O R O N E R O

Whenever you find yourself on the side of the majority, it is time to pause and reflect. Mark Twain

Argentina e peak oil

Posted by oronero su 18 aprile 2012

Fino a qualche giorno fa la Repsol possedeva il 57% di YPF, la famiglia argentina Eskenazi il 25,5% che non sarà toccato dalla nazionalizzazione, altri investitori privati il 17%, e lo stato argentino il 0,02% più un’azione speciale che gli dà il diritto di veto nei consigli d’amministrazione.

Secondo il piano, lo stato argentino avrà da subito il 51%, prendendoli da Repsol. I 51 saranno divisi tra lo stato con 26%, e i governi locali delle province produttrici di petrolio con 25%.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales è l’azienda più grande dell’Argentina, fondata nel 1922 da Enrique Mosconi con l’intento di nazionalizzare il petrolio. Secondo wikipedia questo piano è fallito per colpa della rivoluzione di settembre  nel 1930, in parte sponsorizzata da “foreign oil trusts”. Sotto la dittatura militare 1976-1983 è stata talmente malgestita che poi nel 1989 il congresso ha votato per la privatizzazione, voluta anche da Néstor e Cristina Kirchner.

Il processo ha avuto inizio nel 1991 sotto Carlos Menem, e nel 1993 l’80% di YPF è stata venduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 lo stato argentino ha venduto quasi tutto il resto, dando la possibilità agli Eskenazi e altri privati a investire nell’azienda. Per fargli entrare come investitori, Néstor Kirchner ha negoziato dei dividendi estremamente generosi, che in pratica significa che gli investitori sarebbero stati ripagati in pochissimo tempo.

Ma uno dei motivi dati dal governo argentino in questi giorni per il recupero sono proprio quei 90% dei guadagni che l’azienda distribuisce agli azionisti in forma di dividendi, così togliendo all’azienda la possibilità di investire in esplorazione e produzione. Quindi Cristina con questa mossa fa un 180 gradi sul marito riverito.

I 14% di diminuzione della produzione di petrolio dal picco nel 1999 ad oggi sarebbero colpa dei mancati investimenti, dati EIA:

E questo proprio mentre l’Argentina cresce e ha sempre più bisogno di energia. Una specie di complotto. Dal grafico sopra si vede che l’esportazione di petrolio scende molto più rapidamente di quanto scenda la produzione. Di nuovo il nostro amico ELMo al lavoro.

L’Argentina ha di recente trovato grandi giacimenti di idrocarburi shale, e dagli articoli FT sembra che si tratti di tre quarti petrolio e un quarto gas. Questi giacimenti sono stati pomposamente presentati alla stampa come inizio della nuova era d’oro del petrolio argentino. Peccato che la stampa non sappia mai fare i conti.

Se un giacimento shale contiene 927 milioni di barili di petrolio equivalente, e con la tecnologia di oggi ne possiamo estrarre 4% e con la tecnologia di domani al massimo 15%, al massimo avremo alla fine estratto 140 milioni di barili. In un mondo che consuma 90 milioni di barili al giorno. *slurp*

Quindi no, lo shale non invertirà la discesa della linea azzurra nel grafico sopra.

Ancora peggio è che l’Argentina comunque deve importare tanti prodotti petroliferi. E giudicando dal grafico creato con dati IMF, questi costano ben più caro di quelli che il paese è in grado di esportare.

Nel 2011 le due linee si sono incrociate con un’impennata del costo del petrolio importato. Tre miliardi di USD di differenza.

Ovvio che la Kirchner è arrabbiata. Ha appena scoperto peak oil. In un anno il costo per l’Argentina è raddoppiato, diminuendo così tanto il surplus della bilancia commerciale negli ultimi mesi del 2011 che a inizio 2012 il governo ha limitato il commercio per proteggere le imprese locali. È soprattutto l’Uruguay a soffrirne, visto che il paese esporta praticamente solo in Argentina.

L’Argentina ha già provato più volte a togliere i sussidi all’energia, che nel 2010 equivalevano al valore del petrolio esportato, 6,5 miliardi di dollari. Ma quando nel 2009 c’è stato il tentativo di far pagare di più ai privati sono diminuiti troppo i consumi. Questa volta il stratagemma geniale è di chiedere alla gente se se la sentono di pagare qualcosina in più o no. Una personalizzazione dei sussidi.

Ma togliere i sussidi a industria e privati in un paese dove 10 anni fa le banche hanno dimostrato da che parte stanno è un po’ come farsi la pipì adosso, bello caldo all’inizio ma presto solo bagnato e freddo. I soldi rimaranno semplicemente nei materassi invece di essere investiti.

Una domanda ancora molto aperta è a quale prezzo la YPF verrà ricomprata. Il valore in borsa era oggi 9,68 miliardi di dollari, ma solo un mese fa valeva il doppio. La Repsol, saggia dell’esperienza boliviana e Evo Morales che nazionalizzava il petrolio se la sentiva che qualcosa stava per succedere, e ha segretamente cercato di vendere la sua parte in YPF ai cinesi, specificamente Sinopec, il loro vecchio partner nelle vicende brasiliane.

