Fino a qualche giorno fa la Repsol possedeva il 57% di YPF, la famiglia argentina Eskenazi il 25,5% che non sarà toccato dalla nazionalizzazione, altri investitori privati il 17%, e lo stato argentino il 0,02% più un’azione speciale che gli dà il diritto di veto nei consigli d’amministrazione.
Secondo il piano, lo stato argentino avrà da subito il 51%, prendendoli da Repsol. I 51 saranno divisi tra lo stato con 26%, e i governi locali delle province produttrici di petrolio con 25%.
Yacimientos Petrolíferos Fiscales è l’azienda più grande dell’Argentina, fondata nel 1922 da Enrique Mosconi con l’intento di nazionalizzare il petrolio. Secondo wikipedia questo piano è fallito per colpa della rivoluzione di settembre nel 1930, in parte sponsorizzata da “foreign oil trusts”. Sotto la dittatura militare 1976-1983 è stata talmente malgestita che poi nel 1989 il congresso ha votato per la privatizzazione, voluta anche da Néstor e Cristina Kirchner.
Il processo ha avuto inizio nel 1991 sotto Carlos Menem, e nel 1993 l’80% di YPF è stata venduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 lo stato argentino ha venduto quasi tutto il resto, dando la possibilità agli Eskenazi e altri privati a investire nell’azienda. Per fargli entrare come investitori, Néstor Kirchner ha negoziato dei dividendi estremamente generosi, che in pratica significa che gli investitori sarebbero stati ripagati in pochissimo tempo.
Ma uno dei motivi dati dal governo argentino in questi giorni per il recupero sono proprio quei 90% dei guadagni che l’azienda distribuisce agli azionisti in forma di dividendi, così togliendo all’azienda la possibilità di investire in esplorazione e produzione. Quindi Cristina con questa mossa fa un 180 gradi sul marito riverito.
I 14% di diminuzione della produzione di petrolio dal picco nel 1999 ad oggi sarebbero colpa dei mancati investimenti, dati EIA:
E questo proprio mentre l’Argentina cresce e ha sempre più bisogno di energia. Una specie di complotto. Dal grafico sopra si vede che l’esportazione di petrolio scende molto più rapidamente di quanto scenda la produzione. Di nuovo il nostro amico ELMo al lavoro.
L’Argentina ha di recente trovato grandi giacimenti di idrocarburi shale, e dagli articoli FT sembra che si tratti di tre quarti petrolio e un quarto gas. Questi giacimenti sono stati pomposamente presentati alla stampa come inizio della nuova era d’oro del petrolio argentino. Peccato che la stampa non sappia mai fare i conti.
Se un giacimento shale contiene 927 milioni di barili di petrolio equivalente, e con la tecnologia di oggi ne possiamo estrarre 4% e con la tecnologia di domani al massimo 15%, al massimo avremo alla fine estratto 140 milioni di barili. In un mondo che consuma 90 milioni di barili al giorno. *slurp*
Quindi no, lo shale non invertirà la discesa della linea azzurra nel grafico sopra.
Ancora peggio è che l’Argentina comunque deve importare tanti prodotti petroliferi. E giudicando dal grafico creato con dati IMF, questi costano ben più caro di quelli che il paese è in grado di esportare.
Nel 2011 le due linee si sono incrociate con un’impennata del costo del petrolio importato. Tre miliardi di USD di differenza.
Ovvio che la Kirchner è arrabbiata. Ha appena scoperto peak oil. In un anno il costo per l’Argentina è raddoppiato, diminuendo così tanto il surplus della bilancia commerciale negli ultimi mesi del 2011 che a inizio 2012 il governo ha limitato il commercio per proteggere le imprese locali. È soprattutto l’Uruguay a soffrirne, visto che il paese esporta praticamente solo in Argentina.
L’Argentina ha già provato più volte a togliere i sussidi all’energia, che nel 2010 equivalevano al valore del petrolio esportato, 6,5 miliardi di dollari. Ma quando nel 2009 c’è stato il tentativo di far pagare di più ai privati sono diminuiti troppo i consumi. Questa volta il stratagemma geniale è di chiedere alla gente se se la sentono di pagare qualcosina in più o no. Una personalizzazione dei sussidi.
Ma togliere i sussidi a industria e privati in un paese dove 10 anni fa le banche hanno dimostrato da che parte stanno è un po’ come farsi la pipì adosso, bello caldo all’inizio ma presto solo bagnato e freddo. I soldi rimaranno semplicemente nei materassi invece di essere investiti.
Una domanda ancora molto aperta è a quale prezzo la YPF verrà ricomprata. Il valore in borsa era oggi 9,68 miliardi di dollari, ma solo un mese fa valeva il doppio. La Repsol, saggia dell’esperienza boliviana e Evo Morales che nazionalizzava il petrolio se la sentiva che qualcosa stava per succedere, e ha segretamente cercato di vendere la sua parte in YPF ai cinesi, specificamente Sinopec, il loro vecchio partner nelle vicende brasiliane.
Ma non hanno fatto in tempo, e ora possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata dall’Argentina. ExxonMobil tramite arbitraggio internazionale ha appena ricevuto 900 milioni per gli asset venezoleni nazionalizzati, ca il 10% del loro valore.
E pare che la famiglia oligarca Eskenazi non potrà più ripagare i debiti una volta che i dividendi YPF le verranno tolti, e così si libereranno automaticamente anche i loro 25%.
È un gran casino tutta questa storia, e un forte richiamo che se investiamo in compagnie petrolifere, almeno scegliamo quelli basati in democrazie occidentali maturi, che ancora per un po’ potranno lavorare tranquilli.
























