O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

Archive for the ‘Economia’ Category

Peak Hermés. Post per il venerdì pomeriggio.

Posted by oronero su 13 luglio 2012

Un amico recentemente mi ha chiesto perché non avevo partecipato all’IPO Brunello Cucinelli, visto che “il lusso regge sempre”. Non avevo una risposta buona, tranne che semplicemente non trovo che la moda sia molto interessante da quel punto di vista. E poi non sono mai stata convinta di quella tesi.

Avrei certamente potuto parteciparci come hedge contro i prezzi della lana in aumento - soltanto che è già un anno che la domanda debole dalla Cina, per mancanza di consumatori occidentali, sta correggendo i prezzi. Anche se arrivano notizie sconcertanti sulle temperature in Brasile dubito che la nuova classe media brasiliana abbia voglia di sostituire la domanda per lana del vecchio occidente. Conosco la moda brasiliana. L’India, ovviamente zero lana per motivi ovvii. Russia, manca la gente, e poi con prezzi del petrolio incerti il rublo non è abbastanza forte per sostenere una crescita della domanda. Leggi il seguito di questo post »

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Crollo della sanità in Grecia

Posted by oronero su 26 giugno 2012

Le notizie dalla Grecia sono sempre più preoccupanti. Ho ricevuto notizie anedottali che sulle isole vacanziere si continua la vita di sempre, caffè al bar, tranquillità, e fior di case in costruzione, certamente con i contributi dell’UE. Ma nelle grandi città, e specificamente negli ospedali, la situazione pare disperata.

In Europa secondo la WHO ogni anno muoiono (pdf) 25.000 persone di batteri resistenti agli antibiotici. Una situazione con crescita fra poco esponenziale. Leggi il seguito di questo post »

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Già, l’Italia non ha bisogno di aiuto

Posted by oronero su 13 giugno 2012

Ed ecco le parole di Monti che non volevamo mai sentire, perché equivalgono al fischio di partenza per la Golgata versò il bailout: Italia non ha bisogno di aiuto. Riferito da tutti i giornali in modi diversi, ma comunque è fatta.

Spagna.

Portugal.

Grecia.

Irlanda. Leggi il seguito di questo post »

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Peak oil e le compagnie aeree

Posted by oronero su 6 giugno 2012

Cosa succederà ai trasporti aerei quando le compagnie non avranno più nessun margine di guadagno? Una risposta è ovviamente che il traffico aereo privati come lo conosciamo oggi sparirà.

Ho ascoltato l’intervento ASPO “Can we fill the gap” di Charles Schlumberger, il responsabile per trasporti aerei alla banca mondiale. Schlumberger ha un curriculum di tutto rispetto con una lunghissima esperienza nel settore.

Il discorso è del 2010, ma l’ha poi rifatto un poco modificato in altre occasioni. Si sottolinea che Schlumberger parla alla conferenza ASPO come persona privata convinta di uno scenario peak oil, e non nella sua veste di superconsulente. Leggi il seguito di questo post »

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Peak oil nel parlamento svedese

Posted by oronero su 30 maggio 2012

Non riuscite ovviamente a capire cosa dicono nel video ripreso nel parlamento svedese.

http://www.riksdagen.se/sv/Debatter–beslut/Interpellationsdebatter1/Debatt/?did=GZ10355&doctype=ip

Si tratta di un cosiddetto dibattito di interpellanza, interpellationsdebatt, dove il ministro interpellato da un membro del parlamento ha avuto 4 settimane per inventarsi una risposta.

Qua è Per Bolund dei verdi svedesi che chiede al ministro di finanza Anders Borg come se la caverebbe la Svezia in uno scenario di forte contrazione delle forniture di petrolio.

Anders Borg evidentemente non aveva voglia di rispondere, e ha lasciato la risposta alla collega Anita Broden.

Che risponde come ci si aspetterebbe, dopottutto è la prima volta che la questione viene discussa apertamente in parlamento. Quello che discutono indubbiamente dietro porte chiuse non lo possiamo sapere. Leggi il seguito di questo post »

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Compagnie aeree in difficoltà

Posted by oronero su 25 maggio 2012

Nell’ultimo mese un altro paio di compagnie aeree hanno gettato la spugna, lasciando migliaia di passeggeri a terra. Agli inizi di maggio la danese Cimber Sterling, che ha cambiato nome da Cimber Air quando la compagnia ha comprato la Sterling che aveva fatto bancarotta,  ha dovuto chiudere i battenti quando il proprietario, il miliardiaro russo Igor Kolomoyksij non ha più voluto aggiungere capitale.

