie complottistiche. Noi normodotati dobbiamo essere estremamente attenti a non farci inquinare il cervello, ma non sempre ci riusciamo.

—inizio post—

Pare che ci siano preparativi in atto contro un attacco da alieni. Il professore di fisica Michio Kaku dice che sono sicuramente milioni di anni più avanzati di noi. Leggi il seguito di questo post »

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Sul terrorismo in Norvegia, agg.

Pubblicato da oronero su 4 agosto 2011

Non sarà sfuggito a nessuno che dall’avvento della rete siamo sempre più isolati nelle nostre opinioni. Si spende sempre meno spesso quell’euro per il giornale, che in qualche modo riporta anche le opinioni “degli altri”. È facile e rassicurante trovare nei giornali online, nei forum, e su facebook, solo le notizie e gli articoli che ci danno ragione. Avendo sempre ragione poi, le idee vanno rinforzandosi, estremizzati, se si vuole.

Per me si tratta di un rifiuto, inconsapevole forse, di informarsi su quello che succede dall’altra parte, e quindi vi invito a aggiornarvi sul movimento cosiddetto “counter-jihad”, per chi non lo conosce già, destinato a guadagnare forza in questa Europa prossimamente stressata da costi energetici altissimi, pensioni inesistenti, disoccupazione massiccia, infrastrutture scadenti, con politici molto distanti dalla gente che li dovrebbe votare. Perché nessuno si professi sorpreso la prossima volta che verremo colpiti da un attentato. Quindi uscite un attimo dai soliti blog, e leggete alcuni dei blog ai quali si è ispirato il mostro malato Breivik. Non ci penso neanche a leggere il manifesto di 1500 pagine quindi mi fido dei tanti giornalisti che dicono di averlo fatto.

Non considero i blogger anti-Islam colpevoli di quell’atto mostruoso, ma la loro retorica non è senza costo, come scrive l’agente CIA Marc Sageman sul NYT.  Tutti quanti, come Robert Spencer di jihadwatch, prendono le distanze, dicendo che il counter-jihad per forza è un movimento anti-violenza. Un fatto comune di questi blogger sono le simpatie pro-Israele ed anti-nazista, e considerano Hamas&co dei nazisti.

Ma resta il fatto che Breivik non ha scritto niente del suo manifesto da solo, è tutto un mix-n-match copiato da questa multitudine di blog. Il nocciolo del suo pensiero verrebbe comunque dall‘anarco-primitivista Ted Kaczynski, meglio conosciuto come l’UNA-bomber. Nove anni fa, quando Breivik ha cominciato a pianificare lo scempio, i blogger citati come colpevoli non esistevano ancora.

Il problema del counter-jihad è che, come ogni movimento mai nato, ha dato vita a forme sempre più estreme, spesso espresse in forma di blog, nutrendo certamente con le parole le tante persone bisognosi di conferme. La maggioranza dei fondatori del counter-jihad hanno lasciato il movimento da quando è diventato una violenta “lotta culturale” ai musulmani e contro “l’islamizzazione” dell’occidente, condotta invece da cretini razzisti di tutti i colori. Soprattutto il fondatore dell’popolarissimo portale LGF (little green footballs), Charles Johnson, ha preso le distanze.

 “…the manifesto of Oslo mass murderer Anders Behring Breivik, with the same themes, the same over-the-top paranoia, the same mindless hatred, bigotry, and conspiracy theorizing.”

Io al movimento counter-jihad ci sono arrivata per caso un paio di anni fa, leggendo un blog chiamato birdbrain (littledoors), ora chiuso al pubblico, anche a me. La studentessa americana di nome Natalie che lo scriveva era (è?) una grande ammiratrice di regime dittatoriali, per la loro facilità ed efficienza di governo. Tra le traduzioni di poesie russe c’era anche una fervente ammirazione per Putin. Uno dei suoi blog preferiti era “Gates of Vienna”, fondato da un certo “Baron Bodissey”, che conosceva anche in privato.

Gates of Vienna è un blog americano counter-jihad, fondato parecchi anni fa, è iniziatore del primo meeting del movimento a Copenhagen 2007.

“The first Counter Jihad Summit was held in Copenhagen back in April 2007” (scritto a maggio 2009)

I partecipanti venivano dai seguenti paesi: Austria, Hungary, Sweden, Denmark, Norway, Switzerland, Finland, Romania, UK, France, Serbia, USA, Germany.