Ma non hanno fatto in tempo, e ora possiamo tranquillamente prevedere che Repsol non verrà mai ripagata dall’Argentina. ExxonMobil tramite arbitraggio internazionale ha appena ricevuto 900 milioni per gli asset venezoleni nazionalizzati, ca il 10% del loro valore.

E pare che la famiglia oligarca Eskenazi non potrà più ripagare i debiti una volta che i dividendi YPF le verranno tolti, e così si libereranno automaticamente anche i loro 25%.

È un gran casino tutta questa storia, e un forte richiamo che se investiamo in compagnie petrolifere, almeno scegliamo quelli basati in democrazie occidentali maturi, che ancora per un po’ potranno lavorare tranquilli.

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8 Risposte to “Argentina e peak oil”

  1. Paolo B. said

    Tutte queste economie emergenti che i media soliti dipingono come potenze economiche del XXI secolo (Cina in primis), che hanno bisogno di sempre più petrolio per continuare a crescere a mostruosi livelli percentuali che in occidente non toccheremo mai più, grazie anche alle politiche recessive dei governi servili alla finanza, per quanto ancora cresceranno con numeri da boom economico?
    Ecco, a mio avviso un buon esercizio intellettuale sarebbe provare a pronosticare l’intervallo temporale dello “sboom” economico per le economie emergenti. In pieno post peak oil, e visto che nessun combustibile fossile all’infuori del petrolio è in grado di garantire livelli di sviluppo a crescita infinita, è ragionevole supporre che entro il 2020 non ci saranno più economie emergenti.

  2. sinbad said

    Guardando il grafico sull’import-export di petrolio e considerando la tipologia dell’economia argentina, mi è sorta spontanea una domanda.

    Qual è il consumo di “combustibile” attribuibile al settore agricolo?
    Per giunta, esiste una stima delle quantità di prodotti fertilizzanti utilizzati? sono prodotti “in casa”?

    Non so se esistano questi numeri.
    Ma un’agricoltura argentina in sofferenza e/o in calo di produttività per “mancanza/alti costi” di approvviggiamento dei combustibili, immagino possa avere un impatto non trascurabile anche sui nostri prodotti alimentari.

    Forse questi miei pensieri sono inconsistenti dal punto di vista numerico…o forse no…sarebbe interessante indagare.

    Inutile rinnovare i complimenti per questo blog.
    ciao
    sinbad

    • fausto said

      Per agricoltura intendiamo seminare e raccogliere? Costa poco. L’intero comparto agricolo nazionale (coltivazione, attività forestale, allevamento, primo trasporto della materia prima, stoccaggio…) comporta una domanda di energia primaria che a malapena rivaleggia con quella connessa ai soli frigoriferi domestici esistenti in Italia. Non è una novità, si tratta di una cosa che è stata rilevata subito da quelli di TOD. Se non ci credi, prendi il Bilancio Energetico Nazionale e fatti i conti da te. Non è difficile.

      Il problema è che di solito per agricoltura intendiamo anche altre cose: banchi refrigerati, luci lampeggianti, autocarri, pubblicità, involucri termosaldati…..e qui nasce l’equivoco, bello grosso. Un’altra cosa da discutere nel futuro prossimo.

      • sinbad said

        E i fertilizzanti? Sono inclusi nel seminare e raccogliere?

      • fausto said

        Nel 2009 – 2010 il consumo nazionale di fertilizzanti minerali semplici e composti poteva starsene sulle 2,5 milioni di t. E’ calato, e non è un male visti gli sprechi di cui sono stato anch’io testimone. Il contenuto in energia grigia ed il raffronto con il resto dei consumi non è poi oscuro. Istat pubblica anche queste cose.

  3. [...] che lo Stato argentino verserà a Repsol. Una possibile risposta arriva da questo post su OnoNero, che cita il caso delle attività di ExxonMobil in Venezuela espropriate da Chavez nel [...]

  4. medo said

    Non so se l’Argentina volterà le spalle al mondo con l’espopriazione del 51% di Ypf, di certo voltano le spalle a quel 4-5% di petrolio da “shales” estraibile: da soli non hanno la tecnologia per continuare a lungo la produzione da shales, che è complicatissima in termini industriali. Il declino petrolifero non farà che accelerarsi. Accadrà lo stesso in altri paesi, il populismo o la paura di finire male costringerà molti paesi a nazionalizzare le ultime risorse, TIPICO scenario del PEAK EXPORT che è largamente dietro le nostre spalle. Tutto questo ridimostra che non abbiamo 100 anni di petrolio da importare da chissà dove ma nemmeno 10.

  5. [...] l’indennizzo che lo Stato argentino verserà a Repsol. Una possibile risposta arriva da questo post su OnoNero, che cita il caso delle attività di ExxonMobil in Venezuela espropriate da Chavez nel [...]

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