E due giorni fa la Skyways, sempre scandinava, sempre poprietà di Kolomoyksij, non ce l’ha fatta. Il motivo viene citato come costi troppo alti per il carburante. Leggi il seguito di questo post »

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Banche italiane con troppa leva

Posted by oronero su 24 maggio 2012

Per chi si fosse chiesto esattamente perché Unicredit e Intesa San Paolo devono vendere, per ca 230 milioni di sterline, i loro 31 milioni di azioni nella London Stock Exchange, proprietario della borsa di Milano, togliendo così l’ultima goccia di sangue italiano alla borsa di Milano che così per ora risulta proprietà degli Emirati e del Quatar, il superblog ZeroHedge ha ieri pubblicato un grafico molto interessante: Leggi il seguito di questo post »

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Too fat to fight

Posted by oronero su 16 maggio 2012

Alla fine del video sull’obesità nel post precedente, diventa chiaro che la storia sull’obesità non finisce con il nastro trasportatore, o il crollo del sistema sanitario. Il problema riguarda anche la polizia e i vigili del fuoco che avranno difficoltà a reclutare giovani adatti ai lavori di vigilanza e sicurezza, e riguarda immediatamente la difesa del paese. Al minuto 1:05 ci viene spiegato che il 27% dei giovani che cercano di entrare nelle forze armate americane è troppo grasso.

Cercando di verificare questo ultimo spaventoso dato, ho trovato il sito Mission: Readiness, una NGO di militari in pensione che lavorano per assicurare la sicurezza del paese. Sul sito si trova un documento  del dipartimento di difesa, dal titolo geniale “Ready, Willing and Unable to serve”.

Il problema va molto oltre i 27% di giovani grassi. Ben 75% dei giovani americani non è in grado di entrare a far parte delle forze armate. I motivi sono incapacità di finire il high school (25%) e le fedine penali di tutto rispetto (10%). I 16% di giovani normopeso con diploma high school e senza passato criminoso che non vengono accettati o non sono stati in grado di completare i test di matematica e lettura delle forze armate, o sono afflitti da altri problemi di salute: vedono male, sono astmatici, sentono male, oppure sono drogati sin dall’infanzia grazie a una delle diagnosi acronimici di moda.

Bisogna sottolineare che quando si parla di high school non è certo il liceo classico, ma piuttosto due anni della più basica scuola tecnica. A 16 escono dalla scuola senza fare addizioni, sottrazioni, tabelline e divisioni, e non capiscono un semplice testo.

Neanche la recessione riesce a riempire le file di giovani dei ceti più poveri che tradizionalmente cercano di migliorare la vita lavorando e studiando nel militare:

“We cannot rely on a continuation of what may be the worst recession since the Great Depression to ensure that America has enough qualified men and women to defend our country.”

Dallo stesso sito si può scaricare un altro report dal titolo spiritoso: “Too fat to fight”. Il testo semplicemente vuole fare un appello al congresso per togliere dalle scuole il cibo ad alto contenuto calorico ma senza nutrienti.

“Once again, America’s retired military leaders are alerting Congress to a threat to national security. The basic fact is that too many young American men and women are too fat to fight.”

Ok, rimangono 25% di giovani tra i 17 e 24 anni che potrebbero difendere il paese, se avranno voglia. A quanto pare sono gli stessi 25% che dovrebbere completare studi più avanzati, trovare lavoro e creare famiglie, pagare tasse, mandare avanti il paese.

Sembra proprio che l’obesità degli americani sarà il più grande movimento per la pace mai visto.

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Peak salute

Posted by oronero su 16 maggio 2012

Prima: Per motivi multipli ultimamente non riesco a dedicare il tempo necessario per scrivere regolarmente sul blog. Mi dispiace.

Comunque, questa mattina su  ZH ho trovato un’articolo con video che parla dell’epidemia di obesità che sta colpendo gli Stati Uniti. Il problema non è certo una novità, solo che ora si sono accorti di alcuni problemi legati all’obesità che prima non venivano considerati perché l’obesità era legato a fasce sociali deboli e senza voce politica.