Oltre al Barone c’era un altro partecipante importantissimo: Fjordman (anonimo), il blogger norvegese con forse la più grande influenza su Breivik. Con lui Breivik condivide anche l’odio per le donne, considerando il femminismo un movimento pericoloso quanto l’Islam per la libertà del maschio bianco. Fjordman è riuscito in pochissimo tempo a diventare molto famoso, linkando sempre sui blog di Johnson e GoV. Quando Johnson ha capito con che cosa aveva a che fare ha fatto resistenza, ed è diventato un bersaglio di insulti e minacce. Ma Fjordman aveva raggiunto l’obiettivo, trovando migliaia di lettori.

Dalla Svezia invece partecipavano vari blogger famosi, e anche il politico Ted Ekeroth, del partito “democratici svedesi”, ed ex-leader del “Association for Israel and Democracy in the Middle-East”. Non si sa di che cosa hanno parlato. Pochi mesi dopo c’è stato un secondo meeting, a Bruxelles. Li hanno parlato Robert Spencer, Bat Ye’or, Ekeroth, e una persona anonima “Reinhard”. Ekeroth ha quindi incontrato Fjordman, ed ha potuto confermare che Fjordman e Breivik non sono la stessa persona.

Secondo una blogger svedese, Ekeroth ha fatto un discorso dove dichiara che “Era da tempi che cercavamo di entrare in contatto con altri gruppi e partiti politici delle stesse idee in Europa”, sottolineando come l’agenda politica sua si sposa perfettamente con la lotta culturale contro i “politicamente corretti”. Filip Dewinter, il leader del partito di estrema destra belgo Vlaams Belang ha apprezzato moltissimo il discorso di Ekeroth.

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E qua abbiamo un piccolo grande problema. I nuovi partiti anti-immigrazione in Scandinavia non appartengono in realtà alla destra come erroneamente ha scritto anche Der Spiegel poco tempo fa, e l’International Herald Tribune oggi. Dichiarano le stesse agende politiche socialdemocratiche che da sempre cercano di proteggere il welfare dei deboli, i diritti delle donne, la libertà di parola etc. Con la piccola aggiunta che si esprimono sulla questione immigrazione, cosa che non fanno i socialdemocratici. Il partito più grande, più importante per la storia moderna svedese ha effettivamente lasciato il campo libero sulla questione che tutti i poll indicano come una delle più importanti. Chi se lo ricorda ora che i “democratici svedesi” fino al 1995 era un partito neo-nazista? Ora sono dichiaratamente pro-Israele, avendo trovato un nemico più facile.

La distanza dal nazismo ha permesso alla gente di avvicinarsi in misura crescente alla nuova sinistra, da tutti interpretati come estrema destra per la politica sull’immigrazione non-cristiana. Opinione mia: L’unica persona in grado di fermare la defezione sarebbe stata l’eccezionale ministra degli esteri Anna Lindh, assassinata nel 2004 dal serbo Mijailo Mijailović, che si è rifiutato di parlare delle sue motivazioni. Recentemente c’è stato un tentato assassinio della moderata democratica Gabrielle Giffords negli Stati Uniti, da parte di un connazionale di cui in realtà non si sa quali motivazioni abbia, perché si è avvalso del diritto di non parlare. Si sa solo che Loughner è l’ennesimo uomo che odia le donne.  Il suo migliore amico aveva detto alla polizia che Loughner non era né di destra né di sinistra, ma molto suscettibile alle teorie di cospirazione.

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Tornando al meeting, sono proprio quelle parole di Ekeroth che spingono Johnson e tanti altri a lasciare il “movimento”, una volta fondata da Johnson stesso. Ma i meeting continuano durante il 2009 e 2010, e si discute molto di come costringere gli avversari a una guerre delle idee, e come usare “tattica controversa e provocativa” (GoV 23 maggio 2009). Hanno invitato persone dalla EDL, la English Defence League, esperti in violenza e tattiche provocative, anti-jihadisti presenti in molte città inglesi.

Il Barone scrive anche:

“Some of the most brilliant minds of the Western world were present in Steen’s flat on those two nights. If the world were organized rationally, these people would hold political office…”

Assomiglia un po’ troppo alla richiesta fatta da Breivik dalla prigione, di istituire un nuovo ordine sociale con lui in cima.

D’ora in poi questi blogger & co avranno i fari della polizia adosso, che finora si sono concentrati sul vecchio razzismo neo-nazista, e sul terrorismo islamista. Ho addirittura letto da qualche parte il sospetto, tipico di una persona malata e suscettibile alle cospirazioni, che fosse tutto una montatura da parte dei governi di “sinistra” per dare più potere alla polizia di perseguire i cosiddetti politicamente incorretti (sottinteso moralmente superiori), e continuare indisturbati a islamizzare l’occidente.