Il video è un documentario prodotto dalla HBO, e fa parte di una serie di quattro. Il primo:

A nessuno è estraneo l’immagine dell’americano così ciccione che non riesce ad attraversare il supermercato, o Disneyland Orlando per esempio, senza l’aiuto di un golf cart elettrico. A questo punto 69% degli americani sono sovrappeso o obesi. Ca il 30% degli americani hanno un BMI sopra 30, la soglia per obesità.

Ma fino a un decennio fa il problema riguardava le zone urbani e rurali più povere, come il Bronx a New York e il cosiddetto profondo sud. Oggi quella relazione lineare tra povertà e obesità non esiste più. In tutte le fasce di guadagno gli americani sono ingrassati, ma le fasce abbienti sono ingrassati più in fretta, fino a praticamente distribuire la ciccia come una bella coperta democraticamente su tutto il paese.

Ovviamente con pesantissimi ripercussioni sull’economia del paese, con reazioni ipocritiche dei politici al seguito. Ormai le città sono incamminabili, i sobborghi non posseggono né marciapiedi né piste ciclabili. La famiglia media americana guarda più di 8 ore di televisione al giorno, di cui la metà è pubblicità per bibite zuccherati oppure cereali – cioè qualche specie di croccantini di glutine arricchito con fruttosio (“con fruttosio!”), uno zucchero molto più pericoloso del saccarosio,  oli vegetali, aromi sintetici, vitamine sintetici, e coloranti sintetici.

E a perderci sono tra l’altro le case assicuratrici, che per preservare i loro margini di guadagno devono chiedere premi più salati agli obesi, perché questi, a differenza dei normopesi, misurato come BMI – body mass index, in effetti si ammalano abbastanza spesso. Diabete 2 che porta a problemi circolatori con cecità e amputazioni, trapianti di vari organi interni rovinati da strati di grasso, cuori che non reggono, arti che non reggono e che devono essere sostutuiti, e infine problemi di fertilità.

L’obesità costerebbe ca 150 miliardi di dollari all’anno. La metà di questi viene pagata dalla sanità pubblica, Medicaid e Medicare. Questo per una generazione che era normale da bambini. Ormai però il 19% dei bimbi americani sono obesi, creando grosse preoccupazioni per il futuro:

Skyrocketing health care costs we don’t have solutions for…

Our position in the world…we have been weakened by this overweight problem that we have…

Ah già. Sono ormai così grassi che non riescono a lavorare.

We’re going to have a productivity crisis.

Semplicemente non ci saranno persone abbastanza sane da assumere. E le aziende, come gli assicuratori, chiedono ai sovrappeso contributi maggiori per tutelarsi.

Siccome l’Europa segue sempre i trend statunitensi, possiamo aspettarci anche qua costi maggiori per chi decide di pesare sui conti pubblici. Se in forma di imposte sui cibo-spazzatura o in forma di ticket salatissimi dipende da quanto sarà forte il lobby alimentare.

Visto che è difficile qualificare il cibo-spazzatura, io scommetto sul ticket, o forse una combinazione di ticket e imposta. Perché se oggi i 5 milioni di obesi italiani costano 8, 3 miliardi all’anno, i 20 milioni del 2025 costeranno 33 miliardi.

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UBS: effetti sul PIL si o no?

Posted by oronero su 3 marzo 2012

Su zerohedge questa mattina ho trovato un riferimento allo spiritosamente battezzato weekly weight watcher della UBS che poi ho trovato via google-fu: “Are higher oil prices a risk?”.

Questa settimana cercano di rispondere alla domanda se il prezzo del petrolio in aumento, ca 15$ solo nel’ultimo mese, sta reagendo all’eccesso di liquidità (QE e LTRO), a shock lato domanda (qualche indicatore positivo) o a paure lato offerta (MENA). E quali sono gli effetti sulla crescita economica e sui mercati finanziari.

Tra le altre cose hanno studiato l’effetto sul PIL di alcune economie importani da un aumento del petrolio di 10 dollari. UBS distingue l’effetto sul PIL se il prezzo cresce per un’offerta del petrolio in declino (supply shock) o se cresce per una domanda un aumento (demand shock). Un supply shock diminuisce il PIL, perché avviene in un periodo di economia debole, mentre un demand shock, almeno inizialmente, è accompagnato da PIL in aumento. Non a sorpresa nello scenario supply shock è l’US il paese che sentirebbe di più l’aumento del prezzo del petrolio, visto che che gli Stati Uniti hanno una elevata sensibilità ai prezzi.

Se il prezzo del petrolio nel 2012 si assesta sui 10 dollari in più rispetto al 2011 l’effetto sugli Stati Uniti potrebbe essere una riduzione del PIL di 0,8%. Italia è molto meno sensibile al prezzo del petrolio e perderebbe ca il 0,15%. Sempre che l’aumento dipenda da un supply shock e non da un demand shock.

La biflazione ora in corso, cioè l’aumento dei prezzi delle materie prime e la diminuzione dei prezzi degli asset basati su debiti, come case e macchine, viene anche spinta dall’alleggerimento quantitativo, e minaccia seriamente la ripresa economica quando materie prime importanti come petrolio vengono inflazionati in un ambiente deflazionistico.

Inizialmente un oil price shock spinto da una domanda forte rispecchia le economie in crescita, con aumenti globali del PIL. Ovviamente a lungo termine lo stesso oil price shock ha pesanti ripercussioni sull’inflazione dei prezzi perché non esiste praticamente nessun prodotto al mondo che non sia direttamente o indirettamente dipendente dal prezzo del petrolio. I prodotti più lontani dal petrolio aumentano più lentamente di prezzo. Sia per la minore incidenza del prezzo del petrolio nella loro produzione, che per la minore domanda per prodotti non-energy quando il margine delle famiglie diminuisce.

A breve-medio termine l’effetto sull’economia può essere positivo, e dipende dal potere economico del singolo paese. Se il demand shock è spinto dalla Cina in forte espansione significa che la Germania, che esporta in Cina, soffre poco il price shock. Finché la domanda cinese continua a crescere, l’effetto totale sull’economia tedesca dovrebbe essere positivo.

L’effetto su un paese come la Grecia l’abbiamo visto. Nessuna esportazione verso i paesi che spingono la domanda per il petrolio, e quindi zero effetto positivo sull’economia nazionale per contrastare il price shock. Solo buchi neri crescenti. Di conseguenza, la Germania in parallelo alla Cina aumenta la propria domanda per il petrolio, aumenta il PIL, mentre la Grecia la diminuisce entrambi.

E le ultime settimane quindi, sono causati da ulteriori crescite della domanda, o da shock lato offerta?

UBS pubblica un grafico che tratta la correlazione tra il Brent e l’indice azionario globale MSCI Global. Sta diminuendo ma è ancora solidamente positivo:

L’ultima volta che la correlazione è crollata era durante la primavera araba, quando il prezzo del Brent aumentava velocemente, non per una domanda in crescita, ma per l’offerta in calo. UBS la definisce un classico supply shock.

Quindi secondo questo grafico, quello che succede in questi giorni non può essere solo un supply shock, cioè restrizioni lato offerta. Sarebbero allora anche domanda crescente o/e alleggerimento monetario le cause.

Avendo già stabilito che un demand shock significa PIL in aumento, e un supply shock PIL a rischio crescita, e attribuendo al prezzo petrolio in ascesa il 50/50 domanda/offerta, bisognerebbe migliorare la stima per l’area euro a solo un -0,2% in media.

Ricordiamoci sempre che previsioni economiche sono da uguagliare a puro indovinare. Non riescono mai ad azzeccare il numero giusto.

Un’altro grafico che proverebbe che non si tratta di un supply shock è quello sui crack spread.

Interruzioni lato offerta aumenta il prezzo del petrolio mentre quello della benzina rimane dov’è. Ma è dal 2009 che lo crack spread è in linea con il periodo pre-crisi, quindi niente crisi lato offerta. E se si tratta di domanda forte, allora

From an asset allocation perspective the distinction is important. Risk assets
should continue to outperform if rising demand is the primary driver of higher
energy prices.

Quindi per ora, globalmente continuiamo a investire. Se localmente in Italia, Svezia e Stati Uniti la disoccupazione giovanile, adulta, sussidi e foodstamps è ai massimi storici, evidentemente la crescita PIL sta succedendo da tutt’altra parte nel mondo.

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