Vi ho descritto brevemente cosa c’è dietro la confusione mentale di quel mostro, al quale si è dato epiteti come anti-capitalista, massone, cattolico, anarchico e razzista. Come ideologia abbiamo il counter-jihad, ma come violenza è andato molto molto oltre. Ovviamente non esiste nessun gruppo che si dichiara d’accordo con lui. Non posto i link ai vari blog e articoli anti-jihad, vi dovete fare le ricerche da soli. Oltre a jihadwatch e GoV e LGF ci sono tanti blog conosciuti, come p.es. il tedesco Politically Incorrect e lo svedese Elder of Stockholm.

Aggiornamento 5 agosto: Fjordman non è più anonimo.  Si chiama Peder Jensen, 36 anni, con un master in tecnologia e cultura (?) dell’università di Oslo, e ha studiato arabo all’American University di Cairo. Ha un passato politico come laburista, ma ultimamente vota Fremskrittspartiet.

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Finalmente, un pesce

Pubblicato da oronero su 5 luglio 2011

Ci sono ancora posti dove i ragazzini possono o devono imparare cose veramente utili.

Come pescare.

A sinistra quello in vacanza, a destra l’istruttore di pesca di nove anni che sa già che da grande farà il pescatore, come il babbo, il nonno, il bisnonno e il trisnonno. È praticamente dio sceso in terra, in quanto possiede già la sua propria barca, e anche un 4×4 a benzina, che usa per raggiungere il padre quando lavora nel bosco.

Finalmente, il primo abborre (pesce persico?) pescato da solo!

Alla fine ne hanno presi sei. Vanno matti per i lombrichi. I lombrichi in attesa di essere usati vanno messi in un recipiente pieno di terra fino a metà.

Visto che non è ancora capace di ucciderli da solo, gli ho fatto togliere l’amo per ributtarli nel mare.

Tranne il primo, che è stato cucinato da me e mangiato dal neo-pescatore.

Come avrete capito sono in supervacanza. Faccio cose veramente utili come leggere la fine dei vecchi gialli che sono li da decenni. Internet funziona solo di notte, quando sono fortunata. Stranamente bisogna abitare a ovest della più vicina torre telecom, noi siamo a est.

Finito tutte le fini faccio giardinaggio grosso.

Ho tolto un melo centenario, purtroppo, era marcio e rischiava di cadere.

Il suo sostituto:

Il vicinato è pieno di meli, ma per sicurezza abbiamo scelto una variante che verrà sicuramente impollinata da un altro albero accanto. Se arriva a primavera. Gli inverni sono piuttosto invernali, e i cerbiatti alla fine fanno di tutto per papparsi qualsiasi cosa spunti sopra la neve.

Poi ho messo ordine nella legnaccia rimasta dopo l’inverno. Tutta la legna bella è finita, ora c’è solo l’equivalente del heavy venezuelano, cioè un paio di pioppi che un amico ha aiutato a togliere, e che useremo solo se nessuno ci vende betulla.

Queste cose qua. In una delle poche zone nel mondo dove le mappe NASA non prevedono cambiamenti climatici. Giusto, per un posto dove il tempo si è fermato.

 

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Oronero Oil and Gas Data Report…

Pubblicato da oronero su 3 maggio 2011

…o perché penso che questa volte vedremo un picco ancora più alto. Prendo spunto dall’ultimo articolo di Gail su TheOilDrum.

Dovremo aspettare tanto tempo ancora prima di avere i dati per questi mesi di Primavera Araba. Nel frattempo, va benissimo fermarsi a gennaio.

La produzione di petrolio a livello globale fino a gennaio 2011 stava aumentando lentamente e con grande fatica. 15% dal gennaio 2002. Non si vede quasi che una crisi finanziaria mondiale ha abbattuto il prezzo del petrolio da 140 a 40 dollari in pochi mesi. A marzo 2009 il prezzo ha ripreso a salire, ed è da giugno 2009 che i produttori cercano di aumentare la produzione. Un po’ ci erano riusciti.

Dal 2002 al 2009 la produzione di gas naturale è aumentata di 15%. I 3% in meno sul periodo 2008/09 sono probabilmente già quasi stati recuperati, se le previsioni dell’EIA di una crescita della produzione di gas del 1,8% all’anno sono corrette. Non esistono ancora i dati “finiti”.

E quanto l’abbiamo pagato?

Il petrolio dal 2002 al 2008 è aumentato di 280%. Nel 2008 la media ha toccato i 100$, poi ha perso il 40%, per poi riprendersi quasi del 30%. Nel 2010 abbiamo quindi pagato il petrolio 20% in meno al barile rispetto al 2008.

Il gas fino al 2008 è aumentato di sempre notevoli 160%. Al crollo ha perso molto di più del petrolio, 55% rispetto ai ca 40% del petrolio.

E poi il gas non si è ripreso, perché nel frattempo l’aumento dei prezzi ha aumentato enormemente anche il numero di rig, per non parlare dello sviluppo di tecnologie nuove, soprattutto il fracking e il drilling horizzontale. Fattori che hanno facilitato la produzione a basso costo in questo settore antico come il petrolio ma mai sfruttato veramente.

Anche per quanto riguarda il petrolio, l’aumento dei prezzi ha permesso nuovi investimenti, ovvero nel deep off-shore e nelle sabbie. Ma siccome abbiamo già raccolto tutti i frutti bassi, ogni guadagno in questo settore serve semplicemente per rimanere fermi. Senza investimenti andiamo indietro. Pedaliamo più velocemente per rimanere fermi.

Applichiamo il prezzo all’energia prodotta.

Nonostante il singhiozzo 08-09, le due curve Produzione totale di petrolio sull’anno, e Quanto l’abbiamo pagato, hanno una forte correlazione di 0,86. Nel 2010 il mondo ha pagato il petrolio il 20% in meno rispetto al 2008.

Gas: si vede ad occhio che non c’è una correlazione forte (solo 0,43) tra la produzione e quello che abbiamo speso. Nel 2010 il mondo ha pagato il gas la metà di quanto ha pagato nel 2008, o -50%.

In tutto, quanto abbiamo speso per gas e petrolio?

Dal 2002 al 2010 la spesa è aumentata di 180%, decisamente meno dei 240% di aumento della spesa per il petrolio solo.  Nel 2010 abbiamo speso ben 1.100 miliardi di dollari in meno rispetto al 2008. Nel 2009 abbiamo speso 1.700 miliardi in meno.

Si potrebbe obiettare che questi soldi sono stati bilanciati dal PIL in discesa libera per colpa del crac.

Solo che il PIL mondiale non è sceso. Rispetto al 2008 è cresciuto del 2,7%. Dati: IMF.

Infatti,

la spesa per petrolio e gas in % sul PIL è al livello del 2004. Il record era nel 2008, con quasi 7%. Probabilmente il picco nel 2007 era molto più alto visto che si tratta di una media: Dividendo il PIL del 2008 con 52 settimane (IMF), e poi prendendo il prezzo medio mondiale settimanale (EIA), e dividendo i due, viene fuori che nella prima settimana di luglio 2008 abbiamo pagato 11,64% del PIL (settimanalizzato) per petrolio e gas.

Visto che in ogni ufficio statistico e in ogni filiale bancaria in tutto il mondo siedono persone con il compito di regolarmente indovinare PIL e altri numeri, e raramente, se non mai, hanno ragione, lo faccio anch’io.

  • Indovino per il 2011 un prezzo medio del WTI di 105 dollari, basandomi sulla media mondiale delle ultime 15 settimane, più altri 2$ di margine.
  • Indovino una produzione di 88 milioni di barili al giorno.
  • Un prezzo del gas di 4,50 dollari.
  • Un consumo di 113 Quad BTU di gas.
  • E per finire, un PIL mondiale di 3 %, ben 1,5 punti meno di quello sognato da IMF.

Con i numeri sopra spenderemo nel 2011 per petrolio e gas il 5,99% del PIL, più o meno il livello di maggio 2007. Il gas ci ha regalato giusto in tempo quel margine che ci voleva per guadagnare un po’ di tempo. Peccato che continuiamo a salvare banche in fallimento con i nostri soldi.


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Presto in un teatro vicino a te

Pubblicato da oronero su 24 marzo 2011

Dopo il successo della prima edizione, questa volta Cambiamo.org presenterà lo spettacolo “Petrolio – Cambiamo di nuovo vita” non a Pavia, ma a Milano.

Il luogo è il Barrio’s in Via Barona ang. Boffalora, il prezzo è 5 euro.

Andateci! e soprattutto, portate qualcuno che non sa neanche che esiste il concetto peak oil. Così spargiamo la voce.

Altre date e luoghi dello spettacolo:

1 Aprile MILANO
8 Aprile CAVA MANARA (PV)
8 Maggio PAVIA
21 Maggio COMO
10 Giugno VERCELLI

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Cessate il fuoco

Pubblicato da oronero su 18 marzo 2011

Dimenticate tutto quello scritto sotto, la Libia accetta le condizioni ONU, ma sembra che si vada avanti lo stesso.

Libia dichiara un immediato cessate il fuoco.

http://english.aljazeera.net/news/africa/2011/03/2011318124421218583.html

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